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In un oscuro futuro la superficie della luna è interamente occupata dalla più grande megalopoli del sistema solare, dove una minoranza di esseri chiamati devianti, vive aspettando di risorgere. Fra le sue strade Kinsky, un veterano delle guerre di Marte, è in cerca di due giovani devianti, Damon e Shasta, con l’intento di portare via il ragazzo. Kinsky, infatti, è il Tutore di Damon, l’essere immortale che i devianti aspettano per cambiare il loro destino. Membro di un ordine segreto, è di Kinsky il compito di preservare e placare Damon, per evitare che il potere del ragazzo sfugga di mano. A Serenitatis, un settore abbandonato della luna dove le persone affette da una sindrome oscura si addentrano per lasciarsi morire, le strade di Damon si intrecciano in un legame di vendetta con quelle di Luis Amos, un giovane disperato disposto a dannarsi l’anima. Luis, bloccato a Serenitatis, riuscirà a fuggire e redimersi? Riuscirà Kinsky a placare Damon, evitando la fine dei mondi degli uomini?

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro partendo da un racconto, attorno al quale ho ricamato una storia e a creare un mondo. In, credo, una decina d’anni quel racconto è diventato il secondo capitolo di un intero romanzo. Realizzarlo è stato per me un lavoro lungo e stancante, ma ricco di soddisfazioni e di emozioni perché, non avendo da subito idea della trama in sé, di volta in volta la storia si è sviluppata davanti ai miei occhi scrivendo, come fossi stato io stesso il primo lettore del mio romanzo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

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PROLOGO

“Quando scesi dalla navetta la prima cosa che vidi fu una bambina […]. L’aria per noi era pesante e rarefatta, al limite della sopportazione, ma lei sembrava non soffrirne affatto. […] I suoi occhi brillavano di un colore impossibile, meraviglioso.

Li avevamo dimenticati per troppo tempo. […] Per circa tre secoli siamo stati troppo occupati a distruggere noi stessi e la nostra Terra. Tre secoli durante i quali l’uomo ha perso interesse nei confronti del cielo e delle stelle. I primi coloni della nostra luna, i nostri fratelli che avevamo mandato a precederci e a creare nuovi mondi per l’umanità, hanno avuto tempo di adattarsi alle condizioni avverse nelle quali li avevamo abbandonati e costretti a vivere. Ma a quale prezzo? […]

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Qualcosa li ha cambiati, ha deviato il loro aspetto, li ha mutati nel profondo, li ha resi più forti di quanto noi riusciremo mai ad essere. I coloni che sono sopravvissuti agli stenti ed alla forza delle tempeste lunari, che ancora imperversano sulla sua superficie, hanno generato figli con caratteristiche idonee a questo ambiente. I loro occhi sono di un viola acceso che al buio risplendono come luci soffuse, tanto deboli a volte da poterle notare soltanto impercettibilmente nell’oscurità. I loro capelli tendono al grigio anche nei soggetti più giovani, i loro corpi sono atletici anche negli anziani e sembrano essere estremamente longevi. Non possiedono armi, essendo di indole pacifica, e non ne hanno bisogno, perché non hanno nemici.

Professano una religione che pare essersi sviluppata dipanandosi dal miscuglio delle religioni che i primi coloni, i nonni dei loro nonni, professavano arrivando dalla Terra. Alcuni di loro credono che un giorno nascerà tra loro un ragazzo (loro lo chiamano il “Rheav”) che non potrà morire, che avrà il potere di vita o di morte su ogni cosa, capace di entrare ed uscire da un mondo metafisico che, come credono, circonda ogni cosa. Dopo di lui nascerà una ragazza, in grado di donargli dei figli, dando inizio ad una stirpe di esseri eterni. […]

Hanno eretto i loro templi sul fondo del cratere di Tycho, dove la loro comunità è cresciuta intorno alla prima base lunare. Dal momento in cui le tempeste hanno cominciato a perdere intensità, gli uomini e le donne di Tycho hanno risalito l’orlo del cratere ed hanno costruito le loro case anche nelle regioni lunari limitrofe, tanto che ora l’abitato presente è paragonabile a quello di una piccola città. C’è tanto spazio per vivere su questo piccolo sasso. […]

