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Conosci Johnny?

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In un desolato paesino del Sud Italia, alcuni personaggi si avvicendano attorno al bar Bistrò e al suo misterioso barista, Jimbo. C’è Simone il Bianco, abusato dal padre da bambino e distrutto dall’alcol. C’è Giovanni Mezza Calza, vedovo spazzino, che si prende cura della figlia Stellina, affetta dalla sindrome di Down. C’è Alice, orfana alla perenne ricerca di una nuova famiglia. Ci sono Mia e Alberto, desiderosi di avere un figlio, e c’è Johnny, di cui tutti parlano, ma che nessuno conosce. Le difficoltà e gli ostacoli delle vite dei protagonisti si intrecciano in un romanzo corale, intenso e drammatico, che riesce a lasciare, nonostante tutto, un messaggio di speranza.

CAPITOLO 1
CONOSCI JOHNNY?

C’è un nuovo Bistrò in via del Fiordaliso, tutto azzurro e argentato. Roba fine da intellettuali, con le note dolci e struggenti della colonna sonora del film Il favoloso mondo di Amélie che scorrono via dalla porta socchiusa.

Stona come un pugno in un occhio in quella via così trafficata e sboccata, ma si spera che possa elevare il livello della strada.

Dietro il bancone c’è Jimmy boy. Jimbo per gli amici. Bruno, con la pelle ancora abbronzata, forse ricordo di un viaggio al sole, è un bel ragazzo alto e slanciato, che maneggia i bicchieri di vetro fine con agilità e grazia. Lui è la vera attrazione del Bistrò; sorride a tutti e se passi davanti alla sua porta non puoi fare a meno di entrare.

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Quando lo vedi all’opera versare, comporre, shakerare liquidi misteriosi, non riesci a staccare lo sguardo, convinto che in quel bicchiere troverai il paradiso. E così è. Mentre sorseggi quella bevanda colorata, senti un fuoco dolce e intenso scenderti dentro. Finché il calore ti percorre le vene rimani fermo come sospeso, solo dopo riesci a cominciare a parlare. E non c’è nessuno meglio di Jimbo capace di ascoltare. Sotto i suoi occhi attenti e dolci racconti la storia della tua vita con i suoi misteri. Alla fine del bicchiere oramai non ci sono più segreti e non vedi l’ora di riprovare quell’ebbrezza. Non sai se è il cocktail magico che ti ha preparato, se è l’atmosfera del locale, suggestiva e raffinata che ti fa sentire migliore di quello che sei, o semplicemente la musica in sottofondo, complice dell’incanto.

Ritorni in strada e quando sei ormai fuori a camminare per le vie di quel paese disgraziato e polveroso capisci cosa veramente ti ha colpito in quel bar come tanti altri. È lui. Il mistero di Jimbo ti ha avvolto con i suoi profumi e ora ti senti perso.

Da quando è arrivato in questo miserabile paese ti chiedi perché. Non ha legami con nessuno dei pettegoli che girano intorno al locale. E dove si è visto mai in questo tormentato Sud Italia un locale che si chiama Bistrò?

La tua vita continua come sempre, ma davanti a quell’insegna di legno che oscilla al soffio del vento, la domanda balza di nuovo alla mente. Perché è venuto proprio qui? E chi è veramente Jimbo? 

Quindi ritorni presto al Bistrò per rivederlo giocare con le bottiglie e i bicchieri, mentre sorride e annuisce con gli occhi velati di fronte alle mille storie segrete che raccoglie dai clienti ogni giorno. E dietro il suo sorriso dolce ti sembra che conservi quelle confidenze con la stessa cura con cui tocca ogni cosa di fronte a te. Proprio come uno dei suoi bicchieri di cristallo. Se tua moglie ti avesse mai toccato con la stessa delicatezza con cui lui pulisce quei dannati bicchieri tu non avresti sognato altre labbra. E ora continui ad andare nel Bistrò ipnotizzato dai suoi movimenti mentre i giorni scorrono inesorabili.

«Cosa ti porto, amico?»

«Una birra fredda.»

«In arrivo! Assaggia questa, è speciale. Una Stout dal colore nero opaco e dai sentori amari, con note di cioccolato, caffè e genziana. Corposa al palato, retrogusto luppolato e amaro.»

«Andava bene anche una Peroni!»

