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Il Giardiniere

Il Giardiniere
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Consegna prevista Luglio 2023
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Rubens Cordone conduce una vita apparentemente normale. Il suo lavoro è curare e sistemare le piante. Vive da solo sulla costa ionica della Calabria e ha un duplice e incondizionato affetto per sua sorella e ancor di più per la sua nipotina Nadine.
La sua vita cambia radicalmente quando un giovane boss della ‘ndrangheta si convince che ‘il Giardiniere’ potrebbe creargli dei problemi e senza mezzi termini decreta la sua dipartita, mettendo in serio pericolo anche quello che rimane della sua famiglia. Per uscire da questa situazione non gli resta che imboccare una strada rischiosa. Chiedere aiuto a qualcuno più potente del suo persecutore.

Perché ho scritto questo libro?

Troppe sono le vittime delle mafie. Centinaia di morti ammazzati ogni anno. Io con questa storia ho solo voluto dare un senso alla speranza. Ho dato ad alcuni dei personaggi un tono quasi cavalleresco, ma questo è unicamente per dovere di narrazione. Nella realtà chi agiste per conto dei clan e delle famiglie non può essere ritenuto una brava persona. Ho cucito addosso a Rubens Cordone un abito fin troppo illusorio. Lui diventa una vittima solo in quanto artefice del proprio destino.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

“C’era una volta una principessa che viveva in un bellissimo castello ai margini di un bosco incantato.”

“Incantato?” Ripeté la bambina coricata sul letto.

“Sì Nadine.”

“Cosa vuol dire incantato?”

“Incantato, vuol dire… fatato. Popolato di creature fantastiche.”

La bambina, soddisfatta della spiegazione, lasciò che lo zio proseguisse con la favola.

“Alla principessa non mancava proprio niente. Dentro al castello aveva tutto ciò di cui aveva bisogno. Era la gioia dei suoi genitori. Il re e la regina di quel reame la vedevano crescere felice e spensierata giorno dopo giorno. Ma come a volte succede crescendo, la curiosità si impadronì della fanciulla. Mirabella, quello era il nome della principessa, era sempre più attirata dal bosco che si stendeva ad ovest del castello. Spesso aveva sentito storie su alberi parlanti e minuscoli uomini che popolavano quel luogo misterioso. Il desiderio di correre a perdifiato in mezzo a quel paesaggio verde e rigoglioso diventava sempre più incontenibile, fino a che arrivò un giorno…”

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L’uomo aveva già notato che la bambina aveva chiuso gli occhi, ma fino a quel momento non aveva ancora voluto interrompere il racconto della favola. Come succedeva sempre, aspettava di percepire il respiro regolare uscire dalle narici della nipote.

Stando attento a non fare rumore nello spostare la sedia sulla quale era seduto l’uomo si alzò, posò il libro sul comodino e rimboccò amorevolmente la coperta fino a coprire completamente le spalle di quell’esile creatura. Le volse un ultimo sguardo e pensò, non per la prima volta, se gli angeli esistono lei era senza dubbio uno di loro. Quattro anni. Compiuti da poco più di un mese.

Spense la luce sulla testata del letto e silenziosamente fece ritorno in cucina socchiudendo la porta della cameretta.

Arrivato vicino alla credenza, aprì un’anta e prese la moka che si trovava sul piano centrale, accanto al barattolo dei biscotti e a quello dello zucchero. Mentre aspettava che il caffè salisse guardò l’orologio appeso alla parete. Erano le dieci meno un quarto. Se non avesse avuto problemi al lavoro, sua sorella non avrebbe tardato molto a rientrare.

Non gli era mai pesato fare il babysitter a Nadine, anche se questo capitava sei giorni la settimana. In fondo lui era scapolo e di tempo ne aveva da vendere. Era un uomo abitudinario e si gestiva gli orari senza problemi.

Udì la caffettiera bollire. Prese una tazzina e un cucchiaino e spense il fornello. Il caffè era pronto. L’aroma era sempre lo stesso. Delizioso e rilassante. Si sedette e prese il telecomando della televisione controllando, dopo aver premuto il tasto dell’accensione, che il volume fosse relativamente basso. A quell’ora tutti i programmi della prima serata erano già iniziati, ma poco gli importava, in fin dei conti non aveva intenzione di seguirne attentamente neppure uno. L’audio di quell’apparecchio era più che altro un elemento di compagnia. I suoi pensieri erano altrove. Erano sempre altrove.

