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Dreamwalker – Un mondo pericoloso

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Consegna prevista Gennaio 2025
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In un prossimo futuro le console di gioco saranno così evolute da permettere un’interazione sensoriale realistica indossando visori e tute. Un’azienda, la Sintek, ha alzato l’asticella creando una console capace di generare forti connessioni con il player a cui arrivano sensazioni lungo il corpo senza indossare nulla oltre un visore. Durante la demo di presentazione accade, però, un imprevisto: la console blocca nel gioco un ragazzo, Luca, tenendolo connesso e senza possibilità di distacco. Cosa ha di particolare Luca rispetto agli altri giocatori? Inizia così l’avventura di un padre poliziotto fra realtà e mondo virtuale. Un continuo alternarsi di scene che guideranno il lettore verso la lotta finale contro un software senziente diventato più potente del suo stesso creatore ed interessato a capire ciò che ci rende umani: le emozioni.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre pensato che il mondo dei videogiochi sarebbe andato oltre il semplice passatempo e che in futuro saremo passati ad una realtà “aumentata” dai dispositivi elettronici che avremo non più addosso ma sotto pelle. Ho sovrapposto questa idea a quella di una famiglia, come la mia, dove un bimbo adottato si ritrova senza la madre e con il padre preso dal suo lavoro. Infine perché la struttura del libro era pronta dal 2010 e mi dispiaceva lasciarla a prendere polvere nel cassetto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il duello

Le due squadre ad aver avuto accesso alla giostra finale furono quella di Luca e quella di Guilty che, nel secondo stage, aveva guidato con rabbia e ferocia la sua verso una netta vittoria. Adesso toccava a loro due lottare nella giostra. I soliti scagnozzi con la testa da maiale rientrarono nell’arena. Si avvicinarono alla tribuna dove sedevano le squadre e, con i gesti delle mani, intimarono a tutti di uscire per farli assembrare davanti a loro. In maniera perentoria dissero a tutti i componenti delle altre squadre di uscire tranne i duellanti. Luca si alzò dal suo cubicolo. Le forze gli erano ritornate, nessun dolore alla testa. Chissà cosa era accaduto, magari era successo qualcosa al suo corpo reale. Non aveva modo di scoprirlo per cui tanto valeva continuare il torneo. Prima di alzarsi guardò Giulio e Silvia e, per rassicurarli che stesse bene, gli fece il pollice verso senza dire una parola. I due si guardarono e si alzarono per accompagnarlo nell’arena ed essergli vicini durante il duello. I tre videro i maiali pararsi davanti, alzando le mani verso gli amici di Luca.

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«Non se parla nemmeno. I miei amici restano con me.» disse il ragazzo in maniera decisa. Uno dei tre s’incamminò verso di lui ma poi Guilty lo intercettò fermandolo, gli disse qualcosa nell’orecchio sinistro che li fece sorridere. Lo scagnozzo si voltò, tornò indietro e intimò a tutti gli altri di seguirlo senza fare storie.

Luca rimase con i suoi amici e Guilty. Si guardarono con rabbia ma non andarono oltre. Poi il mostro andò a scegliere armi e cavallo. Lo avrebbe dovuto fare anche lui.

Si diresse verso i cavalli approfittando del fatto che Guilty era andato dal lato opposto. Si ricordò che, nella realtà, la scelta del destriero nei duelli era importante quanto le armi. L’animale doveva essere addestrato per tenere il galoppo e seguire il muro divisorio. Giunto in prossimità dell’area di selezione notò come, nella simulazione avevano a disposizione due tipologie di cavalli, una veloce ma debole perché priva di protezione metalliche in quanto coperta, nella zona del sottopancia della sella, da drappi in tessuto, la gualdrappa, ed una più lenta a causa di leggere protezioni in metallo nella stessa zona. Per entrambe le tipologie la testiera proteggeva la testa ed i paraocchi ne garantivano la direzionalità. Fra i due, il ragazzo ne scelse uno grigio con gualdrappa. Luca, avendo deciso di indossare le ammaccate piastre del primo round, rifletté che così il peso complessivo fosse ridotto garantendogli una discreta velocità.

