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I bambini del campo

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Consegna prevista Dicembre 2024

Quella notte, mentre il mondo è teatro di indicibili orrori dovuti alla Prima Guerra Mondiale, la vita di due bambini cambiò radicalmente: in quella casa, mentre tutto fuori è silenzioso, si levano delle urla, delle grida di aiuto. Qualcuno li spia dalla finestra, ed è testimone di un orribile fatto: l’omicidio di un uomo, un padre autoritario e dispotico, a volte anche aggressivo, per mano di una bambina innocua e timida. Quel terribile evento, scatena una serie di avvenimenti sfortunati che sfociano in arguti intrighi da parte dell’autore, in misteri che porta i due bambini in un campo di prigionia dal quale tentano di fuggire. Ma l’amore riscalda anche gli animi più freddi, e le menti più deboli, e le notti che seguirono, all’interno di quel campo di prigionia e poi dopo, quando avviene la fuga, furono cadenzate da una profonda amicizia e da uno spirito di condivisione.

Perché ho scritto questo libro?

Nel cuore dei bambini ce’ sempre un po’ di magia: ho scritto questo libro per raccontare qualcosa di “vero”, autentico, quasi fosse un dialogo a “tu per tu”, una sorta di confessione intima, la parte più “innocente” di noi stessi, come se fosse un fanciullo addormentato, che può apparire come fragile e spaventato, come spaventati sono i protagonisti di questa storia. Qualcosa mi ha spinto a raccontare del loro coraggio, e dell’amicizia che li fortifica, nel bene o nel male.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

L'avevo vista giocare con la palla. La lanciava in aria, poi la riprendeva, facendola roteare tra i minuscoli fiocchi di neve che in quel momento ricoprivano il paesaggio: le colline circostanti, i verdi pascoli per gli animali, le fronde degli alberi innevati, dove il mio sguardo si era poggiato appena di sfuggita. A volte le scivolava di mano. Mi piaceva guardarla mentre si chinava a raccoglierla, perché i suoi capelli le invadevano letteralmente la fronte, formando una sorta di tenda protettiva che appariva impenetrabile ai miei occhi. Eppure mi piaceva immaginare quello che non avevo ancora visto: il suo viso. I suoi occhi.

Non ero riuscito ancora a vederlo. Se si fosse girata, mentre raccoglieva la sua palla ricoperta di neve e la puliva, almeno solo per un istante, anche se i suoi occhi fossero stati coperti dai suoi capelli, mi sarebbe sicuramente bastato. Volevo solo alimentare la mia immaginazione con quel semplice gesto, nient'altro. Se si fosse alzato il vento quel giorno, o se avesse fatto anche un minimo di rumore, avrebbe di sicuro agitato le foglie e di conseguenza quella bambina si sarebbe spaventata.

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Andò proprio così: si alzò un forte vento, che spezzò il silenzio quasi surreale del paesaggio, disturbando ogni angolo tranquillo e remoto di quella silenziosa cittadina, strappando la palla dalle mani della bambina, la quale cominciò a correrle dietro. Mentre correva, lasciava delle minuscole impronte sulla neve, che di tanto in tanto erano cancellate dalle piccole gocce d'acqua sospese sui rami, giacché ora la maggior parte della neve caduta si stava lentamente sciogliendo.

Gli angoli delle strade non erano più ricoperti. Sui pascoli, al contrario, ce n'era ancora molta di neve. Essa offriva un panorama quasi magico. Incantato. Se chiudevo gli occhi, sentivo chiaramente il vento rinfrescante sul viso, quasi come se mi schiaffeggiasse dolcemente. Riuscivo a sentire la neve sotto le dita. Mi piaceva la soffice sensazione di camminarci sopra. Mi sembrava di dovermi affacciare da una nuvola.

Le finestre delle case erano illuminate. Alcuni camini erano accesi: svariati comignoli gettavano fumo.

La bambina continuava a restare nel suo giardino, a cercare la sua palla che ora si era imbucata da qualche parte, incurante dell'ora così tarda.

Alle sue spalle spuntò un uomo. Probabilmente il padre. La chiamò, ma lei non gli prestò attenzione. Non sarebbe entrata in casa finché non avesse ritrovato la sua affezionata distrazione.

Era una semplice palla di pezza e ora si trovava ai miei piedi. Quando gliela spinsi di là dalla siepe, che delimitava la sua abitazione dalla mia, la bambina non la raccolse, probabilmente spaventata.

“Chi sei?”, chiese, con un filo di voce.

“Abito vicino a te. Ecco la tua palla”, risposi.

“Ti ringrazio”.

La raccolse e si diresse verso il padre, il quale si trovava in cortile con aria notevolmente severa. La schiaffeggiò, in pieno volto, rimproverandola bruscamente.

Io mi accostai alla siepe, fino a immergermi nel fitto fogliame e riuscii a sentire ciò che le diceva.

“Ti ho detto di non restare fuori fino a tardi. È pericoloso. Potresti incontrare chiunque, ti potrebbero fare qualsiasi domanda. Vieni dentro!”, disse bruscamente l'uomo.

