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I semi della vendetta

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Consegna prevista Novembre 2024
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Nella violenza di alcune famiglie degli anni 90, hanno origine un male e una vendetta che perseguiteranno Gianluca per molti anni. In uno spaccato troppo attuale, si generano il terrore e le ritorsioni che possono rovinare intere esistenze. Un ambiente familiare ostile, una madre sottomessa a un padre troppo violento e qualcosa tra le vie e la follia di un paese piccolo, auto che sfrecciano, bicchieri rotti e sbronze davanti ai bar, prenderà vita irrompendo nelle loro. Li rincorrerà senza fiato e si celerà nei momenti e nei luoghi più bui per afferrarli quando non saranno pronti e le loro vite ne saranno irrimediabilmente sconvolte e insanguinate. Affronterà l’oscurità e i suoi nuovi abitanti che aspetteranno lui e le persone della sua vita, per vendicarsi di ciò che hanno subito. Per le strade dell’orrore e del buio, dovrà conoscere le ritorsioni di un passato che non ha chiesto e sopravvivere. Attraverso il tempo e le tenebre ora “lui” li osserva da vicino, li vuole e non si fermerà.

Perché ho scritto questo libro?

Da ragazzino mi divertivo a scrivere brevi racconti horror per stupire compagni di classe e amici. Negli anni ho sempre mantenuto la passione per la lettura e da un’idea avuta diversi anni fa pensando al soggetto “cattivo” di questo libro, ho deciso di costruirci una storia intorno. Una storia che non fosse solo di fantasia o in qualche modo toccasse le corde della paura, ma che parlasse anche degli aspetti più duri della violenza familiare e non, sfortunatamente ancora attualissimi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

L’auto entrò attraversando il cancello d’ingresso principale e al posto di voltare a sinistra per raggiungere i garage in metallo e mattoni, proseguì dritta fino a raggiungere il cancello di ingresso ai campi. Gino spense il motore e le luci, scese barcollando con un mazzo di chiavi e si diresse verso un grosso lucchetto. Lo aprì dopo vari tentativi a vuoto e spalancò i due battenti verso l’interno, poi tornò in auto e la riavviò procedendo piano. Girò a sinistra e prese la strada sterrata in direzione della Giungla. Michela si era addormentata da pochissime ore. Non sapeva quante con precisione; aveva perso la cognizione del tempo, quando il rumore del motore l’aveva svegliata. Non poteva credere di avere di fronte a sé, nel giardino adiacente, l’auto del padre. Non andava mai in quella direzione di sera, avrebbe dovuto fermarsi dietro all’ingresso, ai garage vicino alla porta del seminterrato di casa.

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Nell’auto insieme a lui c’erano 4 persone. L’abitacolo era buio, ma li intravedeva appena, grazie ad un piccolo lampione acceso nel vialetto. Non era certa ma sul lato passeggero doveva esserci Ruggero e dietro le parve di riconoscere i due braccianti Riccardo ed Ettore, dei quali intuì la stazza. Non lo vide distintamente, ma era certa che in mezzo a loro vi fosse anche qualcuno che non riusciva a distinguere. Poi successe una cosa ancora più insolita. Suo padre proseguì nel terreno in direzione della Giungla, con le sole luci di posizione accese. Che ore potevano essere? Proseguì fino ad arrivare davanti alla porta del suo capanno rifugio. Scese e aprì la porta di legno. Scesero anche gli altri; i due braccianti sollevarono di peso qualcosa di voluminoso che si dibatteva. Era una ragazza. Le tenevano la bocca tappata mentre lei si dimenava. Faticarono ad entrare. Avvertì delle parole concitate, ma poi la porta si richiuse. Dalle assi scure, filtrava qualche timido spiraglio di luce. All’interno doveva esserci una lampada. Temeva di essere scoperta; era indecisa se alzarsi e cambiare subito posto, mentre erano chiusi lì dentro o aspettare, sperando di non essere notata o sentita.

