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I Migliori Anni Della Mia Vita – Seconda Parte: Le Due Guerre

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Consegna prevista Dicembre 2024

Amori proibitivi, intrighi mafiosi, macchinazioni politiche e cruenti battaglie sul fronte carsico: la struggente storia d’amore tra il giovane Antonio e Petronilla continua, e s’intreccia con la furia vendicativa del marito tradito (il boss mafioso Don Calogero), la miseria della campagna palermitana, i drammi familiari delle famiglie oppresse, la vita al fronte nel primo conflitto mondiale, le lotte tra le bande criminali della zona e le investigazioni d’un tenace questore… Antonio, costretto a arruolarsi volontario, si ritrova a lottare per la vita nelle trincee del Carso, mentre la sua amata lotta per la sua nella corrotta città di Palermo, stretta nella morsa dei malavitosi, in combutta con le autorità locali e in perenne lotta fra di loro. Ce la farà Antonio a sopravvivere e a ricongiungersi con la sua adorata Petronilla, la quale, a sua insaputa, aspetta un bambino… il suo!

Perché ho scritto questo libro?

Oltre all’accurata scelta della giusta ambientazione (Sicilia, Prima Guerra Mondiale), il mio obiettivo primario era quello di poter esaminare i sentimenti, le azioni e i pensieri dell’essere umano, dando loro pieno sfogo, ricercando e esaminando, in maniera profonda e puntigliosa, i loro ragionamenti e le loro motivazioni, cercando di renderli il più possibilmente realistici e coinvolgenti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Settembre / Ottobre, 1915

“L’Unione Agricola, hai detto?

Da quellaltura, assediata su tutti i lati da un groviglio di rovi e cespugli, si godeva di unampia visuale della valle sottostante, brulla e rigogliosa, sepolta sotto un tetto di piante di limoni, i cui frutti penzolanti, gonfi e succulenti, brillavano alla luce di quel sole scottante come ornamenti doro massiccio, facendo capolino tra le rigide foglie verdeggianti.
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A porre quella domanda, dalla cadenza concisa e pungolare, era stato Don Ettore Fratuzzi, lanziano capo supremo di Corleone, burbero nei lineamenti del viso e con gli occhi corrosi dalla superbia, un biglietto da visita in netto contrasto con il cappello, bianco e candido, che riposava sui suoi capelli grigi e labito color crema che indossava con orgoglio patriarcale. Sotto i suoi grossi baffi ingialliti, un lungo sigaro ancora spento spuntava, come la lancia dun giostrante, dalle sue labbra carnose e ondulate. La calura era opprimente, eppure, nonostante questo, neanche una goccia di sudore osava calarsi dalla sua altezzosa fronte.

Sì, padre,” rispose con reverenza il suo primogenito, quel Gaetano Fratuzzi dalla diabolica paresi labiale che abbiamo incontrato per la prima volta – se ben ricordate – in compagnia di Bernardino Verro nei campi di limoni dei fratelli Orfeo.