La bambina lo seguì, a testa china.

Di nuovo, non riuscii a vederle il viso. Lo aveva coperto dai capelli, come se avesse paura a mostrarsi. Eppure riuscii comunque a scorgere un piccolo dettaglio: una spessa e vistosa cicatrice sulla guancia destra, che apparve chiara attraverso i capelli. Mentre rientrava in casa, seguendo il padre, si fermò un istante sui gradini. Fu allora che la notai, mentre il vento le alzava leggermente i capelli. Ma mi accontentai solo di vederla di profilo.

Come potevo immaginarmelo, il suo viso? Quella sera stessa l'avrei disegnato. Mi aveva insegnato a disegnare mio padre: come tenere la matita ferma sul foglio e ricalcare i soggetti. Mi aveva insegnato tante cose, come a restare nascosto, in silenzio in un angolo, mentre gli uomini cattivi, come li definiva sovente, perlustravano le strade buie. Mi chiedevo spesso cosa diavolo perlustrassero.

Mi nascondevo sempre dentro un cespuglio, o in qualche angolo, dove non potevano vedermi. Mi aveva insegnato anche a non fiatare, a premermi forte le mani sulla bocca, per far sì che non emettessi alcun rumore.

Prima di arruolarsi, andando al fronte per combattere a fianco dei suoi compagni, mi aveva anche insegnato a prendermi cura di mia madre. Ed io ne facevo tesoro di quegli insegnamenti, ogni giorno. Quanto avrei voluto che anche ora lui ci fosse, seduto su quella vecchia panca vicino al camino, con la sua solita espressione da vecchio saggio, per impartirmi qualche sua nozione!

Più volte mi capitava di guardare quel posto vuoto, con gli occhi fissi su quella panca, spesso con aria malinconica e triste: mi chiedevo chissà quando sarebbe tornato, o quando l'avremmo rivisto.

Ma, in totale sincerità, non sapevo se l'avrei rivisto. Nessuno la sapeva. Ormai ci eravamo quasi abituati a quest'idea, anche se faceva male.

Mio padre era alto di statura. Un “omaccione”, avrebbe detto chiunque l'avesse visto. Mi ricordo che portava la barba lunga, non se la tagliava mai. Ovunque adesso sia, o chiuso in qualche locale puzzolente a farsi una birra con gli amici, o pieno di fango in trincea, spero che stia bene. Se mai dovesse non farcela, voglio assicurarmi che stia davvero bene, dovunque si trovi.

Lui non lo sa, ma io lo penso ogni giorno che passa. Quando andavo in cortile, guardavo verso le colline, laggiù, mi chiedevo come passasse la giornata, o quella dopo ancora. Qui le giornate passavano tutte uguali, tranne quando si scorgevano gli “uomini cattivi” camminare per le strade, a qualsiasi ora del giorno, o della notte. Un giorno vidi uno di loro, in divisa, che mi guardava con una strana espressione in volto.

In quel momento mi accorsi che nei suoi occhi vi era solo un sentimento di odio nei nostri confronti, ma non sapevo per quale ragione. Che avevamo fatto di male?

Avrei voluto che il mondo fosse stato più facile! Che fosse stato meno brutto di così. Avrei voluto svegliarmi la mattina, sbattere le palpebre come facevo di solito e vedere un mondo diverso. Ormai ero avvezzo a tutto questo. A tutto questo odio.

Eppure a volte mi chiedevo come mai ci facessero tutto questo male essendo anche loro “uomini” come noi. Spesso mi capitava di sentirli chiamare da mio padre “uomini cattivi”, ma qual era veramente il confine della loro “cattiveria”?

Quegli “uomini cattivi” erano delle maledette macchine. Erano fatti di acciaio, proprio come le macchine: l'acciaio non ha sentimenti.

Non mi era mai piaciuto il mondo dove ero cresciuto. Dove ero nato. Era troppo buio, troppo freddo era un mondo che non mi andava a genio. Eppure nessuno si lamentava. Parevano tutti oramai troppo rassegnati per cambiarlo. O troppo spaventati.

Mi accostai alla siepe creandomi un piccolo varco dove potevo passare, attraversai di corsa il giardino innevato e mi avvicinai alla finestra. In quell'istante vidi quel grande e possente uomo che picchiava violentemente la bambina, sfilandosi la cintura dai pantaloni. Lei cercava disperatamente di schivare i colpi furiosi del padre, nascondendosi a volte sotto il tavolo o addirittura dietro l'ampia veste della madre, la quale rimaneva impalata e immobile, inerme davanti ai violenti insulti dell'uomo.

Vidi, della finestra, che picchiò anche lei. La schiaffeggiò in pieno volto, mentre quella povera donna cadeva ai piedi del letto. La bambina cercò di fermare il padre, di placare quello che davanti ai suoi occhi era un vero e proprio incubo che durava da anni ormai, ma senza successo. Ormai era lui che si era trasformato nell'”uomo cattivo” e a confronto, tutti quegli uomini che amavano fare del male, alimentando il loro costante odio, mi parevano persino docili e innocui. I suoi occhi, quando si arrabbiava, si cerchiavano di rosso.