Al loro arrivo si era appiattita più che poteva sul pavimento sporco di trucioli di legno e ghiaia. Ma muoversi poteva significare essere scoperti. E ancora una volta non capì che mai avrebbero badato a lei. Perché erano lì? E perché tutti e quattro a quell’ora? Non poteva sapere cosa facesse suo padre al termine di alcune delle serate con Ruggero, ne l’ora precisa dei suoi rientri. Lui trovava sempre le forze per essere sveglio all’alba, pronto a lavorare, bestemmiare e faticare come un toro. Passarono dieci minuti e non successe nulla. La presenza di alcune persone le aveva comunque dato un po’ più di sicurezza; era meno sola ora in mezzo a quei campi. Era curiosa e voleva saperne di più, ma aveva troppa paura. Al buio potevano sorprenderla proprio mentre andava al capanno. Se fosse stata veloce, forse non l’avrebbero notata nell’oscurità. Nel capanno c’erano quattro uomini forti e se fosse successo qualcosa, avrebbe gridato per farsi sentire. Poteva farlo. Decise di correre costeggiando le piante di pannocchie fino ad essere molto vicina a loro. Erano state piantate a Marzo e i primi ciuffi si sarebbero visti soltanto nel mese di luglio, ma erano già abbastanza alte da nasconderla. Il livello della strada sterrata era più alto di quello coltivato e se fossero usciti, le sarebbe bastato abbassarsi per nascondersi alla loro vista. Sfruttò un momento di sicurezza e partì senza pensarci. Lo spazio di fronte a lei di un metro di larghezza circa, tra la strada e le giovani piante, era incolto e pieno di erbacce alte. Le fu difficile scavalcarle e correre. Da quella posizione, i fusti alti e verdi coprivano anche la vista del capanno, ma dopo una lunga corsa finirono e finalmente intravide il posteriore della vettura italiana davanti a se. I campi si aprivano in una nuova dimensione più tetra e gli alberi erano il gigante sipario di un buio che inghiottiva quella casetta sudicia.

Non poteva più stare lì, non aveva più alcuna protezione; o tornare alla legnaia, o buttarsi in avanti per affiancarsi al rifugio nero. Tutto intorno l’oscurità era padrona e un malintenzionato, vi si sarebbe potuto nascondere facilmente. Qualcuno o qualcosa. “Ora vado, adesso, lo faccio, lo faccio, lo faccio” ma il comando non arrivava alle gambe. Guardò i suoi braccialetti di gomma, accucciata con il sedere sull’erba. Si intrecciavano colorati e le ricordavano i pomeriggi spensierati al sole, lontani da quell’oblio, da quella notte silenziosa e desiderò che fosse tutto finito. Fu proprio in quel momento che il piede destro poggiò sul cumulo di terra dello sterrato e trovò lo slancio per andare avanti, con l’ansia che i suoi passi sulla terra fossero sentiti. Raggiunse il fianco sinistro del capanno, sedendovisi accanto con una rapidità fulminea. Era un gesto dovuto dal terrore; diede le spalle alla Giungla per non vedere nulla e far finta che dietro ci fosse tutt’ altro. Immaginò di essere avvolta in una bolla protettiva. Pensò ai mille eroi dei suoi cartoni animati preferiti, immaginando che la proteggessero. La spalla sinistra appoggiata alle assi piene di muschio e le mani premute sugli occhi. Era finita nell’incubo e ci si era buttata con le proprie gambe.

Quando ebbe il coraggio di aprire pochi millimetri le palpebre, ciò che vide era solo il baule della vettura al buio e parte dei cerchi in lega con lo stemma Lancia al loro centro. Ricominciò a respirare. Aveva smesso nello stesso momento in cui aveva deciso di allontanarsi dalle pannocchie. “mmhh, bambina!”, “Zitto, Cazzo!”. Non fu niente di più di quello che poté sentire. Era troppo smarrita ed impaurita, ma si rese conto che dall’interno della casetta, non sopraggiungevano voci, ma solo uno trambusto soffocato a fatica. Nessuno parlava, ma qualcosa stava succedendo. Poggiò l’orecchio. Qualcuno stava lottando lì dentro. Sbattevano e parlavano ansiosi. Non capì nulla. Non c’erano finestre ma solo una portella che dava sul lato opposto all’ingresso. Era troppo in alto per lei ed era chiusa. Avrebbe voluto uno spiraglio tra le grosse assi di legno, ma mai avrebbe avuto il coraggio di muoversi di lì. Dalla Giungla arrivavano i rumori della notte, probabilmente piccoli animali in movimento, insetti, qualche ramo scosso dal vento, che si assestava dietro di lei. Ogni rumore, le scatenava un sussulto che la faceva congelare. Non ne poteva più, temeva che da un momento all’altro qualcuno le mettesse una mano sulla spalla e la trascinasse via per sempre tappandole la bocca. Ma non si girò. Si rialzò spinta da un istinto incontrollato e raggiunse di nuovo le erbacce accanto ai fusti delle pannocchie. Era di nuovo una sfida contro il tempo, contro la porta che poteva riaprirsi e quegli uomini che l’avrebbero sorpresa. Ma non sarebbe successo. Sarebbero stati impegnati ancora a lungo e lei raggiunse la staccionata della legnaia, correndo accanto alle pannocchie dalle quali era arrivata.

