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Consegna prevista Dicembre 2024

Due amiche, due vissuti diversi. Marta con poca fortuna e poca fiducia in se stessa, carica di rabbia per un passato traumatico che a un certo punto si riaffaccia destabilizzandola. Elena, con un passato più roseo e una vita regolare. Entrambe accomunate dalla scelta di un uomo sbagliato. Un narcisista manipolatore. Sarà proprio Elena a finire in carcere per omicidio. Un omicidio che avrà commesso o no?
Un viaggio nelle menti dei personaggi, dei loro stati d’animo, delle loro fragilità che spesso sono anche le nostre.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per mantenere viva l’attenzione sulle diverse forme di violenza, non solo fisica, che ogni giorno ci colpiscono e ci abbattono facendoci sentire soli e anche diversi. Lo scopo è far sì che il lettore si immedesimi nei personaggi e capisca quante forme di subdola violazione subiamo. Capire che non si è soli e non si è diversi. Capire quanto l’impotenza possa portare a scelte sbagliate e ingiuste a volte, colpevolizzando qualcuno senza capire cosa c’è dietro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

E SE…

“Non riesco ad individuare il confine tra il cielo il mare. Solo diverse tonalità d’azzurro che si fondono fino a formarne una nuova.

È incredibile la meravigliosa gamma di colori che la natura è in grado di offrirci.

Sono qui su questo scoglio ed è come se li vedessi per la prima volta dopo chissà quanto.

Guardo giù e mi si apre uno scorcio di rocce a strapiombo sul mare fitto di ulivi e macchia mediterranea bassa che mi inebria le narici con i suoi aromi inconfondibili.

È piacevolissimo starsene sotto il sole caldo che sembra baciarmi la pelle ambrata. Non scotta, non brucia. Sembra baciarmela dolcemente regalandomi vita.

La mia morbida chioma corvina svolazza, di tanto in tanto, assieme al mio lungo vestito bianco di lino. Un abito puro, come mi sento io in questo momento.

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Che senso di quiete, che senso di pace. Da quanto non lo provavo? Sento la mia anima volteggiare dentro e fuori di me. Non è più intrappolata in quel sarcofago che solitamente è il mio petto. Tutte le volte la schiaccia, la rinchiude in uno spazio troppo stretto tanto che comincia a scalciare sullo stomaco e sullo sterno provocandomi lancinanti fitte. Ma ora no. Ora sono leggera. Quasi mi sollevo da terra trasportata dal vento. Credevo non esistesse tanta pace e tanta leggerezza.

Mi volto indietro ed eccolo. C’è anche lui. Michele… è vestito di bianco proprio come me. Si avvicina e senza dirmi una parola mi si siede affianco mentre io gli accarezzo la barba. Ma… da quando porta la barba? Non mi ci soffermo più di tanto e riprendo a guardare l’orizzonte posando la testa sulla sua spalla forte che mi dona un senso di protezione e tranquillità.

Eccoci qui. Due anime pure, come i nostri abiti, che restano affascinate dal creato e dalle sue meraviglie. Una barca a vela, in lontananza, sembra navigare su una miriade di cristalli creati dal sole su quel nastro di seta azzurra. Mi volto per accertarmi che Michele l’abbia notata e… dov’è finita la sua barba? Perché la sua chioma scura sembra schiarirsi rapidamente? Forse mi sono confusa: non è Michele. Sembra avere degli strani lineamenti, femminili quasi. Familiari.

Ma non voglio pormi altre domande. Sto talmente bene finalmente, che non voglio pensare a nulla. Dopo tanto tempo, mi sento viva e libera. È solo questo che conta ora.

Torno a guardare ciò che ho di fronte.

Un battito di ciglia, un microsecondo e davanti a me si materializzano delle sbarre.

Rimango impietrita. Il sole non è più caldo, tutto sta diventando grigio ed uniforme e comincia a far freddo. In lontananza un tintinnio sempre più vicino e sempre più assordante.

