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Consegna prevista Gennaio 2025
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Claire si sveglia riversa sull’asfalto, sanguinante e priva di ricordi. Affetta da amnesia, apprende solo in un secondo momento dell’omicidio dei suoi datori di lavoro. Decide di fare luce su cosa sia capitato a lei e ai suoi superiori. Due uomini, che ne contendono il cuore, la aiuteranno a risolvere l’enigma in una corsa contro il tempo.
L’indagine la conduce, inaspettatamente, ad un’Irlanda povera e antica che cela verità tenute nascoste per troppo tempo.

Perché ho scritto questo libro?

Per me scrivere è come respirare. Scrivere è terapia, verità e vivere la vita che vorresti. E in Hope ho lasciato una parte di me.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1

Portland, Estate 2013

Aprì gli occhi.

La luce del sole la investì. Richiuse le palpebre subito infastidita.

Un fortissimo mal di testa la sorprese. Aveva la guancia premuta sull'asfalto nero.

Mentre il sangue le pulsava nelle tempie, sentì delle voci vicino a lei.

Un bambino urlava il suo nome e piangeva; l'altra voce parlava concitata al telefono e diceva a qualcuno di fare in fretta perché si era svegliata.

Riaprì lentamente gli occhi. Le scarpe scure di un uomo erano a pochi metri da lei; dietro di lui vide un giardino che sembrava essere immenso che precedeva una casa bianca dal tetto scuro.

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Non capiva, né si ricordava, perché era davanti a quella casa o perché fosse sdraiata a terra. L’uomo non sembrava conoscerla, invece il bambino sì.

Lo guardò per un momento. La sua memoria la aiutò questa volta: Michael.

Appoggiò una mano a terra, per un istante toccò qualcosa di caldo e viscoso, fece per mettersi a sedere e guardare ma l’uomo le premette le spalle a terra «Non si muova, sta arrivando l'ambulanza». Allora alzò la mano e se la portò vicino al viso, era ricoperta di sangue.

Fece cadere il braccio a terra come privo di vita; il bambino si buttò su di lei appoggiando la testa sul suo ventre.

Dopo poco divenne di nuovo tutto nero.

Riaprì gli occhi in ospedale. Sentiva bruciare la parte sinistra della testa e la pelle dell'avambraccio destro tirarle; fece una smorfia appena cercò di muoverlo. Le dava fastidio anche quello sinistro ma si accorse che era solo l'ago della flebo.

Sulla sedia alla destra del letto c'era l'uomo che aveva visto di fianco a lei quando era sdraiata sull'asfalto. Stava sonnecchiando e così poté osservarlo meglio.

Non aveva più di sessant'anni anni, i capelli sale e pepe in perfetto ordine, i segni dell'età sulla fronte e agli angoli degli occhi, il viso affilato, le labbra sottili e fisico slanciato stretto in un abito grigio. Nel complesso un bell'uomo. E aveva qualcosa di familiare. Si stava interrogando su dove lo avesse già incontrato mentre cercando di mettersi seduta si aggrappava con la mano sinistra alla maniglia, che le penzolava molesta davanti alla faccia. L'ago pizzicava.

L'uomo si risvegliò dal suo sonnellino e vedendola in difficoltà si alzò per aiutarla. Le spostò i cuscini e glieli mise dietro la schiena «Grazie» ringraziò lei con la voce rauca sorridendogli.

«Come si sente?» domandò l'uomo incrociando le braccia al petto. Lei si schiarì la voce «Meglio, credo, sono ancora un po' indolenzita. Mi dia del tu, per favore» ribatté.

«Certo» l'uomo si girò dandole le spalle mentre controllava il cellulare.

«Volevo ringraziarla per quello che ha fatto, mi ha salvato la vita, signor?» intavolò timidamente la conversazione.

«Morgan Atkins. Era il minimo che potessi fare» rispose quasi sovrappensiero mentre tornava a girarsi verso di lei «Tu sei?» chiese socchiudendo gli occhi. Lei sorrise nuovamente «Claire Foley». Morgan alzò le sopracciglia «Hai origini irlandesi?»

«Sì, mio nonno si è trasferito negli Stati Uniti per cercare lavoro negli anni cinquanta». L'uomo annuì e sbirciò nuovamente il cellulare «Ti devo chiedere un paio di cose» guardandola fisso negli occhi «Chieda pure».

Morgan si schiarì la voce e si sedette pesantemente sulla sedia grigiastra «Perché ti ho trovato davanti a casa mia?». Claire non rispose subito, cercò di riportare alla memoria gli avvenimenti dei giorni precedenti ma non le venne in mente niente. Scosse la testa. «Sicura? Non ricordi nulla?»

