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Consegna prevista Luglio 2023

Federica è una giovane studentessa insoddisfatta di sé e desiderosa di trovare un amore che le tolga il respiro. Mauro è un giornalista promettente che non riesce a riaversi dalla tragica morte di sua moglie, ossessionato dalla caccia al suo assassino, Scorpio. Da un appuntamento al buio inaspettato, tra Federica e Mauro nasce una travolgente storia che li condurrà a scoperchiare un vaso di Pandora vecchio di oltre vent’anni. Fantasmi del passato ritorneranno. Le conseguenze saranno inaspettate, nefaste e tragiche. Ma il desiderio di verità guiderà Federica, Mauro e Scorpio. Federica cercherà sé stessa oltre le comode apparenze in cui ha sempre vissuto. Mauro dovrà confrontarsi con le tremende ossessioni del suo passato. Scorpio scoprirà il lancinante dolore della propria coscienza.

Perché ho scritto questo libro?

La contraddizione, l’ipocrisia, le maschere, le ragioni dei personaggi “positivi” e quelle dei personaggi “negativi. Ho scritto quest’opera per ridiscutere le visioni dicotomiche della vita. Allo stesso tempo, ho posto l’accento sulla dinamica degli incroci delle esistenze e su come essi, talora, possano essere portatori di veri tornanti per le esistenze, giungendo, auspicabilmente, a concludere destini rimasti interrotti anche molto tempo prima.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Singhiozzò.

Sapeva di andare incontro alla morte e che avrebbe dovuto farsi coinvolgere; ma, ormai, era lì.

Lei e quella bimba, unite più che mai da un destino che avrebbe potuto essere tragico per entrambe, se non avesse deciso di salvarla.

Dormiva. Aveva un volto bellissimo. I suoi delicati lineamenti erano così rotondi, come se fossero stati scolpiti da un scultore assai coscienzioso.

Avrebbe voluto tenerla con sé; sin dal primo momento che aveva avuto la possibilità di tenerla creatura tra le braccia.

Ma non poteva.

Lui non avrebbe mai accettato di crescere una bambina che non gli somigliava affatto. Sapeva che lui avrebbe desiderato tanto dei figli da lei. Ma quella neonata non era sua.

Scegliere di crescerla poteva significare condannarla ad una morte che sarebbe calata come un’oscura mannaia sulla sua giovane e flebile esistenza.

Posò la cesta di vimini davanti alla porta.

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La piccola vi era infagottata all’interno, infilata sotto una copertina di lana, con un cuscino a farle da materasso ed un altro minuscolo per la sua testolina. Indossava un cappottino nero imbottito sotto il quale aveva un tutina verde scuro con stampe di elefanti sorridenti, un berretto di lana rosa alla testa e scarpe nere. Aveva provveduto a comprarle tutto prima di portarla davanti all’ingresso di quell’abitazione, dopo averla anche lavata e profumata.

Quella notte si era preoccupata che quella dolce creatura fosse più adorabile che mai. La famiglia era facoltosa ed era quindi importante che la bimba suscitasse la migliore impressione possibile.

Dovevano amarla più di quanto avrebbero potuto dei semplici genitori adottivi e fare di tutto per riuscirne ad ottenerne l’affidamento. Quello scricciolo doveva avere un’esistenza agiata e felice.

Una lacrima discese dal suo viso mentre la osservava.

La donna sorrise con mestizia.

Aveva rinunciato alla sua dignità quando aveva deciso che dei veli di diversi colori e abiti lunghi e privi di identità e passione dovessero sempre separarla dal mondo.

Avrebbe voluto uscire una sera in minigonna, o in shorts, truccarsi come aveva visto fare ad alcune sue amiche.

Ma era nata femmina.

Quella bambina era stato un dono inaspettato. Grazie a lei, aveva scoperto di essere una donna dotata di desideri e di aver vissuto sempre nell’ombra. Aveva sofferto, da bambina, la sua appartenenza al genere femminile, ed aveva desiderato tanto un uomo che la portasse via dalla sua famiglia, salvo poi scoprire che quell’individuo sarebbe stato un tizio mai visto prima e deciso da suo padre.

