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Gartelich, il cammino di Hibea

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Consegna prevista Aprile 2025

Nel giovane regno di Gartelich, Hibeascus Kellylie, figlia del nobile cavaliere Ornek Kellylie, sogna di seguire le orme del padre, divenendo la prima cavaliere donna del regno. Hibea immagina di affrontare viaggi epici, attraverso terre avventurose e misteriose. Determinata a mostrare il suo valore, è pronta a superare ogni ostacolo, incluso suo padre. Ornek, temendo per il futuro della figlia, cerca di dissuaderla, preoccupato per i pericoli di Gartelich, un mondo ricco di magia, insidie e segreti. Mentre Ornek svolge il suo incarico nella capitale, Hibea inizia ad allenarsi con fervore, alimentando il suo sogno. Con gli anni, i suoi amici e conoscenti crescono e raggiungono i loro traguardi, ma Hibea non rinuncia mai al suo obiettivo, nonostante un subdolo dubbio comincia a insinuarsi in lei. Un grande e singolare destino lega Ornek e Hibea, in particolar modo ai Barbari, la minaccia principale del regno, che Ornek e i suoi compagni affronteranno, e che Hibea imparerà a odiare.

Perché ho scritto questo libro?

Adoro scrivere avventure. Tante storie mi passano per la mente, ma Gartelich ha un posto speciale nel mio cuore. Da anni lavoro alla sua creazione, scrivendo di Ornek e del futuro di Hibea. Spero che chi leggerà questa storia, possa provare le emozioni, che ho sentito nel crearle. Se anche un solo lettore sentirà qualcosa nel profondo, sarò doppiamente soddisfatto: aver fatto scoprire Gartelich e aver toccato il cuore di qualcuno.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Gartelich, oltre a essere maestoso e sconfinato, era una terra dalle mutevoli facce e forme. Il Padre Ancestrale e i Dodici avevano dato fondo alle loro energie e al loro ingegno, affinché la prima terra emersa potesse rispecchiare e soddisfare i propri creatori. A Gartelich crescevano verdi e lussureggianti foreste, che si narrava fossero nate dai poteri della benevola e misericordiosa dea Hind, permettendo a svariate creature, fra cui gli elfi, di possedere un luogo che potevano chiamare casa. Le grosse e monumentali catene montuose a nord del regno vennero generate in un sol giorno dal dio Boroc. Una solida, mostruosa, ma al tempo stesso maestosa fortezza naturale, dove i nani si celavano agli occhi degli umani. Molti anziani raccontavano che, da qualche parte del regno, si trovasse l’unico ingresso per il cupo regno, luogo nel quale gli esseri viventi giungevano dopo il loro ultimo respiro. Le loro povere e inermi anime si separavano dal corpo per poi essere scortate nel reame della dea Beanna. Gran parte della popolazione pensava che il mistico passaggio si trovasse nel cuore della Steppa Nera, un luogo arido, privo di qualsiasi vegetazione, dove solo le creature più forti e spietate erano capaci di sopravvivere. In quel luogo, posto all’estremo meridione del regno, dimoravano le creature più feroci, subdole e letali di Gartelich.


