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Di Tazebao e altre storie

Di Tazebao e altre storie
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Consegna prevista Luglio 2023
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Lucia è una donna di quarant’anni. Un giorno si ritrova a dover svuotare la cantina della madre che deve fare un trasloco. Cercando tra gli scatoloni, ritrova diversi oggetti, attraverso i quali rivive, in una serie di flash back, i momenti salienti del suo primo anno di liceo. Si rivede giovane studentessa del quarto ginnasio del Liceo Tasso di Roma, all’inizio della metà degli anni ’90.
Di Tazebao e altre storie vuole essere un romanzo di formazione, in cui il lettore sfoglia il percorso di crescita – personale, intellettuale e sentimentale – di Lucia, con uno sguardo alle diverse sfaccettature caratteriali ed emozionali anche delle persone che incontra lungo il suo cammino. Ma vuole essere anche una finestra sullo sviluppo emotivo di una generazione, nonché su un periodo come quello della metà degli anni ’90, che ha fortemente caratterizzato quella generazione di attuali quarantenni che si ritrova ora in una condizione in cui ancora non riesce ad affrontare serenamente il propri

Perché ho scritto questo libro?

Qualche anno fa mi è capitato di aprire un vecchio scatolone e di ritrovare una serie di numeri del giornale scolastico e volantini del gruppo politico di cui facevo parte al liceo. Sfogliandoli, una serie di immagini di quegli anni mi sono tornate alla mente. Insieme ai ricordi, alle emozioni e alle esperienze vissute dalla me adolescente nella seconda metà degli anni ’90. Così ho iniziato a scrivere di Lucia. La quattordicenne che sarei voluta essere. Vista dalla donna che sono diventata.

ANTEPRIMA NON EDITATA

LUCIA

Non le va. Non le va proprio per nulla di dover scendere in quella cantina. Sin da piccola guardava con terrore a quella rampa di scale. Si ritrovava spesso a fissare il lampeggiare scomposto della luce al neon ancorata al soffitto, in grado di proiettare mostruose ombre sul muro. Ha sempre cercato di evitare il vano cantine di quel vecchio palazzo malandato. E ora se ne sta lì già da un po’. Cuffiette alle orecchie per darle forza. I lacci del cappuccio della felpa in bocca, come maturi ciucci di bimba ormai troppo grande per essere spaventata. La mano che saldamente tiene il corrimano. Ancora quattro gradini. L’odore di chiuso che inizia ad entrarle nelle narici. Terzultimo gradino. Vede la porta chiara d’acciaio sempre più vicina. Penultimo gradino. Tira fuori la vecchia e pesante chiave dalla tasca.
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Ultimo. Chiude gli occhi, prende un bel respiro e lo salta. Andando a sbattere contro la porta. E ora si trova davanti alla porta numero 6. Quella in cui dovrà entrare. La mano sulla maniglia. Cercando di capire per quale motivo non abbia semplicemente detto a sua madre di prendere e buttare tutto.

Era già successo. Aveva accettato di rinunciare ai suoi 300 albi di Dylan Dog, di permetterle di regalare gli ultimi residui di giocattoli che erano rimasti dalla sua infanzia, di distribuire i suoi manifesti e i suoi libri. Perché questa volta non aveva semplicemente detto di no alla richiesta di andare a svuotare le ultime tre scatole rimaste in quella umida, buia e spaventosa cantina?

Perché sua madre aveva usato una specie di parola magica.

“Guarda che credo siano le scatole del Tasso. Io non metto mica mano là dentro”.