Continua ad incalzare ed anche se mi sforzo di tapparmi le orecchie lui penetra in fondo: dentro i miei timpani, nel mio cervello, nella mia anima. Rieccolo quel mattone sul petto che mi toglie il respiro, che mi contrae lo stomaco, che mi impedisce i movimenti leggiadri di poco prima per quanto è pesante.

Tutto il mio corpo sembra di piombo. I miei occhi, la mia testa il mio spirito.

Quel tintinnio… si fa sempre più forte, sempre più forte, insopportabile. Mi spalanca gli occhi.

Una frazione di secondo e rieccomi scaraventata nella realtà che non ha niente di puro, niente di profumato, nulla di colorato.

L’odore stantio mi pervade le narici così come quello del sudore della persona grassa e sporca che mugugna nel letto affianco.

Il tintinnio continua. È sempre più vicino.

Ora lo riconosco e non mi spaventa più. Mi rende solo tanto triste. Mi angoscia.

Eccolo qui, è il nostro turno. Il suo manganello macchiato in più punti di chissà cosa striscia lungo le sbarre da una parte all’altra. Con un po’ di fantasia potrebbe sembrare una mano che sfiora i tasti di un pianoforte da un estremo all’altro. Troppo poetico per quella situazione tetra. Troppo idilliaco per quell’ambiente putrido e quella gente disgustosa.

Nel carcere di Opera è l’ora della sveglia.”

Tutte sembrano operative in quella cella. Dove riuscivano a trovare ogni sacrosanta mattina la voglia e l’energia di mettersi in piedi quando lei avrebbe soltanto voluto non svegliarsi mai?

“Hey Morticia, ogni giorno la stessa storia. Guarda che qui nessuno ha voglia di farsi rimproverare a casa tua, quindi giù le chiappe da quella branda che non sei in albergo.”

Più che dalla frase, Elena, fu svegliata dall’alito pesante, risultato della notte appena trascorsa e troppe sigarette, che infestava la bocca della sua compagna di cella che le urlava a distanza ravvicinata.

Si trascinò giù dal materasso liso, dolorante come sempre. Si sgranchì la schiena e raccolse in un elastico quelle quattro setole nere che le erano rimaste attaccate al capo e si guardò allo specchio.

Non lo fece per vanità ma solo per rendersi conto di quanto si stava consumando giorno dopo giorno.

La sua pelle olivastra era grigia ormai. Profonde occhiaie le si erano come tatuate sotto gli occhi.

I suoi seni un tempo pieni e morbidi erano ormai due pere essiccate al sole.

Aveva solamente trentatré anni ma sembrava una sessantenne tanto era provata da quella vita.

Aveva sempre sperato che qualcosa sarebbe cambiato, si era sforzata di crederlo tutte le volte che qualcuno più fortunato glielo ripeteva. Ma piove sempre sul bagnato ed ora lei era lì dentro e tutti gli altri fuori a vivere quelle novità che la vita portava. Novità che non erano mai per lei.

Un’ultima occhiata per dirsi che: Non c’era più tempo. Era il momento. Posò lo specchio e raggiunse le altre.

Come tutte le mattine la routine si ripeté.

Colazione a mensa tutte insieme seguita dal giretto in infermeria per assumere le compresse che le erano state prescritte per quietare quelle crisi d’ansia che le impedivano di dormire svegliando tutte le sue compagne di cella.

Non aveva più dormito dal giorno in cui aveva messo piede lì dentro.

Ed eccola al dunque: la famosa ora d’aria.

Il sole la accecò come ogni giorno, sembrava vederlo per la prima volta dopo mesi di coma profondo e ogni volta la infastidiva. Le bruciava gli occhi e le bruciava la pelle anche se era tiepido. Era così vitale da ustionare quella pellicola avvizzita che ricopriva quel che restava dei suoi muscoli.

Fu un attimo. La intravide. Era immobile ad osservare un nido di rondini e fare strani versi per carpirne l’attenzione. Era la più goffa di tutte e pertanto sarebbe stato un gioco da ragazzi con le poche forze che le restavano.

