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I racconti di Luciano

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Consegna prevista Febbraio 2025
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Sei racconti, sei storie di persone e di alberi, cosa le accomuna? Il luogo, il paese di Martellago in provincia di Venezia e i suoi immediati dintorni, assieme alle vicende di Nane e il generale austrico von Zach che piomba con i suoi soldati nelle campagne del mezzadro, generale poi messo alle strette dalla scaltra moglie di Nane, la storia degli altezzosi e avari fratelli Dall’Armi tintori di preziose e ricercate stoffe, fuggiti da Venezia, abili commercianti che tutto forse potevano prevedere ma non il loro strano destino, la incredibile vicenda della romantica famosa cantante Elisa Lison Frandin e dello zio, lo studioso Francesco Scipione Giuliano Fapanni, affiancati dalla musica e dalla lettura che si ritroveranno per scoprire e scoprirsi a vicenda e arrivare poi ai nostri giorni con gli episodi che ci parlano di una quercia, di un larice, di un platano e una glicine, piante o meglio creature che ci insegnano a modo loro in maniera intrigante e intelligente ad osservare e asco

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a scrivere questi racconti su sollecitazione di un conoscente che mi ha sottoposto alcune documentazioni riguardanti alcune persone vissute nel tempo a Martellago, mi sono lasciato coinvolgere e ho affiancato alle persone alcune piante: alberi e un rampicante che incrocio nelle escursioni in campagna dando sfogo alla parte fanciullesca della mia fantasia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Anteprima

Xe rivà i striaci

  Tre, sete, quatro, quatro, do… Alle due del mattino Nane, il padrone ovvero il mezzadro di casa, assieme a Toni detto Materasso, e Gino detto Castagna ancora non smettevano di giocare alla – Mora -. Le mani nodose, battevano sul tavolo della cucina, consumato dal lavoro e dai pasti dell’intera famiglia; li spesso si giocava non solo a carte ma l’intero futuro prossimo e remoto della casata Zottin.

Sotto alla fioca luce della lampada a olio, tenuta bassa per risparmiare, i tre insistevano sulle povere assi di pioppo con colpi così forti da far tintinnare gli opachi bicchieri consumati dall’uso più volte messi al colmo di ruvido vino Raboso. Il camino era quasi spento e l’umidità assieme alla polvere permeava quella atmosfera rurale in un alone caliginoso pregno degli odori di legna bruciata, formaggio e polenta scaldata sul fuoco. Il podere degli Zottin a mezzadria, era grande e non si limitava alla colture di granturco e frumento, ma anche: avena, un consistente numero di polli, tacchini, alcuni maiali, vacche e un bel po’ di terra a vigna: Raboso e Clinto.

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La raiza cativa.

Quel giorno di San Martino a Venezia, in Corte del Tintor nel sestiere di Santa Croce tirava una brutta aria. Un’ atmosfera   che avvolgeva tutta la città e i suoi infreddoliti abitanti che maldicendo il clima rivolgevano le contumelie non solo alle folate, ma anche ai governanti della Repubblica che Repubblica più non era e i quali residui fasti erano selvaggiamente depredati dalla soldataglia Francese. Un clima triste, incerto, di paura contribuiva ad appannare lo spirito allegro e l’orgoglio dei Veneziani.

In Calle dei Tintori, nel laboratorio dell’Anichini lavoravano già da alcune ore e la decisione discussa a lungo in casa, nonostante i tentennamenti, le liti e i moniti dei genitori, era presa: si doveva lasciare tutto e trasferirsi in campagna, distanti da Venezia, dai suoi subbugli e intrighi. Già si vociferava che di lì a poco sarebbero arrivati gli – ‘ Striaci… – ci mancava solo questa novità; il bel sogno di Venezia s’era frantumato e quanto costruito, studiato, prodotto nei secoli era svanito lasciando in giro una moltitudine di dolorose schegge    di abitudini, modi che ormai s’erano persi senza rimedio. Inutile cercare protezioni elargendo prebende come avrebbe desiderato il padre o con le insistenti preghiere della madre a San Giacomo dell’Orio. Dovevano andarsene, ormai tutto era pronto.

La bella castellana

E’ già mattina da un bel po’ lì a casa di Francesco, è estate e l’unico modo per studiare con calma, con il fresco, è quello di alzarsi presto, molto presto. Ma sono le dieci e non ha ancora fatto colazione. Salta spesso la colazione, senza alcun preavviso e la servitù a voce bassa si spazientisce, per non parlare della moglie Angelica   impicciona e gelosissima delle sue assenza prolungate nello studio dal quale tutti, lei in particolare, sono interdetti. Lui è un intellettuale, curioso, attento e mai stanco. Ha alcuni pregi: paziente, equilibrato e come molti altri alcuni difetti, non ha slanci d’affetto, selettivo è di poche parole, comunica spesso con lo sguardo e il cipiglio severo. Alla vista della moglie è un inguaribile, incallito collezionista di libri. In casa vi sono libri ovunque, di questi molti nello studio della grande villa ove abita al primo piano ( omissis)