E ora, con le note di un gruppo di ventenni appena usciti da un reality nelle cuffiette e il terrore bambinesco per quell’antro ammuffito a mascherarle il fatto di essere quasi uscita dagli enta, Lucia prende fiato e gira la chiave. Un clack arrugginito a farle sentire un brivido lungo la schiena e la mano timida a cercare subito l’interruttore della luce. Lo stretto corridoio si illumina fiocamente, mostrando le assi composte montate ad arte dal nonno, solide a sorreggere ciò che resta del passato di una famiglia dai perenni spostamenti. Le mani tremano. Non le va. Non le va proprio per nulla di affrontare la polvere che negli anni si è depositata su quelle scatole. Non le va di affrontare le conseguenze di quegli acari ventennali che le stanno solleticando il naso. Cerca di barcamenarsi tra gli scatoloni, intravedendo sui ripiani anche pennelli rinsecchiti dal disuso, abbandonati lì ancora intrisi di sbiadito colore e cd e vecchie audiocassette come se piovessero, lasciati in silenzio per troppi anni. E poi rivede su uno degli scatoloni la sua scrittura fanciullesca e riconosce quelle due lettere, Lu, con cui siglava tutto. Non le va. Non le va proprio per nulla di dover aprire quella scatola. Ma prende fiato. Chiude gli occhi mentre le sue dita ne lambiscono i bordi. E la apre. Ritrovandosi con gli occhi umidi a rispondere al sorriso di una ragazzina che la guarda da una foto.

Un largo boubou burkinabè azzurro a illuminarle il viso e lunghe treccine a nasconderlo dall’obiettivo. Stretta a quel cucciolo africano che le aveva fatto compagnia in quella intensa estate del 1995. Quella in cui si ritrovò con una famiglia rinnovata a cercare di ritardare il più possibile il momento in cui sentiva che sarebbe dovuta crescere. Tre mesi fatti di ruzzolate dalle dune, di sudate nuotate in una piscina in mezzo al deserto, frutti esotici e amebe da curare con la gassosa e zanzare da illudersi di poter allontanare con sottili veli sopra al letto. Lucia tiene stretta in mano quella foto, guardando se stessa a quattordici anni e

sorridendo anch’essa nel vedere come nei suoi occhi di poco più che fanciulla ci fossero gioia mista a spavalderia. La stessa determinazione che la portò, quel giorno di metà settembre del 1995, a raccogliere le sue belle treccine con un fermaglio d’argento orgogliosamente comprato dopo lunga contrattazione in un mercato in mezzo al deserto del Sahel; a salire sul 58 a Piazza Capri andandosi a confondere tra altri zaini e facce spaurite che già affollavano da tempo la fermata, ad attraversare il Ponte delle Valli ergendosi a moderna Cesare che si avviava alla conquista di un nuovo mondo (certo, l’Aniene non era il Rubicone, ma l’impresa di attraversare quel ponte le sembrava spesso un partire alla scoperta di un inesplorato orizzonte al di fuori del suo quartiere periferico); a vedere scorrere quasi in trance le fermate fino a Via Salaria; a camminare decisa verso Via Sicilia, senza farsi intimidire dalla lunga fila di fiammanti motorini parcheggiati a bordo strada, sogno proibito a cui, come chiaramente le era stato fatto capire in casa, lei non avrebbe mai potuto ambire (“l’abbonamento dell’autobus è rosso come lo Scarabeo. Andrà benissimo uguale”). Fino a trovarselo davanti. Maestoso. Solido e massiccio. Non minimamente scalfito dal tempo né dalle intemperie. Un grande portone di legno scuro. Quello che diventò la porta al suo mondo e che la trasformò per sempre. Perché quello non era solo il portone dell’edificio che sarebbe stato il suo liceo per i prossimi cinque anni. Quello era l’ingresso del Liceo Ginnasio Torquato Tasso. E Lucia, varcandolo, stava per diventare una tassinara. Solo più di due decenni dopo, seduta a terra in una cantina umida, circondata dagli scatoloni e tenendo stretta in mano una foto ormai sbiadita, si rese conto di esserlo ancora. E, per la prima volta, si rese conto che lo sarebbe sempre stata.

QUARTINA ERI E QUARTINA RESTERAI

Lo scatolone continua a chiamarla. La cantina non sembra più così angusta. Ma le sue mani tremano visibilmente, mentre poggia la foto sul ripiano, cercando di non farla sgualcire. Non le va, non le va proprio per nulla di incamminarsi per quel viaggio a ritroso negli anni, indietreggiando da ciò che faticosamente è riuscita a diventare nonostante quel luogo. Ma lo scatolone continua a chiamarla, mentre dalle cuffiette Kurt le dice di non fare la stupida e le mani si muovono quasi da sole. Andando a pescare altri pezzi di passato.