Le mie navi atterreranno presto. Ho deciso di anticipare di qualche settimana l’arrivo dei migranti che ho salvato dalle ceneri della Terra per essere sicuro che per loro ci fosse davvero una speranza concreta di sopravvivere sulla Luna. Buona parte dell’equipaggio dello shuttle con il quale siamo atterrati sta soffrendo fortemente quello che abbiamo ribattezzato “il mal di luna”. Io stesso, nonostante la mia esperienza giovanile da astronauta, quasi non riesco a tenermi in piedi per questo male. Sapevo che non sarebbe stato facile, ma sarebbe potuto essere peggio, molto peggio.

Fortunatamente i coloni hanno portato avanti il programma di terra-formazione della luna e l’atmosfera si è rivelata essere più vivibile di quanto sperassi. Installeremo nuove turbine metereologiche che renderanno il processo più rapido e cominceremo una nuova vita qui. Molti non reggeranno al cambiamento, ma regaleremo ai nostri figli un luogo migliore di come l’abbiamo trovato al nostro arrivo. Non mi aspettavo che gli antichi coloni fossero sopravvissuti dopo tutti questi anni, il loro adattamento mi regala la speranza che anche noi potremo fare lo stesso. Dovremo vivere insieme, imparare da loro, tornare ad essere fratelli.   

Alexander Norris, dalle sue memorie 23 Settembre 3085 d.C.:  Testo bandito dal Porporato.

Luna. Anno 4086 d.C.

1001 anni dopo il primo esodo

Il prima…

L’hotel Frequency, in Pope Street, nel settore di Nubium, Luna, era un edificio di quarantadue piani posto proprio ai limiti dell'area nota come ”NoLifeZone”, al confine con il vicino settore di Humorum, e non molto lontano dal grande mercato coperto di Mercury Street. Il taxi stradale, per evitare traffico, aveva attraversato proprio la N.L.Z. prima di scaricare Kinsky, il proprio passeggero, al centro del settore di Nubium, nelle vicinanze dell’Hotel Frequency. 

Kinsky, durante il tragitto, aveva scorso con lo sguardo lo scenario umido e deprimente di un susseguirsi di cartoni, baracche e tende rabberciate poste ai margini delle strade. Tra palazzi fatiscenti in piedi per miracolo, illuminati da focolari che bruciavano immondizia o provenienti da bidoni in fiamme agli angoli delle strade, aveva visto corpi stesi a terra, forse addormentati o forse morti, circondati da bestie randagie ed accattoni coperti di stracci. Si era impedito di vomitare per l’odore di marcio che penetrava nell’abitacolo nonostante i vetri chiusi. Poi aveva semplicemente smesso di guardare fuori dai finestrini bagnati di pioggia mettendosi a pensare a quanto gli facesse schifo quella città ed al modo più rapido per poter andarsene. 

Migliaia di persone senza fissa dimora vivevano, anzi non vivevano, nella NoLifeZone tra i settori di Nubium ed Humorum, in un raggio di circa dieci chilometri quadrati di quartieri dimenticati. Luna vantava diverse “NoLifeZone” sparse su tutta la sua superficie. Prima tra tutte c’era Dark Side, l’intero lato nascosto del satellite, che rappresentava una distesa immensa di sprawl urbano dove la densità abitativa si era ridotta quasi al minimo. Considerando l’enorme superficie presente, sul lato nascosto della luna abitavano comunque miliardi di persone sparse in quartieri semi-deserti, ed in gran parte abbandonati, perché impossibilitate di permettersi di vivere nei sovrappopolati settori centrali della megalopoli posti sul lato visibile della luna, dove comunque la qualità di vita rimaneva, per la maggioranza dei casi, al limite della decenza.

La NoLifeZone terminava senza limiti precisi e, improvvisamente, addentrandosi nel cuore di Nubium, il taxi si era ritrovato immerso in un traffico di mezzi e persone che definire caotico non aveva alcun senso. L’autista parlava velocemente in un gergo sub-urbano e subculturale tipico della sua professione che Kinsky aveva rinunciato da subito a capire. Appena il mezzo riuscì ad accostare Kinsky pagò e uscì senza salutare. Una volta sceso dall’auto dovette muoversi a spallate per guadagnarsi un metro quadro scarso dove fermarsi per poter capire dove si trovasse. Gli bastò poco per realizzare che il taxista non lo aveva scaricato in Pope Street, ma chissà in quale altra strada di Nubium.