Le erbacce stavolta erano schiacciate. Non si voltò mai per guardare tra i fusti, più alti di lei. Scavalcò e si ributtò a terra coprendosi dietro le cassette vuote. Aveva corso sospinta dalla paura e talmente velocemente, che non si accorse nemmeno delle abrasioni e i tagli che si era procurata in mezzo alle ortiche e scavalcando le recinzioni. Fu solo felice di essere vicina ad una casa, alla vita, ad Anna. E non si accorse nemmeno, più tardi dell’auto del padre, che tornò lenta, schiacciando sassolini sotto le ruote, con il suo carico e i suoi passeggeri. Si riaprì il cancello dei campi e uscì dopo qualche minuto sulla via principale per allontanarsi nuovamente. Era stata una giornata troppo emozionante per una ragazzina di undici anni. Forse un giorno l’avrebbe dimenticata, forse avrebbe dimenticato anche la violenza di un padre che avrebbe dovuto amarla. O forse non avrebbe mai saputo, che Luisa dentro casa aveva pianto tutta la notte sperando che non le fosse successo nulla. E forse non avrebbe mai saputo che accanto alla capanna di suo padre, vicino all’ingresso, c’era una All Star nera, sporca di terra e sangue, sgualcita. Era sprofondata nel sonno, sognando una vita normale.

****

Dietro di loro avvertirono un rumore, proveniente dal giardino di Ruggero. Niente li era cambiato negli anni, il vecchio deposito della legna era ancora li, più sgangherato e consumato, nessuna luce. Anche Ruggero parve aver sentito il rumore. Si girò anch’egli in direzione del giardino, poi al posto di aprire la porta di casa, deviò il percorso e andò verso la fonte del suono. <Ruggero, forse è meglio che te ne torni in casa>, poi iniziò ad indietreggiare, andando verso il cancello di uscita, dove l’agente in piedi aveva notato i movimenti e aveva una mano pronta sul mitra. , biascicò Ruggero e sicuro, andò avanti qualche passo e raccolse dalla parete, un badile appoggiato, in mezzo ad un rastrello ed un altro piccone. Qualcosa si mosse accanto al capanno del legno, nell’angolo più buio. I ragazzi indietreggiarono ancora, più veloci, verso il portoncino di casa, senza distogliere lo sguardo dalla scena. Qualcosa si mosse in direzione di Ruggero e sembrò arrampicarsi sul tronco di un fico a pochi metri da lui. , questa volta Gianluca aveva urlato, agitato. Dietro di loro ricomparve Gino, , poi guardò l’amico dall’altra parte, con la pala in mano, <aspetta, adesso vengo ad aiutarti>, la voce dell’agente non ammetteva repliche e Gino dovette fermarsi, evidentemente contrariato, il labbro serrato, ridotto ad un taglio sul viso. , Ruggero avanzava ancora nel prato, <Signore, torni in casa>, il poliziotto avanzava cauto, guardandosi attorno, l’arma spianata, pronta al fuoco,

. Da sotto il cespuglio, sbucò improvvisamente una cosa informe, piena di cavi spessi tutto intorno, che usava per puntellarsi al terreno e correre velocissima. Ruggero riuscì a coglierne il movimento e scaricò con tutta la forza che aveva, il lungo bastone del badile su di essa. L’uomo, possente, ormai non più agile, ma forte di una potenza muscolare di anni di duro lavoro, sotto le sue mani sentì il colpo affondare, in qualcosa di molle. Poi sbilanciato dal movimento cadde a terra lasciando andare il badile dalle mani. Il poliziotto nel piazzale accanto, era tornato indietro correndo, abbandonando la villa Borghetti, lanciandosi poi sul marciapiede, scavalcando con quanta più rapidità poteva il cancello di Ruggero. L’altro nella macchina si era fiondato sulla radio, probabilmente chiamando rinforzi sul posto.