Chiude gli occhi. Prende fiato. Infila la mano fino a toccare un piccolo pieghevole plastificato. Legge il suo nome; rilegge il nome di quello storico liceo romano che è stato casa e famiglia per cinque anni. Guarda con un sorriso quelle lettere, IV B, che rappresentavano il segno del suo esordio in quell’avventura che l’aveva fatta diventare una tassinara.

Lucia ricorda ancora, a decenni di distanza, come se nemmeno un attimo fosse passato, il suo primo giorno di scuola: quando dopo aver attraversato quel massiccio portone in legno al civico 168 di Via Sicilia ebbe per la prima volta la sensazione di essere inadeguata ad entrare in quel tempio. Quasi le mancò il fiato vedendo il maestoso androne di ingresso, pensando che fosse fatto appositamente per bloccare l’accesso ai pavidi, a coloro che non avessero spalle abbastanza larghe e forti da reggere il peso di una simile imponenza e storicità.

A Lucia, entrando, sembrò di essere poco più di una formica in confronto all’immensità di quello spazio e temeva che il peso di tutto quel marmo e granito potesse schiacciarla da un momento all’altro. Una piccola porta a vetri chiara, la sua meta, si

intravedeva alla fine dell’imponente scalinata. 11 gradoni gremiti di centinaia di giovani assonnati, che nascondevano dietro le loro impeccabili abbronzature l’ansia dell’inizio del nuovo anno scolastico.

Lei se ne stava lì, ferma al primo gradino, quasi paralizzata dalla paura. Sentiva di non essere pronta, di non essere abbastanza grande per quel peso, che non sarebbe mai riuscita a sostenerlo. Lucia credeva di non meritarsi di essere lì. E ora, a più di vent’anni di distanza, tenendo in mano il suo primo libretto delle giustificazioni, vorrebbe poter abbracciare la sé quattordicenne. Perché il suo spavento nel salire le scale quel giorno era molto, troppo simile, a quello che lei aveva vissuto scendendo quelle della cantina poco prima. Da una parte, il terrore di dover rivivere il suo passato; dall’altra quello di doversi lanciare alla scoperta del proprio futuro. In entrambi i casi, senza essere minimamente pronte a farlo. Non senza farsi male.

Non le va. Non le va proprio per nulla di lasciare sola quella ragazzina sperduta. E si ritrova a parlare con la sua foto, quella con il largo boubou celeste a coprirle le curve:

Daje, Lu. Smettila di guardarti attorno e sali ste cazzo de scale. Tanto da qua nun scappi.

È la stessa frase che si era ripetuta quell’11 settembre 1995. Il giorno in cui quei 11 gradoni la terrorizzarono. Il giorno in cui 900 adolescenti in attesa della campanella, pronti come lei ad iniziare il primo giorno di scuola, non le erano bastati a sentirsi meno sola dentro quell’androne. Il giorno in cui Lucia sentì di aver lasciato la se stessa bambina dall’altra parte dell’Aniene, permettendosi di diventare grande. E di potersi illudere, ora, di mischiarsi nella folla sudaticcia che popolava quell’androne. Ma

le bastò guardare i ragazzi che lo affollavano per capire che sarebbe stata dura riuscire a confondersi tra loro. Guardò i suoi pantaloni larghi e la maglietta blu che aveva indossato la mattina convinta che potessero andare. Guardò loro. Impeccabili nei loro accostamenti improbabili. L’androne era un tripudio di jeans strappati e magliette di gruppi rock, alcuni che conosceva bene grazie agli ascolti di sua sorella; altri che avrebbe imparato a conoscere e sarebbero entrati presto nelle sue cuffiette. Pantaloni a zampa di elefante che sembravano non essere intaccati dal passare del tempo, probabilmente tirati fuori dai vecchi armadi adolescenziali dei genitori di chi ora li indossava con orgoglio. Eleganti vestitini leggeri in cotone, indossati da ragazze che lei mai avrebbe anche solo sognato di riuscire ad eguagliare, anche semplicemente per il fiero portamento con cui riuscivano ad indossarli. Mentre Lucia cercava di assicurarsi che la sua maglietta non fosse troppo attillata e le sue curve ben nascoste.

