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Cronache del Rimasto – L’orso e la volpe

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Consegna prevista Novembre 2024
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Trentaquattro secoli prima degli eventi narrati, una misteriosa pioggia di bombe si è abbattuta sulla Terra, modificandone l’assetto geografico ed energetico. Il globo, retrocesso in un’era medievale, fu rinominato “Rimasto” dai sopravvissuti. Dal tradimento ai danni della nobile Casa Vlad scaturiranno le avventure dei quattro figli di Salomon il Magnifico. Ginevra Belemir, innamorata del maggiore dei fratelli Vlad, si metterà in viaggio verso le selvagge terre dei Dimenticati. Tra i Dimenticati, un popolo guerriero spicca con le sue gesta. Cruciali le decisioni di re Erok, sovrano del Continente, e dai suoi figli. Una di loro porterà alla luce verità appartenenti a un passato impregnato di magia e il cugino del sovrano destabilizzerà lo scenario politico dell’Impero. Questi e altri personaggi arricchiscono la narrazione accompagnati da un fluido susseguirsi di eventi, all’interno degli sgoccioli dell’Era dei Re e all’avvento dell’Era della Magia.

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato questo libro a Londra, nel lontano aprile 2019, mentre dalla finestra osservavo le luci abbaglianti dei grattacieli di Canary Wharf. Il prologo del romanzo è proprio ispirato a quei mesi folli e sudati, lontano ricordo degli ultimi sprazzi di adolescenza, mentre una particolare civiltà si ispira al paese di montagna di mia madre. Personaggi diversi, paesaggi diversi, storie e vite diverse: tutto racchiuso in un romanzo o, meglio, in una saga che ho ideato negli ultimi cinque anni.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

21 dicembre 2032, mezzogiorno. Un’umida giornata come tante nella città di Londra. Vincent, che avrebbe compiuto sei anni allo scoccare del nuovo anno, osservava i minuscoli rivoli di pioggia scivolare lungo il vetro della finestra dell’aula e accumularsi sulla traversa inferiore del telaio mobile. Cercava di lambire con le dita i vivaci colori di un arcobaleno che si stagliava più in là e abbracciava le sponde del Tamigi. Sopra di esso brillava la Falce di Sangue, come era stato denominato dai media mondiali quel fenomeno mai visto in precedenza, che aveva sostituito la luna. Era uno spicchio purpureo all’inizio, visibile sia di giorno che di notte, divenuto quasi pieno nelle ultime due settimane.

Il bambino frequentava il primo anno del Canary Wharf College, che si affacciava sulla Glenworth Avenue, nella zona sudorientale dell’Isle of Dogs. Indossava la divisa come tutti gli studenti dell’istituto: una polo bianca, il cui colletto spuntava da una felpa cerulea. Gli abiti erano contraddistinti dal melograno, il logo dell’edificio.

«Dov’è la penna? Era proprio accanto all’astuccio!» esclamò Vincent. Il compagno di banco, David Curley, lo guardò con aria assente e replicò: «E io cosa vuoi che ne sappia? Le perdi sempre».

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«Forse perché qualcuno me le ruba. Tu ne sai qualcosa, David?»

«Non accusarmi senza avermi visto» disse Curley. «Chiedi alla maestra di prestartene una.»

«Come se fosse la prima volta» rispose Vincent, stizzito e sconsolato. Si alzò e si diresse verso la cattedra dove Mrs. Fitzgerald, l’insegnante di geografia, stava spiegando.

«Un’altra penna, Vincent?» gli chiese la maestra, con aria seccata.

«Mi dispiace, Mrs. Fitzgerald. Mi spariscono in continuazione.»

«Dovresti prestare più attenzione alle tue cose. Eccone una nera, torna al tuo posto.»

L’ora di geografia, una noia mortale per Vincent. Ricordare i nomi dei luoghi non faceva per lui, preferiva scrivere storie su cavalieri che sconfiggevano draghi in castelli fantastici e salvavano le damigelle recluse al loro interno. Doveva orinare. La stava trattenendo da un’ora perché Mrs. Fitzgerald, la barbogia con la permanente che stava parlando, non gli aveva permesso di uscire. La campanella suonò, era il cambio dell’ora. Così domandò a Miss Kent, una graziosa ragazza dai lunghi capelli castani che insegnava matematica, di poter andare in bagno. Miss Kent era sempre dolce e gentile con lui. Lo chiamava Vince, come sua madre, ed era l’unica che non indagava sulle penne scomparse. Gliene concedeva una ogni qualvolta ne necessitasse. A Vincent dispiaceva di non essere portato per la sua materia, ma Miss Kent lo rincuorava ed elogiava le sue doti dicendo: «Apprezzo l’impegno. Mi hanno detto che te la cavi abbastanza bene nella scrittura». Quindi arrossiva e abbassava lo sguardo, scatenando l’ilarità della maestra.

In bagno incontrò tre bambini dell’ultimo anno, poco più alti di lui: George, Sean e Peter. Erano noti al personale scolastico per le loro continue bravate. Vincent si apprestava a far ritorno in classe quando Peter, il più robusto dei tre, lo strattonò dal colletto.

«Dove credi di andare, feccia?»

«In classe» rispose Vincent.

«Tu resti qui a farci compagnia» intervenne George, sferrandogli un pugno nell’addome. Vincent si chinò dolorante. Allora Peter lo afferrò dai capelli e infilò il suo volto nel water, premendo il bottone dello scarico. Indifeso, annaspò dimenandosi mentre il bullo gli premeva con veemenza il capo. A Vincent sembrò di ingoiare un mare d’acqua e, tossendo, fu abbandonato dai tre sulle candide piastrelle del pavimento. La parte superiore della divisa era zuppa, come la chioma ramata. Tornò in classe seminando gocce d’acqua lungo il corridoio.