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Tra queste creature vi erano mostruosità antiche quasi quanto la stessa terra e nemiche naturali del regno. Solo il nome di quegli esseri faceva correre istintivamente la mano alle armi dei forti e tremare dal terrore le gambe dei deboli, udendo il solo nome dei Barbari. Questo popolo si era rifiutato di inchinarsi al re Brenog, accusandolo di andare contro il volere del grande Mactíre, l’unico dio che veneravano fin dalla notte dei tempi, disprezzando e ripudiando gli altri undici. Numerosi scontri videro protagonisti i Barbari e i guerrieri del regno, con questi ultimi sempre vittoriosi, costringendo il popolo nemico ad abbandonare le loro antiche terre, riducendo il loro dominio e trovando rifugio a sud di Gartelich. Molti dei popoli selvaggi seguirono le orme dei loro antenati, prendendo la via del mare alla ricerca di nuove terre da conquistare. Solo pochi rimasero nella prima terra emersa, trovando rifugio nelle isole, situate a svariati giorni di viaggio dalla Steppa Nera, dove un pugno di popolazioni barbariche decise di chiamarla Hausa Wolfoghor, la casa del dio lupo. I Barbari della Steppa Nera sfruttarono quel luogo ostile per diventare ancora più forti di quanto già non fossero. In quel luogo dimenticato da quasi tutti gli dei, sorgeva un grande lago di zolfo, circondato da un esercito di geyser che emettevano roventi e fetidi getti d’acqua calda. Il caldo afoso era insopportabile e perdurava per tutto l’anno, impedendo anche a un singolo fiocco di neve di toccare il suolo di quel rovente regno di desolazione e miseria. Il lago di zolfo era il più grande e noto nido naturale di viverne dell’intera Gartelich, ma non erano le uniche creature a occupare i crateri e le grotte di quella oscura zona. Perfino alcuni draghi decidevano di deporre le loro uova in quel luogo o addirittura all’interno del lago sulfureo. Molto spesso draghi e viverne si spingevano oltre il lago alla ricerca di cibo per sé e per i loro piccoli, imbattendosi negli accampamenti barbarici, che inizialmente divennero un facile pasto per i grandi rettili alati. Col tempo, il feroce popolo della steppa riuscì a contrastare le minacce con le scaglie, abbattendoli con la loro forza bruta. I più coraggiosi si spingevano nei loro territori, rubando perfino le uova, riempiendo le pance dei selvaggi guerrieri per un altro giorno. Si possono contare sulle dita di una singola mano i Barbari più folli e forti, intenzionati a domare un drago, che riuscirono nella loro impresa, facendo tremare l’intera terra emersa e permettendo al loro popolo di conquistare nuove terre. Ormai erano passati secoli dall’ultimo cavalcatore di draghi barbarico e, mentre i Barbari persero una delle loro più pericolose e distruttive armi, nel resto della prima terra emersa i conflitti diminuivano e un nuovo regno si formò. Fu con la nascita del regno di Gartelich, che i Barbari persero ancora più potere e territori. Ogni volta che avevano intenzione di impugnare le armi e di marciare verso la conquista di nuovi domini, venivano stroncati sul nascere dai cavalieri del maledetto regno. I fedeli guerrieri del re dimezzarono il numero degli abitanti della steppa, i quali ritornavano nei loro accampamenti per leccarsi le ferite e tornare nuovamente all’attacco più forti di prima, ripetendo un ciclo senza fine. A ogni sconfitta i Barbari si illudevano, pensando che, se erano capaci di abbattere viverne e draghi, potevano sconfiggere con estrema facilità soldati e cavalieri. Dovevano solo avere fiducia nella loro forza. Tra il popolo della steppa, però, c’era qualcuno che non la pensava come i suoi simili. Osservò e partecipò a innumerevoli battaglie, capendo che la sola forza non bastava per vincere. C’era bisogno di una mente furba, geniale, innovativa e al tempo stesso capace non solo di vincere innumerevoli battaglie, ma di spingersi dove anche i loro antenati fallirono: conquistare l’intera Gartelich. Questa figura non si limitò ad allenare il corpo, spingendolo ai limiti della perfezione, ma intraprese anche un lungo viaggio per l’intero regno, al fine di scoprire come si comportava la gente oltre il lago sulfureo e la steppa. Visitò le più grandi città e le fortezze, nel tentativo di scovare una falla nelle loro difese, che per i loro padroni dovevano essere impenetrabili. Si procurò montagne di libri, ampliando i suoi orizzonti e entrando nella mente e nell’animo del proprio nemico. Infine, condivise i suoi insegnamenti con i suoi uomini più fidati, rendendoli delle perfette