«Mi dispiace. So solo che il signor Loader mi ha dato il suo indirizzo, mi ha detto che avrei dovuto portare suo figlio Michael da lei». Si fermò un momento e si guardò in giro. Non si era accorta che Michael non era nella stanza. «Dov'è Michael?» domandò sentendosi in colpa per la dimenticanza. «Sta bene, è solo un po' spaventato. Ma non preoccuparti, lo stanno assistendo».

Claire si sfiorò la parte lesa sull'avambraccio destro, e provò una terribile sensazione di prurito che sapeva si sarebbe protratta fino alla completa guarigione.

«Allora sai solo che il signor Loader ti ha detto di portarmi suo figlio Michael?»

«Lei conosce Michael?» chiese lei aggrottando le sopracciglia eludendo la buona regola del non rispondere ad una domanda con un'altra domanda. Morgan strinse le labbra per qualche secondo.

«Sì, è il figlio di un mio carissimo amico. Tu chi sei per lui, invece?»

«La sua babysitter» rispose guardinga ma sollevata nel sapere che il Morgan di cui le aveva parlato il suo datore di lavoro era il Morgan giusto. L'uomo annuì. Claire sorrise e gli chiese non senza imbarazzo «Lei sa cosa mi è successo?». Morgan la guardò stupito «No, mi spiace. Tu non ricordi?» Claire scosse la testa. Scese il silenzio tra i due, poi l'uomo riprese a parlare «Il tuo accento non è propriamente quello del nord-ovest. Da dove vieni?» le chiese Morgan in un claudicante tentativo di risollevare la situazione che si era creata. «Vengo da Salem» rispose Claire. Morgan annuì «Suppongo che tu intenda quella nello stato del Massachusetts» Claire annuì, fece per rispondere ma venne interrotta da un'infermiera che entrò nella sua stanza «Ti sei svegliata, signorina!» esclamò sorridendo il donnone appena entrato nella stanza «Avrebbe dovuto avvisare» disse rivolta a Morgan che sorrise colpevole, ma poco dispiaciuto. «Claire ti lascio in buone mani. Ti vengo a trovare domani».

«Non serve che si disturbi, davvero» sorrise impacciata. Morgan sventolò la mano come se volesse scacciare un brutto pensiero e uscì dalla stanza.

La sequenza era chiara. Una ragazza faceva capolino dalla porta di emergenza del seminterrato. Uomo Uno vicino alla macchina sparava alla ragazza che cadeva nel buio e spariva. Uomo Due e Uomo Tre entravano in casa e facevano fuoco; quattro spari. Uomo Due e Uomo Tre uscivano dalla casa, raggiungevano Uomo Uno. Tutti è tre salivano in macchina e se ne andavano; Uomo Uno alla guida.

La ragazza usciva dalla porta di emergenza dopo qualche minuto con un bambino per mano mentre si teneva la testa con l’altra. Prendeva un'auto, una Smart, assicurava il bambino al sedile del passeggero, gli metteva in grembo la borsa, saliva in auto e se ne andava sgommando. Il detective Bulloch, e il suo collega Gorham, avevano guardato il video registrato dalla telecamera a circuito chiuso dei dirimpettai dei signori Loader, almeno cinque volte. Chiesero se potessero portare il video in centrale per ulteriori controlli e il signor Blackwell acconsentì.

«Dovremmo fare comunque qualche domanda alla ragazza» cominciò Gorham aprendo lo sportello dell'auto «Decisamente» concordò Bulloch salendo in macchina al posto di guida.

2

Amnesia lacunare transitoria. Questa era stata la sveglia del medico che con poco garbo le aveva diagnosticato il problema neurologico dovuto ad un colpo alla nuca. Non era sicura di aver capito bene, a dire il vero non era nemmeno sicura di essere sveglia. Ma erano tre parole che le sarebbero girate per la testa per giorni interi.

Ma era sollevata, tutto sommato, c'era una ragione medica del perché non ricordasse nulla della sera di due giorni prima.

Stava per chiedergli informazioni riguardo il suo stato ma l'uomo allampanato e con il naso appuntito, scarabocchiò qualcosa sulla sua cartella medica e uscì dalla stanza.

Poté dare un'occhiata alla sua piccola camera. I pannelli e le luci al neon la sorvegliavano dal soffitto, le pareti bianche circondavano il suo letto, sopra la sua testa la luce per la notte e, sotto le ruote piroettanti del suo giaciglio, il pavimento di linoleum grigiastro. La porta blu notte alla sua destra, mentre alla sua sinistra una finestrella rettangolare che dava sul parcheggio del policlinico.

