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Enki – Il Demone Guardiano

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Consegna prevista Novembre 2024

In balia di se stesso, della dipendenza da stupefacenti e da una forte condizione che non gli permette di credere più in sé stesso, il protagonista -mai direttamente nominato- fa’ all’età di ventidue anni la conoscenza di Enki, l’antico Dio Anunnaki della sapienza.
Durante una notte d’estate, gli si presenta, imponendogli la scelta di abbandonare il suo vecchio stile di vita, per intraprendere un percorso di sviluppo teso a realizzare gli obbiettivi di entrambi.
Il protagonista si rende presto conto di non desiderare altro, e perciò decide di accettare, sigillando un patto con la Divinità, che in cambio gli si lega in qualità di guardiano e mentore.
Sotto precisa indicazione di Enki, il ragazzo accetta di riprendere gli studi: sarà proprio all’interno dell’istituto che il protagonista farà la conoscenza di Francesca, la giovane professoressa di inglese che darà lui l’ulteriore stimolo per dedicarsi alla scrittura.

Perché ho scritto questo libro?

Onestamente non c’è un motivo per cui ho deciso di scrivere questo racconto… Mi sono ritrovato semplicemente a vivere la mia vita, prendendo decisioni importanti che non avevano niente a che vedere con la scrittura.
Ho avuto la fortuna di incontrare le persone giuste, dalla quale ho avuto uno stimolo che ho deciso di coltivare.
Questo libro è solo la conseguenza di ciò che ho scelto per me stesso.

ANTEPRIMA NON EDITATA

IL PRIMO INCONTRO

Prima di raccontare ciò che ho visto, è d’obbligo dire la verità. La mia unica verità.

Mi hanno detto tante volte che camminare nella luce mi avrebbe portato a Dio, e camminare nelle tenebre mi avrebbe condotto nelle mani del diavolo. Non mi hanno mai raccontato cosa sarebbe successo se avessi preso una terza via, quella di mezzo.

Perduto in me stesso, nella luce a cui mi avevano insegnato ad ambire, caddi nella dipendenza, nell’abuso di droghe, e in un idealismo che tanto mi faceva ambire, quanto mi confondeva, arrivando all’estremo opposto.

Camminando infine nell’oscurità, riuscì a stare nel mezzo.

Perché la mia verità è questa: siamo dualismo.

Non siamo nati per essere buoni o malvagi, nessuno ci ha mai chiesto la perfezione se non noi stessi, ma tutto intorno a noi ci ha chiamati con forza a sé. È lì che ho capito che avere tutto non mi avrebbe dato nulla, ma diventare parte del tutto, oltre che darmi la vera luce, quella alla fine del più oscuro dei tunnel, mi avrebbe consentito inoltre di poterla concedere. Questo è il motivo per cui scrivo. Questo è ciò che sono.

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Non dimenticherò mai il nostro primo incontro.

Mi trovavo in Sardegna, in un appartamento di proprietà della mia famiglia. Era estate, e avevo volontariamente deciso di chiudermi là dentro senza mai uscire, forse per ritrovare una direzione persa da tempo, o che forse non avevo mai avuto.

Durante quell’estate non feci altro che fumare cannabis. Non facevo davvero altro: fumavo, dormivo, mangiavo, cazzeggiavo e pensavo. Portavo avanti la mia esistenza ridotta al singolo concetto di esistenza. L’unica cosa che mi importava era riuscire ad arrivare, per permanere il più a lungo possibile, nella dimensione della mia pace dei sensi, o quella che io idealizzavo come tale.

Ero perso.

Tutto cominciò con un sogno:

Mi trovavo dentro quella casa, e mi guardavo dormire, come se la mia anima si fosse staccata dal corpo, e non riuscivo a fare altro che osservarmi. Fu allora che lo sentii:

«Se guarderai troppo a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te, non te l’hanno mai detto?»

