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Il buio mi prese per mano

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Consegna prevista Aprile 2025
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Una adolescente alle prese con i problemi e lo schifo del mondo odierno. Che si sente diversa e inappropriata ovunque si trovi. Una mente assurda, un cuore delicato. Un’innata empatia verso gli altri. Queste sono state le caratteristiche che hanno portato alla decaduta della sua giovinezza.
Una famiglia rigida e silenziosa, un ragazzo possessivo e disturbato.
Tutto sembra trovare uno spiraglio di luce quando conosce Gabriele, centauro dalla lunga chioma color pece. In lui c’è tutto vuoto che a lei manca: protezione, confronto, sincerità e sostegno. E fin dal primo sguardo, amore.
E quando questo enorme sentimento le viene strappato in una manciata di secondi, capisce quanto fragile e labile sia la sua mente. Il dolore viene a esprimersi sotto ogni forma possibile.
I sensi si colpa, le paure , la solitudine, giocano brutti scherzi alla sua lucidità.
Presto la malattia prende il sopravvento sul suo corpo, emarginandola da quella che fino ad ora era stata la sua vita.

Perché ho scritto questo libro?

Quando inizia a scrivere questo testo, era solo un diario abbozzato di una ragazzina. Ben presto invece scrivere diventò per me un modo per non dimenticare gli eventi, in quanto la malattia e soprattutto i farmaci crearono in me grossi vuoti di memoria. Così imparano che trascrivere le mie emozioni era meno doloroso che mostrarle. Tanto nessuno avrebbe comunque capito. Per tutti ero una pazza.
Arrivata ad oggi ho capito che questa follia merita di essere condivisa.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

ANNO 2023

Quando ero bambina e dormivo nel letto a castello con mio fratello maggiore, vedevo un mostro sopra all’armadio, due sottili occhi rossi luminosissimi, e provavo la sensazione come se lui mi stesse facendo il solletico così a lungo da farmi morire soffocata. Non era un morire dal ridere, non respiravo, eppure lui non la smetteva di toccarmi qua e la. Chiudevo gli occhi per non vederlo ma puntualmente, quando prendevo sonno, lui arrivava da me.

Non dissi mai del mostro alla mamma, restavo a piangere in silenzio sotto alle coperte fino a quando lui se ne andava e potevo riprendere a respirare. Così iniziai a soffrire di insonnia fin da bambina. I miei genitori mi curarono con piante medicinali omeopatiche.

Ora, a distanza di moltissimi anni, sono altri i mostri che animano le mie notti, che mi fanno svegliare in preda al panico senza riuscire a distinguere cosa è sogno e cosa realtà; sono altri ora i farmaci con cui mi curano e sono gli unici capaci di cacciare questi mostri.

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Sono sottilissimi gli spiragli di luce che trapassano dalla tapparella, appositamente lasciata leggermente aperta, in modo che si possano infrangere sul muro della camera e creare giochi di luce. Un differente buongiorno, in maniera dolce e naturale, nonostante alzarsi all’alba piaccia poco anche a me.

L’alba è il momento dei primi rumori, dei primi suoni di risveglio. Mi piace fare colazione guardando oltre la siepe, fuori dalla finestra del salotto, dopo essermi preparata doppia razione di caffè ed essermi messa sulle gambe il gatto.

L’alba è anche il momento in cui, nonostante sappia a stento come mi chiamo, mi organizzo l’intero programma della giornata, leggendo e rileggendo il blocco di appunti che tengo sul tavolo rotondo: le bollette sono le prime ad avere la precedenza, poi mi assicuro di non essermi dimenticata imminenti controlli medici o esami da ritirare. Fatto questo mi segno le giornate migliori per andare agli allenamenti e le sere concordate per andare a trovare i miei a cena.

Mi obbligo a mangiare uno yogurt giusto per affrontare le prime due ore di lavoro, dopo di che, trascorso quel tempo, so già che la mia pancia inizierà a produrre suoni gutturali abbastanza imbarazzanti.

Alle 7:00 sono in reparto, alle 8:00 sto già fremendo dalla voglia di uscire e sbrigare tutte le mie piccole faccende quotidiane.

Ho sempre avuto questa mania, mi spinge a dover fare tutto e subito, a mangiarmi le mani finché non ho messo a punto quello che ho in mente. Il pensiero cade come una goccia sulla terra e piano piano, ma con costanza, la scava. E mi succede così per tutto, cose e persone. È sfiancante per chi mi sta intorno seguire i miei ritmi, la maggior parte delle giornate sono fitte di impegni che mi creo io stessa; stare ferma mi uccide. Viaggio con la mente quando non posso farlo col corpo, il che mi fa impazzire ancora di più.