Amava suo marito, nonostante fosse stata sempre custodita come una rosa senza spine chiusa in una teca di vetro minuscola, tra percosse ed altre umiliazioni.

Quell’angioletto le aveva fatto scoprire che meritava di essere libera.

Ma l’aveva compreso troppo tardi.

La donna era sicura che sarebbe stata uccisa, al punto da percepire come un furto ogni istante in più che viveva.

Per questo aveva lasciato lì la piccina.

Più di chiunque altro correva il rischio di morire. Specie se fosse rimasta con lei.

E la bambina doveva vivere.

Doveva essere una vera donna. Essere libera di correre verso le sue inclinazioni, di decidere che abiti indossare e se mostrare a chiunque il suo corpo ed i suoi capelli. Doveva poter decidere chi amare, e magari non farsi schiavizzare in nome di una perversa idea di fede, col risultato di diventare solo un oggetto o poco più di una bestia che sa cucinare piatti tramandati da secoli.

Quel piccolo miracolo doveva vivere. Non poteva subire il medesimo infausto destino di quella donna che l’aveva custodita per pochi – ma felicissimi – giorni.

Sarebbe sopravvissuta solo allontanandola da lei.

La donna si sentì tranquilla. La bambina sarebbe stata al sicuro e lei si sarebbe rivolto a loro con l’appellativo di mamma e papà.

Quest’ultimo dettaglio le provocò un attimo di commozione molto forte. Un’altra lacrima si fece strada sul suo viso. Immaginò quella bimba già adulta, magari una giovane ragazza bellissima ed intelligente, intenta ad abbracciarla e a raccontarle dei suoi studi universitari, vestita con shorts cortissimi e attillati e una maglietta, donna ma non oggetto sessuale da coprire.

Si deterse velocemente il viso. Era inutile lasciarsi andare a sogni impossibili. Non avrebbe mai cresciuto quella bambina e, peraltro, non c’era nemmeno tempo di piangere.

Doveva lasciarla subito.

Recuperò il contegno e avvicinò la mano verso il campanello.

La mano gli tremava. E se qualcuno avesse aperto la porta proprio in quel momento e l’avessero vista? Cosa avrebbe raccontato?

La bambina… Doveva proteggerla.

Questo pensiero tornò a campeggiare nella mente della donna.

Ogni traccia di tremolio scomparve dal suo braccio, l’indice si posò sul campanello, e premette il bottoncino provocando un trillo rumoroso e duraturo.

Udì delle voci.

Respirò a fondo un’altra volta. Guardò la piccola. Era stata la sua stessa libertà, il suo desiderio di vivere. La fissò con intensità dei suoi occhi neri e profondi, abbozzò un sorriso, le posò un bacio tenue, l’accarezzò…

…E fuggì.

Fede

Da: Fede Petruzzi

A: Edi C. M.

Oggetto: L’anniversario

Data: domenica 4 Giugno, ore 07:30

Carissimo,

Ti chiederai come mai abbia deciso di scriverti a quest’ora di mattino. In effetti, se fossi uscita con Gaia, ieri sera, dubito che mi sarei svegliata alle sei e mezzo. Mi ha telefonato alle otto e mezzo comunicandomi che aveva da fare. Era stanchissima, poverina. Forse avremmo potuto concederci una bevuta con Tonino e Stefano. Ma avremmo fatto tardi comunque, e così ho preferito lasciarla tranquilla.

Risultato? Sono rimasta sola, qui nel mio appartamento, con un vecchio Dvd che avevo estorto a Stefano con ambigue e vane promesse, la settimana scorsa. E ieri ho deciso di guardarlo.

Non si trattava di uno dei miei classici film amorosi, bensì di un horror: una roba apocalittica, sangue dappertutto, grida di ragazze atterrite, mannaie e teste saltellanti.

Eppure ho riso per tutto il tempo. Ad un certo punto, ho dovuto interromperlo per quanto ridevo. Se ci ripenso, ricomincio. Credo di non sapere perché abbia voluto quella schifezza. Sarà stato, forse, perché ieri ho preso 28 a quel maledetto esame di Inglese che mi tormentava da mesi, ed avevo voglia di liberarmi.

