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Il motore solitario

Il motore solitario
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Consegna prevista Giugno 2023
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Spesso cerchiamo le risposte alle nostre domande più profonde all’esterno: fra le persone che ci circondano, nella società a cui apparteniamo. Ed io di domande ne avevo tante, e tutte senza una risposta. Pensavo, mi arrovellavo, e alla fine non trovando mai soluzioni mi ributtavo nel mondo, chiedendogli disperatamente di rispondere alle mie perplessità. Pensavo talmente tanto che la mia vita mi sono dimenticata di viverla, finché qualcosa dentro me non si è irrimediabilmente spezzato. Il filo che mi legava agli altri è stato reciso con forza, ed io sono rimasta distesa entro un baratro profondo, non mi restava che scavare per cercare le mie tante agogniate risposte dentro di me. Ogni cosa che emergeva la scrivevo, e mi rendevo conto che i fossili presenti nelle mie membra potevano aiutarmi a dare un senso a tutte le esperienze che negli anni mi avevano segnata. Nascosta fra tutti i miei dubbi io esistevo ancora. Fra le cose più lontane e quelle più vicine, c’ero io: motore solitario.

Perché ho scritto questo libro?

Il motore solitario nasce dalla necessità di ricostruirmi, esternando un dolore che ha macchiato la mia anima sin da quando ero bambina. Ripercorrendo la mia storia, attraverso gli occhi di una malattia, che per tanto tempo mi ha isolata dal resto del mondo, cerco di ritrovare me stessa. Filo conduttore l’amore, un sentimento che ancora fatico a provare ma che resta l’unico appiglio di fronte ad un futuro sempre più incerto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1. Stelle Cadenti

Gennaio 2019. Il mondo là fuori mi sembra sempre più strano e contraddittorio. Tutto quello che siamo, prodotto di una società che ci ha voluti a sua immagine e somiglianza, non combacia con la realtà stessa. Ci ritroviamo in un “hic et nunc”, in un “qui e ora”, che non ci appartiene più e che forse non ci è mai appartenuto, sebbene abbiamo trasformato tutto quanto ci sta intorno a nostra misura. Da 13,5 miliardi di anni non siamo altro che materia ed energia. Da 6 milioni di anni non siamo altro che animali che ogni giorno scelgono di non esserlo. Nasciamo e sin dal primo momento non smettiamo mai più di cercare di capire lo strano linguaggio del mondo, e riconduciamo quei segnali esterni in fondo a noi stessi. Non siamo altro che ingranaggi di questa grande macchina che chiamiamo “tempo”, e col tempo passiamo, mentre il nostro metallo sempre più velocemente arrugginisce. L’odore della ruggine si fa più forte, lo sentiamo pungente nelle nostre narici, mentre tutto cambia e noi insieme a lui. Questo tempo che sembra andare più veloce, ogni anno che passa, come in una discesa che si fa sempre più ripida.