Sotto al neon di un venditore di spezie e rettili chiese ad un tipo con la barba, giovane e grassottello, che indossava un visore sollevato sopra la fronte filo-collegato alla tempia, dove fosse l’Hotel Frequency. Il ragazzo, che aveva un’aria da studente d’informatica appassionato di videogames e sesso olografico, l’unico in grado di appagarlo senza costringerlo a fare i conti con le sue insicurezze di fronte ad un corpo in carne ed ossa, gli rispose buttando un pollice dietro alla sua spalla.

– La vedi quella merda grigia laggiù? Quello è il Frequency.

Il dito grassoccio del giovane fece posare l’occhio azzurro di Kinsky sull’edificio che stava cercando: un brutto palazzone scuro in vetro, acciaio e metallo che si stagliava oltre una riga di palazzi che si trovavano al di là della strada dove il taxi lo aveva lasciato. Il grigio scuro del palazzo si confondeva con il nero della perenne notte lunare, resa ancora più buia dalle nuvole e dai vapori che oscuravano quasi sempre il cielo sopra Luna. La città, nei suoi settori centrali in particolare, era perennemente illuminata da neon e lampioni sfarfallanti, da fumi iridescenti e semafori lampeggianti, pubblicità aggressive imponevano luminosità alle strade principali. Potenti proiettori posti sui tetti dei grattacieli, disegnavano le vie del cielo e punti di riferimento per le hypercar. L’illuminazione pubblica non mancava mai, neanche nelle NoLifeZone, anche se spesso la manutenzione veniva a mancare e molti angoli rimanevano al buio. Nei dintorni dell’Hotel Frequency però le vie principali di Nubium risplendevano in ogni angolo.  Attraversando la strada Kinsky dovette fare attenzione a non intralciare sia automobili che pedoni. Sembrava non esistere alcun ordine o precedenza da rispettare sull’asfalto, i semafori lampeggianti sembravano illuminarsi a caso per quanto poco venivano rispettati.

Kinsky ripensò a Marte, a Salmacis, la capitale della nazione di Tharsis, dov’era nato. Ripensò all’ordine che vi regnava prima della guerra, come fosse una cosa relativa alla vita di qualcun altro. Una volta arrivato sul marciapiede opposto, una hypercar della polizia stava lentamente atterrando a pochi metri da lui così, per evitare il rischio di controlli, prese una via laterale più stretta che si infilava nella riga di palazzi che lo dividevano dalla zona dove si trovava il Frequency. La strada era secondaria e faceva un angolo tra i palazzi, ma non per questo era meno affollata della precedente.

Tra quelle mura più strette la sua presenza passava meno inosservata e Kinsky cominciò a sentirsi molti occhi addosso. Davanti ad ogni bar o mini-market stazionavano tipi che osservavano tutto ciò che gli si muoveva davanti. Passando attraverso le luci olografiche che fuoriuscivano dall’ingresso di una rumorosa sala giochi Kinsky capì di avere qualcuno alle spalle che lo seguiva. Lanciando un rapido sguardo ad un vetro vide il riflesso di due uomini dietro di lui che si mantenevano a qualche metro di distanza. Se doveva liberarsi di loro tanto valeva farlo lontano da occhi indiscreti, pensò Kinsky. Non volendo attirare attenzioni inutili svoltò nel primo vicolo che gli si presentò lungo la strada.

I due uomini fecero lo stesso ma dopo poco si fermarono di colpo perché, nella mano destra di Kinsky, era apparsa una grossa pistola. Nel momento esatto in cui la sua mano aveva impugnato il calcio dell’arma il meccanismo di sicurezza si era disattivato, attivando nel contempo il sistema automatico di incameramento aggiuntivo con un sibilo crescente che raggiunse il suo culmine terminando nel momento esatto in cui la camera di scoppio aveva raggiunto il massimo della capienza.