Si concentrò, respirò a fondo e cominciò a correre a più non posso con pugni stretti e labbra serrate.

Tre metri, due metri, un metro. La sua gamba si sollevò assestando un calcio frontale dietro la schiena della donna che non ebbe neanche il tempo di pararsi il viso con le mani che, nel cadere, erano rimaste per aria. Stramazzò a terra colpendo violentemente la ghiaia con il naso che cominciò a grondare sangue.

Pochi secondi di silenzio in cui tutto era immobile. Gli uccelli avevano smesso di cinguettare e il vento di soffiare prima che un enorme boato esplodesse e si scatenasse il l’inferno.

Tutte si avventarono contro Elena facendo volare schiaffi, pugni e insulti pesanti.

“Volevi farle fare la stessa fine del tuo schifoso amante?”

“Tu sei malata… da rinchiudere.”

“Ti mandiamo in isolamento fino alla fine dei tuoi giorni brutta strega.”

Mentre la malmenavano e la insultavano Elena sorrideva. L’isolamento era quello che voleva.

Pochi minuti dopo era davanti al direttore del carcere e tre guardie che si accertavano non commettesse altri colpi di testa.

“Perchè lo hai fatto?” La interrogò il direttore.

“La sua tranquillità mi urtava, ma non è l’unica. È solo stata quella più sfortunata.”

Davanti a quella frase il direttore non poté nulla. Conosceva la sua situazione psicologica ma non poteva permettersi di lasciare impunito quel gesto e soprattutto doveva tutelarla dall’ira furibonda delle altre detenute.

Ci sarebbe voluto un po’ per far sbollire la loro rabbia oppure qualche altro avvenimento considerato più di rilievo che facesse passare in secondo piano questo.

Chissà perché tutte, una volta dentro, si sentono le giustiziere, coloro che devono far rispettare le regole morali all’interno di una struttura in cui si trovano proprio per non averlo fatto fuori.

Non c’era altra soluzione ed isolamento fu.

Un breve salto in cella per togliersi i vestiti imbrattati di sangue e lacerati dalla ghiaia in più punti e poi sarebbe andata.

Le compagne erano in sala mensa. La guardia giocava col telefono in attesa che lei si cambiasse.

Dal reggiseno cominciò a tirarle fuori a manciate e ad ingurgitarle senza pensarci su un secondo.

Erano di almeno due mesi tutte quelle mezze pasticche che ogni giorno, o almeno quando poteva, conservava, decisa ad andare in fondo col suo piano.

Si affrettò a mandar giù un sorso d’acqua. Le compresse in bocca cominciavano a sciogliersi e ad avere un saporaccio. Cercò di contenere la smorfia di disgusto per non dare nell’occhio ed era prontissima per la sua nuova cella.

La guardia la scortò per tutto il corridoio tenendo le sue manette legate con una catena.

Pareti luride e ammuffite, odori di ogni genere e sguardi poco raccomandabili scorrevano man mano che avanzava.

Non le importava perché sarebbero stati gli ultimi.

Avanzava a testa alta incurante degli insulti che le altre le lanciavano senza pietà. Ma chi erano loro per poter parlare? Non sapevano nulla di lei, di quello che aveva subito. Di quello che realmente era accaduto. In realtà non lo sapeva neanche lei sentiva solo che quello non era il suo posto.

No. Non poteva più starci là dentro. Stava morendo giorno dopo giorno. Come poteva trascorrevi ancora venticinque anni? E lì fuori chi ci sarebbe stato ad attenderla dato che aveva ucciso, così dicevano, il suo amato compagno?

Già, dicevano, perché ancora oggi lei non lo ricordava.