«Non vedo né uncini né guarda stanca.» disse Luca rivolto agli amici che lo guardarono come un cervo ai bordi della strada quando viene illuminato dai fari.

«Sono dei dispositivi utilizzati per favorire lo spettacolo.» aggiunse il ragazzo arrossendo perché gli era sembrato di essere troppo saccente.

«Non ti seguo. È un problema?»

«E’ un dettaglio superfluo in questo momento. A volte dimentico di essere in un videogioco che, come tale, tende spesso a semplificare alcune dinamiche. È meglio che mi focalizzi sulla scelta della lancia adesso.»

«OK. Comunque, ne sai più di noi. Quindi lasceremo a te la scelta della lancia.» disse Giulio con il sorriso sulle labbra e tutti e tre scoppiarono a ridere generando un brusio fra il pubblico.

Le lance disponibili erano circa una decina di modelli che variavano per dimensione, peso e tipologia di manico mentre la loro lunghezza era simile e si attestava sui quattro metri facendo alzare di molto la testa dei ragazzi di fronte alla rastrelliera che le conteneva. Ognuna di essa era comunque suddivisibile in tre zone: manico a forma di campana, corpo e punta. La punta erano gli ultimi 20 cm finali e, per le giostre, la cuspide metallica era sostituita da una sfera dentata in acciaio. Osservando le lance che aveva di fronte Luca fu contrariato e si voltò per un attimo verso gli amici. Silvia allora gli chiese:

«C’è qualcosa che non ti convince?»

Non le rispose subito. Si avvicinò alle lance e ne sollevò un paio guardando meglio il colore del corpo poi disse:

«Sono di abete e non di frassino. Le si riconosce dal colore e dal peso. Quelle di frassino sono molto flessibili e si rompono con l’urto sullo scudo,» si fermò un attimo poi aggiunse «meno male che siamo in un videogioco,» e l’aria ritornò più leggera. Alla fine, ne scelse una con il manico ed una spirale blu con uno sfondo bianco.

Dopo le selezioni, Luca si allontanò un attimo per andare a riprendere scudo ed elmo dal cubicolo in tribuna. Era pronto e si voltò verso Guilty che, dopo di lui, stava scegliendo lancia e cavallo. Ed era al secondo giro. Chissà perché era così indeciso. Lo vide sollevare più lance con le sue quattro braccia e, dopo vari tentativi, ne scelse una con impugnatura a doppia campana tutta dipinta di rossa. Lo osservò saltare via veloce dalla parte opposta per selezionare il cavallo. Ne prese uno leggero con la sola gualdrappa rossa decorata con una croce bianca. Come scudo optò per lo scutum tanto le sue due braccia in più gli sarebbero tornate utile per tenerlo. Nel mentre Luca osservava Guilty, Giulio e Silvia lo raggiunsero e si strinsero attorno a lui.

«Adesso sto bene ragazzi.» disse Luca rivolto ai due di cui aveva notato la faccia preoccupata.

«Posso ancora sostituirti se non ti senti in piena forma. Non fare il supereroe.» aggiunse Giulio.

«Sto bene. Io non faccio il supereroe io lo sono,» e scoppiarono tutti a ridere.

Ed in quel momento passò Guilty che, guardandoli con ferocia, gli mostrò la lancia scelta che era la più grande per diametro e certamente la più pesante potendo tenerla anche con due braccia.

«Vuole intimidirci ma avrà pan per focaccia.» Concluse Luca con poca convinzione dato che aveva ancora ben in mente le capacità di Guilty di lottare come un forsennato.

The Master aveva assistito al torneo con molto gusto e si era meravigliato di come avevano combattuto i ragazzi. Erano riusciti a vincere il primo stage ed ora uno di loro avrebbe affrontato la sua creatura. Sperava di vedere un bello scontro e, soprattutto, di capire chi si celasse dietro al risveglio dei ragazzi. Aveva richiamato nell’arena altre sentinelle pronte a segnalare un’anomalia non appena ne vedessero una.

