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Frammenti di un cuore sbocciato

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Consegna prevista Febbraio 2025
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A seguito della morte della madre, la vita di Elisa de Bartolo viene stravolta. Tutte le sue certezze precipitano così come la vita familiare che aveva conosciuto. Inizia, per lei, un lungo periodo di cambiamenti. Tra questi vi è il nuovo matrimonio contratto dal padre, seguito dalla partenza del fratello maggiore e della sorella. Ma la vita ha in serbo per lei altre dolorose sorprese. Su richiesta della matrigna, infatti, il padre decide di mandare Elisa in collegio. Allontanata dai suoi affetti più cari, si rende conto che, in quei corridoi grigi e freddi, ci sono altre ragazze che sono esattamente come lei, con una storia più o meno simile alle spalle. È in questi anni che il suo cuoricino, prima protetto dagli abbracci della madre, inizia a formarsi e a schiudersi. Ma, nel suo cuore ormai sbocciato, c’è posto anche per l’amore. Un amore inatteso e sbalorditivo. Un amore al quale dovrà rinunciare per colpa del destino e per il quale sarà costretta a prendere decisioni drastiche

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro nasce da un periodo di allontanamento forzato e quasi totale dalla scrittura. Ci sono dei momenti in cui non è facile non farsi trascinare dal grigiore della quotidianità. Ad un certo punto, si iniziano a compiere meccanicamente sempre gli stessi gesti, sempre le stesse cose del giorno precedente e di quello prima ancora. Quando mi sono svegliata da questo torpore, ho capito che non potevo più continuare in questo modo e, quasi per caso, è nata la storia di Elisa e di Valerio.

ANTEPRIMA NON EDITATA

«Non credo che potrò mai accettare la decisione di mio padre. Ma, visto che questa è la realtà, scendiamo e facciamo il nostro dovere».

Così, scese dalla carrozza, si diressero vero il portone di ingresso che, come per magia, si aprì immediatamente. Vennero accolte dalla governante, colei che si occupava di tutto all’interno di quell’istituto tanto prestigioso, così rinomato e così enorme. Si trattava, infatti, di un vecchio castello, appartenuto ad una nobile famiglia la quale, caduta in disgrazia, aveva deciso di vendere l’unica cosa che, oramai, in quel periodo possedeva: la loro casa. Dall’esterno, incuteva molto timore e questo, in fondo, era il desiderio della rettrice. Le giovani ragazze, quando mettevano per la prima volta piede in quell’istituto, dovevano subito sapere in che posto fossero capitate. Lì avrebbero imparato l’educazione, a restare al loro posto, a non far valere le loro idee, le quali, lì dentro, non contavano assolutamente nulla. L’unica persona che aveva il diritto e il potere di decidere era la rettrice. Tutti gli altri, soprattutto le allieve, non erano nessuno. Con un rigore del genere, dunque, le allieve non si sarebbero mai permesse di non rispettare le rigide regole che ivi vigevano.

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   Sicuramente, quel posto non era famoso per l’allegria che vi regnava. Le famiglie più facoltose di tutto il paese decidevano di mandare le figlie in quel collegio perché dovevano capire, sin dalla loro giovane età, che il loro destino era già stato segnato. Infatti, ognuna di loro, nessuna esclusa, avrebbe imparato a cucire, a suonare il pianoforte, a saper conversare in maniera brillante con chiunque incontrassero. Avrebbero imparato a leggere e a scrivere in greco e in latino nonché in francese e in russo. Quelle ragazze, provenienti tutte quante dalle famiglie più illustre di tutta l’Italia, avrebbero portato in alto i nomi delle rispettive famiglie e, giunto il momento dell’età da matrimonio, sarebbero state accoppiate soltanto a uomini in grado di elevarle ancora di più socialmente. I loro matrimoni servivano non solo alle ragazze per permettere loro di aveva una vita agiata e lussuosa, ma anche e soprattutto alle rispettive famiglie. Così, se le loro famiglie d’origine fossero cadute in disgrazia, loro le avrebbero aiutate a risollevarsi e a non far cadere nel dimenticatoio i loro padri. E, mentre i figli maschi ereditavano tutto il patrimonio familiare, così non era per le donne. Loro dovevano darsi da fare sin dall’infanzia, per ricevere gli insegnamenti opportuni al fine di entrare nelle grandi famiglie. Solo così si sarebbero guadagnate un posto d’onore nella società.

