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Il cuore di Pompei

Il cuore di Pompei

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Settembre 2022
Bozze disponibili

Che cosa succede a una schiava quando la sua amata padrona muore all’improvviso? La stessa padrona che le aveva promesso la tanto agognata libertà che la schiava, Servilia, vede sfumare.
Pompei 35 d.c., Servilia ha perso tutto in una notte, la sua padrona, una ricca donna pompeiana l’ha lasciata per sempre e al suo posto è subentrata la figlia Catula, una donna arcigna e interessata solamente a sperperare il patrimonio lasciato dalla madre. Cercando di richiamare a Pompei il fratello di Catula, primo erede della famiglia, la schiava si trova ad affrontare vicissitudini che mai avrebbe immaginato nella sua vita.

Perché ho scritto questo libro?

Il cuore di Pompei è nato al rientro di un viaggio proprio negli scavi della città. Ancora oggi non capisco il perché, ma quelle strade, quelle case e le storie raccontate dalla guida mi hanno affascinato a tal punto che scriverne è stato naturale, fluido, come se Servilia e tutta la trama si fosse materializzata nella mia mente in quelle poche ore.

ANTEPRIMA NON EDITATA

ANTEPRIMA:

CAPITOLO I

35 D. C.

Servilia piangeva, sotto la logora coperta che le copriva a malapena la parte superiore del corpo.

Cercava di non singhiozzare per non svegliare gli altri, non voleva che la vedessero così fragile e indifesa, aveva lottato molto per dare l’impressione di essere una ragazza forte, quasi insensibile, e non voleva essere smascherata proprio in previsione di un giorno così importante.

Il collare che le aveva imposto di mettere Catula le dava fastidio, se lo sarebbe strappata dal collo se solo avesse potuto. Lo percepiva pesante come un macigno, con la medaglietta dondolante e per giunta le lacrime che non riusciva a fermare con la mano scivolavano giù fino ad impregnare il pesante cuoio e farle venire un’irritazione alla pelle.

Si rigirò nel letto dando il viso alla parete.

Sapeva che non sarebbe potuta scendere al piano inferiore, a loro era stato proibito fino al mattino successivo, ma avrebbe voluto stare per un attimo sola con lei, poterle stringere ancora una volta la mano come faceva ogni mattina, e augurarle un buon viaggio, ma, a meno che non avesse voluto guadagnarsi una bella punizione, non le conveniva muoversi da lì.

Si ridestò bruscamente dal sonno che l’aveva rapita ancora con le guance bagnate.

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Era mattino molto presto, si poteva intravedere l’alba che faceva capolino lentamente dai tetti delle case.

Anche Apollo questa mattina non vuole far sorgere il sole!

Pensò mentre si stirava il subculae con le mani, così da toglierle le grinze della notte. Prese la supparum e la indossò distrattamente fermandola con le logore fibule sulle spalle.

Catula aveva una vera ossessione per le acconciature e Servilia lo sapeva bene, prese il vecchio e ormai tutto ondulato ferro a V e con destrezza si fece una crocchia lasciando pendere qualche ricciolo ribelle qua e la. La cascata di ricci scuri l’aiutava nel compito, e con il tempo aveva imparato ad essere veloce.

Da lì a poco in casa ci sarebbe stato fermento, e doveva tenersi pronta. Non sapeva ancora quale compito l’attendeva, ma sapeva che le cose da fare erano tante e, con il cuore ancora gonfio di tristezza scese le scale e lì si fermò.

Per la prima volta dopo tanto tempo non sapeva dove andare.

Si guardò attorno, fece qualche passo e si ritrovò dove per tutta la sua vita si era ritrovata ogni mattina.

“Servilia, cosa ci fai impalata davanti alla porta?”

Servilia trasalì riconoscendo nella penombra la voce di Livia.

“Non so dove andare!”

Rispose bisbigliando la ragazza.

“Vieni con me!”

Livia la prese per un polso.

Nel silenzio più totale si sentiva solo il tintinnio affannoso delle loro targhette che picchiavano contro l’anelo di metallo.

“Questo maledetto collare è davvero insopportabile!”

Disse Livia tra i denti.

“Sembra quasi che stesse aspettando il momento giusto per appiopparcene uno.”

Continuò con la voce indignata.