Enrico mostrò il pad a Lorenzo che rimase così colpito e sorpreso da far quasi cadere quel dispositivo quando glielo passo fra le mani tremanti. Vedeva l’emozione negli occhi del poliziotto; finalmente poteva osserva il figlio che le sue creature tenevano intrappolato a giocare. Doveva anche sfruttare il momento emozionale.

«Siamo nel mondo virtuale. Grazie ai segnali di ritorno delle nanoparticelle ho intercettato quello di Luca così da attivare le telecamere in zona.»

Non era certo che Lorenzo avesse seguito quella spiegazione perché lo vide allungare le dita sul display del tablet.

Capiva bene ciò che provava. Osservare l’avatar del proprio figlio e, notandone la somiglianza con la parte reale, aveva sicuramente fatto capire al poliziotto la potenza di quella console, la quale era riuscita a ricostruire, sulla base dei profili social di Luca, un personaggio virtuale vicinissimo alla sua controparte reale. Sicuro di quel pensiero aggiunse:

«La ricostruzione dell’avatar può essere di fantasia e a discrezione del giocatore. In questa prima versione, dovendo testare le capability di searching sul web e della loro rielaborazione, abbiamo deciso di far generare avatar quanto più prossimi a quelli reali.»

Enrico si aspettava una risposta che non arrivò. Vide la mano di Lorenzo toccare il viso di Luca. Poi il padre alzò la testa per guardare l’altro schermo, quello più grande, che proiettava il vero corpo che, in quell’istante, era solo una scatola contenente un cervello impegnato in un mondo virtuale. Enrico continuò nel suo monologo forzando l’altro a ritornare nella stanza:

«Sono impegnati in un torneo nell’arena medioevale del governatore The Master. Nella versione finale, in questa tipologia di torneo, ci saranno spettatori e giocatori. Non puoi immaginare a quante persone piaccia vedere altri player giocare. In questo momento il pubblico è composto solo da personaggi gestiti dalla console.»

«Capisco. Possiamo interagire in qualche modo?» finalmente Lorenzo si era sbloccato e con un appunto tutt’altro che fuori luogo.

«In qualche modo esatto. Sapendo dove si trovano possiamo inviare dei messaggi utili alla missione che stanno affrontando e, cosa non trascurabile, far comparire degli oggetti. Riusciremo a staccarli al termine della giostra perché avremo una pausa di pochi decimi di secondo necessari al sistema per il reload delle classifiche. Durante quella finestra ci inseriremo interrompendo il collegamento.»

«Quindi dobbiamo fare concludere questo torneo. Possiamo comunicarlo a mio figlio?»

«Beh, sì. Sfrutteremo una tipologia di messaggistica un po’ più avanzata rispetto a quelle disponibili nel medioevo.»

L’area era stata riorganizzata per la giostra. Dal pavimento polveroso dell’arena era comparso un muretto alto un metro e mezzo che andava a tagliare in due l’area. I duellanti sarebbero partiti da direzioni opposte incrociandosi a metà strada con lo scopo di colpire in determinati punti il corpo dell’avversario. In base al punto di contatto avrebbero ricevuto un punteggio che avrebbe determinato il vincitore alla fine di tre round. Luca era vicino al suo cavallo e ne approfittò per notarne la maestosità sia della criniera grigia sia dei riflessi di luce che mettevano in risalto la muscolatura del fianco e della spalla. Lui, pronto a battersi, stava per appoggiare un piede sulla staffa della sella quando gli arrivò un forte beep all’orecchio destro. Abbassò la testa e si portò la mano a coprire, istintivamente, l’orecchio. Il beep continuava con intensità differente e lui non capiva cosa fare.

Silvia che, insieme a Giulio, stava dirigendosi sugli spalti per incitarlo si voltò, vide il gesto e corse verso il ragazzo per aiutarlo:

«Ti senti di nuovo male Luca?»