Senza muovere un muscolo, Don Ettore osservava, con occhi di falco, quelle povere donne e quei poveri vecchi intenti a raccogliere il frutto del loro sudato lavoro, privati, a causa dell’improvvisa chiamata alle armi, dell’aiuto di braccia giovani e forti. Ma non era certo stata questa penosa sottigliezza a aver attirato su quest’altura il tenebroso capo supremo. Nossignore. Ad attirarlo in questo luogo era stato l’irriguardoso comportamento del nuovo sindaco di Corleone: Bernardino Verro. Dopo aver visto la morte in faccia nei porcili di Scannavino, il temerario sindacalista s’era fatto convincere dall’arguto Don Calogero a farsi eleggere come sindaco del suo paese natio, Corleone appunto. Non che i ragionamenti del nuovo capo supremo di Palermo non fossero stati convincenti, al di là di tutte le loro implicazioni egocentriche e predatorie: in quel preciso momento, tuttavia, la verità che batteva in fondo al cuore di Verro era stata l’inaspettata visione di veder salva la propria vita. E non che lo sciopero generale di luglio nel capoluogo regionale non fosse stato del tutto infruttifero, anzi: il suo amato proletariato agricolo aveva ottenuto, parzialmente, ciò che voleva, e, cioè, un modesto aumento dei salari. La realtà era semplicemente questa: Verro detestava esser prigioniero del volere d’un manipolo di loschi criminali che agivano con sfrontatezza e sfacciataggine, protetti sia dalla luce del sole sia dal buio delle loro cantine, con l’unico scopo di tener in scacco un’itera regione, senza alcun riguardo per le sofferenze altrui. Per decenni aveva lottato armi in pugno contro questo sistema corrotto. S’era pure alleato con la potente famiglia Fratuzzi – diventando, incredibile a dirsi, un membro a tutti gli effetti – per poter scovar un’adeguata soluzione ai problemi dei suoi amati braccianti senza dover subire la forza d’urto delle autorità locali, così prone a cancellar i sogni dei disagiati sociali con la minaccia del carcere. Ma se n’era pentito quasi subito. E questo vile tradimento, ai malfattori di Corleone, era rimasto sul gozzo. Ciononostante, le argomentazioni di Don Calogero, a suo avviso, non erano state del tutto infondate: come sindaco avrebbe potuto aiutare i bisognosi e farsi eleggere, a guerra finita, in parlamento, come rappresentante della Sicilia oppressa. Ma la sua anima, disperatamente aggrappata ai valori civili della giustizia e della concordia, aveva germogliato il frutto della tenacia, dal quale grondava il succo della cocciutaggine, che lo portò a rifiutar qualsiasi compromesso con i malandrini a cui aveva giurato, dall’alto della sua scomoda posizione di prigioniero politico, fedeltà assoluta. E così, ancor prima d’esser stato eletto sindaco, aveva lanciato il guanto di sfida ai traviati gabellotti della regione, protetto dallo scudo della legalità – forgiato, nel suo caso, dalla nuova legislazione agraria messa in opera, alcuni anni prima, dall’allora Primo Ministro, Sidney Sonnino – e usando l’arma delle cosiddette “affittanze collettive”, come lui amava definirle, grazie alle quali i braccianti, da sempre soffocati dal cappio della schiavitù feudale, potettero finalmente ottenere quote d’affitto di grosse tenute che, fino a quel momento, erano sempre rimaste nell’orbita della malavita locale. L’Unione Agricola, figlia prediletta della probità e del duro lavoro, si stava plasmando in una realtà sempre più concreta. Una realtà che minacciava di compromettere gli sforzi lupeschi e abietti dei gabellotti senza scrupoli. Ma non erano solo quest’ultimi a provar rancore e animosità verso Bernardino Verro e la sua stramaledetta Unione Agricola. Persino i facoltosi latifondisti, vendutisi secoli or sono al gioco scorretto dei criminali del luogo, non vedevano di buon occhio questa nuova realtà. Molti di loro, infatti, non gioivano affatto all’idea di dover affittar le loro preziose terre a dei bifolchi ignoranti che mai avevano compreso – e mai lo avrebbero fatto – i complicati meccanismi del dare e dell’avere. Oggi si sono accontenti d’affittar i loro campi di grano e d’agrumi, i loro vigneti e i loro uliveti. Ma, domani? Chissà cos’altro avrebbero preteso! Magari di sedersi allo stesso tavolo del potere con loro! Nossignore. Questo – così ragionavano i latifondisti – non potrà e non dovrà mai accadere. Costi quel che costi. Per loro l’unica àncora di salvezza, paradossalmente, era rappresentata dai pendagli da forca associati alla famiglia Fratuzzi.

Le tenute Piano di Scala, Cerasa e Sant’Elena son già nelle mani d’un branco di pezzenti,” asserì Gaetano usando un tono sprezzante volto soltanto ad aggiunger benzina sul fuoco del rancore che ardeva sul volto di suo padre.

E ora anche qui, a Torrazza!”, muggì il capo supremo, voltandosi, subito dopo, verso uno dei suoi bravi, in piedi dietro di lui, il quale non perse tempo a accendergli il sigaro con un fiammifero.

Maledetto bastardo!” tuonò subito dopo, esalando una copiosa coltre di fumo grigio in direzione della vallata, nel vano tentativo, forse, di far sparire dalla sua vista quei braccianti impertinenti.

Cosa intendi fare, padre?” chiese Gaetano avendo cura di non mostrar troppa curiosità.

