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Il giardino di Lolian – Volume I

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Lolian è una semplice sguattera e lavora nelle cucine del castello di Rion. La sua vita si svolge tra pavimenti e piatti da lavare, ma cambia inesorabilmente quando la regina Tabaria, in punto di morte, la manda a chiamare: un misterioso oggetto, chiuso in un forziere, è destinato a lei. Spaventata e incredula, Lolian fugge dal castello, dando inizio alla sua avventura tra boschi, creature e giardini misteriosi. Perché mai una regina dovrebbe affidarle un oggetto prezioso? Lo stretto legame tra la sua vita e il destino del regno la porterà a ostacolare la missione del crudele re Jorg: spalancare le Porte del Caos per l’arrivo del Signore Occulto.

CAPITOLO UNO

Lolian dormiva adagiata sopra una scomoda panca di legno nella buia e grande sala dei banchetti, quando d’un tratto il suo profondo sonno venne disturbato da alcuni rumori che sembravano giungere da molto lontano a infrangere il silenzio della notte.
Sveglia ma con gli occhi ancora chiusi, tese l’orecchio. I rumori non accennavano a smettere e lei, ancora intontita dal dormiveglia, fu costretta ad abbandonare ogni speranza di riposare. Si sollevò. In breve il torpore svanì, i suoi sensi tornarono vigili e solo allora comprese la natura del fra-stuono che penetrava dalla finestra sotto la quale si era addormentata.
Gli zoccoli scalpitanti dei cavalli, le voci di uomini che impartivano ordini e quelle di chi li riceveva, il fragoroso tintinnio del metallo e lo scalpiccio di passi frettolosi sulla terra battuta la incuriosirono a tal punto da indurla ad abbandonare il suo scomodo giaciglio per recarsi nel luogo dove avrebbe potuto vedere ciò che intuiva stesse succedendo.
Si incamminò così attraverso l’oscurità, verso la scala eretta lungo una delle pareti. Con le sue agili e giovani gambe, salì tutti d’un fiato i gradini e, arrivata in cima, si trovò davanti a una porticina di legno chiusa. Cercando di non far troppo rumore, girò il chiavistello, la spalancò e, sfidando il freddo della notte, corse fuori a piedi nudi per raggiungere un punto dal quale, sporgendosi, avrebbe avuto una vista migliore.

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Sotto di lei, sulla piazza d’armi, i soldati dell’armata reale erano impegnati a sbrigare gli ultimi preparativi prima della partenza: c’era chi era intento a lucidare la lama della propria spada, chi ferrava – con il supporto dei fabbri di corte – gli zoccoli dei cavalli, chi passava in rassegna i pezzi della propria armatura prima che venisse caricata sul cavallo dal paggio, chi indossava la cotta e copriva il capo col cappuccio della tunica, chi lucidava il proprio elmo, chi, invece, controllava che questa operazione fosse eseguita con cura, chi strigliava il proprio cavallo e chi verificava la stabilità della sella e la robustezza delle staffe.
D’improvviso un brusio si diffuse tra i soldati e i paggi, poi ogni tipo di attività cessò e ognuno corse a schierarsi al suo posto. In breve, l’armata si dispose in file e sull’attenti per accogliere il signore del regno, nonché il suo condottiero: re Jorg, conquistatore e tiranno.
L’ombra proiettata al suolo dal suo corpo alto e muscoloso lo precedette. Si fermò al centro del grande cortile mentre i suoi capitani iniziavano a passare in rassegna l’armata. L’armatura che rivestiva il suo corpo segnato da lunghe e numerose battaglie era nera come una notte senza stelle. Il suo elmo era stato forgiato per proteggere ma, allo stesso tempo, lasciare scoperto il volto cosicché il nemico, morendo, potesse guardare dentro i suoi profondi occhi neri e terrificanti per portarne il ricordo oltre la vita. Chi poteva raccontare di essersi scontrato con lui in battaglia aveva riferito di aver provato più timore nel dover sostenere il suo sguardo piuttosto che andare incontro alla sua spada. Lunghi capelli neri gli poggiavano sulle spalle quando non erano raccolti in una lunga coda di cavallo. Il fabbro di corte aveva modellato la sua spada, conferendo alla lama una forma simile a quella della falce della Morte.
Re Jorg non proferì parola, rimase immobile fino a quando il suo destriero non venne condotto al centro del cortile, quindi, nonostante l’armatura, vi salì agevolmente in groppa. Quando i suoi capitani, anch’essi in sella ai loro cavalli, lo affiancarono, lui spronò il destriero al passo e alzò il braccio per poi distenderlo in avanti. Era il segnale che l’armata attendeva per cominciare a muoversi.