Quando esco dal turno ne approfitto per passare a trovare i miei nonni, che abitando vicino a dove lavoro approfittano del mio tempo libero per farmi recuperare qualche farmaco o qualcosa di spesa.

Li adoro, sono la mia essenza, linfa del mio sangue, la parte buona del mio cuore; mi dispiace avere così poco tempo a disposizione per loro, vorrei poterli portare con me ovunque, esaudire ogni loro desiderio. Ma non sono mai abbastanza per riuscirsi, a quanto pare.

Non mi trattengo troppo da loro perché il gatto a casa si agita se faccio tardi, si indispettisce, corre come un matto saltando sui muri, sul divano, sale in cima alla credenza in cucina e poi ha paura a scendere. Non ho ancora capito come faccia ad arrivare lì, so solo che spesso tornando a casa mi tocca arrampicarmi per recuperarlo.

Usciamo nel cortile condominiale a fare un giro di esplorazione, a lui piace annusare gli odori come i cani, e nel nostro cortile passano tanti randagi e lui appare sempre stranito da ciò che sente.

Ma in contrapposizione con quello appena detto, a differenza di tanti gatti, il mio non ama uscire: è terrorizzato dall’ambiente esterno e non va nemmeno sul balcone se non in mia presenza.

È il momento questo, in cui racimolo un po’ di energie per poi prendere il mio zaino e andare a nuotare alla piscina del paese, in pratica con dieci minuti di bicicletta raggiungo il complesso.

Meraviglioso perché in estate ci danno la possibilità di allenarci all’aperto e i corsi che frequento io per la maggior parte sono durante l’orario serale, quindi mi alleno sotto tramonti incredibili, mentre il cielo si tinge di arancio e l’acqua è ancora calda, l’aria si rinfresca e vorrei che il mio allenamento durasse tutta sera…

Non ho creato nessun tipo di legame con le altre donne del corso quindi, finito il nostro tempo a disposizione, mi doccio e mi affretto ad asciugarmi evitando di dovermi sorbire tutte le loro chiacchiere.

Per tornare a casa la strada è tutta in salita, fortuna che a quest’ora si sta ancora bene, altrimenti mi toccherebbe prendere l’auto per non schiattare di caldo. Così facendo invece sto allenando di nuovo anche le gambe e il fiato, doppio lavoro!

L’attività fisica è quella cosa di cui non posso fare a meno in una mia giornata tipo, piuttosto non farmi mangiare, ma non togliermi la mia corsa nei campi, o una nuotata, o un giro in barca…il tempo per farlo lo trovo sempre, anche perché una volta a casa ho da pulire i peli del gatto da ovunque siano sparsi, cucinare alla bene e meglio qualcosa anche se finisco sempre per abbozzare un mix di verdure nel piatto, fare il bucato, poi se ho tempo metto la sedia sul balcone e sempre con il gatto acciambellato, mi gusto una puntata di una serie in tv, con la mia birretta in mano.

A volte penso alle mie amiche, ai loro bambini che manipolano per forza la loro giornata, morosi più o meno stabili che ti fottono il cervello, e non solo quello, o a quell’amica che vive solo per il suo lavoro, e mi sento così dannatamente serena e rilassata per la vita che mi sono creata, tanto che questa sedia sul balcone della mia casa in centro città, mi pare il posto in cui tutte loro dovrebbero provare a stare almeno per una sera. Allora sì che sarebbero serene, magari.

Ma allo stesso tempo mi viene spontaneo pensare ai commenti che loro, le loro famiglie, la mia famiglia, fanno su di me nel vedermi “realizzata” nella mia solitudine che fa spazio solo al mio gatto e a pochi altri suoi simili, con la birra in mano seduta sul balcone di un vecchio condominio in centro città. Devo proprio sembrargli una triste donna, emarginata per via del suo passato che sempre ritorna, per i suoi errori che sempre la segneranno. Per il suo vissuto che sempre la influenzerà.

Ah sì, povera donna, in costante balia della sua follia.

MARZO 2014

Sono le 9:45, spengo una sigaretta nel posacenere seduta al tavolo di un bar in centro paese. L’aria è ancora fresca ma si inizia a stare bene all’esterno.

La piazza centrale ospita un vecchio Monumento ai Caduti e una grande edicola, diversi bar ristorante, ed è sempre gremita di bambini e passeggini nonostante non ci sia nulla di particolarmente invitante per i più piccoli.

