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Il Conte Drakos – L’ultimo sanguinario vampiro

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Consegna prevista Febbraio 2025
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Dave Shadow è il cantante e leader di una band gothic-metal ingaggiata dal fantomatico Conte Drakos. Questi infatti ha offerto loro una cifra spropositata per suonare al compleanno di sua nipote Belkiss. Subito dopo l’arrivo nella contea di Misfortuneville, un piccolo staterello fuori dal tempo, dall’incerta collocazione geografica, gli eventi prendono però una piega inaspettata. Dapprima la band viene bloccata alla frontiera per delle vaghe questioni burocratiche. L’unico a cui è concesso di entrare nella contea è il protagonista.
Dave in seguito rimarrà coinvolto in una serie di vicende, dal sapore kafkiano, in cui si mescolano sogno e realtà. Visioni oniriche che preannunciano la fine del mondo, e l’insopportabile consapevolezza della prigionia assilleranno il protagonista per tutto il corso del romanzo.
Il Conte Drakos può essere definito come il primo romanzo gotico ambientalista.

Perché ho scritto questo libro?

Ho voluto concentrare tutte le mie esperienze artistiche, le mie convinzioni politiche, i miei valori etici in un solo luogo: le pagine di questo romanzo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Proemio

Il castello del conte Drakos, accovacciato tra le nebbiose pendici del monte Hopeless, la più alta cima del libero principato di Misfortuneville, pare godesse al pari del suo proprietario di una sorta di religioso rispetto presso gli abitanti di Wicked: il piccolo villaggio che occupa lo stretto vallone ai piedi del succitato monte e altresì capitale e unico agglomerato dell’altrettanto minuscolo stato.

Dave ebbe subito sentore di ciò al suo arrivo. E fu sicuramente un’esperienza tutt’altro che piacevole. Nel senso che l’essere osservato con sospetto dai villici, per il semplice fatto di chiedere informazioni più dettagliate riguardo a quelle già in suo possesso, di per sé assai scarse, sul conto del suo futuro datore di lavoro, non gli rendeva punto digeribile l’assurdo viaggio sostenuto per raggiungere quella misconosciuta località. Che pur pareva, a nota del gestore dell’unica pensione di Wicked, molto apprezzata da personaggi indiscutibilmente esimi.

Nel corso dei secoli infatti, forse per la calma e la riservatezza che l’anonimato riusciva a conferirgli, nonché per la decantata salubrità dell’aria e  per l’alto valore gastronomico delle pietanze che ivi si cucinano, il piccolo villaggio era stato meta prediletta di uomini di alta levatura: Monsieur François Joseph Talma nel periodo della sua preparazione all’Otello di Ducis, Messer Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici in fuga da Firenze per l’assassinio del cugino,  Sir Francis Bacon  per la stesura del suo The Winter’s Tale, Giuseppe Balsamo appena prima di recarsi in Curlandia,  Bjørnstjerne Bjørgson in vacanza dopo il premio Nobel.

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La lista dei detti e di altri numerosi illustri nomi, se fedelmente e integralmente trascritta, andrebbe a occupare pagine e pagine intiere di questo libro. Quindi ne accennerò solo alcuni, giusto un po’ all’inizio (dandone poi conto di taluni altri nel corso della narrazione), di modo da non tediare eccessivamente quella categoria di lettori più propensa allo stile narrativo contemporaneo; ovvero coloro che provano un certo livore per gli eccessivi particolari storiografici, dacché solo la fabula rappresenta l’oggetto del loro reale interesse. 

    Riservandomi tuttavia il diritto di riempire coteste righe con ciò che più mi interessa e nello stile che più mi aggrada, rimando l’eventuale scettico lettore ai più che documentati registri della pensione Watch the sea, religiosamente custoditi dal suo zelante gestore: testimonianza inoppugnabile degli incredibili soggiorni, da alcuni ritenuti in principio mere fandonie, su cui si è fin qui divagato e di cui venne riferito a Dave il suo primo giorno. Detti soggiorni tuttavia, ci tengo a precisarlo, rappresentano l’eccezione, ragguardevole invero ma pur sempre tale, nel quadro storico – geografico di totale isolamento in cui verte la regione non meno dello staterello di cui essa fa parte.

Dave Shadow, questo è il nome del protagonista di questa strampalata cronaca, giunse a Wicked con le prime calde giornate di giugno. Il suo arrivo suscitò il subitaneo stupore e la scrupolosa attenzione degli indigeni, poco adusi da parecchio tempo all’apparizione di forestiero di sorta.

Il primo approccio fu sicuramente problematico se non capzioso a cagion dello strambo idioma che ivi è in uso ed eletto a lingua nazionale.