Istintivamente mi girai alla mia sinistra, da cui proveniva quella voce. Non era né bassa né acuta, era più un baritono, ma accompagnata in sottofondo da voci di entrambi gli altri generi, come fossero più voci a parlare, o come fosse più che un semplice ente, colui che le scandiva.

Vidi un’entità a dir poco paranormale, quando mi voltai.

Il suo volto era delicato, pallido e giovane, senza barba e dai lineamenti estremamente definiti. I suoi occhi erano di un blu talmente surreale da brillare al buio, come fossero fatti di puro neon. Aveva dei capelli soffici, selvaggi e brillanti, tanto lucenti da sembrare bagnati, di colore castano rossiccio. Dai suoi capelli spuntavano un paio di corna d’oro corte, che a malapena si scorgevano dalla testa, anzi erano curvi sul cranio a seguirne la forma. Riuscii a distinguerli solo per la lucentezza che emanavano. Era vestito di nero, con una camicia aperta simile a un kimono, sotto al quale si poteva vedere il suo petto nudo, su cui era adagiata una collana guarnita di un solo pendente che tanto mi sembrava un dente. Portava dei pantaloni attillati simili a skinny jeans, ma di un tessuto più simile alla pelle, e i suoi piedi erano scalzi. Aveva un’espressione serena, come quella di un vecchio che tutto aveva visto e poco si aspettava. Il suo volto trasmetteva pace e consapevolezza.

Non sapevo cosa dire e rimasi paralizzato a fissarlo.

Chi era quell’essere? Che ci faceva lì? Cosa voleva comunicarmi con la sua frase?

Mi sorrise.

«Mi hanno chiamato in molti modi… Praticamente ho un nome per ogni popolo su questa terra: gli egiziani mi chiamavano Ptah, e i popoli nordici Loki. Per i greci ero Prometheus, e per i giapponesi Izanagi. Ma per il popolo più antico del mondo, il mio nome era Enki.»

Enki…

Nonostante la vita sregolata che avevo condotto negli ultimi anni, avevo sempre avuto una grande passione per le mitologie antiche, e conoscevo molto bene tutti i nomi da Egli elencati, e le loro conseguenti leggende. Enki era il Dio sumero della saggezza, che decise di creare la razza umana.

Dopo aver sentito il suo nome tutto aveva molto più senso. I suoi occhi erano blu come l’acqua, l’elemento a Egli attribuito, e il nero dei suoi vestiti sembrava quasi riflettere l’oscurità dell’Abzu, l’abisso nel quale, secondo le leggende, regnava.

Perfino i pantaloni ora avevano un’identità: il materiale di cui erano fatti era pelle di delfino, di cui le leggende raccontavano fosse vestito.

Non avevo mai visto niente di tanto sconvolgente.

«Questo è un sogno?»

Esatto. Quella fu la frase migliore che riuscii a pronunciare in quel momento.

Lui però non sembrò vederla come una domanda stupida, e con molta pacatezza mi rispose:

«È una proiezione astrale. Tu sei lì che dormi…»

In quel momento, anche per via di tutte le canne che mi facevo, era difficile credergli o metabolizzare, ma feci del mio meglio, anche perché, ponendo fosse solo un sogno, era comunque il più figo di tutta la mia vita.

«Non so cosa dire… Perché sei qui? Che vuoi da me?»

Per quanto fossi confuso e sconvolto, una spiegazione la meritavo…

«Oh be’, hai toccato il fondo…»

Questo lo disse con molta nonchalance… Anzi perse addirittura quel velo di mistero che inizialmente lo ricopriva… Il fatto è che lo disse con una semplicità parecchio umana…

«Che vuol dire che ho toccato il fondo?» Chiesi io cercando di sembrare non curante dell’umanizzazione che per un secondo sembrò trasmettermi.

«Vuol dire che ti fai le canne dalla mattina alla sera senza concludere niente della tua vita… Se non è un tracollo questo non so cosa lo sia…»

Parlava davvero come un essere umano…

«E quindi saresti venuto qui a farmi la morale?»