Tale meccanismo culminò con l’accensione di una sottilissima banda luminosa di colore rosso sui due lati della canna, la quale poteva, volendo, anche rimanere celata per non essere notata al buio dai nemici. Kinsky in questo caso però voleva che la sua arma risultasse ben visibile nella penombra di quel vicolo. Mentre il sibilo raggiungeva il suo culmine il marziano si era girato a guardare i suoi inseguitori: due topi da bar travestiti da teppisti con le facce in astinenza da chissà quale droga in voga in quel momento nelle peggiori strade dei sobborghi di Luna. Kinsky non aveva nessun interesse nel sapere quali drammi sociali li avessero resi i relitti umani nei cui panni si erano presentati alle sue spalle, odiava a tal punto Luna da poter benissimo eliminare quei due soltanto per il fatto che ci vivevano dentro.

La vista di quell’arma però fu sufficiente a convincere i due indigeni a girare i tacchi con un gesto di scusa e a lasciare il vicolo tornando sui loro passi. Succedeva spesso, pensò Kinsky. La sua era una pistola molto particolare, una ZK 233 si vedeva raramente e, inconsciamente, sapeva mettere paura anche solo guardandola. Prima di riporla nella fondina nascosta sotto al cappotto scuro il dispositivo di incameramento aggiuntivo, che donava alla pistola una potenza distruttiva fuori dal comune, si disattivò, le sottili strisce luminose si spensero e l’arma si mise a riposo.

Il vicolo terminava proprio in Pope Street. Aveva ricominciato a scendere acqua puzzolente sotto forma di pioggia dal cielo. Come la strada dove l’aveva lasciato il taxi, anche questa via era un caos assoluto, forse anche peggiore. L’Hotel Frequency era poco distante, Kinsky poteva vederne l’ingresso. Attraversò nuovamente la carreggiata dove le auto erano congestionate in un traffico immobile e raggiunse, percorrendo il marciapiede, l’ingresso principale dell’albergo. Bastò la prima occhiata all’interno della hall per far capire a Kinsky che posto fosse il Frequency.

Essendo competitivo coi prezzi richiesti per affittare un loculo in uno degli hotel alveare della zona di Nubium, il Frequency rimaneva uno degli hotel “vecchio stile” più frequentato e conosciuto dai viaggiatori di passaggio e da gente bisognosa di sistemazioni spaziose a prezzi modici. Certo, il rapporto qualità prezzo non era dei migliori, a giudicare da come si presentava l’ingresso, ma a molti evidentemente risultava comunque meglio che dormire nello spazio di una bara. 

La hall era affollata di gente che occupava gli spazi vegetando tra il mobilio di scarsa qualità e facendo un gran baccano.

Al banco della reception c’era un uomo grasso senza braccia che era intento a fissare il monitor del computer al quale era filo-collegato mediante cavo. Vedendo Kinsky avvicinarsi gli disse sbraitando:

– Che hai da fissare? Non lo sai che è maleducazione fissare i menomati? Sono un veterano delle guerre di Marte!

– Anche io… – disse sovrappensiero Kinsky dando due colpetti alla fronte del vecchio androide da reception che se ne stava disattivato a prendere polvere di fianco al menomato di guerra. C’era un uomo pelato e completamente glabro seduto al bancone della reception, poco oltre il robot disattivato, che se ne stava appisolato seduto sullo sgabello con la testa appoggiata al braccio lungo sul bancone.

– A FreePoint City ho perso entrambe le braccia per una granata di quei Posseduti invasati di Callisto – proseguì l’uomo senza braccia.

– A FreePoint eh? Strano, perché FreePoint City non è su Marte, è su Venere… e laggiù non ci sono state guerre, non ancora almeno.   

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Andrea De Gennaro
Nato a Genova nel 1985, dove vive tuttora con sua moglie e i loro due gemellini. Laureato in tecniche di radiologia medica per immagini e radioterapia, da sempre appassionato di fantascienza e storie fantastiche, ha cominciato a scrivere per soddisfare la propria voglia di dare spazio alla sua immaginazione e per il piacere personale di condividerla con gli altri. La realizzazione di questo desiderio lo ha portato a vivere vere e uniche emozioni, perché chi scrivere fantascienza è il primo a visitare i mondi fantastici che egli stesso crea, sperando poi di portare più persone possibili ad accompagnarlo in questo viaggio.
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