E c’è bisogno di chiederlo?” sentenziò Don Ettore prima di voltar le spalle a quell’aberrante spettacolo, “forza, togliamoci dai piedi!”

Quando lo trovarono, il suo cadavere maciullato giaceva inerme ai piedi di quell’alta rupe, aggrappato a degli scogli, ricoperto da un mantello di granchi affamati e guardato a vista da un plotone di corvi e gabbiani, in trepidante attesa di potersi tuffar a capofitto in quell’appetitoso banchetto. L’‘eterno secondo’ era quasi irriconoscibile. I pescatori che, con ovvio sgomento, scovarono il suo corpo lo riportarono lestamente a Porticello, nei pressi di Bagheria, e lì fu adagiato su d’un tavolo in attesa che qualcuno si facesse avanti per dar un nome a quel cadavere. E l’attesa fu decisamente breve. Seppur mutilato, sanguinante, martoriato, ingiallito e spezzato, in molti lo riconobbero all’istante. E mentre alcuni pregavano in silenzio, in segno di rispetto o di gratitudine, a seconda della memoria che il defunto aveva lasciato nei loro spiriti, altri fecero a gara per correre ad avvertir il suo datore di lavoro, Don Calogero. La notizia era una vera bomba: Liborio, il braccio destro del nuovo capo supremo, era più morto di Giulio Cesare!

Don Calogero, ancora bramoso di veder arrivare uno dei suoi scagnozzi con la testa del giovane Antonio posata su d’un piatto d’argento, sedeva, insieme a sua moglie Petronilla, al capotavola di un lungo tavolo rettangolare nel cortile interno della sua lussuosa villa ad Acqua dei Corsari, imbandito di piatti fastosi, bottiglie di vino pregiato e fiori freschi. Era una giornata di festa: molti furono i brindisi atti ad onorar la buona nuova della cicogna che aveva fatto visita alla coppia più acclamata della regione; e incessanti furono gli auguri di buona sorte che echeggiarono giulivi in quel caldo pomeriggio di fine estate, i quali, salendo fino al cielo, familiarizzavano con quelle dolci melodie di paese suonate da una banda di musicisti. Nessuno – chi per un motivo chi per un altro – s’era esentato dal presentarsi all’invito: parenti, amici e affiliati s’eran riuniti per benedir l’annuncio della gravidanza della moglie infedele del loro sacro oggetto di reverenza. Del loro intrepido condottiero. Del loro incantatore di serpenti. Oh, se solo avessero saputo come stavano realmente le cose! I diretti interessati, vale a dire Don Calogero, Petronilla, Concetta e il Conte Notarbartolo, recitarono la loro parte alla perfezione. Questa teatrale messinscena aveva tutto il sapore dell’inganno. Tuttavia, gli ignari spettatori, mai così propensi a scrollarsi di dosso ogni sospetto, inghiottirono senza batter ciglio quest’insulsa portata. L’unica preoccupazione tangibile che si poteva leggere nello sguardo di Don Calogero era l’inaspettata – e allarmante – assenza del suo fedele consigliere. E non era certo l’unico a preoccuparsi. Anche gli altri invitati, in special modo i suoi affiliati, s’erano insospettiti di questa sua clamorosa assenza. A scioglier ogni dubbio fu il vincitore della maratona improvvisata che giunse per primo ad Acqua dei Corsari, ansimante e in debito d’ossigeno, per annunciar con grida funeste il ritrovamento del corpo senza vita di Liborio. Questa disgraziata notizia ferì nell’intimo il padrone di casa, nonché molti degli invitati, ma, ciò nonostante, i festeggiamenti non furono interrotti. Don Calogero si premurò di spedir Ducciu e Anghidda a Bagheria a recuperar il corpo di Liborio per adagiarlo nei magazzini della villa, in attesa che un medico decifrasse le cause della sua prematura morte. Secondo il resoconto dei soccorritori, pareva che il disgraziato fosse precipitato giù dalla scogliera, vittima d’un tragico incidente. E mentre la banda gli regalava una commovente canzone d’addio, contornata da un lungo e sentito applauso, già nella mente calcolatrice di Don Calogero balenava un’altra ipotesi: quella che Liborio fosse stato fatto fuori da Antonio, forse aiutato da alcuni complici. E questo non solo gli rovinò l’appetito, ma lo fece anche ribollire dalla rabbia. E, adesso?