spie, che si confondevano alla perfezione tra i comuni cittadini del regno di Gartelich. Quando i suoi insegnamenti terminarono, mandò i suoi uomini in vari angoli del regno, dove potevano confondersi facilmente tra gli abitanti del regno. In questo modo, poteva essere informata su ogni singolo evento che avveniva in quelle terre, attendendo qualche evento, una piccola e insignificante crepa, che avrebbe dato il via al suo ingegnoso piano, frutto di anni di viaggi e di osservazioni. Il fatidico e atteso momento non si fece attendere. Venne informata della lieta notizia in un’afosa mattinata. Era di ritorno dal lago sulfureo, da una proficua battuta di caccia. Aveva appena terminato le sue scorte di carne e si era diretta nel territorio delle viverne per rifornirsi. Adocchiò un cucciolo appena nato di viverna. Doveva essere uscito dall’uovo da un paio di giorni, non possedeva ancora la forza per reggersi sulle gambe e riusciva solo a lanciare qualche acuto e fastidioso stridio. Era una facile preda, nonché una cena perfetta. La carne di un cucciolo di viverna era molto più tenera e grassa di un esemplare adulto. Già assaporava la prelibata carne del rettile sciogliersi sotto il suo palato, ma non voleva solo fantasticare sul suo sapore. Rapida come una serpe, estrasse il pugnale e, senza farsi vedere dal cucciolo, si gettò alle sue spalle. Con un repentino e fluido gesto, gli staccò la testa dal resto del corpo, che venne colpito da violenti spasmi. Appena gli scatti cessarono, prese il corpo della minuta creatura e lo infilò in un sacco, proprio quando la madre del cucciolo fece ritorno. Il mostruoso essere osservò dall’alto dei suoi tre metri l’assassina del suo piccolo, attraverso i suoi occhi ambrati da rettile e mostrandole le sue schiere di zanne lunghe e affilate come lame. La pallida luce del sole, che si faceva largo fra le opprimenti nubi della Steppa Nera, colpì con i suoi raggi le scaglie della viverna, dando l’illusione che il suo corpo fosse ricoperto da una miniera di smeraldi delle Creste. La cacciatrice non indietreggiò. Osservò attentamente il suo bestiale avversario, che grattava il terreno con i suoi neri artigli. Come una frusta, la viverna faceva schioccare la sua lunga e micidiale coda, che terminava con un pericoloso uncino contenente un veleno letale, capace di portare alla morte le ignare vittime in pochi attimi. Alla cacciatrice bastò un semplice istante per analizzare il gigantesco rettile e ancor meno per comprendere che avrebbe fatto ritorno alla sua tenda con un numero maggiore di provviste. Non voleva abbandonare il suo bottino di caccia, né finire i suoi giorni nello stomaco di una misera viverna. Avrebbe venduto cara la pelle. Mise da parte il coltello, inutile in quello scontro, ed estrasse un’arma degna di essere chiamata tale. Appena la lama del Barbaro venne investita dalla luce del sole, la bestia scattò. Allungò repentinamente il collo, spalancando le fauci con l’intento di liberarsi dell’intruso con un sol boccone. La cacciatrice fu molto più veloce della grande creatura, spostandosi da dove si trovava e rispondendo all’attacco, affondando la lama nell’occhio destro della viverna. La creatura emise un terribile grido di dolore e sbatté la testa più e più volte contro il soffitto della caverna, rischiando di farla crollare e seppellire entrambi gli sfidanti. La cacciatrice riprese il suo sacco e uscì dalla caverna, seguita dall’orbo animale, che si lanciò contro di lei con un terribile e furente ruggito, carico di rabbia e odio. Sapeva bene, che lo scontro contro la furente bestia doveva concludersi alla svelta, prima dell’arrivo di altre viverne o, peggio, dei draghi attirati dai lamenti della creatura ferita. Le bastarono un paio di colpi per far breccia nelle difese della viverna, squarciandole il ventre color oro e privo di scaglie. Infine, calò con estrema brutalità la lama della sua spada sul collo della bestia, donandole lo stesso irreversibile destino del suo cucciolo. Il vincitore dello scontro non degnò nemmeno di uno sguardo il suo avversario. Rinfoderò la spada e riprese il coltello, con cui tagliò la pelle della creatura. Tornò con il sacco colmo di carne, che pesava quanto l’incudine di Mactíre. Grazie alla sua fruttuosa e fortunata battuta di caccia, possedeva abbastanza provviste per un mese o due, ma non si soffermò solo sul cibo. Tagliò la coda dell’alato rettile, prendendo il nero uncino, sapendo già cosa farne. Portò con sé la testa della viverna, utile sicuramente alla sua preziosa, seppur sgradevole, conoscenza.