Erano le otto di mattina e un'inserviente le portò la colazione su un carrellino di acciaio. Le ruote miagolavano come gattini affamati e il mal di testa bussò di nuovo al suo cranio. Si massaggiò le tempie e fece un sorriso stiracchiato alla donna che le porgeva il vassoio arancio sbiadito. Claire lo prese tra le mani, i punti di sutura le tiravano, lo appoggiò sul comodino accanto al letto. La donna con la sua voce stridula e malinconica le augurò buon appetito.

Alzò il coperchio e vi trovò qualche fetta di mela rossa, un bicchiere di tè verde incandescente che puzzava di fieno, due tristissimi biscotti, sicuramente a basso contenuto calorico dato il colore marroncino chiaro, ed infine una solitaria bustina di Stevia. Quella colazione le metteva depressione, ma era talmente affamata che trangugiò tutto. Provò a bere il tè, ma si bruciò la lingua e decise di lasciarlo lì.

Scese dal letto e si infilò le infradito gentilmente offerte dall'ospedale «Dove credi di andare?» le chiese un infermiere dolcemente «Devo farti l'iniezione di antibiotico».

«Giusto, mi ero dimenticata». L'uomo rise, forse credette che lei avesse fatto una battuta sulla sua amnesia. Claire sorrise imbarazzata e mentre l'infermiere le abbassava un lembo dei pantaloni del pigiama per procedere con l'antibiotico lei gli chiese informazioni sul suo stato neurologico.

«Il medico che ti è venuto a visitare questa mattina non ti ha detto nulla?» disinfettò la parte con un batuffolo di cotone e come se giocasse a freccette le forò la pelle della natica e le somministrò l'antibiotico.

«No, mi ha solo detto che soffro di un’amnesia lacunare transitoria. Non so che significa». L'infermiere estrasse la siringa e la mise in un vassoio ovale insieme al cotone. Afferrò la cartella medica e le diede un'occhiata veloce «Significa che non ricordi solo alcuni avvenimenti del passato recente» Claire annuì «Quanto recente?» chiese. L’infermiere le sorrise «Di solito copre un arco di tempo di una settimana». Claire gli sorrise di rimando e domandò nuovamente «Ovvero?»

«Cioè questo tipo di amnesia cancella non solo il trauma stesso ma anche gli avvenimenti precedenti. Questo tipo di amnesia è dovuto principalmente a traumi alla testa, cioè quello che è successo a te, o traumi psicologici. Il transitorio sta per…»

«Non permanente. Quindi potrò ricordare?» intervenne Claire

«Assolutamente sì, ma ci vorrà del tempo e molta pazienza» concluse l'uomo che girò sui tacchi e fece per uscire, ma Claire lo fermò «Scusi, io sono venuta qui con un bambino di cinque anni. Mi hanno detto che è ricoverato qui, posso andare a salutarlo?»

«Certo. Pediatria è al settimo piano».

«Grazie. Ehm, scusi, ancora una cosa»

«Dimmi» rispose gentilmente l’infermiere «Qualcuno è venuto a trovarmi o ha chiesto di me?»

«A parte il signore che è venuto ieri, no. Ti posso chiamare qualcuno?». Claire scosse la testa pensierosa. Le sembrava strano che i signori Loader non fossero andati a vedere come stava; aveva vissuto con loro e lavorato per loro per quattro anni. Forse erano andati esclusivamente a salutare Michael.

Andò verso l'armadietto dove avevano messo i suoi pochi effetti personali. Lo aprì e tirò fuori dalla borsa il cellulare. Lo accese e tentò di chiamare Kimberly. Scattò la segreteria così Claire optò per un messaggio “Appena puoi richiamami, per favore”. Entrò nella chat con sua madre e continuò a guardare lo schermo indecisa se scriverle o meno. Decise che sarebbe stato meglio se sua madre non sapesse nulla di quello che le era successo. Scorse la rubrica e chiamò la signora Loader. La donna non rispose, così tentò con il marito senza successo. Sospirò ripromettendosi di richiamarli più tardi. Si infilò il cellulare in tasca, afferrò l’asta della flebo, uscì dalla sua stanza e seguì le indicazioni per l'ascensore.

Una volta nell'abitacolo premette il pulsante che mostrava il numero 7. Si accorse che stava suonando una musica scialba e che la accompagnò per quattro piani. Uno specchio rifletteva la sua immagine per intero e si domandò perché l'amnesia non l'avesse colpita ad un altro livello. Ogni tanto pensava che sarebbe stato bello essere una di quelle donne che si dimenticavano di mangiare, che fosse vero o no lei, probabilmente, non l'avrebbe mai saputo.