Mentre si sfilava la cintura, la sua espressione si faceva più seria e severa. Ogni volta che accadeva, la bambina si nascondeva, nel primo angolo di casa che trovava libero.

Io continuavo a guardare dalla finestra, pulendo con la mano la superficie del vetro leggermente appannata, assistendo a quella brutale scena. Avrei voluto sicuramente proteggere quella bambina, ma non volevo rischiare di far ulteriormente arrabbiare quell'uomo, che pareva già teso per conto suoi. Poi lo vidi afferrarla per un braccio e strattonarla, con gli occhi pieni di rabbia, scaraventandola a terra, vicino al camino.

La madre, che assisteva inerte alla scena, fu presto accecata dalla rabbia. Le mani le cominciarono a tremare e un'espressione di collera si disegnò sul suo volto, tanto che afferrò con impeto un vecchio e grosso coltello dal tavolo e si lanciò alle spalle dell'uomo, conficcandoglielo in mezzo alle scapole.

L'uomo, provando una fitta dolorosa alle spalle, s’inginocchiò.

Prima di accasciarsi, puntò lo sguardo verso di me, fissandomi, senza oramai quell'espressione di prima, perdendo ogni suo tratto di crudele severità.

Io la vidi finalmente in faccia quella sera. Aveva il volto coperto leggermente dai capelli, che ora si erano quasi incollati alla fronte, probabilmente per il sudore dovuto alla foga di quell'istante. Ne distinsi ogni tratto: posai gli occhi su quella lunga cicatrice che aveva sulla guancia, sul suo sguardo triste, pieno di paura e angoscia, sulle sue labbra che in quel momento tremavano delicatamente.

Mia madre mi chiamò dall'altra parte del giardino. Allora mi precipitai nuovamente verso il varco, ci passai attraverso e andai a casa.

Non avevo notizie di mio padre ormai da giorni. Né io, né mia madre sapevamo nulla. Non sapevamo nemmeno perché si fosse arruolato e fosse andato a combattere chissà dove, oppure lo sapevamo ma non riuscivamo a darci una spiegazione. Nemmeno una lettera, o qualcuno che ci dicesse che era ancora lì a pensare alla sua famiglia. Che senso aveva tutto questo? Perché stava combattendo quella guerra, a quale scopo?

Quelle erano le domande che mi facevo ogni volta che mi sedevo a tavola per la cena, anche quella sera. Mentre guardavo negli occhi mia madre, che spesso chinava lo sguardo sul piatto per non ricambiarmi.

Io sapevo il perché di quel gesto…per non incontrare quel mio sguardo triste. Lei sapeva che mi mancava mio padre.

Lei diceva che sarebbe tornato, presto. Ma non tornava mai. Delle volte, uscivo da casa, andavo su quel lungo viale appena fuori il cancello e guardavo, senza mai stancarmi. Scrutavo l'orizzonte, arrivando persino dove i miei occhi non riuscivano ad arrivare, fissavo quel punto, determinato e non scorgevo mai nulla. Quando passava una di quelle macchine, dall'aria minacciosa, io mi nascondevo, da qualche parte. Avevo i miei nascondigli, per qualsiasi emergenza.

Delle volte anche mia madre veniva con me, di fuori. Diceva sempre, ogni giorno che passava, che mio padre sarebbe tornato e che ci avrebbe abbracciati forte come lui faceva di solito. Ma in quell’occasione mia madre, guardando lungo quel viale innevato, rimase delusa. Forse la sua costante convinzione che lui tornasse era solo un dolce sogno per lei, come d'altronde anche per me. Anch'io lo sognavo, quasi tutte le notti. Quando mi svegliavo in preda al freddo e al terrore, mamma non c'era mai. La vedevo seduta al tavolo, con la testa poggiata tra le mani, che pensava. E, in tono triste, mi diceva sempre che le mancava papà.

Eravamo entrambi preoccupati per lui. Mi ricordo che era solito fischiettare una canzoncina prima di partire, che si diceva essere di buon auspicio per chi andava a combattere per la prima volta. Quando era ancora con noi, diceva spesso che se affacciandoci dalla finestra o andando in cortile avessimo sentito quella canzoncina nell'aria, allora lui sarebbe tornato. Non la sentimmo mai eppure aspettammo il suo ritorno.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Edoardo Santi
Edoardo Santi è un giovane autore che si è appena laureato in Lettere Moderne all'Università della Tuscia di Viterbo. Grazie alla sua passione per la letteratura e per la scrittura in generale, ha pubblicato diverse raccolte poetiche, tra cui "L'amore in pochi versi" e "Il diario degli amori perduti" e diversi racconti in varie antologie, ricevendo vari riconoscimenti. Ha inoltre partecipato a numerosi concorsi, tra cui una Masterclass dove ha preso parte con una sua poesia. Ha pubblicato varie poesie in numerose raccolte, e si diletta di scrittura fin dalla tenera età di dodici anni, scrivendo spesso di quello che vedeva, che gli capitava, e delle sue prime impressioni sul mondo che lo circondava.
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