«Lasciami fare. Assaggiala e poi dimmi…»

Giovanni detto il Mezza Calza afferra la birra senza parlare. Quante sciocchezze, pensa, mentre manda giù il primo sorso di birra. La birra è birra, tutte quelle stronzate sul gusto sono cose da femminucce. Cerca però, di darsi un tono, ha visto ognuno dei clienti bere con garbo e non vuole fare la figura del cafone. Certo, a casa ama bere la sua bella birretta fredda alla canna, scolandosela in soli due sorsi, ma qui, no. Gli piace Jimbo, lo tratta come tutti gli altri e non vuole deluderlo. Assapora il liquido nero opaco. E mentre pensa ai guai che gli sono capitati in mattinata gli viene in mente la cioccolata che gli faceva la nonna quando era bambino. Al secondo assaggio, invece, gli sembra di sentire il sapore del caffè amaro che gli faceva provare il papà quando non era troppo ubriaco. Il terzo sorso è più lento e meditato. I problemi sono ancora nella sua mente, ma altri pensieri si rincorrono come puttane a caccia di un cliente.

Gli manca la nonna, lo trattava sempre bene.

Invece quello stronzo di Pinuccio fa sempre il ruffiano per farsi bello. Proprio oggi il capo ha pensato bene di arrabbiarsi solo con lui per la dannata storia del bidone. C’era anche Pinuccio quando lo avevano caricato sul furgone dell’immondizia, ma non lo aveva avvisato che il bidone non era stato fissato bene. E così l’hanno trascinato per almeno un chilometro prima che se ne accorgesse. È sempre l’unico a passare i guai. Il capo gli ha già detto che dovrà pagare i danni… Che infame!

La cioccolata nei suoi ricordi era calda e piccante. La nonna diceva che bisognava mettere un po’ di peperoncino per farla bene.

«Allora Giovanni? Che ne pensi? Questo giro lo offro io, mi stai facendo da tester…»

Jimbo si è appoggiato mollemente sul bancone, di fronte a lui. Simone è appena andato via strepitando come sempre e facendo le solite battute sulla sua famiglia. Mezza Calza di qua, Mezza Calza di là…. Ora girerà con la sua bella faccia a fare lo sbruffone per il paese. Ma che si crede quella sciacquetta? Lo sanno tutti che è un ubriacone fatto e finito. Anche Mammuth è andato via con il suo sguardo triste. Forse sabato non ha trovato nessuno da portare a casa. Mammuth sarà pure un frocio, ma con lui è sempre gentile e gli sta simpatico. «Aspetta, non si può più dire frocio,» gli ha detto Pinuccio «altrimenti ti mandano sui giornali». Mezza Calza non ci ha capito niente, sa solo che Mammuth è un povero infelice come tutti gli altri. Mentre si è perso nei suoi pensieri, si accorge che è rimasto solo. Jimbo continua a guardarlo con un sorriso obliquo e l’espressione comprensiva. Lui è uno dei pochi che lo chiama con il suo nome. Un altro pensiero attraversa la mente di Mezza Calza. Simone è il più bello del paese, ma anche Jimbo… I suoi occhi sembrano scavarti dentro e staresti a guardarlo per ore…

E che cazzo! Mezza Calza riprenditi! Non vorrai diventare come quel finocchio di Mammuth? Che cos’è che stava dicendo Jimbo? Tester, sì certo! E che cazzo vuol dire? Mezza Calza strizza gli occhi e si stringe nelle spalle. Annuisce davanti all’espressione interrogativa di Jimbo mentre sente il sudore corrergli lungo la schiena. Si sente accaldato. La rabbia è scemata.

Si chiede se Jimbo sia sinceramente gentile con lui o se faccia solo parte del suo lavoro. Con Giovanni Mezza Calza quasi nessuno è garbato. Lui è l’uomo della spazzatura. Tutti in genere lo evitano, forse perché pensano che porti attaccato l’odore della merda che raccoglie, ma Mezza Calza si lava ogni giorno e la mattina profuma ancora come una rosa. Nessuno lo guarda mentre svuota i bidoni della spazzatura. E neppure dopo, quando cammina in mezzo agli altri. Resta invisibile. Eppure Jimbo ora lo sta guardando e lui non ci è abituato.

Il rumore dei cancelli della scuola che si aprono li fa distrarre. Giovanni si gira per vedere se Stellina sarà l’ultima come sempre. La scuola è dall’altro lato della piazzetta, un colosso di cemento armato che Mezza Calza trova brutto, brutto, brutto. Ma non si può dire ad alta voce perché hanno pagato un architetto e bisogna dire che realizzano solo cose belle. Il consiglio comunale però è caduto proprio per questa merda di progetto e si dice che l’ex sindaco quando ci passa davanti gli lancia ancora contro dei pomodori. Al Comune hanno ancora il debito sul groppone, pensa con un ghigno Mezza Calza.