“Parli di Cyrgad e spunta il suo occhio,” pensò, quando vide venirgli incontro la persona che stava per entrare in possesso della testa della sua ultima vittima. Come al solito, il viso e il corpo dell’individuo erano ricoperti da un lungo mantello scarlatto, logoro e colmo di buchi ovunque. Si chiedeva come potesse sopportare un caldo simile con quell’affare addosso, che, sorprendentemente, lo rendeva estremamente rapido e agile, nonostante la sua grossa e grassa stazza.

“Le spie hanno fatto rapporto,” informò la figura con la sua solita voce roca, inchinandosi al Barbaro, che lo guardò con sufficienza. “C’è stata una battaglia a Iarann fra la tribù dei fratelli Schadel e Knochen e dei soldati del regno, capitanati da due cavalieri del Sacro Ordine.”

“Ebbene?” disse il Barbaro, senza trapelare alcuna emozione.

“La battaglia è stata, come al solito, sanguinaria e vinta dai cavalieri,” continuò il servitore, tralasciando i dettagli dello scontro. Sapeva che i rapporti dovevano essere secchi, diretti e veloci. “I Barbari si sono ritirati non appena i due fratelli sono caduti per mano del Sacro Ordine.”

“Tutto qui?” domandò il Barbaro, deluso dal rapporto, sperando che potesse riferirgli qualcosa di più interessante. Solo allora la sua aberrante conoscenza sorrise e terminò il rapporto. “I fratelli hanno portato con loro, nel reame della dea Beanna, lord Cimhall Cumhaill e mozzato il braccio a Sir Nuada.”

In quel momento, il Barbaro fu colto dalla gioia e dalla soddisfazione. Si era liberato senza troppe difficoltà di quelle due spine nel fianco che erano Schadel e Knochen. I capi di una delle più potenti tribù, che più volte si opposero alle sue decisioni e ai suoi piani, erano stati eliminati. Finalmente, senza di loro, poteva dare il via alla conquista di preziosi e importanti territori, strappandoli al regno nemico. Aveva meditato di liberarsi dei gemelli in un secondo momento, evitando però di mandarli dalla dea corvo col solito metodo della sua gente, squartandoli o decapitandoli. Desiderava optare per qualcosa di più subdolo e viscido, come un veleno o spingendoli in una imboscata nemica. In questo modo la sua posizione di leader nei confronti delle altre tribù non veniva compromessa. Avrebbe alimentato l’odio dei Barbari, che avrebbero seguita le sue decisioni senza batter ciglio. Non poteva crederci: doveva solo aspettare per liberarsi di quei due stupidi. Con la morte di un cavaliere del Sacro Ordine, inoltre, il resto dei cavalieri si sarebbe riunito nella capitale, per trovare un successore. Tutti riuniti sotto lo stesso tetto, non avrebbero mai capito cosa li avrebbe colpiti e, soprattutto, avrebbero scoperto troppo tardi cosa avevano perso con estrema facilità. Il suo piano stava incominciando a prendere forma; doveva solo attendere il giorno del summit e che l’uomo scelto per il delicato, ma fondamentale incarico riuscisse nell’intento.

“Iligon,” si rivolse al suo servitore in rosso, che chinò nuovamente il capo, temendo d’incrociare il suo temibile sguardo. “Convoca mio figlio nella mia tenda e poi manda un messaggio agli uomini di Schadel e Knochen. Falli venire al nostro accampamento.”

“Sarà fatto,” rispose Iligon, intuendo il motivo per cui il suo capo decise di convocare gli uomini dei due Barbari uccisi dai cavalieri. Si stava per dirigere verso l’accampamento, quando il Barbaro lo fermò.

“Mi ero quasi dimenticato di questa,” disse, gettandogli ai piedi la testa della viverna. “Credo che potrebbe tornarti utile.” Si diresse poi verso il villaggio.