“Guarda che pelle che ti ha già fatto. Appena riesci vai in cucina e mettici una goccia d’ olio, migliorerà.”

Servilia guardò la donna, già avanti con gli anni, con il suo portamento fiero che non si era mai piegato davanti a nessuno e le sorrise, anche se di sorridere non ne aveva proprio voglia.

Si fermarono davanti ad una porta, la ragazza trattenne il fiato. Non aveva mai svegliato Catula e la cosa la agitava.

Livia si mise l’indice sulle labbra intimandole il silenzio.

Obbedì, iniziò a far girovagare lo sguardo, mentre si torceva le mani dietro la schiena. Finalmente scorse un viso amico, suo fratello Canius era impegnato ad accendere il braciere nella stanza principale, cercando anch’esso di fare meno rumore possibile per non svegliare gli abitanti della casa, e in una casa come quella, ogni rumore veniva amplificato.

La ragazza osservò le fiamme divampare in un attimo e il bagliore del fuoco illuminare a tratti irregolari le pareti della stanza.

“Servilia entra!”

La ragazza sussultò sentendo la voce di Catula provenire dalla stanza completamente immersa nel buio.

Livia uscì dalla porta e la guardò senza far trapelare nessuna emozione, solo il verso che faceva con le labbra le fece capire che era estremamente nervosa, non era certo una buona premessa.

Servilia deglutì sapendo di non avere altra scelta se non quella di entrare in quella stanza dove, fino a quel momento, non aveva mai osato mettere piede.

L’odore acido di sudore e umidità le impregnò le narici, dandole un leggero senso di nausea.

“Livia mi ha detto che non sai dove andare questa mattina!”

La voce acuta, leggermente stridula della donna le fece irrigidire la schiena.

Dalla poca luce che filtrava dalla porta d’ingresso Servilia riuscì a scorgere dove era posizionato il letto.

“Sì”

Rispose timorosa, quasi sussurrando.

“Bene, per oggi ti occuperai di mia madre, dovrà essere bellissima per oggi, dovrà essere paragonata ad una Dea, anzi, no, non vorremmo farci piovere addosso le ire delle Dee invidiose, bene, cosa fai ancora qui? Vai via!”

La ragazza si girò su se stessa e uscì dalla stanza velocemente, riuscendo comunque a sentire una risatina soddisfatta da parte della donna.

“Ma come può essere contenta?”

Bisbigliò a Livia, una volta uscita completamente dal raggio uditivo di Catula. La donna, che le stava accanto scosse il capo.

“Prevedo sofferenza in questa casa, molta sofferenza. I tempi in cui vivevamo in maniera decente sono finiti purtroppo.”

Servilia sentì un fremito percorrerla.

A piccoli passi timorosi si accostò alla porta che per tanto tempo aveva aperto ogni mattina e richiuso ogni sera con i sorriso sulle labbra e la gioia nel cuore.

“Tu sei figlia degli Dei ragazza mia!”

La voce le riecheggiò nella testa e, l’ombra di un sorriso si accennò leggermente sul suo viso.

Mise la mano sulla porta, appoggiandola delicatamente. L’aprì quel tanto che bastava per infilarsi nella stanza. Constatò con sorpresa che c’era meno puzza in quel luogo che nella stanza di Catula.

La vide. Si avvicinò lentamente come per non svegliarla.

Augusta stava distesa sul bellissimo letto di legno finemente intagliato. I capelli sfatti e il viso pallido erano l’unico segno che qualcosa in quel corpo era cambiato. Seguì con lo sguardo le linee che solcavano la fronte. Aveva voglia di toccarle, quasi di spianarle per poterci appoggiare le labbra sopra. Sapeva che se fosse stata vista, dieci frustrate sarebbero state una giusta punizione, ritrasse la mano, lasciandola per un attimo sospesa a mezz’aria. Guardò le delicate rughe attorno agli occhi chiusi, che tante volte gli avevano sorriso, e sentì una lacrima capitolarle per la guancia. Tirò su col naso, e continuò quella dolorosa perlustrazione.

Voleva che ogni singolo particolare le rimanesse impresso per sempre. Le guance scarne, e gli zigomi sporgenti erano stati il risultato della malattia. Richiamò alla memoria il ricordo di dolci guance morbide e labbra carnose. Un tonfo la fece ridestare.

Si girò di scatto e sulla porta c’era Seius, il marito di Catula.