Mercè di un dettagliato libro di grammatica e di un analitico Dizionario Italiano – Misfortunevilliano, che a costo di non pochi sforzi egli era riuscito a reperire presso una bancarella dell’usato di Capralica, Dave riuscì a sopperire al non trascurabile idiomatico dilemma   e ad ottenere il necessario intendimento. 

Va ricordato che la lingua in uso in questo Stato è frutto di una sorprendente commistione di olandese, fiammingo, inglese e toscano del trecento 

Capitolo primo

L’arrivo a Wicked

La Jann Bockelson House con la sua insegna luminosa, si palesò agli occhi di Dave subito dopo un intricato dedalo di vicoli e viuzze. Il proprietario della locanda, neanche a dirlo l’unica del paese, gli si presentò con affettata cordialità e una profusione, al limite del grottesco, di frasi benevole e sorrisi smaglianti.

Si chiamava Gustav e aveva settant’anni, ultimo rappresentate di una dinastia di tavernieri, fondata da tale Jann Bockelson, mastro birraio, nel 1732.

L’illustre antenato si era contraddistinto all’epoca, in virtù della sua affiliazione alla Grande Loggia d’Irlanda, per aver dato ricetto a personaggi della caratura di Charles Radclyffe, Louis Phélypeaux, conte di Saint-Florentin e Sir James Hector MacLean. Suddetta Loggia era stata infatti chiusa tra il 24 aprile 1738 e l’anno successivo, a seguito dell’infame bolla pontificia In eminenti apostolatus specula, emanata dallo sciagurato Clemente XII.

Il preclaro ascendente fu anche protagonista di un intenso e proficuo scambio epistolare con Andrew Michael Ramsay da cui, quest’ultimo, trasse ispirazione per la sua famosa Orazione OMNE TRINUM PERFECTUM, presso la Loggia di San Giovanni (A.D.1736).

Si attribuiva a mastro Jann addirittura la paternità della frase: “Il mondo non è altro che un’immensa repubblica di cui ogni nazione è una famiglia e ogni individuo un figlio”.

Ψ

«Siete dunque arrivato Maestro Shadow! Vi aspettavamo con ansia. Da parecchi giorni, in paese non si parla d’altro che della vostra venuta. Sapete, da queste parti non è così consueto vedere facce nuove. Siete musicista nevvero? So che il Conte vi ha ingaggiato per allestire uno spettacolino canterino (come si suol dire dalle nostre parti) per il compleanno di sua nipote Belkiss.»

«Ebbene sì: sono Dave Shadow. Piacere di conoscerla. Gli altri membri della band hanno avuto delle noie coi visti. Nulla di irrimediabile, ma non arriveranno prima di domani mattina.»

«Capisco benissimo» rispose il taverniere senza nascondere un sorriso di soddisfazione «le nostre guardie di confine sono molto scrupolose e ligie al dovere. Ma non prendetela per mera zelanteria: lì alla dogana son tutti brava gente (come gli abitanti di Wicked del resto) padri di famiglia che hanno a cuore l’incolumità e la serenità di chi vive nel nostro piccolo Stato.»

Dave si limitò ad annuire e a fare spallucce. L’altro fece un cenno con la mano e si rivolse, con fare autoritario, verso la figura che sino a quel momento era rimasta in disparte dietro la soglia del locale.

«Malcom!! Vieni subito qui a prendere i bagagli del signore!»

Dalla penombra emerse la figura misera e sbiadita di un ragazzetto sui dodici anni. Portava i capelli alla paggetto, di un biondo scolorito. Il viso era emaciato, di un pallore cadaverico, lo sguardo spento e assente. Sul collo risaltava appena un piccolo tatuaggio: un teschio con le tibie incrociate.

L’estrema magrezza delle sue membra risaltava ancor di più negli abiti vistosamente vetusti e larghi; sembrava come se qualche beone ce l’avesse infilato dentro a forza e rinserrato con una cintola dagli innumerevoli buchi, come fustellati da un mitologico Ecatonchiro.

Senza proferir parola, appena accennando un sorriso che rivelò la quasi totale assenza di dentatura, il gracile essere afferrò le salmerie del forestiero con tale inaspettata forza da insinuare, anche nel più distratto degli osservatori, il dubbio che quel corpicino fosse animato da chissà quale remoto e misterioso Demiurgo.

«Malcom provvederà a recapitare il vostro bagaglio presso l’Hotel Watch the Sea. Nel frattempo, immagino sarete affaticato per il lungo viaggio, posso avere l’onore di offrirvi qualcosa da bere e da spiluccare? La vostra camera e la vostra cena non saranno pronti prima delle sette. Sapete, dalle nostre parti siamo ancora alla buona, abbiamo i nostri tempi. Conosco i ritmi a cui siete abituati voi cittadini, tuttavia mi dispiace deludere le vostre aspettative. Da noi ancora vige il rispetto per la sacralità del tempo.»