«Sento degli strani beep nell’orecchio. I primi erano più forti e mi hanno quasi rotto i timpani.»

«Li senti ancora adesso?»

«Si. Sono beep più lunghi intervallati da pause. Adesso stanno cambiando intensità e frequenza e sono più ascoltabili.»

«Puoi provare a descrivere meglio i suoni?» aggiunse Giulio che, intanto, li aveva raggiunti.

«Sono una sorta di ti e di ta ad intervalli più o meno regolari.»

Tali parole furono come un interruttore per una lampadina e fecero luce nella memoria di Luca: quei suoni alternati con determinate pause lui li conosceva.

Arrivarono, anche, i suoni che composero le note che ogni persona reputa le più importanti: i punti ed i tratti arrivarono al suo orecchio come una melodia nota e riconobbe il suo nome:

-. -.. .. – -. -. . – (Luca). –

«E’ un codice Morse e stanno scandendo il mio nome.» Ed i tre si guardarono meravigliati.

Qualcuno dalla realtà si era messo in contatto con lui. Non erano stato abbandonato. Avrebbe fatto salti di gioia e con lui gli amici se avessero potuto ma decisero di trattenersi. Qualcuno lo aveva contattato perché sapeva di lui e degli altri in quel mondo virtuale. Magari li avrebbe aiutati a staccarsi. Almeno ci sperava.

I suoni proseguirono a comporre delle frasi. Era il padre e l’avrebbe aiutato a svegliarsi. Sul suo viso comparve un sorriso ed episodi della sua vita riaffiorarono nella sua mente.  Si ricordò del padre e delle volte che avevano parlato in codice davanti ad una donna arrabbiata perché lei quel sistema non lo conosceva. Ricordi divertenti di un’infanzia passata troppo velocemente. Poi il volto della donna scomparve così come la gioia provata.

«Stai bene?» gli amici si erano accorti del suo viso malinconico.

«Si, e che questi suoni hanno fatto riaffiorare alcuni flash della mia infanzia e mi hanno fatto ricordare che mia madre non c’è più.»

«Mi dispiace Luca.» Silvia lo abbracciò per sostenerlo e per fargli sentire la sua presenza. Lui arrossì per quel contatto così naturale ma inaspettato. In quel momento loro tre erano un gruppo che si sarebbe sorretto a vicenda. Quando l’abbraccio terminò, Luca sottovoce confidò agli amici che era connesso con suo padre e che avrebbero dovuto concludere il torneo per essere staccati da quel mondo virtuale.

Non riuscirono a trattenere gesti di gioia ed alzarono le braccia al cielo.

«Tutto ok?» gridò Guilty dall’altro lato del campo.

«Abbiamo appena inventato il nostro inno.» rispose Giulio.

«Inno alla sconfitta, direi. Andiamo adesso. È tempo di giostrare.» concluse il mostro.

Una sentinella, dagli spalti, notò il comportamento di Luca ed aprì una shell sullo schermo virtuale che fece comparire dalla sua mano. Fece un check up sull’arena, in particolare sui messaggi di ingresso e uscita e notò qualcosa di strano solo nelle telecamere. Alcune di esse avevano cambiato lo zoom e si erano direzionate sui ragazzi pochi minuti prima.

Era il segnale che qualcuno dall’esterno li stava osservando. Dalla postazione in cui era andò da The Master e lo informò di quanto aveva rilevato facendolo sorridere. Un sorriso di circostanza. La sentinella pensò di essere stato prezioso perché tra poco avrebbe fatto scoprire chi si fosse intromesso nel loro mondo. Ed insieme al suo boss lo avrebbe tagliato fuori.

Il sole era dietro la tribuna quando Luca, galoppando, raggiunse il lato destro mentre Guilty baldanzoso il lato opposto. Si sistemò l’elmo e la lancia nell’attesa del via che arrivò con la voce dell’araldo. Luca partì a razzo, cuore a mille, lancia dritta verso l’avversario e la sensazione del vento che gli andava sul volto. Osservò Guilty avvicinarsi dalla direzione opposta con il suo cavallo che tirava su un quantitativo incredibile di polvere.