Servilia si spostò immediatamente in un angolo, aderendo alla parete e tenendo lo sguardo fisso sul pavimento riccamente coperto da un mosaico a vivaci colori.

Si chiese cosa ci facesse lì quell’uomo che poco aveva amato Augusta quando era in vita. Lo vide chinarsi su di lei e sussurrarle qualcosa all’orecchio, ma dovette riabbassare velocemente lo sguardo perché l’uomo si alzò di scatto se ne andò lasciando la porta aperta.

Servilia si staccò dalla parete e si avvicinò nuovamente alla donna.

Non sapeva nulla di come si sistemava una salma, non ne aveva mai vista una in vita sua, e non sapeva nulla di quello che avrebbe dovuto fare. Stava li, impalata ad osservarla.

Un bisbiglio attirò la sua attenzione. La testolina ricciuta di Iulia fece capolino nella stanza. Era la più piccola della casa, ed era anche sua sorella. Servilia le sorrise. La piccolina era veloce a intrufolarsi nelle stanze senza farsi vedere. Livia la chiamava topolino, per la sua capacità di correre veloce e infilarsi nei posti più nascosti per non farsi trovare.

“Cosa fai?”

Le chiese con voce canzonatoria la bimba che aveva circa 6 anni.

“Cerco di fare il mio lavoro, tu piuttosto dovresti fare il tuo!”

La rimproverò Servilia che sapeva benissimo che quello non era il posto dove doveva stare la sorella. Prevedeva guai seri per la piccola se qualcuno l’avesse pescata a vagabondare per la casa, specialmente in quel giorno.

“Mi ha mandata Livia, per vedere a che punto eri, ma vedo che non sei a nessun punto.”

“Non so cosa fare, non l’ho mai fatto!”

Iulia sparì dalla sua vista, pochi minuti dopo era di nuovo da lei.

“Livia dice di fare come ti pare, tanto Catula non ha voluto prendere i Libitinarii per prepararla, questo vuol dire che non le interessa poi tanto il futuro di sua madre. Le ho sentito dire che le ha fatto schifo darle persino l’ultimo bacio, ma che non poteva tirarsi indietro visto che suo fratello è lontano.”

Servilia si sentì mancare. Sorrise alla sorella e, con la mano, le fece il gesto di andarsene via.

Ripensò al sorriso dolce e delicato di Rufinius, che tanto assomigliava ad Augusta, e una morsa le prese lo stomaco. Se ci fosse stato lui, sicuramente il trattamento riservato alla madre sarebbe stato impeccabile. Avrebbe assunto i Libitinarii più bravi di tutta Pompei, le avrebbe rivolto le attenzioni che solo una donna del suo rango e della sua bellezza potevano permettersi, e invece quell’arcigna Catula aveva voluto lesinare anche sulla preparazione, Serivilia si sentiva impotente e adirata per tutto quello che stava succedendo.

Incerta sul da farsi, con le mani tramanti si avvicinò al tavolino sopra il quale Augusta teneva tutti gli oli profumati e gli strumenti per farsi acconciare i capelli. Prese l’ampolla azzurra che conteneva l’olio che la donna prediligeva e si avvicinò a quel corpo immobile. Lentamente alzò il lenzuolo di finissimo lino che la ricopriva, le tolse delicatamente la veste lasciando un corpo scavato e sofferente sul letto. Il pallore si confondeva con quello delle lenzuola. Prese a frizionarla con l’olio, e ben presto la stanza fu satura di mirra e resine. Servilia lavorava alacremente, senza sosta, aveva frizionato ogni angolo del corpo di quella donna, voleva che quando fosse stata al cospetto degli Dei nessuno avrebbe fatto notare che non era adeguatamente pulita.

La vestì con l’abito più elegante che possedeva, dopo averle messo un subculae di finissimo lino giallognolo le mise la stola azzurra e oro, la fermò in vita con la cingulum tutta intarsiata e arricchita da pietre preziose purissime.

Sospirò nel vederla così agghindata, uscì dalla stanza e si chiuse la porta alle spalle. Si diresse verso il braciere e ne tolse un piccolo bastoncino. Ripercorse la strada e rientrò nella stanza. Di nuovo il profumo degli oli la pervase, dandole un leggero stato di euforia.