Intanto attraverso i cancelli aperti passano gli alunni allegri e colorati come uno stormo di uccelli, senza alcun pudore e maleducati con chiunque osi incrociare il loro sguardo. Le ragazzine sembrano puttane e i ragazzi brufolosi e ridicoli nello scimmiottare i veri maschi, con i pantaloni calati sul sedere e corti sulle caviglie. Ma i genitori li guardano quando escono da casa, si chiede impressionato? E fanno solo la prima media. Pensa quando diventeranno più grandi… Giovanni al solo pensiero ha un sogghigno. Il paese è piccolo e li conosce tutti. Soprattutto conosce la loro immondizia e li vede per come sono. C’è quello alto, vestito bene, figlio dell’avvocato. Famiglia per bene, certo! Ma nella spazzatura Giovanni trova così tante riviste schifose che ora quando lo guarda si chiede se siano del figlio o del padre. Invece la ragazza accanto a lui si è già fatta mettere incinta. Vive con il padre vedovo che va sempre in chiesa e che pensa che gli uomini non possano usare il preservativo. La pancia della ragazza però ancora non si vede. Chissà cosa avrà fatto, pensa Mezza Calza mentre i suoi occhi guardano oltre a cercare Stellina.

Vede un gruppetto in fondo che fa casino. Alcune ragazzine esaltate camminano insultando altre due che stanno davanti. Giovanni aguzza lo sguardo, mentre continua a sorseggiare la sua birra.

Una è Stellina, la sua Stellina. Piccola, bionda, dolce e timida. Come si fa a essere cattivi con lei, si chiede Giovanni, con il cuore che duole. Non vuole e non può intervenire, perché sa che prenderebbero in giro anche lui. E non vuole che Stellina poi si vergogni del suo papà, così rimane a guardare. Prima o poi magari avrà il coraggio di rimproverarle quelle sciocche. Ma non oggi…

«Siete molto cattive e stupide, dovreste vergognarvi!»

La voce squillante della ragazzina accanto a Stellina fa zittire le ragazze. Sono così sorprese che qualcuno gli abbia risposto, che non reagiscono: sono quasi buffe con quegli occhi spalancati mentre continuano a guardarle stupite. Giovanni sembra leggere nel loro sguardo: Come osano queste due ribellarsi? Una è down mentre l’altra… be’ chi è? In effetti neppure Giovanni la conosce, ora che la osserva meglio. Le quattro bullette alla fine si girano davanti al piglio deciso della ragazzina che ha abbracciato Stellina e passano oltre con sguardi che sembrano dire: troveremo il modo per fartela pagare.

Mezza Calza ha guardato la scena con gli occhi lucidi per l’emozione, poi l’acchiappasogni sprigiona la sua melodia e la porta si apre.

«Papà sta qua! Vieni!»

Stellina è felice di avere finalmente un’amica e stringe la mano della ragazza che l’ha difesa, trascinandola nel bar. Giovanni le guarda entrare immobile con un groppo alla gola che non se ne va, sbatte velocemente le palpebre per allontanare le lacrime.

«Papà, questa è la mia nuova amica.»

Gli occhi di Stellina si strizzano nel suo sorriso sghembo. Le guance paffute hanno un bel colore rosato e si vede che è felice. E certo! Nessuno le ha mai preso la mano. La ragazzina accanto a lei sembra più grande, è più alta. Né bella né brutta, pensa Mezza Calza. Normale, con capelli e occhi scuri. Poi il volto serio e composto della nuova amica di sua figlia si apre in un bel sorriso mentre stringe affettuosa la mano di Stellina.

Jimbo e Giovanni vedono la sua trasformazione, le fossette nelle guance, il volto diventato radioso. Ora a Giovanni sembra bellissima. E poi vede nei suoi occhi lo stesso affetto che scorge nei suoi quando pensa a sua figlia. Come è possibile? Si chiede sorseggiando l’ultimo sorso di birra per darsi un tono e per nascondere il tremolio delle mani per l’emozione. Poi lascia la bottiglia sul bancone. Meglio non farsi troppe domande. Quando i miracoli avvengono è meglio accettarli così come sono. Si fa forza e apre la bocca.

«Ciao, io s-s-s-s-so-n-n-n-no-o Giovanni, il ba-a-a-b-bo di Stellina, grazie per averla difesa.»