Sorseggiando il caffè si ritrovò a guardare una foto che stava sul fronte del frigorifero. Era tenuta su da un magnete a forma di Tour Eiffel. Su quella foto c’era sua sorella che teneva stretta Nadine sulla sella di un cavallino a dondolo. La piccola era ancora più giovane. A quel tempo il padre aveva già tagliato la corda per ritornarsene in Francia. Gli ci erano voluti due anni per capire che non era tagliato per la vita famigliare, anche se sua sorella se ne era già resa conto molto prima. Non fu una separazione drammatica. Lui semplicemente uscì di casa un giorno per non fare più ritorno, lasciando solo un biglietto sul tavolo di quella stessa cucina. Me ne torno a Orleans, c’era scritto. E sotto : La bolletta del telefono è da pagare.

Che si fotta lui e tutti francesi, pensò, uno così è meglio perderlo che trovarlo. Era sempre stato un buon a nulla, ma purtroppo era anche un tipo affascinante e sua sorella era caduta nella rete. Probabilmente non sarebbe stata l’ultima della lista. L’unica cosa che però gli stava sulle palle era che sua nipote avesse un nome francese, ma al tempo del concepimento erano entrambi contenti di quella scelta.

Sia lui che sua sorella non erano stati molto fortunati con le relazioni affettive. Anche lui era stato lasciato dopo diciassette anni di convivenza. Almeno il suo rapporto non aveva generato nessun figlio. Magra consolazione? Eccellente consolazione. Ma quella era storia vecchia. Bisognava guardare avanti. Capitava spesso, mentre era in compagnia di Nadine, che i suoi pensieri costruissero una ipotetica situazione nella quale lui si vedeva padre. Il tutto terminava col chiedersi che tipo di genitore sarebbe stato.  Non lo avrebbe mai saputo.

Mentre riguardava l’orologio per controllare l’ora udì il motore di un’auto che si stava avvicinando. In quella zona isolata non ti potevi sbagliare. Si trattava sicuramente della Mini di sua sorella.

E infatti dopo neanche un minuto la serratura della porta d’ingresso scroccò.

“Ciao Rubens.” Disse lei sostando solo un attimo sulla porta per estrarre le chiavi dalla toppa. “Tutto bene con Nadine?”

“Tutto bene. E’ di là che dorme.”

“Quando si è addormentata?”

“Saranno venti minuti… mezz’ora. Non lo so di preciso.”

“Grazie Rubens.”

“Di niente Stella, lo sai che è un piacere. Vuoi che ti scaldi qualcosa per cena?”

“No grazie, mi sono fermata da Renato a prendere un panino con l’arrosto. Questa sera mi andava. Vuoi fare a metà?”

“No.”

“Un bicchiere di vino?”

Quando Stella gli offriva un bicchiere di vino a quell’ora non era una proposta, era una richiesta. E quindi, anche se si sentiva stanco e voleva tornare a casa, disse “Vada per il vino.”

Lei gli sorrise, ma solo per un attimo. “Dammi solo un minuto.”

Sparì dalla sua vista per ritornare poco dopo con in dosso una tuta da ginnastica che aveva visto il cestello della lavatrice forse un centinaio di volte di troppo.

Stella prese il cartoccio della rosticceria e lo mise sul tavolo assieme a due bicchieri, poi dalla credenza agguantò il collo di una bottiglia senza etichetta che trovò la sua perfetta collocazione tra i due bicchieri.

Rubens sapeva che il connubio caffè-vino (in quell’ordine) non era dei migliori, anche per uno stomaco di ferro come il suo, ma per sua sorella poteva fare uno strappo. Stella si mise a sedere e aprì l’involucro di alluminio. Vedendo con soddisfazione che il panino era enorme pensò bene di approfittare dell’offerta iniziale, così almeno avrebbe risparmiato un po’ di sofferenza al suo intestino.

“Ho cambiato idea. Dammene un pezzo per favore.”

Il sorriso riapparve sul viso della sorella, questa volta leggermente più deciso e compiacente.