Il mattino seguente Don Calogero, come di consueto, osservava il via vai nel cortile interno della villa dalla sua posizione di prominenza nel Salone di Ercole, strusciando delicatamente il pollice sulle iniziali A.G. incise sul suo orologio d’oro da taschino. Irritato. Meditabondo. Sconcertato. Il suo sogno nel cassetto s’era finalmente avverato, nessun dubbio al riguardo. Ma a che costo! Sua moglie lo aveva spudoratamente tradito con un picciotto nel quale lui stesso aveva riposto tutte le sue speranze e aspettative; il figlio che ella portava in grembo, frutto della suddetta relazione illecita, gli aveva fatto capire, a suon di manrovesci nella coscienza e calci nell’orgoglio, che ad esser sterile non era Petronilla ma, bensì, lui; il suo braccio destro, devoto e instancabile, era passato, bruscamente, a miglior vita, lasciando un vuoto incolmabile; e un nuovo Questore, venuto da chissà dove e armato d’intenzioni bellicose, s’era messo in testa di rompergli le uova nel paniere. Si sarebbe potuto azzardar l’ipotesi che questa altro non fosse se non una vittoria amara. Ma non per il risoluto capo supremo. Nossignore. Questi, per lui, erano semplicemente ostacoli che, seppur irti e pieni d’insidie, avrebbe potuto agevolmente superare. In un modo o nell’altro. Di questo ne era più che certo. In quel mattino, nitido e fiorente, l’unica preoccupazione che lo assillava era quella di sostituir al meglio il defunto Liborio. Le opzioni a sua disposizione, purtroppo, non erano certo ottimali. Ducciu e Anghidda erano gli associati a lui più fedeli e rispettosi, ma non possedevano gli attributi necessari per poter comprendere o assecondare le tortuose strategie che piovevano dall’alto. Erano degli ottimi gregari, energici e puntigliosi, ma peccavano d’esperienza e d’acume. Volendo usare termini militareschi, si sarebbe potuto dire che il loro posto era in prima linea, non al quartier generale. I cugini Tagliabue, d’altro canto, possedevano tutte le qualità per potersi permettere – se non meritare – un salto di qualità. Ma c’era un problema: solo uno dei due poteva ottenere un avanzamento di grado e questo fatto avrebbe potuto cementar risentimento nell’animo dell’escluso. Oltretutto, i loro obblighi d’uomini d’affari li inchiodavano quotidianamente o alla loro macelleria a Bagheria oppure all’allevamento di vacche nella loro tenuta di campagna. Difficilmente uno di loro si sarebbe potuto trasferire, quasi in pianta stabile, ad Acqua dei Corsari. L’attenzione di Don Calogero si concentrò, allora, su Santo Magnasco, il bettoliere di Bagheria: non gli mancava certo il cervello e la sua fedeltà al capo supremo s’era dimostrata, negli anni, più salda d’una roccia. A scagliar dubbi nell’anima nera di Don Calogero era la sua proverbiale irascibilità, un peccato non certo veniale, imprevedibile e contagioso, che si sedeva al di fuori di quella logica orchestrale tatuata nella tempra del codice comportamentale degli individui in possesso dell’abilità, non certo figlia della sorte, di poter manovrar i destini dei loro simili da dietro le quinte, con atroce imparzialità. La sua volgarità, ottusa e ricca d’autocompiacimento, impossibile da nasconder sotto il materasso della ragione, avrebbe potuto avere, prima o poi, ripercussioni nefaste sulle delicate trattative avviate dal capo supremo. Così ragionò Don Calogero. La sua ultima alternativa era rappresentata da Rosario Bellamonte, l’ex pupillo di Tommaso Bisunta. Nel suo caso, l’allievo non aveva superato il maestro: lo aveva semplicemente fatto fuori per puro tornaconto personale. Guardando in faccia la realtà, la fedeltà non era certo il caposaldo della dottrina appresa da Bellamonte nel suo lungo percorso delinquenziale. La sua ambizione, d’altro canto, s’erigeva, alta e spudorata, sulla sommità della sua montagna di superbia, pavoneggiata senza remore dai suoi costosi gioielli e dai suoi vestiti appariscenti. Dietro a quella faccia da schiaffi si celava un fiuto da volpacchiotto che esaltava le sue già ben collaudate capacità di persuasione. D’accordo, pensò Don Calogero, Bellamonte non sarà certo un affiliato sul quale riporre ciecamente la propria fiducia, però possedeva tutti gli attributi per poter eseguir con efficacia qualsiasi ordine avesse ricevuto, nonché tutta la sagacia per proporre strategie affidabili e produttive. Bisognava solo tenerlo d’occhio.