Dopo aver assistito alla partenza dell’esercito reale, Lolian, intirizzita dalla brezza notturna, riattraversò di corsa la porticina per rientrare nel castello e raggiungere velocemente la sala dei banchetti, dove, calzate le scarpe nel tentativo di scaldarsi i piedi, tornò a distendersi sulla panca e si rannicchiò cercando di trovare un po’ di tepore e riaddormentarsi.
Poco dopo stava già meglio ma, non riuscendo a riprender sonno, rimase distesa a ripensare a ciò che aveva visto fino a quando il gallo non cantò. Attese, comodamente distesa, che quello finisse, poi si rialzò, indossò sulla sua veste il lungo grembiule che, piegato con cura, le aveva fatto da cuscino, e tirò fuori dall’enorme tasca posta sul davanti un nastro per raccogliersi i lunghi capelli, quindi si recò nelle cucine dove lavorava come serva. Non appena le raggiunse, venne pervasa dal profumo del latte appena munto, messo già a bollire dentro i calderoni sistemati sui fuochi dei camini. Salutati i cuochi intenti a preparare deliziosi manicaretti, si mise ad affettare le enormi forme di pane ancora caldo per distribuirle, assieme a una scodella di latte, a tutti i poveri che da lì a poco si sarebbero presentati, come succedeva ogni qualvolta il re si allontanava dal castello. Quel pasto sarebbe stato l’ennesimo gesto di carità della loro generosa regina.
La mattina trascorse velocemente. Lolian provata dalle numerose e faticose faccende svolte, stava riposando seduta sul pavimento, vicino ai camini, dove avrebbe potuto anche riscaldarsi mentre si dedicava a faccende meno gravose, come il rammendo di alcuni grembiuli bianchi. All’improvviso, l’aria risuonò di un pianto disperato. Colta di soprassalto, non poté evitare che l’ago le pungesse un dito e che il suo sangue violasse il candore di uno dei grembiuli. Si dispiacque per l’accaduto, ma avrebbe pensato più tardi a come lavare via la macchia, adesso doveva scoprire cosa stava succedendo. Si precipitò fuori sullo spiazzo antistante le cucine e per poco non travolse donna Sirva, una delle dame di compagnia della regina. «Cosa vi succede?» le chiese con voce turbata, spingendo in avanti le braccia come a voler donare un abbraccio consolatorio, alla vista della dama stravolta dalla sofferenza.
Donna Sirva, però, non riusciva a rispondere. Tremendi singulti le scuotevano il petto, impedendole di parlare.
«Calmatevi! Calmatevi!» le ripeteva Lolian, cercando di tranquillizzarla.
L’altra tuttavia sembrava inconsolabile e lei cominciava a sentirsi impotente davanti a tanto dolore. Così, non sapendo cosa fare, la prese delicatamente sottobraccio e l’accompagnò verso una delle panche sistemate nello spiazzo, la fece sedere, si sedette vicino a lei e, tenendole la mano fra le sue, attese che piangesse tutte le lacrime che aveva.
I singulti lentamente si affievolirono; il pallido volto della dama, segnato dal trascorrere del tempo e ancora solcato da copiose lacrime, appariva meno contrito. Infine, trovò la forza per dire: «Oggi sarà ricordato come il più triste dei giorni, poiché una tremenda sciagura si è abbattuta sul regno di Rion».
Lolian le chiese di spiegarsi meglio, se ne aveva le forze.
«La regina Tabaria è rimasta vittima di un incidente nel bosco.»
«Cosa?! Non è possibile!» esclamò Lolian, sconvolta.
«Purtroppo è la verità. Stamattina, dopo la partenza del re, la regina mi ha fatta chiamare per chiedermi di accompagnarla a fare una passeggiata a cavallo. Tutto andava tranquillamente, quando d’improvviso l’animale si è imbizzarrito e l’ha sbalzata contro un ramo che le ha trafitto il petto da parte a parte.»
«Lolian! Lolian!» Il grido preoccupato di un paggio risuonò nell’aria.
Donna Sirva si interruppe per permetterle di rispondere al richiamo insistente.
«Non preoccupatevi di lui e continuate pure il vostro racconto.»
«No!» esclamò quella, contrariata. «Devi rispondere. Di certo quel ragazzo non ti sta chiamando a gran voce per niente.»
Lolian alzò gli occhi al cielo spazientita e si rivolse al paggio: «Stai sprecando fiato inutilmente. Girati! Sono proprio dietro di te!».
