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Il nome scomparso

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Quando Alberto viene invitato a una mostra di fotografi dilettanti, solo uno scatto lo colpisce in particolare. A essere ritratte sono le mani di una persona anziana, incrociate su un libro aperto. Non sa ancora che le poche parole che riesce a leggere appartengono a un racconto di Dino Buzzati, Inviti superflui: glielo fanno notare Michela e Ada, sue colleghe e amiche, poco prima di scoprire che la versione delle foto non coincide con quella delle edizioni correnti. Perché non compare più il nome della donna a cui gli inviti sono rivolti?

Per fare luce sulla questione i tre amici si lasciano coinvolgere in un’indagine che li porterà a confrontarsi con se stessi, prima che con il racconto.

LA MOSTRA

Sulla facciata in stile razionalista dell’edificio, l’ampia scalinata di travertino bianco conduceva a un ingresso delimitato da porte di legno a vetri. Era la prima volta che Alberto varcava la soglia di quel palazzo, davanti al quale era passato tante volte in tram, verso il lavoro. Aveva visto spesso i dipendenti dell’istituto salire o scendere quei gradini, magari correndo per prendere la circolare sulla quale si trovava lui, e si era spesso chiesto cosa si provasse a lavorare in una sede così prestigiosa, se attraversare tutti i giorni quel portone antico e imponente potesse costituire per loro un orgoglio in più. Una volta saliti sul tram, li osservava incuriosito, come a cercare qualche segno particolare che li distinguesse dagli altri.

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Quando aveva ricevuto l’invito a visitare la mostra di fotografi dilettanti, organizzata proprio all’interno dell’edificio, dopo un primo momento di ironia divertita e un po’ altezzosa – si considerava una persona dai gusti artistici difficili –, aveva prevalso la curiosità: l’esposizione sarebbe certamente stata di scarso interesse, ma era un’occasione preziosa per visitare anche l’interno di quel palazzo che ormai conosceva così bene dall’esterno. Aveva accettato. Nell’ingresso, le ante delle porte a vetro erano spalancate. Attraverso un largo corridoio, si arrivava alla sala dove era stata allestita l’esibizione. Era piuttosto affollata e un vociare sommesso si diffondeva nell’ampio locale. Alberto si attardò a osservare le eleganti lampade d’epoca, il lucido marmo policromo del pavimento, gli stucchi sul soffitto, i tendaggi che addobbavano le finestre. Da queste, ci si affacciava sul retro dell’edificio, dove c’era un giardino con aiuole di agapanti e magnolie.
Guardandosi attorno, ad Alberto sembrava di percepire la patina del tempo che si era depositata su quelle superfici e aveva reso i colori meno accesi, smussato gli angoli delle cornici di legno, consumato le stoffe. Quelle stanze sembravano trasudare storia. Dopo aver ammirato ancora per qualche minuto l’ambiente che lo circondava, Alberto decise che doveva prestare un minimo di attenzione anche alle foto. L’esposizione era stata allestita su dei supporti mobili, disposti sul pavimento uno accanto all’altro a formare un percorso obbligato. C’era una grande varietà di immagini, alcune ricercate, altre più ingenue, ma nessuna che gli suscitasse particolari emozioni. Tramonti, animali da compagnia e giovani donne erano i soggetti che ricorrevano più frequentemente. Alberto continuava ad aggirarsi tra i visitatori, cominciando ad avvertire un lieve disagio: come avrebbe commentato la visita con l’amico che l’aveva invitato, presente anche lui tra gli espositori? Avrebbe mentito, complimentandosi, o avrebbe confessato la propria indifferenza?
Continuava a osservare le foto diligentemente, sperando di trovarne qualcuna che potesse rendere veritiero almeno un moderato entusiasmo. Finalmente, proprio alla fine della mostra, su divisori disposti ad angolo retto, scorse due foto in bianco e nero che attrassero la sua attenzione. Si avvicinò. Nella prima era ritratto un calice, pieno per metà di un vino scuro e denso, illuminato per evidenziare i riflessi del cristallo, che spiccavano sullo sfondo di un’oscurità totale. Nell’altra foto erano inquadrate le mani di una persona anziana, incrociate e appoggiate con delicatezza sulle pagine di un libro aperto, sopra un tavolo accostato a una parete nera. In entrambe le foto, tutto si giocava sull’alternanza di luci e ombre, di chiari e di scuri che risaltavano nel bianco e nero della stampa. Erano foto molto raffinate ma, più le guardava, più Alberto aveva l’impressione che alludessero a qualcosa di diverso da quello che mostravano. A cosa di preciso non avrebbe saputo dirlo. Sarebbe rimasto ancora un po’ a guardare le due immagini per capire quale fosse il messaggio nascosto che gli sembrava di percepire, ma la gente cominciava a lasciare la sala. Allora prese il cellulare e scattò alcune foto, sperando di non essere notato, poi si avviò verso l’uscita.

