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Dente di Leone

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Consegna prevista Febbraio 2025
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“Non è vero che abbiamo poco tempo, è che ne perdiamo molto.” Il romanzo parte da qui. Da una citazione di Seneca contenuta in “De Brevitate Vitae.” Il protagonista “Ettore K” Incarna a pieno il conflitto tra visione materialistica e visione spirituale della vita. La storia si fa portavoce di un concetto chiave: capire che il tempo ha una scadenza, le persone a cui vogliamo bene non sono eterne, e bisogna vivere intensamente tutto ciò che la vita ha da offrire. Il titolo rappresenta l’elemento chiave intorno a cui si sviluppa la storia. Infatti, il dente di leone si fa portavoce dei desideri dei personaggi principali, dall’inizio del romanzo, fino alla fine.
Dente di Leone, quindi, segue le vicende di Ettore K, che è un ragazzo di vent’anni, ordinario, ma ossessionato dalla fame di riscatto sociale, che sogna di diventare ricco e potente. La sua vita sembra tranquilla, fino a quando degli eventi faranno scoppiare la bolla di materialismo in cui ha vissuto i suoi primi vent’anni.

Perché ho scritto questo libro?

Il concetto da cui parte questo romanzo, il tempo che scorre inesorabile, e l’essere umano che non riesce a valorizzarlo, mi ha sempre affascinato. Viviamo in una società materialista, che ci insegna che la felicità è basata sui numeri. Cosa succederebbe invece, se la vita ci picchiasse così forte da farci rendere conto che stiamo dando valore alle cose sbagliate?
Dente di Leone è un invito a trovare la felicità dentro di noi, e nelle persone che ci amano, dimenticandoci delle futilità.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

I CAPITOLO

2022.

“Non è vero che abbiamo poco tempo, è che ne perdiamo molto”. Così scrisse Seneca in “La brevità della vita”. Attraverso queste poche ma efficaci parole, credo di poter riassumere la mia vita negli anni passati. Ricordo ancora come se fosse ieri, la prima volta che questa frase è piombata nella mia vita. Fu Davide, il mio più caro amico, a farsene portavoce. Un concetto semplice, a tratti banale, eppure si fa estremo riassunto di un tema così profondo e ampio, da non poterlo mai sviscerare del tutto. Si basa sul presupposto che l’umanità spreca il tempo concessole dalla natura dando priorità alle banalità della vita. Seneca si scaglia contro l’essere umano, reo di non saper sfruttare il tempo a propria disposizione.

L’uomo è impegnato da secoli, in una corsa affannosa all’accumulo, al desiderio di possesso. è tutta una gara a chi riesce a intascare più soldi, a chi riesce a collezionare più beni materiali. Siamo travolti dalla società dei consumi, della produttività. Ci perdiamo in delle assurdità, senza renderci conto che il tempo che ci è dato non è eterno. Che tutto passa inesorabile, che bisogna apprezzare fino in fondo ogni attimo di felicità, perché potrebbe non tornare più. Ho sempre avuto la sensazione di vivere aspettando qualcosa, o qualcuno. Ma credo che viviamo tutti sempre in attesa di. Io stesso ho passato gran parte degli anni della mia esistenza, a programmare ogni cosa, ad aspettare il momento giusto.
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Come se la mia vita fosse una partita a scacchi, e avessi sempre l’ossessione di dover fare la mossa giusta, altrimenti mi avrebbero messo in scacco matto. Chi esattamente non saprei dirlo, ma avevo la sensazione di giocare la mia partita con un’entità più grande di me. Ogni dettaglio doveva essere accuratamente pianificato, per non farmi cogliere impreparato in futuro. Ho passato la mia vita ad assegnare attività per ogni età della mia vita. A venti anni dovevo fare questo, a venticinque dovevo essere questo, a quaranta dovevo essere questo. Ma chi ci dà la garanzia di avere tutto il tempo a disposizione? È l’errore più grande che un essere umano possa fare. Vivere come se fossimo immortali.