«Vincent, stai allagando la scuola» lo rimproverò un bidello scarno e stempiato, avvezzo al fumo, che gli provocava una tosse cronica. Quando entrò in aula, i compagni lo derisero. Per prenderlo in giro, gli domandarono se avessero montato delle docce.

«Vince, sei zuppo. Che ti è successo» chiese Miss Kent.

«Nulla, maestra. Il bagno è allagato e sono scivolato sul pavimento.»

«Stai tremando. Vado a chiamare subito Mr. Doll» disse lei. Pochi minuti dopo Mr. Doll, il bidello tabagista, accorse brontolando. Tra le mani reggeva una coperta e il bambino si ritrovò subito avviluppato in soffice lana. Ringraziò la maestra e sedette al proprio posto.

L’ora successiva sarebbe stata quella di educazione fisica e l’intera classe si spostò nella palestra scoperta dove Mr. Connery, un insegnante alto e nerboruto, posizionò due reti da calcio. Vincent adorava giocarci e quando camminava per strada calciava tutto quello che gli capitava a tiro: pacchetti di sigarette, buste di plastica, scontrini e volantini. Riusciva a palleggiare con qualsiasi oggetto, persino con le ciliegie. Era un grande tifoso del West Ham come lo era suo padre, Frank, un pilota di linea molto estroverso. Lo accompagnava allo stadio per godersi ogni sfida casalinga e, per sua intercessione, era entrato nell’Academy della sua squadra del cuore, nonostante non avesse ancora compiuto nove anni. L’uomo aveva un caro amico d’infanzia che allenava nelle giovanili del West Ham ed era riuscito a falsificare il tesserino di Vincent. Levanter, il cognome che dipingeva il retro della maglia, riempiva suo padre di orgoglio. Nella partita di classe segnò sei goal, portando i compagni alla vittoria.

«Ottima prestazione, Levanter. Come sempre» si complimentò l’insegnante, assestandogli una pacca sulle spalle.

L’ultima ora di storia trascorse lesta e, all’uscita, la madre lo attendeva fuori come ogni singolo giorno. Si chiamava Amy, come mostrava l’etichetta sulla divisa da lavoro, un bianco camice da infermiera che indossava sotto il soprabito di velluto turchese. Il viso del figlio era molto simile al suo. Tornarono a piedi, poiché Amy non possedeva la patente e non sopportava viaggiare in bus. Aveva divorziato tre anni prima in seguito alle ripetute infedeltà del marito e dopo aver scoperto che Frank aveva quattro figli estranei al loro matrimonio. Ormai si era abituata alla vita solitaria in cui al centro dell’esistenza vi era il figlio e nessun altro. Per crescerlo e non fargli mancare mai nulla lavorava sia di giorno, come infermiera in un ospizio, che di notte, come cameriera in un gay pub. La sua assenza era compensata da nonna Rose, professoressa in pensione che badava al nipote e alla sua istruzione. I due vivevano in un grazioso e modesto appartamento che si affacciava sul Millwall Outer Dock, ricevuto in eredità dal padre di lei, morto qualche mese prima.

«Vince, sbrigati o faremo tardi!» gridò Amy, che attendeva il figlio sull’uscio di casa.

«Finisco di lavarmi i denti e arrivo» rispose Vincent. Uscirono per raggiungere la metro di Canary Wharf, che li avrebbe condotti alla stazione di West Ham. Amy odiava i mezzi pubblici, ma quello era l’unico modo per accompagnare Vincent all’allenamento. Si era munita di guanti in lattice azzurri per evitare di entrare a contatto con l’interno del treno.

La gente andava di fretta e si fermava soltanto per guardare l’ora, come di consueto. Le way out della metropolitana erano affollate da centinaia di persone che per un motivo o per l’altro si trovavano lì, nello stesso momento: turisti, operai, dirigenti di borsa, ragazzi e anziani. Nessuno poteva immaginare quello che a breve sarebbe accaduto. Vincent stringeva la mano guantata della madre. Sarebbe stato felice di appoggiarsi e mettersi seduto da qualche parte, poiché era stanco di camminare e voleva risparmiarsi per l’allenamento. Desiderava tanto manifestare ad Amy il suo disappunto e cercava di attirarne l’attenzione con leggeri pizzichi sulla manica del cappotto. La donna non gli conferiva molto peso, intenta com’era a schivare le orde di persone che uscivano dalla curva pensilina in vetro della stazione di Canary Wharf, forse la zona più protetta di Londra. Ma non esisteva un luogo sicuro quel giorno, per nessuno. Avevano appena varcato la soglia della lunga scala mobile di destra, una delle due che portavano al piano interrato, e osservavano dall’alto decine di persone accalcate presso le porticine automatiche.

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Antonio Bottalico
Il prossimo 15 maggio compirò ventotto anni e mi sento un ragazzo fortunato sotto molto aspetti. Ho svolto solo il primo anno di Lettere Moderne, al momento sono ancora iscritto ma sto lavorando per mantenermi un corso di sceneggiatura. Il prossimo anno riprenderò sicuramente gli studi e me li manterrò lavorando la sera. Ho esperienza nel giornalismo e nell'amministrare squadre di scrittori, come ho fatto portando avanti la redazione che ho fondato tempo fa con annesse pagine social. Oltre la scrittura, la mia più grande passione sono la finanza e i mercati. Ho un conto da trader che seguo quotidianamente. Spero che la collaborazione con bookabook possa essere un trampolino di lancio.
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