Fra tutte le tribù dei clan della Steppa Nera, la sua era la più grande e ben fornita. Oltre ad avere un numero maggiore di uomini rispetto alle altre tribù, possedeva un numero le migliori di armi, prodotte incessantemente dai vari componenti del clan, che rivestivano anche il ruolo di sacerdoti del dio lupo. Non abbandonavano mai il loro tempio, la loro fucina, dove veneravano il loro dio, che guidava le loro mani nella creazione di armi da affidare ai loro fratelli per adempiere al volere del loro signore. Passò per il villaggio e, come succedeva sempre, gli artigiani chinavano il capo quando incrociavano il suo sguardo, e non erano i soli. Ogni uomo, donna e bambino che incrociava sul suo cammino abbassava la testa in segno di rispetto. Erano fieri di avere un capo del suo stampo e, se il loro accampamento si era ingrandito e aveva acquistato sempre più potere e timore fra le popolazioni barbariche, era grazie a lui. Ci mise poco ad arrivare alla sua tenda. Era la più grande di tutte, tinta di un rosso vivo, e sulla sua cima torreggiava una grossa e minacciosa testa di drago. L’interno era colmo di oggetti stravaganti, armi e un pugno di preziosi gioielli trafugati o strappati dalle mani fredde e morenti in tutta Gartelich. Al centro della grande dimora del Barbaro c’era un grosso e comodo trono di un grigio cenere, su cui si sedette ad attendere la sua progenie. Non dovette aspettare a lungo. Una grossa e sinistra ombra si stagliò sull’ingresso della tenda, ma non osò entrare al suo interno. Si inchinò, in attesa di ordini dal suo capo e genitore.

“Schadel e Knochen sono morti,” lo informò il Barbaro, osservando con soddisfazione, misto a un antico odio, il figlio. “I loro assassini erano dei cavalieri del Sacro Ordine. Uno è morto, l’altro non sarà più in grado di lottare. Comprendi cosa sta per accadere?”

“Il resto dei loro compagni si staranno dirigendo alla capitale,” rispose Cryffus, con una voce tuonante che vibrava dentro l’elmo nero, che assieme alla sua armatura grigia non si toglieva mai.

“È giunto il momento, Cryffus. Dirigiti alla capitale e di adempi alla missione.”

“Non vi deluderò,” promise Cryffus, sollevandosi. “Manderò da Beanna più cavalieri possibili. Il primo tra tutti che ucciderò sarà quel cavaliere.”

“Non ti dimenticare il vero motivo della tua missione!” lo riprese con voce sibilante e carica d’odio, al solo ricordo di quel maledetto in armatura.

“So bene cosa devo fare,” rispose Cryffus, mantenendo la calma davanti alla furia del suo superiore. “Tornerò con l’ancestrale dono di Mactíre.”

“Un pugno di uomini ha deciso di seguirti, sapendo che ti eri offerto,” disse il Barbaro, intuendo chi fossero gli uomini che avevano volontariamente deciso di unirsi alla sua nobile impresa. Molto probabilmente, la gran parte di loro non sarebbe tornata a casa, tutto solo per il bene e l’onore della loro tribù e per lui.

“Torneremo vincitori, e con Poen ci metteremo pochi giorni.”

“Meglio Arswyd,” gli suggerì sua madre. “È molto più grosso e in salute.”

“Farò così,” approvò Cryffus e si congedò dicendo, “Per il bene del nostro popolo!” Si diresse con grandi falcate verso il suo alato destriero, seguito dallo sguardo serio e attento di sua madre.

Volle dare fiducia a suo figlio. Doveva andare tutto alla perfezione, altrimenti sarebbero passati anni prima di una nuova possibilità di ribaltare il regno. Era certa che almeno una delle promesse di Cryffus si sarebbe realizzata. Mentre osservava la vita dell’accampamento continuare il suo movimentato corso, ripensava a un uomo del suo lontano passato. Immaginava con immenso piacere l’orribile fine a cui sarebbe andato incontro. Era giunto il momento di fargliela pagare nel peggiore dei modi.

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Luca Antonio Esposito
Chi sarà mai questo Esposito Luca Antonio? Autore di Gartelich, sono un esploratore del mondo, che si meraviglia a ogni scoperta. Laureato in biologia, unisco magia e scienza in modo unico. Il fantasy è la mia passione fin da piccolo, grazie a due autrici, che mi hanno rapito: Jennifer June Rowe (alias Emily Rodda) e la regina del fantasy italiano Licia Troisi. Sono loro che mi hanno ispirato a creare il mio mondo fantastico, che spero prenda forma anche nei vostri mondi. Quando non scrivo, mi troverete in giro con cuffie alle orecchie, alla caccia di librerie, fumetterie e negozi di videogiochi. La sera, invece, sono in un bar o pub con amici o immerso in una sessione di D&D, sia come giocatore, che come master (solo se minacciato!).
Questa è una breve presentazione dell'autore dietro Gartelich. Se volete scoprire di più su di me, cercatemi. Chissà se qualcuno ci riuscirà.
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