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Penso a queste cose mentre mi ritrovo in un labirinto di specchi che è la mia mente, dove non ho più lacrime ma solo occhi secchi. Con l’amore ancora più sottochiave che mai, ripensando all’oblio di quello che ero, tra il vino rosso e le mie notti brave che vagamente ricordo. Penso a quando frequentavo Tecnologie Alimentari e a quanto mi affascinassero i processi di trasformazione degli alimenti. Basti pensare al latte, alimento completo e a tutte le cose in cui si può trasformare. Penso al formaggio, che è un prodigio della tecnica ancora legato strettamente alle tradizioni dei luoghi in cui viene prodotto. Penso al fatto che già in quegli anni iniziavo a capire che nulla si crea e nulla si distrugge, ma semplicemente si trasforma. Come il latte ed il formaggio, che nella loro semplicità sono esempio di questa legge universale. Penso alla mia malattia, che si sta trasformando in questo libro. Penso al futuro ed al suo misterioso silenzio, mentre sulle mie labbra non sento più il sapore dell’assenzio. Mentre il veleno se ne va dalle mie vene, mentre ascolto il cigolio delle altalene, che mi mettono allegria. Ma continuo a mettere muri, io che sono primavera e cielo scuro. E poi calcola la mente, immaginando un tempo in cui tutto accadeva lentamente, lontano dalla frenesia dei tempi moderni. Mi ricordo quando provavo a spiegare a Roman questi concetti disegnandoli sulla sabbia. Mi ricordo i due grossi cani tatuati sul suo petto, pronti a mordersi l’un l’altro. A dividerli solo lo spazio. Lo stesso che Roman stava prepotentemente prendendosi dentro al mio cuore. Ho sempre pensato più al tempo che allo spazio, senza rendermi conto che infondo sono la stessa cosa. Li occupiamo entrambi, nell’aria invisibile che è tempo che scorre inaccessibile e che è spazio concreto e indistinguibile. Due lati di una stessa moneta che sono insieme meta e punto di partenza. Questa è la realtà, siamo materia che sempre meno lentamente muore, vivendo. Cresciamo con questa unica grande consapevolezza, dentro. Con questa unica grande paura che si mimetizza dietro mille altre paure, ed un mondo scintillante di luci e frenesia, fuori, a cui ognuno a modo suo cerca di dare un senso. E non c’è cosa più ardua; districarsi tra le mille facce del mondo, che assomiglia ad un Luna Park, e proprio come i Luna Park è costituito di allestimenti smontabili e rimontabili, in continuo cambiamento. Abbacinati scaviamo, per trovare qualcosa di vero sotto la dura crosta. Per toccare l’abisso delle cose, non limitandoci alla mera apparenza, ma mirando alla sostanza. Queste parole le scrivevo tre anni fa, il momento che coincide con l’inizio della mia fine. Il tempo mi ossessionava. E lo faceva perché mentre lui scorreva veloce io mi sentivo ferma immobile. Ora devo stare attenta alle ossessioni, che per me stanno sempre dietro l’angolo. Secondo il mito greco l’origine dell’universo coincide con la generazione di Urano come suo pari da parte di Gaia. La prima dea greca, madre ancestrale della vita, è Gaia (o Gea), che si manifesta come la Terra nella sua forma minerale, con le rocce, il suolo, le montagne e le pianure. Ella si trasforma dallo stato solido e solo in apparenza inerte, animata dal potenziale per una nuova vita. La prima e importante manifestazione di questa vitalità è dunque Urano, dio del cielo. Terra e cielo, uniti sin dal primo momento. La terra mi fa venire in mente me, e il cielo mi fa pensare a Byron. Lui, che è da sempre il mio cielo. Nonostante sia figlio di Gaia, Urano è suo pari e, come scrive Esiodo, è stato dato alla luce all’unico scopo di “coprire” la dea. Da un lato si tratta di un semplice dato di fatto, in quanto il cielo è sopra la Terra, ma dall’altro lato la connotazione sessuale nel rapporto tra i due elementi è evidente. Nella vita reale, i Greci erano altrettanto terrorizzati dall’idea dell’incesto quanto lo siamo noi, ma nella mitologia la sua funzione era dimostrare che, pur