Se dovessi fare un bilancio degli anni passati, quanti potrei dire di averne vissuti davvero? In più, per quanto ci si sforzi, niente può prepararci a ciò che vivremo realmente. Qualsiasi cosa succeda, non siamo mai pronti ad affrontare ciò che ci attende. Non c’è errore più grave di questo. L’attesa del futuro rende il presente evanescente. Quando si è piccoli, si tende a credere che tutto duri per sempre, che la piccola bolla in cui sei chiuso e cullato – che ingenuamente chiamiamo “il nostro mondo” e in cui ti senti protetto, non possa mai scoppiare. Eppure, scoppia, e quando scoppia fa così tanto rumore che ti sembra di non riuscire a sentire nient’altro. Un frastuono assordante che ti lascia tramortito per tanto tempo. Non puoi fuggire. Ti viene a cercare ovunque scappi. A me è successo così. Un giorno, mentre vivevo la mia vita ignaro che il tempo avesse una data di scadenza, la mia bolla è scoppiata per sempre. E niente è stato più come prima. All’improvviso il mondo mi è crollato addosso senza che neanche avessi il tempo di reagire, né di capire cosa stesse succedendo. Ho provato in tutti i modi a fuggire disperatamente, ma sono rimasto sotto le macerie. Mi sentivo come su un ring, in un combattimento di pugilato, ma senza regole che vietassero i colpi critici. La vita mi aveva messo alle corde. Per quanto io alzassi le braccia in segno di difesa, per evitare i colpi, era tutto inutile. non ci riuscivo. Fino a che un’anima, forse non terrena (non mi sono dato altra spiegazione dopo gli eventi che sono successi in questi ultimi anni) mi ha ripescato dalle corde, abbattuto, triste, inerme, e mi ha insegnato di nuovo a camminare da solo. Assorto nel ricordare il mio passato, mi sono dimenticato di allacciare le cinture di sicurezza in aereo.

signore, la prego si metta le cinture di sicurezza, altrimenti non possiamo decollare” dice una voce femminile. E così faccio. Allaccio le cinture e finalmente decolliamo. Il decollo è andato bene. È sempre la parte che mi spaventa di più, sento la testa pesante e come in una centrifuga. Ho preso il posto finestrino questa volta. Di solito preferisco il posto corridoio, in quanto mi dà un senso di sicurezza maggiore e meno claustrofobia, ma volevo ammirare il panorama, e vedere l’aereo superare le nuvole. Sono diretto in Germania. Pensare al mio passato mi aveva decisamente stancato, in più sono giorni in cui non dormo bene, domani sarà una giornata troppo importante e devo essere pronto. Sentivo le palpebre sempre più pesanti, cadere. Noto con piacere che sul sedile è presente la mappa con gli spostamenti in tempo reale, nonostante sia un volo breve. Ma c’è un rumore inconfondibile. Il ticchettio della pioggia sulle finestre dell’aereo. Inizia a piovere. Colpito come da un senso di stordimento, la vista si annebbia sempre di più, forse dovuto all’alcool che avevo bevuto prima di salire sull’aereo. Quando viaggio in aereo bevo sempre qualche bicchiere. Mi aiuta a stendere i nervi e non pensare alle altezze. La pioggia sempre più insistente mi riportava a lei, e al 2015, il mio anno zero. Quando la mia vita mi ha colpito in tutta la sua crudeltà e durezza, mostrando il suo volto più oscuro. Mentre ripenso agli eventi del 2015, mi rendo conto di non essere più lucido, il sonno sta prendendo il sopravvento, devo essere davvero esausto.