Il panino venne tagliato in due e i bicchieri riempiti.

“Come è andata oggi?” Le chiese, anche se sapeva che già la risposta.

“Tutto bene.”

“Allora allarghiamo il raggio di azione. Come ti butta?”

Lei non rispose. Prese il suo bicchiere e bevve un sorso di vino, poi attaccò il panino. Masticò senza incrociare volutamente lo sguardo del fratello, al ché Rubens ebbe la conferma che non proprio tutto le andava bene. Ma voleva che fosse lei a sbottonarsi. Parlarono del più e del meno fino a che, terminato il secondo bicchiere. “Mi serve un prestito Rubens.”

Conoscendo sua sorella avrebbe potuto ipotizzare di peggio. Non che lei fosse una sprovveduta, ma la sua proverbiale caparbietà non la rendeva certo una persona malleabile e accomodante.

“Di quanto hai bisogno?”

“Tremila.”

“Posso chiederti a cosa ti servono.”

“Certo.” Disse accompagnando quella parola con un sospiro che la diceva lunga sul suo stato d’animo.

“Si tratta di Nadine.”

Al sentire pronunciare il nome di sua nipote Rubens si dimenticò all’istante del caffè che stava combattendo col vino appena ingerito.

“Spiegati. Le è successo qualcosa?”

“No.”

“E allora ?”

“Sono le spese per l’asilo. Forse mandarla a quella materna non è stata una buona soluzione. Avevo scelto quella scuola perché era comoda. E’ vicina alla farmacia dove lavoro. Ma è cara. Lo sapevo… E ho sbagliato i conti. Se l’avessi mandata dalle suore avrei speso di meno. Per pagare la retta tiro la cinghia, ma devo pensare anche all’affitto, alle bollette, al mangiare e a tutto il resto.”

Rubens era stato ad ascoltarla e la sua paura iniziale si era volatilizzata. Poteva essere che Nadine non stesse bene di salute. Quello sarebbe stato un problema. Invece… era solo una questione di soldi. E fortunatamente lui di soldi ne aveva. Ne aveva per sé, ne aveva per Stella e soprattutto ne aveva per la sua piccola Nadine.

“Senti Stella possiamo fare due cose.”

Adesso lei lo stava guadando fisso negli occhi. Avere condiviso quell’ansia glielo aveva permesso.

“Dimmi.”

“O io ti do i soldi che mi hai chiesto, e per questo non c’è da strapparsi i capelli. Oppure da adesso in avanti pago io la retta dell’asilo. E anche per questo non rischio certo di diventare calvo.”

Stella continuava a fissarlo. Ora il suo sguardo era quello di una ragazzina che ha appena fatto digerire al padre un brutto voto preso a scuola.

“Grazie Rubens.”

“E di che…” la interruppe lui  “…siete la mia famiglia. L’unica che ho.”

Lei tese la mano sul tavolo e Rubens la prese per stingerla mentre scuoteva la testa in segno di assenso.

“Adesso che le acque si sono calmate finisci il panino. Pensaci su e dimmi come preferisci procedere. Io ti suggerirei di lasciare a me le rate della materna, ma… vedi tu.”

Lei si riservò di pensarci.

Alle undici si salutarono.

Giunto a casa Rubens si fece una doccia e si lavò i denti. Terminata quella routine rimase un attimo a guardare la sua immagine riflessa nello specchio. Un quarantenne ancora in forma. Gli addominali a tartaruga che aveva da giovane erano un ricordo, ma tutto sommato non si vedeva l’ombra di pancetta o maniglie dell’amore. I capelli ricci e corti castano chiaro non mostravano ancora tracce di argento. Alto quasi uno e ottanta poteva considerarsi ancora un tipo interessante.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Alessandro Ranuzzi
Sono nato a Ravenna 64 anni fa. Ho vissuto sia a Milano che a Roma in età adolescenziale per via del lavoro di mio padre. a vent'anni ho lavorato a Londra per un periodo di sei mesi. Il resto della mia vita lavorativa si è svolta per gran parte all'interno dell'area portuale di Ravenna, con una parentesi di tre anni nel campo della pubblicità. Attualmente sono in pensione e quindi ho più tempo per dedicarmi ai miei hobby, che sono la lettura e la scrittura.
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