Il giovane si voltò. «Eccoti!» esclamò scocciato. «È da un pezzo che ti cerco. Devi seguirmi! Sbrigati! La regina ha chiesto di te.» E si incamminò, convinto di essere seguito.
«Cosa stai blaterando?» rispose ancora più scocciata e stringendo le mani sui fianchi. «Se tu sapessi cosa è successo, ti renderesti conto che non è un buon momento per scherzi del genere!» lo ammonì, un po’ indignata.
Il paggio, udito il rimprovero, si fece triste e i suoi occhi dallo sguardo impaziente si velarono di lacrime. «Purtroppo so cosa è successo. Che tremenda sciagura! Ma non ci sono dubbi, le abbiamo chiesto più di una volta se fosse sicura di chi dovessimo chiamarle, e la risposta è stata sempre la stessa: “Fatemi parlare con Lolian!”. Su, adesso muoviti! Non abbiamo molto tempo, forse è già tardi.»
Lolian capì che non si stava trattando di uno scherzo, cercò di dire qualcosa a donna Sirva, ma il paggio, impaziente, l’afferrò per la manica e la trascinò via.
Mentre veniva allontanata di forza, vide la dama stringersi il volto fra le mani e piangere. Dopo qualche passo si liberò con uno strattone dalla presa del ragazzo.
Lui, con sguardo severo e voce cupa, le intimò solamente: «Sbrigati!».
Lolian si raddrizzò la veste e svelta lo seguì. Nella sua mente, mille domande iniziarono ad affiorare, e a ogni passo si sentiva sempre più impacciata e imbarazzata. Sarebbe voluta tornare indietro e non essere mai giunta a quella porta che, invece, adesso era lì davanti a lei, in attesa solamente che qualcuno la aprisse.
Il ragazzo le fece segno con la mano di fermarsi, bussò due volte, poi aprì la porta.
Fu come se una mano invisibile le si stringesse intorno al collo e le impedisse di respirare, tale era l’insopportabile e penetrante olezzo di morte mischiato a quello degli intrugli dei guaritori che, strisciando fuori dalla stanza, le aggredì la gola. E incontenibile fu altresì il senso d’orrore che la sopraffece quando, trascinata oltre la soglia dal paggio, si trovò vicino alla regina, pallida, morente, distesa sul letto macchiato del suo sangue. Stava immobile con gli occhi chiusi e l’unico segno di vita era il movimento del suo respiro affannoso. Lolian si sentì travolgere da un profondo turbamento, il sudore freddo cominciò a rigarle la fronte e si sentì mancare, travolta dalla nausea. Il ragazzo la sostenne.
Uno dei cerusici al capezzale della regina, visibilmente provato dalla stanchezza e dalla frustrazione e in attesa dell’inevitabile, lo guardò e fece cenno con il capo verso Lolian, come per chiedere: “È lei?”.
Quello assentì con il capo e il cerusico, solo allora, le fece cenno di avvicinarsi. Lolian obbedì, ma si mosse a piccoli passi.
«Mia regina, lei è qui» le sussurrò piano il cerusico, avvicinando la sua bocca quasi a sfiorare la pelle pallida dell’orecchio della sovrana di Rion.
«Finalmente!» Emise a fatica, con un filo di voce. «Il mio tempo è finito. Tra poco attraverserò le nebbie e mi ricongiungerò con i miei avi. Ma, prima promettimi che riuscirai a portare a termine il tuo compito. Il baule» disse indicando con enorme sforzo un angolo della stanza «contiene qual-cosa. Devi prenderlo e fuggire. Ti mostrerà la v…» La bocca della regina smise di parlare, rimase spalancata come i suoi occhi, mentre ne usciva un rantolo acuto. Le sue palpebre si chiusero lentamente e spirò.
Lolian non poté dire nulla o chiedere alcunché. Il pianto dei presenti, che finora aveva udito come sottofondo, si elevò in un assordante lamento. Era paralizzata dal terrore, dalla paura e dal senso di smarrimento. Cosa le aveva voluto dire la regina? Cosa le avrebbe rivelato se la morte non l’avesse stroncata? Lei stessa, una semplice serva, si era forse impegnata a mantenere una promessa mai fatta?
Queste e altre domande presero a risuonarle nella mente. Se fosse fuggita dal castello, sarebbe rimasta sola. Era così sconosciuto e pieno di pericoli e incertezze il mondo là fuori.
Il corpo senza vita della regina venne portato via per essere allocato nella grande sala dove avrebbe ricevuto l’ultimo omaggio da parte del suo popolo.