I lunghi capelli scuri e ricci erano raccolti in una coda di coniglio sulla nuca per nascondere il bernoccolo.

Le porte dell'ascensore si aprirono al settimo piano e uscì dal loculo sferragliante. Si diresse in accettazione e chiese di Michael Loader; dopo aver chiarito il suo interesse verso il bambino un'inserviente la accompagnò alla sua stanza. Proseguirono lungo il corridoio di pediatria.

Il soffitto a pannelli e il linoleum sotto ai suoi piedi erano bianchi. Alle pareti, invece, un'orgia di colori vivaci accompagnava i suoi passi. Ogni spazio tra una porta e l'altra raccontava una storia, la prima che incontrarono rappresentava la favola di Aladino, la seconda quella della Bella Addormentata e così via.

Quando arrivarono davanti alla stanza numero 731 Michael non c'era. L'inserviente dai biondissimi capelli cotonati e ondeggianti la accompagnò fino alla ludoteca, un luogo sorprendentemente serio rispetto alle pareti allegre del corridoio.

I muri grigi coperti da poster di cartoni animati e film d'animazione, quattro piccoli scaffali di legno pieni di peluche di ogni forma e colore, macchinine, bambole e giochi da tavolo. C'era una televisione, in quel momento spenta, e sotto di essa un armadietto nero privo di sportelli, ricolmo di DVD di cartoni animati e film per ragazzi. Al centro della stanza tre tavolini esagonali di legno e ammassate alle pareti numerose seggioline di colori diversi.

Sei bambini stavano giocando, cinque insieme e uno da solo.

Come sospettava Michael aveva già fatto amicizia, ma quando la vide abbandonò sia i piccoli degenti che quello che stava facendo e le corse incontro e uscì dalla ludoteca. Le cinse i fianchi appoggiando la testa al suo ventre «Ciao polpetta!» lo salutò lei

«Qui mi chiamano Mike» ribatté orgoglioso lui.

«Mi piace Mike Polpetta» rise lei baciandogli la testa «Come stai?» continuò Claire

«Bene. Quando torniamo a casa?» domandò il piccolo puntandole gli occhioni scuri addosso «Non lo so» non si era preparata nessuna risposta a quell'ovvia domanda e si sedette su una delle panche riservate ai visitatori «Ti trovi bene qui?».

«Sì, anche se lui» indicando il bambino seduto da solo a colorare «tratta male tutti». Aveva notato che Michael non aveva nemmeno accennato ad un incontro con i genitori. Claire cominciò a sospettare che fosse successo qualcosa ai suoi datori di lavoro. Michael fece una piccola pausa «Scusa» riprese.

«Per cosa?» domandò lei accarezzandogli i capelli castani.

«Perché mi hai visto piangere» lui abbassò la testa e strinse i pugni.

«Ehi, polpetta, chi è che mi protegge dai mostri sotto il letto?» gli chiese lei prendendogli il viso paffuto e roseo tra le mani «Io» mormorò lui «Ma papà dice sempre che i veri uomini non piangono mai» concluse preoccupato.

«I grandi sono strani ma devi sapere che anche i guerrieri più coraggiosi hanno paura e piangono!» lei sorrise dolcemente.

«Anche Batman?» si assicurò Michael.

«Soprattutto Batman».

Si guardarono per un istante, e lo baciò su tutto il viso «Bleah! Che schifo!» si pulì la faccina con la manica della tuta «Vai a giocare, divertiti».

«Torni anche domani?» le domandò Michael.

«Credi di poterti liberare di me? Sono ancora la tua super tata» lei sorrise e lui, per non farsi sentire dagli altri, le sussurrò all'orecchio «Super Tata e Mr Polpetta»

«Che squadra!» concluse lei ridendo.

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Chiara Cesaroni
Chiara Cesaroni è una grafologa forense e una studentessa di Criminologia nata Modena nel 1990 da madre italiana e da padre brasiliano.
Fin dai primi anni dell'adolescenza si è appassionata alla letteratura gialla e thriller grazie ad autori come Agatha Christie, Ken Follett, Jeffery Deaver e Kathy Reichs. Ha iniziato a sperimentarsi all'età di 14 anni con la stesura del suo primo racconto, a cui è seguita la prima versione di Hope. Nello stesso periodo ha iniziato a sviluppare un forte interesse nella cinematografia che l'ha portata molti anni dopo ad ottenere un diploma
in “Sceneggiatura e Scrittura Creativa”.
Adesso si concentra non solo sugli studi universitari, ma anche sulla stesura di nuove storie.
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