Con un caffè fumante in mano osservo il cameriere nella sua divisa total black intento a corre avanti e indietro dai tavoli, le tazzine oscillando vanno a sbattere tra loro, paste deliziose col potere di sciogliersi in bocca, voci che si uniscono e risate. Questa è l’atmosfera che mi circonda.

Due tizzi camminano verso di me dal fondo della via, con occhiali da sole abbassati sul naso, magri e sudaticci. Si siedono al mio tavolino, come se qualcuno li avesse autorizzati a farlo e mi salutano educatamente. Con tutta la cordialità che mi appartiene ricambio il saluto.

Uno dei due mi sorride mostrando una fila di denti non proprio bianchi, nemmeno così dritti, ma che nell’insieme catturano la mia attenzione.

Si rivolge a me con interesse, anche lui è del paese e conosce molti dei miei amici; non rimango molto sorpresa a non averli mai visti prima di questo momento: non frequento gente più grande di me.

Il ragazzo con gli occhi verdi è il mio interlocutore, l’amico interviene di rado nella conversazione, più che altro si limita a sorridere come un ebete.

A una certa, il chiacchierone si offre di accompagnarmi a casa dopo un’oretta trascorsa a parlare, ma declino cortesemente l’invito.

Dal suo tono insistente capisco che non accetterà un no come risposta e forse non mi dispiace neanche questa sua tenacia; così, per sciogliere l’imbarazzo, scherziamo lungo la strasa che porta a casa mia. È un ragazzo allegro, di buona compagnia, con occhi vispi dietro quegli occhiali da ganzo. Il crestino gellato che ha in testa gli conferisce la classica aria da bulletto.

Non mi sembra il caso di metterlo già al corrente di dove abito; ci fermiamo a un centinaio di metri prima. Dopotutto conosco solo il suo nome e so che è parente di uno dei miei più cari amici. Forse è stato proprio questo a darmi la spinta per continuare a vederci; mi fidai.

Sempre con quel suo sguardo ammaliante è riuscito a convincermi a dargli il mio numero.

Il giorno dopo ecco arrivare un messaggio da uno sconosciuto: è lui.

Ammetto di aver sentito una leggera scossa di piacere al cuore perché mai mi sarei aspettata di risentirlo.

Così gli rispondo e si dà inizio a uno scambio assiduo di messaggi, parliamo della sua famiglia, di come certe conoscenze ci accomunino e di come il caso abbia deciso di farci incontrare.

È un tipo interessante, la classica persona che sa tenere banco, l’anima della festa e un gran gentiluomo con me. Una persona con profondi valori e attaccata alla famiglia e il fatto di essere qualche anno più grande me lo fa andare ancor più a genio.

Dopo pochi mesi siamo già ufficialmente una coppia: mi dà un passaggio ogni sera dopo il lavoro e quando non ceniamo insieme mi passa a prendere a casa per trascorrere la serata insieme. Ha un modesto appartamento in centro dove vive con il suo vecchio e adorabile cagnone. Mi piace l’atmosfera che riusciamo a creare quando stiamo insieme in quel luogo.

Di solito si presenta con le All Star ai piedi e la moto da cross puzzolente di benzina, lo riesco a sentire da chilometri di distanza il rumore odioso che fa quella sua maledetta moto.

Lo ammetto, odio quel mezzo: quando siamo in sella, nella maggior parte delle frenate sbatto il casco contro il suo e non avendo le pedaline, ogni volta che da gas mi ritrovo con il culo quasi alla pari del tubo di scappamento e sento le chiappe vibrare. Ma lo stare con lui ripaga questa pena.

Si fa in quattro per trascorrere del tempo con me e mi mette sempre prima di qualsiasi altra persona o cosa. Non perde occasione di sbandierarmi come un trofeo di cui va molto fiero e dopo poche settimane mi ha presenta alla sua famiglia che non manca di ripetermi quanto siano felici di avermi tra loro.

Siamo proprio belli insieme; in lui c’è qualcosa che mi prende in modo assurdo, come se non potessi fare a meno della sua voce, delle sue risate. La sua energia trascina anche me, come se fosse un’estensione di ogni suo gesto.

I primi mesi della nostra relazione sono stati così.

Il 17 marzo è il mio primo giorno di lavoro in un bar sul lungolago, il centro della piazza è riempito da una enorme fontana al cui centro sorge un’imponente statua. Tutto intorno panchine e negozi decorano le vie della città in cui fiumane di lavoratori e studenti si riversano a ogni ora del giorno e della sera.