Chiesi io in tono di sfida.

«Sono venuto qui a farti il culo, bello! Tu mi servi!»

Penso che non fosse più una questione di canne. Ero a tutti gli effetti confuso a causa sua.

«E a cosa dovrei servirti, Sua Maestà?» Controbattei.

«Allora, a parte che puoi chiamarmi Enki, ma comunque, se proprio ci tieni a darmi titoli, io sono “Divina Potenza Creatrice”, sua maestà lo dici a tua madre, caccola! E poi mi servi ovviamente per le tue abilità! Cosa pensi, che io gli esseri umani li creo per sport? Perché non ho niente di meglio da fare? Non pensi che essere il figlio di una donna sterile, significhi qualcosa?»

Mentre seguivo il suo discorso riuscivo solo a pensare “questo è fuori…” ma le ultime parole da Lui pronunciate mi pietrificarono. Mia madre era davvero sterile. Me lo raccontava spesso da piccolo, e diceva che ero il suo miracolo… Ho sempre pensato ci potesse essere una spiegazione scientifica a ciò, come per esempio il fatto che non fosse completamente sterile, ma solo in larga misura.

«Stammi bene a sentire, stronzetto. Io ti ho creato per scrivere. Tu sei il mio soldato, e non sei venuto al mondo per buttare la tua vita in questo modo. Finora ti ho concesso di annegare, per fare esperienza su quanto la vita non fosse una favola, e sono un fermo sostenitore del fatto che le più grandi lezioni si imparano nel dolore, ma adesso il giro turistico è concluso. Tu mi servi.»

Era incredibile: era apparso come una figura mistica, per poi sembrarmi umano fino al punto di gridarmi in faccia in stile “sergente maggiore Hartman”.

Mi sembrava insensato, ma solo tempo dopo, rileggendo molti testi sulle antiche religioni, capii che il suo comportamento era del tutto normale: gli Dei Pagani erano descritti come molto simili agli esseri umani, non solo nelle apparenze, ma anche nel carattere ambiguo e volubile, quanto addirittura negli stili di vita… Basti pensare a Zeus, il re degli Dei greci, che tanto era amante di donne e vino, da avere addirittura un servo chiamato Ganimede, che si occupava di mantenere sempre piene le sue botti di vino.

Cioè, se Zeus era un donnaiolo ubriacone, non è impossibile pensare che Enki sia un pazzo, seppur geniale, bastardo.

«Senti, non so come dirtelo, ma il fatto che abbia sempre preso voti alti nei temi a scuola, non significa necessariamente che voglia fare lo scrittore nella mia vita, e starei qui a raccontarti per ore quanti problemi ho adesso, ma penso che spiegarti che ho di meglio a cui pensare, ora come ora, sia sufficiente.»

Non giudicatemi, ero perso.

Enki mi guardò come se avesse appena sentito la più grande stupidaggine della sua vita.

A quel punto alzò la mano sinistra, e sul suo palmo comparve un quaderno. Quel quaderno era mio.

«Bene, perciò tutto quello che scrivi qui sopra, tutti questi appunti, e le ore che passi a immaginare il tuo romanzo, per te non rappresentano niente…»

Già, effettivamente non fumavo e basta durante le mie giornate. Durante l’estate avevo iniziato a scrivere un romanzo, basato su una storia che immaginavo da tutta una vita, e che potenzialmente avrebbe potuto produrre un’intera saga di libri, come Harry Potter per intenderci… L’unico problema è che credevo talmente poco in me stesso da farlo a tempo perso, senza avanzare chissà quale pretesa o progetto da tale attività…

«Cioè, davvero vorresti dirmi che tu credi in quella roba che hai tra le mani? Davvero vorresti fare di me uno scrittore? Ma ti rendi conto di che persona sono, visto che a quanto dici, mi hai creato tu?»

Lui sfogliando le pagine, con molta nonchalance, si limitò a rispondermi:

«Tu sei un grandissimo stronzo! Ma hai tutto ciò che occorre per realizzare piani, sogni e aspettative di entrambi…»

Alzai un po’ il tono, e dissi:

«Ma mi ascolti? Mi hai guardato, almeno? Ti rendi conto di quanto sono incasinato?»

A quel punto alzò gli occhi dal quaderno e mi fissò intensamente.

«Mi rendo perfettamente conto della depressione che hai attraversato, e che stai attraversando. Mi rendo conto che non vedi una via d’uscita, ma io non ti ho chiesto di finire questo romanzo entro stanotte. Ti ho semplicemente proposto di chiudere questo capitolo della tua vita e iniziare a fare sul serio, con Me al tuo fianco. Vuoi uscire dalla tua prigione interiore, mio caro?»

Era molto difficile controbattere al suo sguardo, e comunque nel profondo di me stesso non sognavo altro che una via d’uscita, ma feci del mio meglio:

«A me non sembrava tanto una proposta…»

«Scusa, ma se non ti tiro qualche schiaffo morale non posso pretendere di darti la svegliata di cui hai bisogno…»

«E allora sentiamo, quale sarebbe la via d’uscita?»

Alla mia ultima domanda fece un sorrisetto difficile da interpretare, e disse, senza smettere di fissarmi:

«Tanto per incominciare da domani le canne non le vedi più. In secondo luogo ti iscrivi di nuovo a scuola. Poi il percorso si chiarirà da sé.»

Restai nuovamente paralizzato dallo stupore. Mi era difficile stabilire se fosse serio o meno… Sembrava proprio che il mio mindset non gli importasse…

«Non crederai davvero a quello che hai detto, spero…»

Alzò gli occhi al cielo.

«Cosa c’è di tanto strano in quello che ho detto?»

«Io a scuola? Devi essere completamente pazzo solo per pensarlo… E

poi non ho neanche la certezza che tu sia reale…»

Il suo sguardo si incupì e la sua voce si fece più profonda.

«Bene.»

Mi prese a sè con la mano destra, e con la mano sinistra mi toccò il petto. Sentii un bruciore fortissimo provenirmi da sotto la pelle e iniziai a urlare.

Infine mi lasciò e caddi a terra col volto imperlato di sudore e le lacrime agli occhi.

Guardai il punto in cui mi aveva toccato e vidi un tatuaggio simile a un maori sulla mia pelle.

«Ma che…!»

Esclamai io scandalizzato.

«Quello è il mio marchio, ragazzo. Quando ti sveglierai lo troverai proprio lì, anche nel tuo corpo fisico. Sarà la prova della mia esistenza, e soprattutto della mia serietà. Ti lascio tutto il tempo di riflettere sulla mia proposta, ma se credi davvero che esista un’altra soluzione ai tuoi problemi, non hai proprio capito nulla. Chiamami pure quando avrai deciso, e io verrò da te. Aspetto con ansia.»

A quel punto schioccò le dita e io mi svegliai. Mi guardai intorno nella stanza e non c’era traccia di Lui. Era sparito.

Quello che mi inquietò fu ciò che vidi dopo: andai allo specchio per controllare, e il tatuaggio era lì.

Enki era reale.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Yuri Ortu
Classe 2001,
Nato a Villacidro, nel Sud Sardegna, ma residente a Mortara (PV) dal 2018.
Ho mollato la scuola 18 anni senza completare la terza superiore, per poi condurre una vita disorientata, facendo ogni tipo di lavoro, fino al 2022...
Anno in cui sono stato convinto a riprendere gli studi e abbandonare determinati stili di vita.
Proprio durante la ripresa dei miei studi, sono stato coinvolto nella scrittura tramite le attività scolastiche, fino involontariamente a scrivere il mio primo racconto "Il Demone Guardiano" che racchiude al suo interno la mia storia, le mie passioni e tutta la mia immaginazione.
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