essendo molto conflittuali, i diversi aspetti dell’esistenza sono strettamente legati. Il cielo non solo era posto sopra la Terra, ma si unì ad essa in modo dinamico e creativo, proprio come la notte e il giorno, il buio e la luce, la morte e la vita. Prima i dodici titani, tra cui Crono, ossia il tempo e conseguentemente le divinità greche, che incarnano i valori, le virtù e i vizi degli esseri umani, furono generati da Urano e Gaia. Sempre secondo la leggenda poi, all’inizio era il Caos, un abisso vuoto e illimitato, infinitamente buio e silenzioso. Nella sua visione dell’origine dell’universo, descritta nel poema Teogonia, il poeta greco Esiodo vede la creazione come l’imposizione di una realtà positiva sulla negatività e sull’assenza. La chiave verso questa realtà fu la predisposizione al cambiamento. Il nulla del caos avrebbe potuto continuare inalterato per l’eternità, ma l’esistenza una volta creata, portò con sé cicli infiniti che si ripetono, come il trascorrere delle stagioni, le generazioni di esseri umani, la nascita e la morte. Questi cicli furono messi in moto dalla creazione e dalla divisione originale tra luce e tenebre, che rendeva il tempo misurabile e non più privo di significato. Secondo Jovanotti, poeta già più recente, l’eternità altro non è che un battito di ciglia. Io penso sia vero. Mi immagino il Big Bang esplodere, in una frazione di secondo e immagino che tutto ciò che sta accadendo sulla terra sia li in mezzo, già finito, terminato, in quell’unica frazione. In fondo il tempo è relativo, ci dice Einstein. Il tempo dell’universo ed il nostro tempo hanno sempre viaggiato a due differenti velocità. E dentro quel battito ci siamo noi, anime danzanti, nel nostro personale tempo e nel nostro personale spazio, fatto di storie e sentimenti. Noi viviamo a rallentatore qualcosa che è già accaduto, in vista di un futuro già scritto. E allo stesso tempo possiamo scrivere pagine e pagine per riscriverlo. Ci pensate che fortuna ci è toccata? Noi siamo in mezzo. Noi siamo quelli fortunati, anche se spesso ce lo dimentichiamo. Siamo qui a cambiare continuamente le carte in tavola, a dipingere i nostri colori su una tela che è la vita. Viviamo questa realtà che esiste grazie ad una realtà più grande. Che esiste grazie all’imperfezione. All’inizio vi era un reticolo perfetto e immutato di molecole. Poi, non si sa bene per quale ragione, uno spostamento ruppe quell’ordine nobile. Leggo un passo del libro di Yuval Noah Harari che cita: “Nell’universo non esistono dèi, non esistono nazioni, né denaro, né diritti umani né leggi, e non esiste alcuna giustizia che non sia nell’immaginazione degli esseri umani”. L’immaginazione che ci rende sovraumani, che ci fa uscire, seppur per brevi momenti da quella pelle che chiamiamo casa. L’immaginazione. L’universo. Proprio nell’imperfezione dell’universo nacquero le galassie, i pianeti, le stelle. La perfezione quindi non esiste, su questa terra, mi dico. Possiamo solo tendere a lei silenziosamente, oppure rumorosamente. Possiamo solo tendere alle stelle. Le stelle che nella mia vita ci sono sempre state, sin da quando diedi il nome “Ad Astra” alla mia associazione culturale, che poi con le mie stesse mani ho sgretolato. “Per aspera, ad astra”; “Attraverso le asperità sino alle stelle”. Già i romani puntavano alle stesse, quando Lucio Anneo Seneca scriveva, nell’opera Hercules Furens: “ non est ad astra mollis e terris via” (“non esiste alcuna via semplice dalla terra alle stelle”). Nessuna via semplice quindi per arrivare agli astri, ed alla loro perfetta imperfezione. Le stelle che sembrano sempre così lontane. L’esperienza poi ci dice che il bagliore che noi vediamo è un raggio luminoso lontano anni luce. La stella potrebbe già essere morta, inghiottita nel ventre dell’universo, schiacciata sotto il suo peso. Ma lei continua a vivere della sua luce lontana, brilla negli occhi di noi piccoli uomini, che la sentiamo viva e vicina. Quante storie racconta l’uomo nel frattempo per