2022-12-03

Evento

Galleria Sempione, Corso Sempione 8, Roma Il libro sarà presentato da Pialuisa Bianco, con intermezzi musicali di Darius Baji.

Commenti

  1. Fiorella Malchiodi Albedi

    Grazie mille, Giorgio

  2. Dopo un inizio di lettura piuttosto distaccato sono stato subito coinvolto dal racconto che mi ha letteralmente assorbito senza più consentirmi di abbandonare la trama. Soprattutto i due personaggi femminili hanno rapidamente assunto vita propria mentre palesavano in maniera garbata e totalmente credibile la loro personalità complessa, fragile e risoluta. Mi è dispiaciuto alla fine accomiatarmi da loro, avrei voluto seguirle ancora.

  3. Fiorella Malchiodi Albedi

    Un seguito con Elena e Mrs Danvers… uhm, ci penserò. Grazie Barbara!

  4. (proprietario verificato)

    Tutti e tre i protagonisti ricevono inviti superflui perché nessuno di loro mi appare realmente pronto a dare una chance a nuove opportunità.
    Ada e Michela le sento come parte di uno stesso personaggio, quasi una stessa persona: Ada va all’Isola d’Elba dove segue un ricordo di tende bianche e trova un tessuto bianco su cui l’anziana Diana muove le mani e Michela che pensa di dipingere casa di bianco. L’importante sembra avere qualcosa di “bianco” su cui scrivere qualcosa, ma nessuna delle due sembra volersi impegnarsi veramente a scrivere nuove storie.
    E’ un romanzo che mi ha coinvolto e da cui non volevo “uscire”. Mi piacerebbe nascesse una nuova storia partendo, ad esempio, da Elena, la prima moglie. Magari anche “Mrs. Danvers” potrebbe farne parte; mi è restata la curiosità di conoscere meglio queste due donne e il piacere di “rientrare” nella quotidianità quieta e straordinaria di questi personaggi.

  5. Fiorella Malchiodi Albedi

    Contenta che ti sia piaciuto, grazie mille

  6. (proprietario verificato)

    Bastano poche righe per affezionarsi ai personaggi del racconto. E così, via via che le pagine scorrono, più del mistero che dà il titolo al libro, a catturare l’attenzione del lettore sono i misteri, grandi e piccoli, che si celano nell’animo dei protagonisti e che l’autrice ci svela con garbo ed empatia. Una volta finito di leggerlo, ti ritrovi poi a vagare con lo sguardo per le strade, sull’autobus o al bar, cercando di riconoscere tra gli sconosciuti ora l’uno ora l’altro e sperando di avere presto loro notizie.
    S.

  7. Fiorella Malchiodi Albedi

    Grazie di cuore, Dorotea

  8. (proprietario verificato)

    Intorno ad un piccolo, quasi insignificante mistero, si dipanano le storie e le relazioni di personaggi che si trovano ciascuno in un momento di passaggio nel proprio percorso esistenziale. L’inchiesta, tesa a risolvere il mistero, è la casuale occasione: un piccolo sasso nello stagno che provoca una serie di cerchi concentrici. La storia intricante, ben costruita e modulata nel ritmo e nei toni, rapisce garbatamente il lettore e lo seduce, in senso etimologico, in quanto lo conduce con sé in un piacevole cammino dall’andatura pacata e pur sostenuta. I personaggi sono osservati dall’autrice con estrema curiosità e attenzione ai dettagli: i loro pensieri, i loro desideri, i loro difetti, i loro comportamenti sono sempre rivelati con un tale rispetto per la fragilità della condizione umana da generare inevitabilmente empatia nel lettore. Una piacevole scoperta questo piccolo romanzo dal quale dispiace congedarsi così presto.. Dorotea Medici

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Fiorella Malchiodi Albedi
è laureata in Medicina e specialista in Anatomia patologica. Ha sempre scritto, ma fino a poco tempo fa solo articoli di argomento scientifico su riviste in lingua inglese. Da alcuni anni ha scoperto l’amore per la scrittura di fantasia e alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste online. La sua prima raccolta, Caldo cosmico e altri racconti, è uscita nel 2018 per Eretica edizioni. Il racconto Caldo cosmico è stato tra i finalisti del premio Zeno 2019. Le donne di P. ha vinto il TOMO contest 2021 per racconti di fantascienza. Il nome scomparso è il suo primo romanzo.
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