Giovanni quando è molto emozionato balbetta sempre come un treno in corsa, ma l’amica non batte ciglio.

«Buongiorno signor Giovanni, è un piacere conoscerla» risponde la ragazzina, tendendogli la mano come si farebbe con una persona importante. Mezza Calza non ha visto molte mani tese verso di lui, ma sa come si fa. Si strofina la mano destra velocemente sui pantaloni, cercando di ricordare se ce l’ha pulita e gliela stringe.

«Piacere mio ragazzina!» borbotta imbarazzato, notando la stretta forte e salda della compagna di scuola.

«Si chiama Alice e deve chiederti una cosa…» interviene Stellina contenta.

Jimbo è sempre appoggiato sul bancone e guarda con interesse la scena. Ha visto anche lui quello che è successo là fuori. Lo vede ogni giorno. Ragazzini senza sogni e immaginazione che si divertono a far soffrire i più deboli. Gli stronzi e i prepotenti sono sempre esistiti, ma questa generazione sembra mettersi proprio d’impegno. Escono in branco e i genitori li difendono, indulgenti, mettendo su vaghe teorie psicoanalitiche per giustificare i comportamenti disdicevoli dei figli. Dicono che anche i bulli soffrono, se si comportano così è perché nascondono un disagio e via dicendo. Tutte quelle stronzate psicologiche non servono a nulla e stronzi rimangono. Ma Jimbo non può uscire ogni giorno dalla porta per difenderli tutti, così rimane a guardare impotente quello che succede là fuori con gli occhi tristi. Oggi però ha visto qualcosa di bello e raro. Il coraggio è un bene prezioso e in via di esaurimento e non lo vede da tanto tempo. Quella ragazzina bruna dagli occhi scuri è stata proprio coraggiosa. Quando è entrata nel Bistrò l’ha vista guardarsi intorno. Poi ha incrociato il suo sguardo e lui ha visto qualcosa che l’ha sorpreso. Sbatte un attimo le palpebre e si accorge che è calato un silenzio assordante che decide di rompere.

«Volete una Coca? Offro io!»

Stellina salta felice per l’offerta guardando il papà per l’approvazione. Alice non guarda nessuno e annuisce.

Mentre Jimbo versa la bevanda in due bicchieri verdi, Giovanni si rivolge ad Alice: «Cosa devi chiedermi?».

Stellina si intromette di nuovo con la sua vocina squillante:

«Alice sta chiedendo a tutti se qualcuno conosce Johnny! Johnny, Johnny! Hai capito?».

Giovanni e Jimbo si guardano senza capire. Johnny? Lì non c’è nessuno che si chiami così. Forse sta parlando di qualche turista americano? Ma lì, gli americani vengono solo per la festa patronale e quella è in estate. Magari deve ancora arrivare ‘sto Johnny, luglio è fra solo tre mesi.

Mezza Calza non può fare a meno di pensare che anche Alice sia strana. Forse per questo le piace Stellina.

«Sì, è vero. Lo conosci Johnny?» chiede Alice. Ha già capito che nessuno di loro lo conosce ma non può smettere di chiederlo.

È la sua ossessione.

Conosci Johnny? Conosci Johnny? Conosci Johnny? Conosci Johnny?  Nella sua mente risuona in sottofondo, dovunque lei si trovi, come un mantra. Chissà! Forse un giorno troverà chi lo conosce. E allora la sua vita cambierà.

2021-05-25

Aggiornamento

Cari amici e sostenitori, grazie al vostro contributo sono riuscita a raggiungere l'obiettivo prefissato delle 200 copie. Questo mi consentirà di vedere il mio sogno realizzato, il mio libro Conosci Johnny diventerà una realtà. Senza il vostro aiuto questo non sarebbe stato possibile e vi ringrazio da parte di Mia, Alice, Stellina, Alberto, Giovanni e tutti gli altri personaggi che hanno bussato alla finestra della mia fantasia. Se quello che avete letto vi è piaciuto, fate conoscere il mio libro anche ai vostri amici. Grazie Micaela Aka Maria Golding

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Maria Golding
pseudonimo di Micaela Tangorra, è nata in provincia di Bari nel 1969. È stata finalista al concorso letterario IoScrittore e si è dedicata alla sceneggiatura di fumetti, pubblicando in Francia la graphic novel “Mystic Heart”, con la collaborazione di Andres Mossa. “Conosci Johnny?” è il suo primo romanzo.
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