impadronirsi di ciò che è inesorabilmente estraneo, di ciò che è mistero inspiegabile. E allora ci siamo inventati che una stella cadente porta con se desideri inespressi, abbiamo dato un nome ai disegni che le stelle tracciano sul cielo; siamo padri delle costellazioni, dello zodiaco, degli oroscopi a cui ogni giorno crediamo. Siamo padri e siamo figli. Siamo figli di questo disordine e sappiamo che la perfezione non esiste, perché è l’universo ad insegnarcelo. Abbiamo immaginato tutto un mondo al di là della realtà concreta, e lo abbiamo fatto per tenerci un po’ più vicine al cuore quelle cose che altrimenti sarebbero così lontane. Perché nelle sere d’estate, quando si sta fermi sugli scogli, sospesi tra il mare e il cielo, è bello immaginare che il brulicare argentato di quelle lucciole alte, non sia il semplice ricordo di qualcosa che non c’è più. Penso a me ora, che, come una meteora, mi sono velocemente bruciata a contatto con un’atmosfera fatta di pericoli. Ripenso poi a quelle lucciole che immaginiamo messaggere di luce e speranza, per questa terra il cui fuoco costantemente brucia e consuma, fiamme dorate che creano e distruggono, che in questo cerchio di vita e di morte tutto conservano. “Io sono qui da miliardi di anni, sono qui e sono solo due giorni che ci penso” cantano Nada e Andrea Farri. Sento la canzone da lontano, mentre sto scrivendo questo capitolo sulle stelle cadenti. Lo racconto a mia madre, che sta stendendo i panni nel corridoio e che mi risponde che forse è un segnale, che mi dice che stavolta sono sulla strada giusta. Vorrei crederci di più. Un segnale veloce, come una stella cadente. E ancora la canzone continua: “Mille stelle vengono giù, attraverso la mia vita. Il mondo è solo un’idea”. Mille stelle che negli anni hanno solcato i miei cieli, lasciando le loro orme di luce. Cerco di pensare a questo, e al fatto che il mondo stia nelle buone idee. Le stesse idee che possono cambiarlo questo mondo, e trasformarlo in qualcosa di peggiore o migliore. Le idee che si illuminano e viaggiano veloci nella mente proprio come stelle cadenti. Proprio come i segnali che per anni non sono riuscita a carpire mai al momento giusto. La leggenda delle stelle cadenti dimostra la nostra grandezza, racchiusa in piccoli corpi fatti di carne e ossa. E allora le stelle non sono più estranee, in loro i nostri occhi sognanti non vedono l’ammasso di gas, le reazioni chimiche, le esplosioni, la morte. Quei piccoli diamanti appuntati al blu sono per noi un dono inestimabile, una certezza effimera, che ci fa sentire meno soli, meno spauriti di fronte al buio.

Così come fiammiferi si accendono per la prima e ultima volta, in una danza funebre di cui rimangono solo schegge di luce argentata a trafiggere il cielo. E noi esprimiamo un desiderio.

Questa storia inizia così, tra un desiderio e le stelle. Tra le stelle, e l’amore che da sempre le muove. Questo amore che altro non è che imperfezione reciproca, dove ognuno colma i vuoti dell’altro.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giulia Foschi
Giulia Foschi nasce il 10/05/1995 in una piccolissima frazione di Cesena. L’amore per la lettura e la scrittura nasce in lei nella prima infanzia rendendola già un piccolo “motore solitario”. Fu solo alle scuole superiori che la spaccatura tra lei e il mondo divenne reale, quando il futuro si apriva e capiva che i suoi sogni non corrispondevano più alla realtà. Alla disperata ricerca di se stessa visse per un breve periodo a Bologna, dove riscoprì l’antico amore per la scrittura. Tornata poi alla sua piccola città a causa della pandemia, riemersero in lei tutti i demoni del suo passato. Il malessere che l’attanagliava esplose in tutto il suo fragore una notte di agosto, quando il buio dentro di lei inghiottì tutto quanto. Adesso quella malattia aveva un nome: depressione. Da qui la necessità di raccontare quel lungo percorso di dolore nel romanzo “Il motore solitario”.
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