«Cosa intende per sacralità del tempo?» chiese Dave, invero assai meravigliato che un tale concetto, enunciato altresì con un tono quasi ieratico, provenisse da colui che considerava poco più di un comune bifolco.

Il suddetto cafone per elezione, sembrò come intuire il pensiero di Dave: «Immaginavo la vostra perplessità. Vi prego, non prendetemi per uno sprovveduto. Il nostro beneamato Conte ci tiene costantemente informati circa l’evoluzione della vostra società. Vivete sempre così di corsa voi gente civile! Correte così veloci come se aveste timore di fermarvi e riflettere. Per voi è diventato un ideale di vita: correre, correre, non fermarsi mai! Un’irrefrenabile devozione per cotesta vorticosa entropia. Si potrebbe asserire che la vita vi sfugga di mano e che venga fagocitata dalla voracità del tempo.»

Dave non poté non rimanere ammirato dall’inusitata eloquenza del suo interlocutore.

«Il suo parlare è molto forbito. Sembra quasi lei sia un filosofo. Senza offesa, ma mai mi sarei aspettato di ascoltare simili ragionamenti da un…»

«Semplice bettoliere? Questo volevate intendere? Non abbiate consimili premure signore. Nessuno qui si offende. Dovete sapere che qui a Misfortuneville siamo avvezzi a questo genere di argomentazioni. È appunto la parsimonia con cui gestiamo il tempo delle nostre giornate che ci permette di affrontare tematiche che voi cittadini, contrariamente, non riuscite nemmeno a elaborare. E questo, appunto, perché vivete una vita accelerata. In ogni caso non facciamone una questione: avrete tutto il tempo per apprezzare il nostro modo di pensare.»

«Ne sono sicuro. È solo che avrei preferito farlo in modo più confortevole. Da quello che ho potuto notare, la gente del posto nutre una certa riluttanza per tutto ciò che si può definire moderno. Sarà difficile per me e i miei compagni – loro soprattutto – abituarsi a questo stile di vita … (come dire?) … retrò!» e accennò un sorriso come a voler sdrammatizzare.

«Oh posso capire la vostra perplessità. Ma non datevene pensiero. Col tempo, sono sicuro, vi ci abituerete. Ma ora vi prego, abbiate la gentilezza di seguirmi. Sono assolutamente certo che dopo aver assaggiato l’ottima birra che produciamo (rigorosamente rossa) vi sentirete subito a vostro agio!»

«Mi deve scusare ma bevo solo dopo una certa ora. E in ogni caso, la prego, non si preoccupi per me. Sono una persona che si adatta molto facilmente.» rispose Dave quasi a voler rassicurare il suo interlocutore. E quasi con imbarazzo soggiunse: «Spero quindi di non offenderla se declino il suo gentile invito. È che ci sarebbe una certa faccenda che mi preme assai e che vorrei risolvere quanto prima. E per farlo ho bisogno di recarmi subito presso l’Hotel. Sarebbe così cortese da dire a Malcom di attendermi e di farmi strada?»

Il signor Gustavsson riuscì a stento a mascherare il suo disappunto. Con un sonoro fischio richiamò indietro il servo e con dei gesti gli fece intendere il desiderio appena espresso dal suo ospite. Guardò poi quest’ultimo appena di sguincio e senza nemmeno salutarlo rientrò nella locanda.

Dave restò letteralmente di stucco per quell’irragionevole e repentino cambio di umore. «Spero non siano tutti così da queste parti!» disse tra sé. Poi si accinse a raggiungere Malcom, che da lontano già lo scrutava con il suo sguardo ebete; ma proprio in quell’istante ricomparve il “lunatico” locandiere.

«Maestro Shadow! Aspettate ancora un momento.» disse quasi trafelato «Non vorrei aveste frainteso il mio comportamento. Mi avete visto andare via così, senza dare spiegazioni! In verità mi ero semplicemente ricordato di alcune pietanze lasciate sul fuoco. Solo quando sono arrivato in cucina, mi sono reso conto di non avervi nemmeno salutato. Spero non lo abbiate preso per un gesto di stizza!»

«Non sono tipo da offendersi facilmente! Piuttosto lei: per un momento ho temuto che i miei giudizi sul vostro paese l’avessero mortificata.» rispose l’altro cercando di rasserenarlo.