Lo scontro avvenne a metà del muro divisorio.

Luca si preparò all’impatto in maniera furba. Diede un colpo di staffa con il piede destro ed il cavallo, programmato bene allo scopo, si scostò un po’ dal muretto mentre strinse di più l’angolo della lancia verso il centro. Guilty si accorse troppo tardi di queste piccole ma decisive variazioni e la lancia del ragazzo colpì, flettendosi, il suo scudo mentre lui lo mancava clamorosamente. I cavalli proseguirono la corsa deviando dalla linea retta “di sparo” mentre i due cavalieri prendevano fiato.

Luca si volse verso Giulio e Silvia che esultarono e, stranamente, anche il pubblico. Probabilmente Guilty era diventato l’antagonista a causa di quello che aveva combinato durante gli scontri prima della giostra.

Lorenzo si alzò di scatto ad esultare. Si voltò verso Enrico e Gervasi che lo stavano guardando straniti.

«Mi sono lasciato prendere dall’emozione. Mi dispiace.» Si rimise a sedere sistemandosi la camicia nei pantaloni da cui era parzialmente uscita. Riportò il tablet all’altezza giusta anche per gli altri due spettatori che ebbe il coraggio di guardare con uno sguardo fugace. Che male c’era ad esultare? Suo figlio era stato bravo ed aveva battuto nel primo giro il suo antagonista che era alto quanto un armadio a muro.

La spinta del primo lancio era terminata e Luca percorse indietro il muretto incrociando lo sguardo di Guilty il quale gli mostrò con i suoi occhi rossi tutta la rabbia che gli ribolliva in corpo. Lo vide trattenere il fiato come a prendere sicurezza. Tirare le briglie del cavallo con le mani anteriori mentre con quelle posteriori sistemava, alla meglio, lo scudo e la lancia.

Luca tornò al suo posto e spostò l’attenzione della sua mente sul secondo giro dimenticando l’euforia del primo. Si sistemò la lancia e strinse forte il pugno sulla stringa dietro lo scudo.  Anche l’altro si preparò e, stavolta, lo intravide impugnare la lancia con tutte e due le mani del lato sinistro ed alzarla di più in modo da dare il via al cavallo con le gambe inverse.

L’araldo annunciò il risultato: Luca 3 – Guilty 0. Preparò la voce e diede il via: Luca decise di correre più lentamente per capire le mosse di Guilty e si accorse troppo tardi dell’errore; vide la lancia arrivare troppo veloce. Non ebbe il tempo di posizionare lo scudo, il quale deviò la lancia che lo colpì in pieno petto.

Sentì un dolore sordo nelle costole e la spinta della lancia fu così forte che avvertì il peso del corpo spostarsi dalla sella e senza che potesse farci nulla andò al tappeto. Cadde rovinosamente sulla piastra posteriore emettendo un forte urlo prima di svenire.

Riaprì gli occhi e si trovò davanti ad una stanza di ospedale in piedi ed in lacrime. Di fianco suo padre, anche lui in lacrime. Si sentiva combattuto, bloccato perché sapeva che doveva aprire quella porta nonostante dietro di essa ci fosse tanto dolore. Gli sfuggiva, però, il motivo. Alzò la mano ma la riportò un attimo indietro abbassando la testa e facendo cadere due grossi lacrimoni sul pavimento in finto marmo. Il padre gli allungò un braccio sulla spalla e con l’altra mano gli aprì la porta per farlo entrare.

«La devi salutare adesso che è ancora lucida,» e mentre glielo diceva le lacrime erano scomparse lasciando occhi rossi e gonfi. Luca guardò nella stanza e vide un corpo steso collegato ad una serie di macchine. Quel corpo alzò lentamente la testa facendo muovere i fili che lo tenevano in vita. Lui entrò, le si avvicinò e la vide sorridere debolmente. Quando le fu vicino le prese la mano e la guardò. Era ancora bella con i suoi capelli corvini e quegli occhi da cerbiatta pieni di stanchezza.