Ricordava tutto fino a quella sera. La prima volta in cui si erano incontrati, le liti furibonde per l’ennesima amante saltata fuori. Dannazione lei voleva solamente farsi valere, voleva fargli capire che non era stupida, che si accorgeva dei suoi starni movimenti, che doveva smetterla di trattarla in quel modo. Se lo ricordava, era accecata dalla gelosia e dalla rabbia per una persona che sembrava non capire la gravità dei suoi gesti, delle sue bugie ed il dolore che ne derivava. Sembrava sempre pacifico, come sempre, a cercare di raggirarla ancora una volta come se fosse una bambola da usare ma che doveva tacere, e lei di tacere non ne poteva più. Cominciava a sentirsi come una che non ha diritto a nulla e come tale deve accontentarsi dell’elemosina che le viene elargita dal suo padrone. No, non ci stava più.

Di quella sera ricordava poco: Aveva gli occhi iniettati di sangue per l’ennesima presa in giro ma mai avrebbe creduto di poter arrivare a tanto. Poi ricordava sé stessa tremante e immobile sotto la pioggia. Era tutto confuso e non sembrava venirne a capo mai.

Giorni dopo le avevano mostrato le foto del cadavere. Sembrava una di quelle bambole a cui premi il naso e la faccia rientra completamente. Se non fosse stato per quel braccialetto con la M di Michele che lei gli aveva regalato non l’avrebbe mai riconosciuto. Assieme a quelle del cadavere c’erano le foto dell’arma del delitto.

Un masso insanguinato sul quale erano state ritrovate le sue impronte, il suo sangue, le schegge delle sue unghie. Le era stato detto che aveva colpito con forza sovraumana, su quel volto, ben due volte. Evidentemente il primo colpo violentissimo non aveva causato la morte immediata e ne era servito un altro.

O probabilmente era già morto mentre lei continuava a infierire su quel volto. Già, probabilmente, perché la sua mente quel momento l’ha rimosso per accantonarlo chissà dove e ritirarlo fuori chissà quando, e se già ora era difficile sopravvivere con quel senso di colpa, qualora fossero affiorati i ricordi sarebbe stato davvero impossibile.

Aveva tolto la vita a un uomo, il suo uomo. Non meritava di vivere anche se la sua vita sarebbe forse cominciata a cinquant’anni fuori da quel carcere. Non c’era dubbio. Era la decisione giusta.

Man mano che si avvicinavano alla cella i suoi occhi cominciavano ad annebbiarsi, gli oggetti cominciavano a perdere la loro forma ma non doveva darlo a vedere o sarebbe saltato tutto.

Le gambe le stavano per cedere, mancavano pochi passi e avrebbe potuto adagiarsi sul pavimento e dormire.

Rumore di chiavi nella serratura, un giro “fai presto per l’amor di Dio” due giri e la pesante porta di ferro si aprì.

Ormai era quasi buio nei suoi occhi ma doveva solo fare alcuni passi di fronte a sé per entrare e così fece. Pochi passi alla cieca.

Mosse solo il capo con un cenno di assenso alla guardia che le disse “Ripasso a controllarti tra un paio d’ore” e attese che quei passi, di una lentezza snervante non si udissero più.

Cadde a terra stravolta ma inondata, finalmente, da un senso di pace. Il torpore ed il sonno la avvolgevano candidamente. Quella mano che sembrava tirarle via gli organi stava finalmente mollando la presa.

Rieccola sul mare, su quegli scogli, tra quei colori e quei profumi e in lontananza forse lui, forse Michele.

Che pace indescrivibile, che sollievo. Un battito di ciglia, due… tre… buio.

Nessuno potrà mai dirle che ad uccidere il suo uomo… non è stata lei.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Maria Fonte Fucci
Fucci Maria Fonte, nata a Canosa di Puglia (BT). Laureata in Economia e commercio e Scienze psicologiche con diversi master in ambito economico e didattico.
Da sette anni lavora come docente di Economia aziendale presso Istituti tecnici del Trentino Alto Adige. Già autrice del romanzo Accad(d)e pubblicato da "Pub me" avente come oggetto il tema del femminicidio.
Appassionata di psicologia, libri e viaggi ha ripreso in mano la penna grazie alla stesura di una sceneggiatura teatrale dopo diverse esperienze nell'ambito della recitazione amatoriale.
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