Se si potesse scegliere il giorno migliore per iniziare a lavorare, la notte di San Patrizio non è da considerare, soprattutto nel turno serale, se è la prima volta come cameriera e sei una ragazza giovane non abituata ad avere gente sempre intorno. Mai vista così tante persone riversarsi a fiumi nelle strade della città; la camminata lungo lago si è trasformata in una calca di esseri ubriachi e urlanti, che vomitano a caso, addosso al vicino o su sé stesso. Metà delle birre nei bicchieri finisce rovesciata a terra.

Travestita e con trombette da stadio, ecco com’è la tipologia di cliente che mi beccherò questa sera.

Muoversi tra i tavoli è impossibile e la notte sembra non finire mai; alle 3:00 sono stanca e parecchio agitata, rovescio un vassoio sulla schiena di una povera ragazza, lavandola di vino e birra mentre cerco di uscire con una comanda, mentre il ragazzo mi guarda in faccia allibito. Dall’altra parte del bancone Giusy, la mia capa, si accorge del casino che ho appena fatto e non ho bisogno di voltarmi per vederla: sento il suo sguardo fisso su di me e mi raggelare il sangue. Temo più lei che la miriade di gente che mi attende fuori, dove tra questi non mancano le palpate di culo e battute infelici; il mio disprezzo per il poco ritegno che la gente mostra dopo essersi riempita di alcool o quale altra merda è alle stelle.

Dopo circa undici ore che sono, lì finalmente chiudiamo il bar e penso soddisfatta al mio lavoro: vassoio caduto e pianti isterici a parte direi che me la sono cavata.

Sto spazzando il pavimento, impresa ardua dato tutto l’alcool rovesciato, ogni genere di cosa si appiccica per bene alle piastrelle, le mie scarpe comprese, quando la porta si apre di nuovo e tre ragazzi chiedono da bere nonostante sia evidente che il locale è chiuso.

C’è solo una cosa che vorrei fare, accompagnarli fuori e sprangare la porta, ma Giusy non è dalla mia parte. Maledizione sono suoi amici e quindi devo servirli.

Sono davvero esausta e non ho nessuna voglia di ascoltare le cazzate che dice questo ragazzo ubriaco, così gli rispondo seccata per liquidarlo. Lui mi sorride come un pirla, ha un tanfo vomitevole, mi guarda e nemmeno sa dove sta di casa. Per fortuna le altre due ragazze che sono entrate con lui se lo caricano in un qualche modo sulle spalle ed escono.

Mi viene da piangere, sono così stanca che non connetto la testa alle parole, eppure allo stesso tempo ho l’adrenalina a mille e il corpo si muove per inerzia, pulendo i bagni (tralascio i dettagli), rifornendo insieme a Giusy il magazzino e in ultimo, spazziamo fuori dall’ingresso cercando di coprire l’odore dell’alcool con più detergente possibile perché i condomini di quello stesso palazzo non aspettano altro che un pretesto per attaccare lite con lei.

Alle 5.00 circa sono finalmente a casa e non ho la forza nemmeno di passare per il bagno. Mi sono trascinata fino al piano di sopra per poi crollare sul letto. Avvolta nel profumo delle lenzuola posso tornare a respirare normalmente e mi accorgo che i miei capelli sono impregnati dell’odore di fumo e sento gli occhi bruciare.

Spero di non aver svegliato i miei.

Io non bevo praticamente mai, non ricordo un’occasione in cui non sia tornata a casa con le mie gambe. Di solito sono io che porto a casa gli altri.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Ambra Boninsegni
Nasco nell' anno 1994 in una cittadina sul lago. Cresco in un ambiente bigotto e dove tutti conoscono tutti. In una famiglia dove ci sono più tabù che abbracci.
Ma ben presto, crescendo, rivelo il mio carattere indomabile e il mio spirito libero tipico dell'acquario. Appena possibile ho lasciato la mia famiglia e per lavoro ho iniziato a trasferirmi nel territorio italiano. Ma più vagavo, più mi rendevo conto che la fonte di malessere ed irrequietezza erano parte intrinseca di me e ovunque andassi avrebbe minato i miei rapporti umani e in mio benessere psicofisico. Iniziai a scrivere il testo " Il buio mi prese per mano" a seguito di un grave incidente subito dal mio allora ragazzo e che mi segnò profondamente. Fu l'inizio della mia malattia, sicuramente già annidata dentro di me ma di cui non mostrai importanti segnali prima dall'ora.
L'inizio di una nuova me.
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