II capitolo

2015

Nel giugno del 2015 avevo vent’anni. Ero nei miei anni migliori. O meglio quelli che sono identificati generalmente come gli anni migliori. Frequentavo la facoltà di Economia e Management all’Università di Salerno, ed ero in procinto di concludere con successo il mio secondo anno. Ero ciò che si poteva definire la punta di diamante del mio corso di studi, uno studente modello, tutti volti altissimi, la mia media rasentava il trenta e i professori non facevano altro che elogiarmi. Non dimenticherò mai la mole di complimenti che mi fece il professor Ambrosi dopo il suo corso di Marketing. “Sei stato impeccabile, uno dei lavori di fine corso più illuminanti che io abbia visto negli ultimi anni.” così disse. E poi continuò “Hai un futuro assicurato nelle più grandi aziende del nostro paese. Continua così e le multinazionali faranno a gara per accaparrarsi una risorsa come te!”. Ambrosi usava spesso questo termine “RISORSA”. Tendeva a oggettificare gli studenti più brillanti e meritevoli del suo corso, definendoli “una risorsa strategica da spendere in azienda”.

All’epoca ne fui entusiasta. Pendevo dalle sue labbra. Ero convinto che la felicità risiedesse nell’essere una risorsa indispensabile per una qualsiasi azienda, diretta da un imprenditore non identificato. Ne ero entusiasta perché era questo il mio obiettivo, o ciò che mi ponevo come tale. Non era un sogno nel cassetto, ma un obiettivo. Qualcosa per cui lavori duramente per tutto il corso della vita, un traguardo da raggiungere. Dovevo diventare una risorsa, me lo ripetevo sempre. Dovevo rendermi indispensabile, dovevo imparare quante più cose possibile, sempre più competenze, dovevo ottenere altri elogi, altri complimenti, che non facevano altro che alimentare il mio ego. Ero uno degli studenti migliori del mio corso di laurea. Ne ero consapevole. Uno dei pochi che avesse speranza di “conquistare la giunga lavorativa” così come mi ripeteva sempre Ambrosi. Non ero uno studente modello perché fossi particolarmente dotato di quoziente intellettivo fuori dal comune. Ma mi impegnavo con tutto me stesso. Veicolavo tutte le mie forze nello studio, e non solo. Ero ossessionato dall’idea della vittoria, della brama di successo, dal riuscire ad ottenere una posizione sociale che mi elevasse da una situazione familiare altrimenti fatiscente.

Così ho passato tutta la mia adolescenza – e non solo – a lottare, a volte contro i mulini a vento. La mattina la sveglia suonava prestissimo, circa alle 5:30. Alle 6 in punto uscivo di casa per andare a correre. Mi aiutava a mettere a fuoco le idee ed essere più concentrato per la giornata che mi attendeva, così pensavo. Me lo ripetevo per autoconvincermi. Poi tornavo a casa, una doccia, mi vestivo e andavo all’università. Il campus di Salerno non brillava per essere tra i migliori atenei italiani nelle classifiche annuali, ma era certamente valido e storico. Di ritorno dalle lezioni universitarie, studiavo. E quando non studiavo, mi allenavo. Non solo la mattina facevo la mia solita corsa, il pomeriggio mi allenavo in pista per i 100 metri. La mia fame di riscatto aveva un piano B. Se non fossi diventato un grande dirigente di una multinazionale – cosa che reputavo certa, visto l’impegno che ci mettevo, e non contemplavo il fallimento – sarei stato un atleta. Avevo il fisico adatto. Risultato di anni e anni di allenamento e sacrificio. Seguivo un regime alimentare rigido, che mi permetteva di reggere i frequenti allenamenti. Così ogni giorno in pista, correvo i 100 metri. E non solo. Per ottenere il tempo che mi permettesse di arrivare ai campionati nazionali, dovevo “scendere di 1 secondo”. In apparenza una banalità. Ma nella velocità, al contrario delle maratone, far scendere il proprio tempo anche solo di un secondo richiede anni di sacrificio e costanza. Gli allenamenti erano faticosi. Così faticosi che ogni volta che terminavo una sessione, mi stendevo a terra, con il respiro corto e con i conati di vomito. Spesso mi nascondevo e vomitavo per la fatica. Era un incubo, il mio corpo chiedeva una tregua, ma non potevo mollare. La voglia di arrivare al traguardo era troppa. Ed io non ero neanche ai nastri di partenza. E così continuai con gli allenamenti per un bel po’. Quindi, se il mio piano A non avesse funzionato, sarei stato tranquillo che il piano B fosse pronto a salvarmi il futuro.