Prese distrattamente in mano un foglio che due ragazzi più grandi di lei stavano distribuendo all’ingresso. Provò a leggere, ma non riconosceva quelle quattro lettere scritte in un alfabeto a lei ancora sconosciute. Ripiegò il foglio, lo mise in tasca. Le scappò un sorriso nel vederli vestiti come se fossero appena usciti da un (brutto) film degli anni Settanta: uno indossava una camicia chiara, quell’indumento che lei aveva sempre collegato ad un tempo ed ad una serietà che non le appartenevano; una giacca (ma dico io, co sto caldo te metti na giacca??) di qualche taglia più grande del dovuto, soprattutto perché andava a coprire un corpo alto, ma esile. L’altro sembrava volersi mischiare un po’ di più, con un paio di jeans attillati e una polo chiara. Ma gli riusciva male, perché guardava chiunque dall’altro in basso, tenendo le distanze. Lucia fu da lui che si fece dare il foglio, forse solo per dimostrargli che fosse in grado di sostenerlo quello sguardo. Che mica le faceva paura come quell’androne. Che, invece, la faceva tremare.

Si sentì sollevare da dietro.

  • Ciao, LuLu!

Quando girandosi vide Francesco avrebbe voluto scoppiare a piangere dalla gioia. Ora sì che si sentiva meno sola, guardando i rassicuranti occhi azzurri incorniciati dai ricci rossi del suo amico. Sfogò su di lui le sue paure, ricevendo in cambio quel sorriso che le faceva capire sempre di aver detto una sciocchezza.

  • Nun fa la quartina, LuLu.

Quartina. Quella era stata la prima volta che aveva sentito quella parola. Ed era stato proprio lui a spiegarle che era così che venivano chiamati gli studenti del IV ginnasio, quelli come lei. E non capiva perché Francesco non si mettesse nel mucchio di ragazzini come loro e si sentisse ugualmente rappresentato da quella parola.

  • Perché se vogliamo sopravvivere qua dentro, io e te, non dobbiamo avere paura, non dobbiamo farci spaventare da tutte ‘ste scale. Noi siamo Jules e Jim e la sola cosa di cui dobbiamo preoccuparci ora è di trovare la nostra Catherine.

Così Lucia si era fatta abbracciare, prendere per mano e trascinare su per le scale. Lui l’aveva accompagnata fino alla porta della sua classe, facendola ridere ancora una volta per il suo aver scelto la sezione in cui si insegnava una lingua così civettuola e medio-borghese come il francese, ricordandole che il mondo avrebbe presto pagato in marchi e lui sarebbe stato tra i pochi a saper ordinare qualcosa di diverso dai wurstel. Un bacio sulla fronte, la raccomandazione di lasciare fuori dalla porta la

timidezza e di far entrare la sua LuLù, ché così avrebbe conquistato tutti.

Non le va. Non le va proprio per nulla alla Lucia quasi quarantenne di rientrare in quella classe ora, dopo che per più di vent’anni aveva murato portone, androne e porta, relegandoli all’oblio del suo passato. Ma lo scatolone continua a chiamarla. Le sue mani ne sono ancora attratte. Così chiude gli occhi. Prende fiato. E lascia che le dita afferrino un altro pezzo di ciò che è stata.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Joana Fresu De Azevedo
Un po' mediterranea. Metà portoghese, metà romana. Un pezzo di Africa che vive nel mio cuore. Sostanzialmente, romana, ma che ormai vive da anni in Romagna.
Da ragazza era convinta di poter cambiare il mondo. Ora cerca di capire quanto il mondo abbia cambiato lei.
Donna che non ha ancora capito bene come crescere o cosa voglia fare da grande. Mamma, che ha paura che la figlia possa crescere troppo in fretta e da cui impara ogni giorno qualcosa di più. Anche di se stessa. Amante così tanto del cinema da aver trasformato la sua passione in una professione. Collabora con diversi festival cinematografici. Supporta eventi cinematografici nella stesura di progetti di promozione cinematografica. Con un'amica e collaboratrice ha co-fondato un sito di approfondimento cinematografico e recensioni, Filmaltrove.it. Di Tazebao e altre storie sarà il suo primo romanzo.
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