Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

Il maltese

740x420 (30)
36%
129 copie
all´obiettivo
66
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Dicembre 2024

Teo, un cucciolo di maltese, racconta la sua storia.
Sono nato in un allevamento clandestino e a due mesi sono stato strappato alla mamma e portato di contrabbando, dopo un viaggio, in un negozio per animali dell’Italia del nord.
Il negozio mi mette paura. Sono lì con altri cuccioli. Chi mi salva è una famiglia formata da Corso, Linda e i loro figli, Cisco di 19 anni e Mila di 14. I Rosada mi vogliono un bene dell’anima, ma i miei occhi hanno sempre un velo di tristezza perché penso alla mamma.
Un giorno Corso decide di compiere una pazzia. Riportarmi nel luogo dove sono nato e tentare di farmi rivedere la mia mamma. Dopo una serie di contatti con Cisco partiamo alla volta della Russia. Il viaggio è complicato. Una volta arrivati, Io Corso e Cisco ci troviamo davanti un gruppo di malavitosi che ha messo su un traffico di cuccioli.
Le avventure si susseguiranno a un ritmo incalzante fino a che torneremo in Italia in quattro. Ma per ogni cosa bella c’è un prezzo da pagare.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo romanzo perché un giorno in casa è arrivato Teo, un maltesino di tre mesi. E… mi si è aperto un mondo fatto di fedeltà, amore, altruismo e abnegazione. E dunque volevo, attraverso questo libro, condividere con gli altri questa esperienza mia e della mia famiglia. Inoltre il romanzo vuole essere anche un piccolo contributo per focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sul traffico illecito di cuccioli che ha in sé qualcosa di disumano.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo quattro

Un nome per me & quattro per loro

Non osai entrare in cucina. Loro erano intorno a un tavolo tondo e la madre stava servendo del cibo dal buon odore.

“ È bianco come la neve. Io lo chiamerei Bolt”.

“ Naaa!”

“ A me piace Thor!”

“ Derek?”

“ È un maltese, forse dovremmo chiamarlo Corto, come il fumetto”.

“ Ma no, Corso, poi si confonderebbe col tuo nome… Corto Corso… se è per il fatto che sia un maltese potremmo chiamarlo Malt!”

Continua a leggere

Continua a leggere

“ Allora Malthus, come Robert Malthus l’economista”.

“ Ma va’, pà. Sempre cose complicate”.

Mangiavano, chiacchieravano e di tanto in tanto venivano a guardare se ci fossi ancora. Io apparentemente sonnecchiavo raggomitolato nella cuccia. In realtà non mi stavo perdendo un solo scambio di battute. Del resto stavano decidendo un nome che mi sarei probabilmente portato dietro per tutta la vita, sicché ero parte in causa nella discussione.

“ Che ne dite di Iceberg?”

Ero già grato che non se ne venissero coi soliti nomi tipo Dick, Billy, Doc, Jack, Fido e roba del genere.

Venne fuori di tutto: Teddy, Buck, Neve, White, Blanc, Puffo, Gigi, Maltino, Fargo, Fede, Maik, Argo, Tommy, Ringhio, Giò, Barry, Snoopy, Balto, Terry, Snowy, Zanna Bianca, Brando, Django, Zeus, Tobia, Sexus, Sam…     

“ Perché non lo chiamiamo TEO?”

Era stata la ragazza a parlare. Il suono di quella parola mi era piaciuto all’istante.

“ Perché Teo?”

“ Come Teodoro, Teofilo… e poi guardatelo” e si sporse. “Ha la faccina di uno che si chiama Teo” e mi chiamò: “Teo! Vieni qui, Teo!”

Io non mi mossi.

Il padre annuì e disse che l’esperimento era fallito, ma il nome non era male. Il ragazzo venne in corridoio, mi si avvicinò e mi accarezzò domandandomi se per me Teo potesse essere un nome accettabile. Io mi limitai ad aprire gli occhi un istante. La madre votò per Buk, e io pensai no, ti prego no, fa’ che non sia Buck.

Chissà come mi avrebbe chiamato la mamma?