A quei tempi ero terrorizzato dall’idea del futuro. Lo vedevo come un mostro che aleggiava su di me, un orologio a pendolo che scandiva lo scorrere del tempo. Ero ossessionato, non vedevo l’ora che passassero gli anni universitari per vedere i miei obiettivi realizzati, dimenticandomi nel frattempo di vivere. Ero così proiettato in avanti da dimenticare il mondo circostante, a volte per giorni interi. Questa mia esigenza di riscatto era dovuta a tutti gli anni di difficoltà economiche che abbiamo affrontato io e i miei genitori. Io sono nato a “C.” un piccolo paesino in provincia di Salerno, che contava 3000 anime. Lì i miei genitori avevano un negozio di frutta e verdura. Ma presto, con il diffondersi dei centri commerciali e dei supermercati – che mio padre chiamava le bestie ammazza famiglie – sono stati costretti a chiudere. Subito dopo i miei genitori trovarono lavoro in un’azienda di plastica a Salerno, così ci siamo trasferiti in centro, cambiando completamente vita. Negli ultimi tempi prima che ci trasferissimo, la situazione economica era davvero disastrosa. Mia madre diluiva il latte con l’acqua. Mio padre perdeva peso a vista d’occhio, per non far mancare niente a un me di undici anni. A scuola ci andavo sempre con gli stessi vestiti, e a quell’età si sa che questo non ti porta certo ad essere uno dei ragazzi “popolari”. E inevitabilmente fui preso di mira. La sera che capii che eravamo arrivati al limite, fu al mio compleanno, quando mio padre scoppiò a piangere dicendomi che non poteva farmi un regalo. Non avevo mai visto mio padre piangere in quel modo. È un uomo tutto d’un pezzo, che non si lascia andare facilmente alle emozioni. Si direbbe uno “all’antica”. Quella notte, in silenzio, giurai che avrei avuto successo nella vita, in un modo o nell’altro, anche al costo di sacrificare me stesso, giurai che non avrei mai permesso a mio padre di piangere ancora una volta. Avevo un unico obiettivo. Diventare qualcuno di importante. Per questo ho sempre lavorato sodo e non ho mai mollato. 

“Non è facile essere Ettore K.” mi diceva sempre Davide, il mio migliore amico. In effetti non era facile essere me. Anche io me ne rendevo conto. Avevo così poco tempo libero che la mia vita privata non esisteva più. Avevo perso di vista tutti i legami sociali. Avevo una fidanzata, si chiamava Ludovica. Lei era molto innamorata, o almeno così sosteneva, mentre io ero troppo preso dallo studio e dagli allenamenti per dedicarle il tempo che mi chiedeva. Così dopo appena un anno mi lasciò. Non la biasimo sia chiaro. Essere me non era facile, è vero, così come non lo era starmi vicino, tantomeno essere la mia ragazza. Solo che non me ne rendevo conto. Ero accecato. Potrei identificarmi come il Faust di Goethe. Desideroso di conoscenza, di diventare qualcuno, quasi ai limiti della divinità. Ma bisogna stare attenti a quello che si desidera. Come ogni personaggio che tende all’infinito e a volare, – metaforicamente- il rischio di cadere è sempre in agguato. Più in alto vuoi arrivare, più in basso puoi cadere. Come Icaro. Le mie erano ali di cera. E mi stavo avvicinando troppo al sole.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Cristian Cerrone
Cristian Cerrone nasce a Salerno, il 16 dicembre 1997. Consegue la laurea in lingue e letterature moderne all’Università degli Studi di Salerno, con una tesi in letteratura inglese, sul romanzo di critica sociale durante l’età vittoriana.
Dopo aver dedicato tutta la sua vita agli studi, ora è un libraio.
Mostra particolare interesse verso i romanzi e le letture che hanno risvolti psicologici, e offrono spunti di riflessione.
Nel tempo libero scrive storie, e canta le sue canzoni.
Cristian Cerrone on Instagram
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