…Il salone per fortuna è fresco, il pavimento in legno di noce di Sassonia cigola anche sotto l’incedere leggero di Elisa, fino a quando non arriva al grande tappeto Bukara consumato dagli allievi che lo hanno calpestato trepidanti negli anni. L’allieva, il maestro e il pianoforte sono illuminati dalla luce di una grande finestra che li investe di traverso proiettando le loro ombre sul pavimento. Questo è il suo primo palcoscenico, gli esaminatori sono in penombra, distingue i loro visi con difficoltà, la concentrazione è massima. Sta partecipando al Gran Prix de Rome a Parigi. Dopo la prova seguita da una lunga snervante attesa, arriva il giudizio finale: il 29 Luglio 1880 Elisa Lison Frandin, vince il Gran Prix. Un trionfo.

S’aprono i sipari, inizia così la carriera sfavillante di Elisa Lison Frandin che la porterà a cantare nei più prestigiosi teatri Italiani e all’estero sempre con crescente successo. Trascorrono gli anni e le soddisfazioni non mancano. La trasognante bellezza giovanile lascia spazio ad uno sguardo allegro e scrutatore su un viso soave e proporzionato che miete cuori e passioni…, la voce ancor più calda, le interpretazioni irraggiungibili.

La quercia e Primo

In via dei Ronconi a Maerne ne vedi ancora una, l’ultima. D’estate, in bicicletta o a piedi passando per quella via sinuosa che sembra seguire il Rio Roviego noterai che una mano felice nei pressi ha posto una panchina. Ebbene se hai sete e hai con te dell’acqua, oppure ti sei portato appresso un libro o un giornale da leggere, quello è il luogo adatto per poter trascorrere dei bei momenti di riposo. La Quercia è poco distante, a pochi metri le sue fronde ti aiuteranno a ripararti dal sole.

Un plico di fogli anonimi, scoperti durante una domenica assolata su una bancherella di libri usati a Flambruzzo di Rivignano riportano la storia di questa Quercia che svetta solenne e solitaria sui campi che la circondano. 

Tutto iniziò parecchi anni addietro: Primo, un trovatello cresciuto e vissuto a Belluno sotto la guida di un Gesuita, Don Giuseppe e di un noto falegname, Orlando Dalcio, assieme a questi tutori sviluppa una nota artistica di grande pregio molto apprezzata. Gli anni trascorrono in fretta e conosciuto come abile falegname e boscaiolo, abitava a Maerne, e  si trovava vincolato a Venezia per il restauro di una serie di arredi a casa della contessa Cussotti; durante quei lavori un impresario impiegato nella risistemazione dello stabile conoscendo le abilità di Primo gli aveva lanciato l’invito all’abbattimento di una serie di alberi che si trovavano in una sua proprietà a Maerne, un lavoro da fare senza fretta con calma, quando aveva del tempo libero, sperando così di ottenere un costo del lavoro più basso, a tempo perso.

Il libro di Legno.

L’albero storto.

Ebbene si, di alberi storti dopo Vaia se ne vedono tanti frequentando i boschi: storti, accasciati, tranciati, rovesciati, ma come questo. Più che storto, si potrebbe definire contorto e inclinato, molto inclinato, una sfida alla legge di gravità, quella che conosciamo noi, umani, e la domanda che potrebbe sgorgare limpida dalle vostre appassionate menti potrebbe essere “perché quante leggi di gravita esistono?”. Concordo, non mi oppongo, ma in questo caso è evidente che per talune piante questa legge assegna delle altre possibilità, delle alternative che solo fra le piante e il mondo naturale che ci circonda possono essere applicate. Come e dove? E’ qui che  nasce la storia che stiamo per raccontarvi.

Le favole, spesso iniziano con: “ C’era una volta…” o anche “Tanti anni fa…” non è il nostro caso, non almeno in questa occasione, pur trattandosi di una –favola-. Osservando il tutto con sguardo disincantato e da un diverso punto di vista forse di favola non si tratta, ma più semplicemente di una serie di accadimenti avvenuti negli anni, tanti quanto la nostra incapacità di assegnare a questi fatti un nesso reale e quindi classificato come fantastico, una favola più precisamente.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Luciano Biasini
Luciano Biasini è nato a Mestre, in provincia di Venezia, il 7 ottobre 1955, da nove anni è in pensione, dopo aver lavorato in vari settori presso Trenitalia. E’ sposato con Cristina. Vive a Martellago. Appassionato di vita all’aria aperta, frequenta la montagna tutto l’anno, interesse accumunato alla scrittura e alla lettura. Negli anni è stato Accompagnatore di escursionismo per il Club Alpino Italiano e Istruttore di Nordic Walking per la S.I.N.W. Ha precedentemente pubblicato due racconti: "Punti di Vista" e "L’uomo che pettinava i prati".
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