La prima notte la trascorsi acciambellato nella cuccia. Solo a un certo punto mi spostai di pochi passi per bere e assaggiare i croccantini. Erano adatti alla mia taglia, alla mia bocca, e il sapore era buono. Ma ne mangiai pochissimi per via di una inusitata chiusura dello stomaco. Ero teso e disorientato e questa sensazione si ripercuoteva in tutto il mio essere. La cuccia era stata sistemata all’altezza della porta che dava nella camera del ragazzo. Un paio di volte lui si alzò e con una torcia elettrica venne a sincerarsi sulle mie condizioni. Sentendo il mio respiro regolare se n’era tornato a letto.

Quel ragazzo mi piaceva.

Già gli volevo bene.

E fu stabilito che mi chiamassi TEO.

Me lo comunicarono il giorno dopo. Mi svegliai tra le braccia del ragazzo. Doveva essere un sabato e per l’occasione i figli non andarono a scuola mentre il padre era a casa come ogni sabato. Mancava solo la madre.

“ Allora è stabilito. Tu sei Teo. Piacere” disse l’uomo dallo sguardo inquieto, “io sono Corso, lui è Cisco e la giovane frau, lì, è Mila. La madre dei ragazzi si chiama Linda. Siamo la famiglia Rosada. Tu di conseguenza sei Teo Rosada”.

Mi guardavano come se non fossi ancora parte del loro mondo. Era come se non riuscissero a capire come si sarebbero dovuti rapportare col sottoscritto. Io mi sentivo un po’ più in forze dopo aver mangiato.

Girellai per la casa. C’era l’ampio salone coi mobili in legno e un grande divano ocra. La cucina era piccola e densa di odori accattivanti. I bagni erano due: il bagno bianco e il bagno verde, quello di servizio. La stanza di Cisco era piena zeppa di oggetti, soprattutto modellini di treni, e poi libri, quaderni, vestiti poggiati sul letto e su una sedia con le rotelle. Quella di Mila aveva mensole colme di piccoli soprammobili e alle pareti c’erano tantissimi quadri che raffiguravano lei a due, quattro, otto, dieci e dodici anni, da sola e col fratello. La camera da letto dei genitori mi intrigò. Era in fondo al corridoio ed era dominata da un grande armadio e da un letto enorme. Poi, per ultimo, c’era lo studio di Corso. In origine doveva essere stata una stanza grande, ma ora soffocava sotto il peso di centinaia e centinaia di libri. Gli scaffali lungo tutte le pareti traboccavano di testi dai dorsi incisi e dai mille colori. Una scrivania, un monitor e un portatile erano la sua postazione. Alle pareti decine di quadri in cui non erano raffigurati parenti, bensì scrittori del passato. Fu proprio lui, Corso, che un giorno me li presentò segnandoli con un dito.

“ Quello è Pasolini, accanto a lui Bukowski. Quella è una copia dell’originale stesura dell’Infinito. Quello e Dostoevskij, quell’altro Giacomo Leopardi. In alto puoi vedere Ernest Hemingway e Stephen King. Là, su quella parete, in fila ci sono i ritratti di James Ellroy, Gabriel García Márquez, Louis Ferdinand Céline, Cormac McCarthy, James Joyce e Philip K. Dick”.

Al che lo avevo guardato e poi avevo guardato un uomo inchiodato a una croce.   

“ No, quello è Gesù Cristo ma non ha scritto niente di significativo, anche se a lui sono ispirati i vangeli. Ah, quelli messi lì nell’angolo perché non ho più spazio sono Kafka e Nietzsche. Mi sa che li sistemerò in salotto”.

Tra tutti quei volti mi aveva colpito Kafka.

Avrebbero potuto chiamarmi Kafka.

Rimasi chiuso in casa per alcune settimane perché dissero che non potevo andare in giro se non ero sverminato a dovere e controllato dal veterinario che avrebbe deciso per i vaccini di rito.

Incominciai a muovermi per l’appartamento. Mi scappava spesso la cacca e la pipì. Facevo sia una che l’altra nel posto in cui mi trovavo in quel preciso istante.

“ No, Teo, NO! Devi farla sulla traversina”.

Avevano sistemato un foglio di carta assorbente imbottita non distante dalla cuccia. A metà corridoio. Ma io tendevo a fare i miei bisogni quando la natura mi dettava di farli. Vai a fargli capire che era un traffico sentire lo stimolo, guardarmi intorno, cercare la traversina, raggiungerla e fare pipì.