   Ritornando all’istituto, nessuna delle ex allieve si era mai lasciata sfuggire l’occasione di sposarsi con i nobili più prestigiosi e rinomati del paese o, alcune volte, del mondo. Principi, duchi, marchesi, conti, visconti. Insomma, nessuna aveva mai mancato di rispetto all’educazione ricevuta in quel posto.

   Appena Elisa entrò dentro, capì immediatamente che non aveva più potere di decidere sulla sua vita, in quanto tutti, all’infuori di lei, avevano già deciso chi doveva diventare, come si doveva comportare. Ogni suo gesto, da quel momento, sarebbe stato attentamente studiato e corretto, se ce ne fosse stata la necessità. Lei, però, non avrebbe mai permesso a nessuno di cambiarla, di farla diventare un’altra persona solo per il gusto di renderla appetibile all’alta società. Lei sarebbe sempre rimasta Elisa De Bartolo, una ragazza cresciuta con amore e dall’amore forgiata. Niente avrebbe potuto mutare la sua natura.

Questa fu la promessa che si era fatta appena venne accolta dalla signorina Paola, la governante.

   Nel vedere l’aspetto austero di questa donna, Elisa iniziò ad avere paura. Aveva uno sguardo glaciale, poco incline alla felicità. Tutti i suoi lineamenti facevano propendere di trovarsi davanti ad una donna con la quale non sarebbe stata facile la convivenza. Aveva un abito tutto nero, che le copriva ogni centimetro del suo corpo, compreso il collo. Attaccata alla vita, aveva un mazzo di chiavi. Probabilmente, si trattava di tutte le chiavi necessarie per aprire ogni porta del collegio. I capelli erano raccolti in uno chignon, senza avere nemmeno una ciocca fuori posto.

Questa prima impressione non fu di certo positiva per Elisa. Il suo animo, già devastato, si stava spezzando sempre di più. Più iniziava a comprendere ciò che le stava capitando e più la sua disperazione accresceva in lei.

«Buongiorno», disse la governante appena Elisa e Matilde si trovarono faccia a faccia con lei. «Io sono la signorina Paola, può chiamarmi così se desidera. Sono la governante del collegio. Voi dovete essere Elisa De Bartolo, è corretto?»

«Sì, sono io» rispose Elisa timidamente, abbassando lo sguardo.

«Molto bene. Siamo tutti contenti di avervi qui con noi» rispose Paola, guardandola severamente, come se le parole che le erano appena fuoriuscite dalla bocca non corrispondessero a ciò che, in realtà, pensava.

«Vi ringrazio» disse Elisa, non riuscendo a guardare quella donna negli occhi. Aveva paura di lei, una paura che non aveva mai provato verso nessun altro essere umano.

«Come prima cosa, vi porterò dalla rettrice. Adesso può lasciarla a me» disse Paola, rivolgendosi a Matilde.

«Non posso aiutare la signorina con i bagagli?» chiese la povera Matilde, sapendo perfettamente quanto stesse soffrendo il cuoricino di Elisa.

«Purtroppo, non è permesso dal regolamento, mi dispiace. Ma non si preoccupi, glieli faremo recapitare noi» disse Paola, simulando dispiacere nel dare tale risposta.

«Va bene» rispose Matilde guardando Elisa. Quest’ultima, cercando di trattenere le lacrime, si fiondò verso Matilde e la strinse forte a sé.

«Mi mancherai» le sussurrò tra le lacrime e Matilde, cercando di trattenere i pianti, la strinse forte a sé per poi salutarla definitivamente.

«Si faccia coraggio, signorina. Vedrà, un giorno ritornerà a sorridere» le bisbigliò sottovoce, prima di salutarla, facendo in modo di non essere udita dalla governante.

   Non poteva essere facile per nessuna delle due salutarsi. Elisa era molto affezionata alla sua cameriera personale così come Matilde era affezionata alla sua padroncina. L’aveva vista nascere, l’aveva aiutata ogni volta che aveva avuto bisogno di lei e, dalla morte della madre, il loro rapporto era diventato ancora più forte, ancora più solido. Sapere che, probabilmente, non si sarebbero potute riabbracciare per chissà quanto tempo, lacerava il cuore di entrambe. Ma, così come tutte le altre volte, sarebbero riuscite ad affrontare anche quest’ennesima sfida. Entrambe sapevano che potevano contare sul loro appoggio reciproco e, al ritorno di Elisa nella sua casa paterna, Matilde l’avrebbe accolta come se non fosse passato nemmeno un giorno dal loro ultimo saluto.

Appena Matilde entrò in carrozza, pregò per Elisa, sperando che tutto le andasse per il verso giusto. Non voleva che soffrisse ulteriormente e, auspicando di poterla riabbracciare presto, ritornò a casa dei De Bartolo con il cuore pieno di tristezza.

«Non dovete avere paura» disse la signorina Paola ad Elisa non appena Matilde se ne andò e la porta venne chiusa alle sue spalle. Appena Elisa rimase sola, senza la compagnia di quell’unica persona che ancora amava sinceramente, si sentì imprigionata. Vedendo la porta chiudersi davanti ai suoi occhi, sentì un forte senso di oppressione e di angoscia. Quel posto non le piaceva e il silenzio che regnava tra quei corridoi era alquanto macabro se non addirittura raccapricciante. Lei era abituata a vedere i raggi del sole entrare dalle finestre delle camere di casa sua; in quel posto, invece, sembrava che si facesse di tutto per non permettere al sole di entrare dentro. Le pareti della sua casa erano bianche, pieni di ritratti di antenati che lei non aveva avuto l’onore di conoscere; le pareti di quell’istituto, invece, erano di pietra, grigie, vecchie di secoli e, quei pochi quadri che vi erano appesi, rappresentavano volti di vecchie signore, le quali, probabilmente, erano le rettrici precedenti. Chissà quante ragazze erano passate per quei corridoi, chissà quante ragazze avevano sofferto e pianto nell’essersi sentite sole e abbandonate dalla propria famiglia.

   Quante storie potevano raccontare quei corridoi, quelle stanze, quei muri! Se avessero potuto parlare, Elisa avrebbe ascoltato ogni storia, certa che avrebbe trovato in ognuna di esse parte della sua. Tutte le ragazze di quel collegio avevano, in fondo, una storia simile alle proprie spalle ed erano, dunque, inevitabilmente simili tra di loro. L’unica differenza che poteva sussistere era il modo in cui avrebbero deciso di affrontare il loro destino.

«Seguitemi» disse la governante, conducendo Elisa verso un’enorme scalinata. La povera ragazza, guardandosi intorno, con l’angoscia che le pesava sul cuore, cercava di farsi forza, di trovare anche un solo motivo valido per accettare quello che le stava capitando. Nel salire le scale rimasero entrambe in silenzio durante tutto il tragitto, fino a quando la signorina Paola non si fermò davanti ad un portone di legno massiccio, iniziando a bussare, per poi sentire una voce femminile proveniente dall’interno, la quale le disse di poter entrare.

«Buongiorno, signorina» disse Paola ad una donna la quale, affacciata alla finestra, dava le spalle sia ad Elisa che a Paola.

«Buongiorno, Paola» rispose, girandosi lentamente, per poi puntare il suo sguardo su Elisa. «Puoi andare» disse, rivolgendosi a Paola e quest’ultima, obbedendo a tale ordine, lasciò Elisa da sola, in compagnia di una donna vestita, anche lei, in maniera austera, tutta di nero, con i capelli raccolti in uno chignon e lo sguardo severo, truce e indagatore.

«Come ti chiami?» le chiese la rettrice, sedendosi sulla sua grande poltrona.

«Mi chiamo Elisa De Bartolo»

«Ah, molto bene. Sei arrivata pima del previsto. Aspettavamo il tuo arrivo per questa sera. Io sono Ofelia Ragusa, la rettrice di questo istituto»

«Onorata di fare la sua conoscenza, signora rettrice»

«Signorina» la corresse la rettrice.

«Mi scusi, signorina. Mio padre è stato molto impaziente nel mandarmi qui. Non vedeva l’ora di sbarazzarsi di me» le rispose Elisa, con gli occhi pieni di rabbia.

«Nessuno vuole sbarazzarsi di te, mia cara Elisa» le disse la signorina Ofelia, avendo già inquadrato la natura della ragazza. «I tuoi genitori vogliono soltanto renderti diversa…migliore. Sai, ho visto molte ragazze credere, proprio come te, che i genitori volessero mandarle via. Ma, credimi, non è così. Loro lo fanno per il vostro bene. Quale ragazza se ne andrebbe volontariamente via di casa per correggersi? Nessuna»

«Ma io non voglio essere corretta» rispose Elisa, terrorizzata da queste parole.

«Questo è quello che credete tutte. Ma, se siete qui, c’è un motivo. Tu, però, non devi preoccuparti di nulla. Penseremo a tutto noi. Ormai sei parte integrante di questa grande famiglia e verrai trattata con tutti gli onori della tua posizione sociale. Conosco tuo padre e conosco tua madre»

«Voi conoscevate mia madre, Maria?»

«Oh, no. Io conosco la tua nuova madre, Gertrude. Eravamo molto amiche. Ci siamo conosciute proprio in questo posto, sai? Da allora, siamo diventate inseparabili. Sono certa che anche tu farai delle conoscenze interessanti e che le ricorderai con affetto per il resto della tua vita»

«Gertrude non è la mia nuova madre. È soltanto la moglie di mio padre, niente di più»

«Vedo, ragazzina, che hai difficoltà a riconoscere i ruoli di chi ti sta accanto» la rimproverò Ofelia, non distogliendo lo sguardo dagli occhi infuocati di Elisa. Questo sguardo fisso, immobile, fece rabbrividire Elisa la quale, sentendosi a disagio, abbassò gli occhi.

«No. Voglio soltanto che non si attribuiscano a chi non se li merita».

Dopo che la signorina Ofelia squadrò attentamente Elisa, lanciandole un sorriso beffardo, consapevole che sarebbe stata, per lei, una sfida rieducarla, le disse che era arrivato il momento di andare a vedere la sua nuova casa e la sua nuova stanza. Dunque, chiamò Paola, la governate che abbiamo già incontrato, utilizzando un campanello che aveva posizionato sulla scrivania.

«Paola, adesso che le presentazioni sono state rispettate, puoi farle vedere la sua nuova stanza, le aule in cui si tengono le lezioni e la sala mensa»

«Certo, signorina» rispose Paola, provvedendo ad eseguire gli ordini impartiteli.

Così, dopo che Elisa fece un inchino alla rettrice, se ne andò insieme alla governante la quale, dopo aver sceso un piano, si ritrovò nel dormitorio. L’ufficio della rettrice, infatti, si trovava al piano di sopra del dormitorio, per darle la possibilità di scendere ogni volta che volesse per controllare che le ragazze fossero sempre in ordine e che niente di spiacevole si fosse verificato in sua assenza.

«Ecco, questa è la tua nuova stanza» le disse Paola, dopo aver aperto una porta in legno, con una piccola fenditura, per dare la possibilità, alla governante e alla rettrice, di osservare se in stanza fosse tutto sempre in ordine. Ad Elisa quel posto sembrava un carcere più che un collegio. Nella sua nuova camera non c’era nulla a parte una sedia, una scrivania e un armadio. Proprio su quell’unica sedia era stato sistemato un vestito che Elisa notò immediatamente.

«Questo abito per quale occasione va indossato?» chiese Elisa alla governante.

«Sempre. In questo istituto abbiamo una regola fondamentale: siete tutte uguali e, come tale, dovete anche esserlo esteriormente. Questa sarà la vostra divisa per tutto il tempo in cui vi tratterrete da noi. Non è di certo come gli abiti che indossate solitamente tutte voi ma, prima o poi, vi abituerete”

«C’è dell’altro che devo sapere? Qualche altra assurda regola?» chiese Elisa, incredula per ciò che le stava capitando.