Il signor Bockelson sembrò sollevato da quell’ultima risposta. Si fece quindi più vicino al musicista e con aria circospetta riprese a parlargli: «Non voglio mettere in dubbio l’urgenza dei vostri affari. Cionondimeno vi chiedo di concedermi ancora qualche minuto del vostro preziosissimo tempo …»

«Veramente io …»

«Vi supplico, solo qualche minuto. Vedrete che ne varrà la pena …»

«In che senso? Veramente, non riesco a seguirla …»

«Ascoltate e giudicate voi stesso. Prima di iniziare però devo chiedervi di mantenere il massimo riserbo su ciò che sentirete. Certe confidenze potrebbero suscitare malumore presso le alte sfere. Lo faccio solo perché credo molto in voi!»

Dave si limitò ad annuire e con un cenno invitò il locandiere a voler continuare. Questi allora, ma solo dopo essersi sincerato dell’assenza di orecchie indiscrete, riprese il discorso: «Consideratelo come un favore quello che vi sto per dire. È una vecchia storia che si racconta dalle nostre parti. All’inizio potrà sembrarvi assurda. Ma vi assicuro che in futuro vi tornerà utile.»

Capitolo secondo

La leggenda di Aristobulo parte prima

Un’antichissima leggenda di Misfortuneville narra di un certo Aristobulo che, appena prima di recarsi nella terra di Albione, fece tappa presso quello che all’epoca era solo un piccolo villaggio di poche capanne. Egli vi giunse nel giorno in cui si celebrava Oestara (o Equum Nocti).

Nel bel mezzo dei festeggiamenti si appalesò agli sbigottiti villici, infagottato in misere e lise vesti di lino, i piedi sanguinolenti e incrostati per il lungo peregrinare. I notabili dell’epoca lo accolsero con sincera cordialità (così almeno si costumava nei tempi passati): fu perciò rifocillato e provvisto di nuove vesti.

Interrogato circa il suo lungo errabondare, il viandante, sembrò lieto di narrare la sua epopea. Proveniva da una regione che ai più risultava ignota e remota: conosciuta nell’Impero di allora come Fenicia Prima.  L’antica città di Sarepta gli aveva dato i natali.

Pochi anni prima, presso Tiro, era entrato in contatto con i seguaci di un (a loro dire) sant’ uomo nomato Yehoshu’a Ben Yosef. Essi ne parlavano con appassionato entusiasmo, lodavano i suoi poteri taumaturgici, le sue parole di speranza, le sue promesse di redenzione del mondo afflitto dai mali originati dall’umana bramosia.

Era costui figlio di un umile e attempato carpentiere – c’è chi ne attribuisce invero la paternità a un certo Tiberio Panthera – e della giovane figlia di un facoltoso giudeo (tale Jojakim).

In età matura Yehoshu’a cominciò a predicare in lungo e largo, nella provincia romana di Galilea. Asseriva di essere il diretto discendente di Seth, terzo figlio di Adamo.

Celebre fu il suo Discorso della Montagna. Chi ebbe la fortuna di poter ascoltare la probità delle sue parole, non poté non rimanere affascinato dal loro potere evocativo. Ad Aristobulo sembrarono lacrimare gli occhi mentre rammentava le santissime esposizioni del venerando uomo e con lui anche il suo affascinato auditorio. “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.”

Oppure: “In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.”

La voce del narratore, piano piano, carezzava e molceva le orecchie degli astanti. Il fenicio, quasi padrone dell’inaspettata platea, cominciò allora con l’annoverare i miracoli compiuti dal santo Yehoshu’a.

2024-06-01

Aggiornamento

LA VERA, ANZI LA VERISSIMA GENESI DEL PRIMO ROMANZO DI DAVIDE CATUCCI. Un giorno, tediati dalla monotonia dell’aldilà, Kafka, Gadda e Bulgakov decisero di allietare l’infinità del tempo loro destinato scrivendo un romanzo: nelle loro intenzioni esso doveva contenere un’aurea di mistero, un pizzico di filosofia, una manciata di raffinata scrittura e una buona dose di popolarità presso l’umano consorzio. Chiesero allora ad un loro collega, irlandese di nascita, esperto di letteratura popolare, di poter prendere ispirazione dal suo libro di maggior successo: “Il Conte Dracula”. Egli acconsentì di buon grado e concesse a quegli esimi scrittori il benestare a poter rimaneggiare il suo indiscusso capolavoro. I tre affiliati narratori allora presero lor partito e ad un misconosciuto scrittore apparvero in sogno Fu così che nacque il romanzo “Il Conte Drakos – L’ultimo sanguinario vampiro”. PREORDINA LA TUA COPIA SU BOOKABOOK ORA!

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Davide Catucci
Davide Catucci (classe 1973) è scrittore, cantante, polistrumentista, arrangiatore e produttore discografico romano. Innamorato della scrittura creativa sin dall’infanzia, i suoi punti di riferimento letterario sono Gadda, Borges, Buzzati, García Marquez, Eco, Saramago, Bulgakov, Calvino. L’autore ha già pubblicato la raccolta “Racconti Anacronistici”.
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