Nella stanza, Lolian era rimasta sola davanti al baule e continuava a fis-sarlo; senza accorgersene, allungò la mano per aprirlo, ma il suo sguardo si spostò per un attimo sul grande letto sporco del sangue della defunta regnante e l’orrore e l’avversione provati furono tali da indurre i suoi piedi a correre senza che lei potesse impedirlo. Corse lungo i corridoi, su e giù per infinite rampe di scale rischiando di ruzzolare sui gradini. Attraversò in tutta fretta le cucine e corse, corse sempre più forte, come spinta da una forza sconosciuta; infine, si ritrovò sulla piazza del borgo antistante il castello, mischiata alla folla sparsa tra i banchi del mercato.
L’animosità delle grida dei mercanti desiderosi di attirare l’interesse verso le proprie merci, l’aria intrisa degli odori dei cibi cotti e crudi, e gli ammonimenti ricevuti da coloro contro i quali andava a sbattere disorientata, la costrinsero in qualche modo a riprendere contatto con la realtà che la circondava.
Sembrava così lontano il castello!
Presto, però, sentì le grida spegnersi per lasciare posto a un mormorato brusio, vide la costernazione dipingersi sui volti delle persone. Le mamme, d’un tratto, tentarono di placare in ogni modo il pianto dei loro bambini. Lo scorrere della vita rallentò quanto più velocemente si diffondeva la terribile e inaspettata notizia della morte della beneamata regina Tabaria. Sdegno, commozione e tristezza calarono sulla folla, mentre la lugubre melodia di un pianto luttuoso cominciava a risuonare per il mercato. Lolian si sentì nuovamente catapultata in quella stanza al cospetto della morte, così si tappò le orecchie con le mani e con i suoi grandi occhi scuri pieni di lacrime riprese a guardarsi attorno, alla ricerca di una nuova via di fuga.
Abbandonò la piazza del mercato e si intrufolò nei vicoli del borgo, dove tutti sembravano essere ancora all’oscuro di ciò che era accaduto. Teneva lo sguardo basso e il capo chino. I lunghi capelli ondulati le nascondevano il volto. Non sapeva dove stava andando, né cosa stesse cercando, ma, quando percepì le parole di qualcuno che si stava preparando a partire, ne venne attratta e ne seguì il suono. Scoprì così, dietro una casa del vicolo nel quale si trovava, la presenza di un uomo in compagnia di quello che poteva essere suo figlio. I due stavano finendo di caricare sul loro carretto le mercanzie acquistate al mercato, mentre l’asino, col muso all’ingiù e le punte delle lunghe orecchie afflosciate a sfiorare la strada, sembrava dormire ritto sulle zampe. Lolian decise che sarebbe salita su quel carretto, ovviamente all’insaputa dei proprietari, quindi si nascose dietro un muro per non farsi vedere e attese il momento buono accovacciata per terra. Pensava di essere al sicuro, quando d’un tratto giunse alle sue orecchie un concitato bisbiglio. Si sporse a guardare, ma i due uomini stavano proseguendo il loro lavoro in silenzio. Si allarmò, temendo che sarebbe stata scoperta da qualcuno che stava sopraggiungendo. Doveva cercare un altro nascondiglio! Volendo alzarsi per allontanarsi, si accorse dell’anta aperta di una finestra, incombente proprio sulla sua testa. Le persone che stavano parlando a bassa voce si trovavano al di là di quella e lei adesso non poteva fare a meno di ascoltare ciò che il gruppo di uomini e donne stava dicendo. Tra gli incomprensibili bisbigli, riuscì a carpire stralci di frasi che dicevano:
«L’hanno uccisa» oppure «La morte di Tabaria si abbatte su di noi come un oscuro presagio».
Un uomo ipotizzò: «Se solo avesse avuto il tempo di cercarlo…».
Un altro aggiunse: «Si dice che fosse destinato a lui…».
Quelle frasi non lasciarono Lolian indifferente, anzi la colpirono dritta allo stomaco lasciandola senza fiato. Chi erano quelle persone? Sembrava stessero parlando dell’oggetto custodito nel baule.
Una donna con tono sospettoso suggerì: «Chiudi la finestra. Potrebbero sentirci».
Le imposte vennero sbarrate e i brusii si confusero, diventando del tutto incomprensibili.

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Maria Cristina Dicara
Nasce a metà degli anni Settanta e cresce tra Comiso e Vittoria, località siciliane. Dopo aver conseguito il diploma, inizia a lavorare e si trasferisce a Milano nel 1999. Sognando e scrivendo di creature fantastiche, fa il suo esordio letterario con Il giardino di Lolian - Volume I.
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