Ieri sera mi sentivo elettrica più di un traliccio dell’alta tensione. Ero troppo euforica, anche per un tipo allegro come me.

È trascorso un anno e mezzo dalla mia ultima vera storia. In realtà, non credo di averne mai sofferto in maniera consapevole.

In fin dei conti non sono davvero sola.

Ho dei genitori che mi vogliono bene al punto da pagarmi un appartamento per conto mio nella stessa città in cui in cui vivono, pur di garantirmi quegli spazi personali che ho preteso da quando mi sono iscritta a Lingue. Senza contare i colleghi universitari e, soprattutto, Gaia.

Ma, in cuor mio, so già come finirò tra una decina d’anni: sposata con qualche pezzo grosso, a gestire l’azienda di mio padre, e a far crescere i figli alla governante, come hanno fatto i miei con la sottoscritta, salvo poi esibirmi come il loro trofeo della loro educazione moderna.

A volte vorrei sfuggire al mio destino di ricca per forza innamorandomi di un ragazzo squattrinato e vivendo solo di tanti interminabili momenti di passione.

In passato, mi è già successo di innamorarmi di un ragazzo povero. Lo sai com’è finita, l’anno scorso: la droga. Avrei preferito scoprirlo con un’altra, invece di trovarlo mezzo morto sul letto di casa sua.

Dopo Alessandro, non sono più riuscita a fidarmi degli uomini.

Quando esco per strada, sono pochi quelli che non cascano nelle mie scollature. E nessuno può affermare di essere uscito insoddisfatto dal mio letto.

Ma, in fondo, so di non cercare un uomo che riempa solo il mio letto. Vorrei emozioni infinite, sentire di nuovo l’amore scorrere nelle mie vene.

Comunque, oggi è un anno esatto che ci conosciamo. Sono sincera, Edi: da un lato mi offende che, nonostante durante questi mesi si sia instaurato un rapporto d’amicizia tale da spingermi a confidarmi molto con te, tu abbia sempre voluto mantenere il massimo riserbo su molti dettagli basilari che ti riguardano.

Mi hai raccontato che sei un filosofo, che non sei sposato e che vivi a circa novecento chilometri a nord dalla mia amata città, senza mai indicarmi con precisione in quale parte del settentrione ti trovi. Mi hai anche scritto che hai più di dieci anni della sottoscritta.

Eppure, con questa questa ragazzina di cui conosci solo le parole e la fisionomia impressa su una foto, hai condiviso i tuoi pensieri più profondi.

Quindi, dopotutto, penso sia stato anche meglio restare riservati. Situare il nostro legame in una dimensione astratta ed effimera come può essere quella di un’e-mail, ha fatto sì che si aprisse tra noi un’intesa molto forte, un legame di amicizia indistruttibile.

Mi sono confidata anch’io con te, rivelandoti pensieri, fatti e sentimenti intimi di cui, forse, è a conoscenza solo Gaia.

Accidenti, le sette e mezzo! Mi sa che devo chiudere questo sfogo.

Magari, stasera, io e Gaia ci concederemo un po’ di baldoria, così da farmi dimenticare anche la mia solitudine sentimentale e fisica.

Sarebbe ora, visto che sono due mesi e mezzo che non si quaglia nulla.

A risentirci,

la tua Fede…

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Alessandro Spadaro
Nato a Trani, in Puglia, il 01/10/1980, ho conseguito Laurea in Lingue nel 2004.
Appassionato di scrittura sin dalla tenera età, ho iniziato scrivendo liriche già piuttosto apprezzato in età scolare.
In seguito, ho deciso di muovermi verso la narrativa romanzesca, più nelle mie corde per l'analisi della natura umana nelle proprie ambiguità. In quarta superiore ho recitato in una rappresentazione dell'opera "La patente" di Pirandello nella parte del Giudice D'Andrea.
Ho partecipato a concorsi quali il "Dea Planeta", e per due anni consecutivi al research letterario "Io scrittore".
Nel 2013 ho pubblicato in self-publish il mio primo romanzo "Duo":
Attualmente, pur essendo attivamente impegnato nel lavoro di insegnante, continuo a partecipare ad attività letterarie di vario genere e continuo a condurre progetti narrativi.
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