Quando Don Calogero salì a bordo della sua sfavillante Isotta Fraschini, già s’era deciso a porger lo scettro di consigliere nelle mani dell’ambizioso malandrino di Villabate. Adesso gli restava solo un vuoto da colmare: quello di rimpiazzar i suoi due giardinieri. Uno, infatti, era tragicamente morto, mentre l’altro, Rinno, già stava attraversando l’oceano di rimpianti che lo separava da New York. Ma questa seccatura, per sua fortuna, non gli avrebbe strappato di dosso troppa preoccupazione. Solo un paio di telefonate. Sgommò via dal cortile a tutta velocità, in direzione di Palermo: il Sindaco, infatti, già lo stava aspettando.

Dall’ampie finestre della Libreria, Concetta osservava, con morboso malanimo, la sua tanto detestata nuora passeggiar, leggiadra come una piuma al vento, nel maestoso giardino di rose in compagnia del padre, il Conte Notarbartolo. Il suo cuor di cemento non avrebbe mai potuto perdonare a Petronilla quella pugnalata alle spalle indirizzata, senza alcun rimpianto, al suo amato figlio: un affronto senza precedenti che neanche tutto l’oro del famigerato Re Mida avrebbe potuto ripagare! Adesso, non gli restava altro da fare se non rimuginare su come e quando espletar la sua personale vendetta. E quel sorrisetto esiziale, accesosi, come d’incanto, sul suo volto d’acciaio, già pregustava il sapore della futura rivalsa, da costruir, mattone su mattone, con idee e strategie studiate a fondo assieme al suo figlio prediletto, quel capo di tutti i capi tradito, a suo dire, dalla lascivia e dalla viziosità d’una donna che faceva dell’iconoclastia il suo insopportabile grido di battaglia. Era giunto, per Concetta, il momento d’elucubrare, in solitudine, armandosi di santa pazienza. E – perché no? – anche d’un paio di rivoltelle!

Petronilla e suo padre camminavano a braccetto tra i michelangioleschi meandri del giardino di rose sottostante, con apparente nonchalance. Ad accentuar questa illusoria serenità era la seducente sinfonia che il grammofono sul portico suonava sotto gli occhi vigili del fedele Severo. Ma gli animi di entrambi, per ovvi motivi, mai parevano così distanti dalla realtà. Se nello sguardo della giovane donna s’intravedevano tracce sottili di dolore e preoccupazione, in quello di suo padre si sarebbe potuto legger a chiare lettere un’apprensione così scottante da poter esser paragonata a un tizzone rossastro schizzato fuori dalle viscere dell’Inferno.

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Leonardo Masetti
Sono nato a Prato nel 1975 e cresciuto a Montespertoli, in provincia di Firenze. Durante il mio primo anno all’università, riesco a fare uno stage come giornalista per il quotidiano La Nazione, scrivendo alcuni articoli.
La mia passione per la musica, mi porta, nel 2002, a trasferirmi a New York, iniziando una carriera come produttore musicale. Formo il gruppo musicale Fueled by Sound e la nostra hit single, “Don’t Disappoint Me”, raggiunge due Hit Parade Canadesi.
Terminata l’esperienza musicale, inizio a scrivere sceneggiature, esibendo la mia abilità in diversi generi.
Sono anche il co-creatore e autore di “Iktomi”, un fumetto pubblicato nel 2017.
Nel 2022, pubblico, con la Porto Seguro Editore, il mio primo romanzo (“I Migliori Anni Della Mia Vita”), ambientato all’alba della Grande Guerra in una Sicilia scossa dal dominio mafioso e da amori proibitivi…
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