Luca si abbassò sulla sua fronte che baciò trattenendo le lacrime. Doveva mostrarsi forte anche se aveva solo 12 anni.

«Non ti chiedo promesse. Sii solo forte ed insieme a tuo padre riuscirete ad andare avanti. Nessuno muore veramente se c’è qualcuno a ricordarlo.»

Nel dire ciò una lacrima le rigò il volto. Luca le si avvicinò e gliela asciugò con il pollice.

«Si mamma. Sarà così.» Non riuscì ad aggiungere altro.

Le si allontanò. Nessuno dei due aveva la forza di aggiungere altro. L’infermiera nella stanza gli disse che poteva uscire se voleva.

Luca guardò la mamma in vita sapendo che era per l’ultima volta ed uscì salutandola con la mano come faceva, solo pochi anni prima, quando lei lo lasciava fuori la scuola.

Quando varcò l’uscio si tuffò tra le braccia del padre sentendo un forte dolore in petto e chiudendo gli occhi che stavolta grondarono lacrime liberatorie.

Quando Silvia gli si avvicinò Luca aveva appena aperto gli occhi e si rese conto di essere di nuovo nell’arena, a terra con il petto che gli faceva ancora male, un male fisico.

È stata una bella botta.» cercò di minimizzare il disagio per quel ricordo e con l’aiuto della ragazza si rialzò, anche se con molta fatica. Doveva dimostrare a sé stesso e agli amici quanto fosse diventato “forte”. Guardò nella direzione di Guilty che ricambiò con un sorriso a quaranta appuntiti denti. Glieli avrebbe spaccati tutti spegnendo quel maledetto sorriso.

Anche se il secondo round era terminato con quel brivido, The Master si era stufato di aspettare. Quel torneo lo stava divertendo ma ancora nessun vero segno di ingerenze era emerso tranne quello delle telecamere. Lui voleva qualcosa di più!

Decise di intervenire. Alzò il braccio dove non teneva lo scettro e gli si avvicinò una sentinella vestita di una tunica bianca e priva di qualsiasi gingillo di abbellimento. Questa si sistemò di lato a The Master ed abbassò la sua testa per ascoltare. Sorrise nel riportarsi in posizione eretta. Portò la mano all’orecchio destro e sussurrò qualcosa.

Guilty era pronto dal suo lato dell’arena in attesa dell’ultimo round. L’araldo stava per pronunciarsi quando una sentinella con una tunica bianca apparve nell’arena. Ci fu una pausa e nell’arena calò il silenzio. Luca guardò gli amici con fare meravigliato scandendo con il labiale:

«Ma che cavolo succede?»

Gli amici non poterono fare altro che allargare le braccia ignorando anche loro il motivo di quello intervento.

Guilty portò l’orecchio verso la sentinella che gli sussurrò qualcosa che lo fece sorridere. Si rimise dritto mentre la sentinella tornava ai bordi dell’arena. Sistemò la lancia con le mani sul lato sinistro, tirò verso il busto lo scudo e, con l’altra mano libera, prese qualcosa da sotto la sella del cavallo e se la sistemò sotto lo scutum.

L’araldo pronunciò il risultato che era di 4 a 3 per Guilty e, poi, diede il via per l’ultima carica.

Allo start Guilty fece un po’ troppa forza sulla pancia del cavallo che, prima di partire, si alzò leggermente sulle gambe anteriori quel tanto che bastò, al pubblico del mondo reale, a vedere un riflesso luminoso che li lasciò agghiacciati.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Nello Atripaldi
I videogiochi hanno segnato la sua adolescenza facendolo appassionare sia ai fantasy sia alla tecnologia dietro di essi. La voglia di conoscere come funzionano gli oggetti che ci circondano, in primis le auto, lo hanno portato a laurearsi in ingegneria meccanica.
Dreamwalker è il suo primo libro in cui i sistemi informatici sono diventati curiosi e famelici di connessioni con i player per comprenderne il funzionamento sia fisico sia mentale.
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