«La vostra vita qui dentro potrà essere molto semplice se indosserete la divisa, se studierete con passione e costantemente, se rispetterete gli orari e se non ve ne andrete in giro a vostro piacimento. Tutto qua»

«Tutto qua? Non è esagerato quello che chiedete?»

«Assolutamente no. Un giorno tutte voi vi sposerete e dovrete prendervi cura di una famiglia e di una casa. L’educazione deve essere rigida e severa»

«Questa non è educazione. Imponete regole inconcepibili!» esclamò Elisa, non riuscendo a trattenere la rabbia che, secondo dopo secondo, le fuoriusciva dal petto.

«Adesso, forse, può sembrare così ma, credimi, capirai molto presto il senso delle mie parole. Adesso andiamo, non abbiamo ancora finito il giro». Così Paola chiuse quella conversazione che la stava infastidendo. Nessuna ragazza poteva permettersi il lusso di criticare il loro operato. Queste regole venivano rispettate da generazioni di ragazzine, le quali si sono sempre dimostrate, grazie a loro, all’altezza del ruolo sociale riservato a tutte quante. Anche Elisa, secondo Paola, avrebbe capito molto presto che tutto ciò era necessario per il suo futuro.

Scese al piano terra, Paola la portò a vedere tutte le aule dedicate allo studio nonché la sala mensa. Proprio a quell’ora, tutte le ragazze erano sedute ai loro rispettivi posti, assegnati in base all’anzianità.

«Qui viene servita la colazione, il pranzo e la cena. Ogni mattina vi dovrete svegliare alle sei così da prepararvi per la colazione che sarà servita alle sei e trenta in punto. Terminato di mangiare, vi recherete in stanza per prendere tutto ciò che vi servirà per le lezioni della giornata. Al termine di queste, potrete recarvi in biblioteca o nella sala comune, un luogo adibito per permettervi di riposare e di stare in compagnia delle vostre amiche».

Nel frattempo, Elisa rimase a guardare i volti di tutte quelle giovani fanciulle le quali, come lei, erano state mandate in quell’orribile posto. Chissà cosa pensavano loro di tutto ciò; chissà se anche loro soffrivano per la separazione dalla loro famiglia e chissà se si erano abituate a tutto questo.

«La cena sarà servita tra non molto. Puoi tornare nella tua stanza e prepararti» concluse Paola severamente, senza mai guardare Elisa in faccia.

«Va bene» rispose, remissivamente, Elisa, non avendo altra scelta che sottostare ai loro ordini.

Salita in stanza, vi trovò i suoi bagagli. Mentre li guardava, si chiedeva cosa ne avrebbe mai potuto fare di tutti quei vestiti dal momento che non avrebbe potuto indossare nient’altro se non quell’orribile divisa per i prossimi anni. Ma, per cercare di vagare con la mente e di pensare ad altro, iniziò a disfare le sue valigie, a sistemare i vestiti come meglio poteva. Quella era la prima volta, per la ragazza, in cui si trovava costretta a fare tutto da sola. Da quel momento si sarebbe dovuta occupare lei di sé stessa. Non ci sarebbe più stata sua madre, sua sorella o Matilde a prendersi cura di lei. Era da sola e, con questo, avrebbe dovuto fare i conti.

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Serena Calendino
Sono nata in una bellissima città del sud, Cosenza, nel 1992. Dopo gli studi classici e dopo la laurea in giurisprudenza, ho conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione forense. Ho iniziato a formarmi professionalmente ma, al contempo, ho sempre cercato di non allontanarmi dai libri. Se non potevo o se non riuscivo a scrivere, cercavo almeno di leggere qualche pagina di un libro per immergermi in qualche posto e in qualche storia fuori dall’ordinario. Ma non ho la sola passione per la lettura e la scrittura ma anche per la cucina, i viaggi e la musica. La mia giornata ideale sarebbe: leggere, scrivere, mangiare qualcosa di gustoso e prendere un aereo per andare da qualsiasi parte, con gli auricolari sempre a portata di mano per ascoltare la musica.
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