Scurì con il carbone le sopracciglia rade di Augusta, con il minio colorò di un rosso acceso le labbra, proprio come piaceva alla defunta. Catula detestava il trucco troppo pesante della madre, e Servilia lo sapeva bene, ma era l’ultimo viaggio della sua adorata Augusta, voleva renderle ogni genere di onore.

Chiamò Canius e si fece portare della brace in camera per poter acconciare i capelli con i ferri caldi, fece una cascata di riccioli dorati, raccolti da una fascia che riprendeva il colore della stola, voleva far si che ogni abitudine della sua mentore fosse rispettata.

“Tu hai i capelli più belli di qualsiasi ragazza che abbia mai vissuto a Pompei”

Le ripeteva spesso Augusta attorcigliandosi i morbidi ricci neri della ragazza attorno alle dita. Servilia dovette trattenere il fiato a quel ricordo, il cuore smise di battere per un attimo e la disperazione le fece tremare le gambe.

“Cosa ne sarà di me adesso? Chi si prenderà cura di me e i mie fratelli con la stessa gioia ed amore? Chi ci permetterà di andare alle terme e tornare da soli senza controlli?”

Chiese guardando la donna, come se da un momento all’altro si fosse alzata e le avrebbe risposto.

Le domande si sovrapponevano le une alle altre, per quanto si sforzasse, non riusciva a darsi una risposta sensata.

Sapeva che Catula non provava nessun tipo d’affetto per lei o per i suoi fratelli, Catula non provava affetto nemmeno per la sua stessa madre.

A quel pensiero la rabbia della ragazza esplose, lanciò il ferro arroventato sul pavimento con tutta la forza che aveva nelle mani, il ferro scheggiò una piccola parte del mosaico geometrico che ricopriva la pavimentazione della stanza. Se qualcuno molto attento se ne fosse accorto, non si sarebbe potuta sottrarre a una sonora frustata, ma non le importava, non riusciva a sopportare l’idea che Catula sarebbe stata padrona di tutto.

Il cuore di Servilia si fermò per un istante. La voce di Catula si faceva più vicina e più stridente, sembrava istericamente eccitata, stava dando ordini perentori a tutti, riusciva a sentire la sua camminata sgraziata e pesante per il piccolo corridoio. Si abbassò fulminea a raccogliere il ferro ancora caldo, che le scottò il palmo della mano facendole emettere un gemito di dolore, lo mise sulle braci, prese un telo e lo acciambellò a terra, dove il mosaico aveva perso la sua tesserina blu.

2022-03-14

Aggiornamento

Volevo ringraziarvi tutti, davvero, dal più profondo del mio cuore, mi avete regalato un sogno.....grazie

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Libro fantastico, coinvolgente, sarcastico e veritiero. A lettura iniziata non si riesce più a smettere, macinando pagine su pagine e lasciandoti la voglia di sapere come si conclude. Non c’è parola scritta che deluda, al contrario ti affascina e ti trasporta in un passato lontano come in un sogno ad occhi aperti. È un libro che non deve mancare nella libreria di casa!

  2. (proprietario verificato)

    Questo è un libro avvincente, appassionante, ricco di colpi di scena e di una trama ricca e fitta ma mai noiosa, un libro che si legge tutto di un fiato e alla fine si vorrebbe che continui all’infinito. Il tutto contornato da una Pompei ricca e viva, che si scosta dalla solita città ricordata solo a causa dell’edizione del Vesuvio. Super consigliato a tutti quelli che cercano qualcosa di più in un libro.

  3. Erica Zoncada

    (proprietario verificato)

    Un libro emozionante che ti trasporta dentro la storia conivolgendoti come se lo stessi vivendo in prima persona. Servilia una donna forte determinata ad ottenere la sua libertà senza piegarsi.
    Buona lettura… E buon salto nel passato. 😍

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Monica Bulgarelli
Monica Bulgarelli
Nasce a Milano nel 1979. Nella sua vita due grandi passioni: la moda e la letteratura. Ama viaggiare e in ogni viaggio cerca di immergersi il più possibile nella cultura e nelle usanze del luogo.
L’amore per la scrittura nasce dall’amore per la lettura e dalla necessità di creare storie nuove che l’appassionino sempre di più e dar voce ai personaggi che le abitano il cuore.
Il cuore di Pompei è il suo primo romanzo.
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