Era di nuovo in piedi; afferrò rapidamente il badile da terra e si guardò intorno. Nel giardino non c’era più nessuno. <tranquilli, l’ho steso, adesso sarà nascosto qui intorno, l’ho scassato per bene lo stronzo>. , grugnì soddisfatto Gino, mostrando il pugno chiuso in direzione dell’amico. Gianluca e Matteo si distesero un attimo, finalmente dopo quel colpo, si sentivano più sicuri che qualunque cosa fosse, ora era decisamente fuori combattimento. Ruotava in cerchio, la pala nella mano destra, cercando un movimento che potesse dargli la posizione dell’ intruso. . Sentiva un fuoco bruciargli dentro, come tanti anni prima, quando finiva nelle scazzottate e riduceva in fin di vita, chiunque avesse incrociato il suo sguardo per errore o gli aveva creato una qualsiasi scusa per picchiare. Un fruscio sopra la sua testa, distolse la sua attenzione, ma un filamento si arrotolò intorno al collo, iniziando a stringere e tirare verso l’alto. La pelle iniziò a gonfiarsi e le squame luride, avanzavano inesorabilmente. Prese la pala con nuova energia, la scagliò verso l’alto colpendo la massa informe che vedeva sopra di lui una volta, poi di nuovo caricando ancora di più con il braccio. Il poliziotto si era portato ancora più a tiro e quando finalmente Ruggero cadde a terra, libero dalla morsa, apri il fuoco in mezzo ai rami, dove aveva individuato la posizione dell’aggressore. La cosa si mosse velocemente e sparì di nuovo, lanciandosi lontano con una rapidità impressionante. Il poliziotto indietreggiò fino ad avere le spalle al muro ed una buona visuale davanti. Il suo collega, nel frattempo era entrato e si dirigeva con la pistola puntata, nella loro direzione. Ruggero si rimise in piedi; non cercò nemmeno la pala e avanzò barcollando vistosamente, in direzione della porta d’ingresso, boccheggiando affannosamente, alla ricerca di ossigeno. L’enorme ferita a carne viva sul collo, grondava sangue. Due metri, non si guardava nemmeno alle spalle, la mano protesa in avanti, come se potesse raggiungere prima la maniglia d’ingresso.

Dietro di lui, la bestia scattò da sotto un grosso cespuglio, con impressionante rapidità e lo braccò di nuovo al collo, quando ormai era a un metro dalla meta. Si impose con tutte le forze, di trascinarlo avanti e aprire la porta, ma la presa, era salda alla base della pianta che non cedeva, poi un secondo filamento si avvinghiò al collo e con inaudita violenza un altro strattone, squarciò rumorosamente la trachea, gettando un fiotto di sangue sul vialetto. L’uomo cadde in ginocchio gli occhi fissi sulla porta di fronte a lui, rilasciato dal suo feroce assassino e precipitò pesantemente in avanti, come un sacco pieno, sbattendo il viso contro lo scalino di cemento e frantumandosi le ossa dell’arcata sopraccigliare. Il secondo agente urlava gli ordini a Gianluca e Matteo, suo padre tornò dentro casa e chiuse la porta, ma loro si rannicchiarono dietro l’angolo del muro, atterriti e terrificati, ma non distolsero ancora lo sguardo dalla scena. L’agente più vicino, non capì cosa fosse la cosa a terra. La luce non era sufficiente, ma aprì subito il fuoco, appena il corpo della vittima fu libero. Esplose dei colpi con grande precisione; lampi di luce illuminarono il giardino e la massa scura nel prato parve rotolare in avanti travolta, poi si fermò, immobile.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Paolo Rigamonti
Sono nato a Monza nel 1981 e ho fatto studi tecnici a Sesto San Giovanni. Da sempre amo la lettura, dai classici dell’800 ai romanzi moderni, ai racconti un po' folli di Charles Bukowski. Amo inoltre il cinema ed il teatro, la musica come compagna di ogni giorno, da sempre. Adoro i concerti e in genere la musica dal vivo. E ascoltare anche artisti e band emergenti. Do un valore a tutto ciò che è arte e la bellezza che ne scaturisce e trovo sia la base per una forma di comunicazione meravigliosa, che può davvero fare molto per elevare la qualità della vita e della società.
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