Loro la prendevano male. Linda era in perpetuo con in mano il mocio e i deodoranti. Lamentava l’odore di cacca anche quando non c’era. Sentiva la puzza del piscio sempre, anche dopo aver passato la candeggina. E a dire il vero l’ammoniaca e la candeggina mi stimolavano ancor di più il senso di evacuazione. Dove lei puliva arrivavo io e lasciavo i miei ricordini.

Pian piano abbandonai la cuccia. Preferivo dormire e riposare sul pavimento sia che fosse il parquet che le mattonelle. Il freddo sotto la pancia mi ricordava il tempo in cui vivevo con la mamma. Mi ricordava me che aspettavo in un angolo che lei mi sollecitasse a bere il latte dalle sue mammelle o i miei fratelli che se ne stavano a pancia all’aria dopo aver bevuto.

I Rosada erano ormai la mia famiglia, ma di notte era la mamma che cercavo. Nei sogni, da sveglio, per ore.

Il veterinario era un burlone, uno di quelli che prende tutto alla leggera e sottovaluta anche un terremoto che vibra sotto i suoi piedi. Mi portarono Linda e Cisco. Il ragazzo mi teneva in braccio e la madre guidava. Quando entrai nell’ambulatorio del veterinario l’odore intenso di quelli della mia specie si mescolava a quello di alcol etilico e disinfettanti vari.

Il dottore mi prese con decisione e mi ribaltò a destra e sinistra. Mi visitò in maniera superficiale, controllò le orecchie, gli occhi, mi tastò il ventre. Mi infilò un ago all’altezza dell’arto e nello sfilare la siringa l’ago rimase nella mia carne.

“ Attento! L’ago!” disse il ragazzo.

“ Sì, niente di che, a volte succede” e me lo strappò di dosso.

Prese i documenti. Mara aveva sistemato la faccenda del microchip e lui ricopiò i numeri su un libretto.

“ Dovrebbe avere poco più di quattro mesi, giusto dottore?” chiese Linda.

“ Ma no, ma no… questi vengono dall’Est. Dichiarano quattro mesi altrimenti non potrebbero toglierli all’allattamento, ma questo sì e no di mesi ne avrà tre. A stare larghi. Vabbè, comunque queste sono le date per i vaccini. Potete portarlo fuori. All’inizio poco, poco per volta. Poi regolatevi da come risponde. Vi aspetto per gli esami delle feci. Se ha qualche problema vi chiamo. Se no venite solo a pagare”.

In casa cercarono di distrarmi dal dolore della puntura lanciandomi dei giochini di gomma. Linda si era informata sull’alimentazione e il veterinario le aveva risposto che ci sono varie scuole di pensiero rispetto a cosa un cane deve e può mangiare. Poi le aveva fatto un elenco lunghissimo che lei aveva dimenticato.

In casa non avevo voglia di giocare, ma seguivo Cisco dovunque andasse. Era come se avessi trovato un surrogato della mamma. Lei era nel mio cuore e lo sarebbe rimasta per sempre, ma Cisco era Cisco e io andavo dove andava lui.

E nel frattempo facevo cacca e pipì dove capitava. E a volte vomitavo.

Quando le analisi delle feci riscontrarono un non so che razza di verme nel mio stomaco mi dovettero dare delle pasticche. Linda le schiacciava con un pestino e le mischiava al cibo. Per me andava bene. L’importante era mangiare.

E stare con Cisco.      

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Il maltese”

Condividi
Tweet
WhatsApp
Cosimo Argentina
Ha esordito nella narrativa nel 1999 con il romanzo Il cadetto (Marsilio), ha pubblicato 16 libri con varie case editrici tra cui Minimum fax, Manni, Meridiano zero, Fandango, Rizzoli, Avagliano. Vincitore di vari premi tra cui Premio Kihlgren opera prima e Premio internazionale di letteratura Ceglie Messapica. Nato a Taranto, vive in Brianza dove insegna Diritto ed economia politica. Amante del biliardo e dei cani.
Cosimo Argentina on FacebookCosimo Argentina on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors