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Il quarto idolo
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Consegna prevista Settembre 2024

Una antica statuetta Maya è al centro di un intrigo che nasconde le sue radici nel passato.
Solo oggi il suo segreto, grazie ai progressi della fisica quantistica, può essere finalmente rivelato.
Tutto comincia quando Paolo (il protagonista) la nota a casa del suo amico Marco e gli propone di sottoporla a ricerche approfondite.
Così se la porta a casa senza immaginare che qualcuno stia proprio cercando di impossessarsene.
Quando il suo amico rimane vittima di una rapina, capisce che il ladro stava proprio cercando la statuetta.
Non avendola trovata a casa di Marco, è chiaro che il ladro continuerà a cercare.
La curiosità cresce: cosa nasconde di così importante?
Grazie all’aiuto di Rodolfo i due novelli Sherlock Holmes e doctor Watson si mettono all’opera.
Mentre cerca di capire cosa nasconda davvero la statuetta, Paolo fa una scoperta incredibile.
Il passato irrompe nel presente e perfino un vecchio dipinto del cinquecento entra in gioco.

Perché ho scritto questo libro?

L’idea di scrivere un libro insieme è nata tanto tempo fa. Complice il covid, abbiamo cominciato il ping pong: ci scambiavamo i testi via mail ritrovando quella sensazione di sorpresa di quando, da ragazzi, aspettavamo le lettere degli amici. La decisione di far fare certe scelte ai protagonisti, anziché altre, investe l’autore di un potere immenso. Ma questo ci permetteva anche di viaggiare nel tempo, tornando a qualche capitolo prima e cambiando la storia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Stamattina, alzandomi dal letto, nel gesto di prendere gli occhiali da lettura che tengo sul mio comodino, ho accidentalmente urtato il libro che stavo leggendo e che è caduto sul pavimento. 

Nel raccoglierlo, ho visto che era aperto sulla pagina del tredicesimo capitolo che recava, in esergo, una citazione di Kipling: 

Qualcosa è nascosto. 

Vai a cercarlo 

Vai e guarda dietro ai monti 

Qualcosa è perso dietro ai monti 

Vai! 
Continua a leggere

Continua a leggere

È perso e aspetta te. 

“Un segno, un indizio?” ho subito pensato, poi mi sono dato dello sciocco credulone. 

Da essere razionale so bene che è nella natura umana dare un significato particolare ad avvenimenti assolutamente casuali, tendendo a farli confluire in un percorso peculiare che indica, quasi con chiarezza, azioni e prescrizioni sul comportamento da tenere. 

Come diceva Sigmund Freud – autore che non amo leggere, ma solo consultare ogni tanto su temi specifici: “Quando l’antico romano rinunciava a compiere un’azione importante solo perché vedeva magari uno stormo di corvi volare in una direzione che riteneva poco propizia, non mostrava la propria superstizione, ma aveva bensì in un certo modo ragione, in quanto restava coerente col suo modo di vivere e di pensare. 

Ma quando vi desisteva perché, uscendo di casa, aveva inciampato sul gradino della soglia di casa, mostrava una capacità di giudizio superiore a quella di noi contemporanei, e si rivelava essere un ottimo psicologo. 

Perché l’inconveniente accadutogli, il piccolo incidente, gli palesava l’esistenza di un dubbio, di un’opposizione interiore al suo progetto, contrasto la cui potenza poteva sottrargli forza e concentrazione al momento dell’esecuzione. 

Perché noi siamo certi del completo successo delle azioni che ci accingiamo a compiere solo quando tendiamo alla meta prefissata con tutte le forze psichiche, senza riserve morali o mentali di sorta”. 

Ma io non ero inciampato proprio su nulla, e il libro non è caduto aprendosi su una pagina di sciagure ed anatemi, semmai ha mostrato un consiglio che mi invita a proseguire nella ricerca. 

Ed io sono un essere razionale, più di quanto creda se anche i miei figli, quando vogliono qualche volta prendermi in giro, mi chiamano “Mr. Logic”. 

E comunque le connessioni ci sono sempre: basta saperle trovare, come scriveva Umberto Eco nel Pendolo di Foucault!  

Una delle cose che mi aveva colpito, quando ieri sera avevo tenuto a lungo l’idolo tra le mani, quasi accarezzandolo, era l’estrema leggerezza. 

Un manufatto in legno alto quaranta centimetri. come quello, dovrebbe pesare dai 2,5 ai 3 chilogrammi, a seconda del materiale che è stato utilizzato per realizzarlo. 

L’idolo invece, posto su una bilancia di precisione, è risultato pesare 1 chilo e 62 grammi. 

Certo l’artista che realizza un’opera simile non si cura a priori di stabilire un peso come obbiettivo, prende un blocco di legno e lo lavora fino a che non ha raggiunto la forma voluta, quel che pesa poi è ininfluente ai fini della bellezza e della completezza dell’opera. 

Però quella misura, 1,62 kg, mi girava nella mente. Sembrava ricordarmi qualcosa che, al momento mi sfuggiva completamente. 

Decisi di approfondire la cosa, andai in cantina, presi una cassetta di legno contenente quattro bottiglie di pregiata Bonarda, di quella prodotta in Piemonte da vitigni a bacca rossa, per intenderci, che non ha nulla a che fare con quella proveniente dall’Oltrepò Pavese che è invece fatta con l’uva Croatina, tolsi le bottiglie e le poggiai su uno scaffale, tornai in soggiorno e misi l’idolo nella cassetta, dopo averlo avvolto coi fogli di un quotidiano, una protezione empirica ma senz’altro più consona alla dignità del manufatto di una busta di plastica per la spesa. 

Uscii e mi recai all’oreficeria posta a poca distanza da casa mia. 

Quando mi vide entrare il gioielliere si profuse in uno smagliante sorriso a trentadue denti, era ovvio, di solito mi vedeva nel suo negozio in occasione di qualche regalo da fare a Tiziana, piccoli e graziosi oggetti che – da buon enigmista – mi sono sempre divertito a nascondere per casa, invitandola poi a scoprire dove fossero. 

Una sera ricordo che la feci ammattire nella ricerca di una piccola scatoletta dal prezioso contenuto che avevo nascosto… poggiandola sulla cornice di un quadro che svettava sul soggiorno, in piena vista. 

– Oggi non sono qui per acquisti, sig. Botteri – esordii – ma per chiederle un favore, se possibile, come va? A casa tutti bene? 

– Molto bene, grazie, signor Paolo, mi dica pure, se posso esserle utile lo faccio ben volentieri. 

– Vede io avrei… – estraggo con cura la statuetta dalla cassetta di legno – questa statuina antica, della quale, per motivi troppo lunghi da spiegare, vorrei conoscere il peso esatto. Ovviamente ho una bilancia in casa, ma è approssimativa ed è di una qualche utilità quando si tratta di pesare una persona, ma quasi inefficace per valori così piccoli. 

– Certo, mi dia pure – disse Botteri che, vedendo con quale cura avevo estratto e maneggiato l’idolo per porgerglielo – applicò la stessa cautela nel prenderlo e sorreggerlo con delicatezza come se avesse tra le mani un prezioso cristallo Baccarat. 

Sgombrò il ripiano di vetro del bancone, togliendo un largo vassoio di velluto nero e mise da parte il bilancino da orefice per posizionare un misuratore di precisione simile, ma con un piatto molto più largo. 

Evidentemente era quello che usava per pesare candelabri o altri oggetti di pregio dalle dimensioni maggiori rispetto ai normali preziosi che quotidianamente trattava. 

Soffiò sul luccicante ripiano di vetro della bilancia, come per evitare che il pur minimo granello di polvere influisse sulla misurazione e attese un attimo. 

Inconsapevolmente trattenevamo entrambi il respiro, forse per evitare che anche il nostro semplice alitare potesse falsare i valori che saremmo andati a leggere. 

I numeri sul display elettronico oscillarono, un chilo e mezzo… un chilo e seicento grammi… un chilo e settecen… no, ora stava tornando indietro. Nel silenzio irreale e sotto il nostro sguardo attento, la lettura si stabilizzò, credo per cinque secondi, poi la bilancia emise un “bip” e il valore della lettura rimase congelato sul display. 

– Ecco – disse Botteri – ora tolgo la statua, tanto il valore è registrato – mise l’idolo in un angolo del bancone e girò il preciso strumento di misura verso di me, in modo che potessi chiaramente vedere il valore indicato. 

– Sono, signor Paolo, esattamente un chilo e 618 grammi, 

– La ringrazio – dissi – cercando nel frattempo una penna nella tasca della giacca. 

– No, aspetti, glielo scrivo io – prese una ricevuta per le riparazioni, la girò e scrisse sul retro il valore. 1,618 kg. 

– Grazie davvero, e per il suo disturbo? – dissi mentre aprivo la cassetta per riporvi la statuetta. 

– Ma ci mancherebbe altro, sempre a disposizione e… aspetti, aspetti – disse mentre prendeva un panno floccato color argento e vi avvolse l’idolo con cura per poi riporlo nella scatola – mi pare che sia un oggetto abbastanza importante ed è giusto che sia rivestito nel modo opportuno – aggiunse mentre, con una leggera smorfia, gettava i fogli di giornale, che avevano precedentemente avvolto la statuina, nel cestino della carta straccia. 

Uscii dall’oreficeria perplesso, non so perché ma mi aspettavo un peso preciso, tipo 1,6 o 1,7 chilogrammi. 

Ma sapevo che non aveva nessun senso pensarlo, mica un intagliatore, specie di quell’epoca, lavora tenendo un peso finale come meta da raggiungere. 

Si scava nel legno e, quando ci si ritiene soddisfatti, si pone termine al lavoro, e quel che pesa, pesa. 

Salii in macchina ed avviai il motore, dirigendomi verso il centro di Milano, ma quel valore: 1,618 kg continuava a ronzarmi per la testa, e non riuscivo a capire perché un numero così tanto ordinario dovesse significarmi qualcosa. 

Poi ebbi come un flash nella mente. 

Frenai bruscamente e cercai il primo posto libero sulla destra della carreggiata, fortunatamente nessuno non mi stava seguendo troppo da vicino. 

Spensi il motore ed estrassi freneticamente il cellulare, “non può essere – continuavo a pensare – ma si che può essere, è quella, è quella! ma, per certezza, ora controllo”. 

Aprii il browser e andai su Wikipedia. digitai “Sezione Aurea” ed attesi la frazione di istanti necessari a vedere il risultato sullo schermo dello smartphone. 

Era come pensavo: 

“La sezione aurea o rapporto aureo o numero aureo oppure costante di Fidia o proporzione divina, nell’ambito delle arti figurative e della matematica, indica il numero irrazionale 1,6180339887…” 

Avevo la bocca spalancata dallo stupore, mi misi a pensare “il peso esatto del mio idolo! 

Beh, non proprio esatto, il rapporto aureo è un numero irrazionale e ha una serie infinita di decimali che continuano in eterno mentre la statuetta pesa”… interruppi nuovamente il flusso delle mie riflessioni, l’idolo pesava 1,618 kg solo perché la bilancia dell’orefice aveva un grado di precisione che arrivava fino al grammo, ovvio che non potesse darmi i valori ulteriori, se presenti, che vanno oltre il millesimo di chilogrammo, magari l’idolo pesa davvero, se misurato su una bilancia con una scala sufficientemente minuziosa, 1,6180339887498948482045868343656… (e via così fino all’infinito), chilogrammi. 

Mi immisi nuovamente sulla corsia di marcia, con lentezza, la mente in un turbinio di analisi contemporanee; cosa significava questo? 

Rivestiva un significato magico, esoterico, cabalistico? Cosa aggiungeva o toglieva alla valutazione del mio idolo, sia come importanza che come valore? 

Una misurazione accurata dell’idolo e delle sue varie parti raffigurate mi avrebbe fornito altri numeri rivelatori? E che unità di misura usavano gli Aztechi? 

Sempre che la statua sia davvero Azteca. Accosto nuovamente l’auto, per me è ormai come una febbre. 

Digito picchiettando freneticamente sul cellulare ed ecco: “Sembrerebbe che il sistema di calcolo delle distanze in uso presso gli aztechi fosse basato su un sistema di multipli e sottomultipli che ricorda da vicino il nostro sistema sessagesimale per il computo delle ore, nonché dei piedi e dei pollici nel sistema metrico anglosassone”. 

Eccomi di nuovo daccapo, un mistero appena svelato spalanca le porte ad uno ancor più grande. 

Una cosa mi è però ormai chiara: probabilmente si tratta di una scultura cava. 

Ricordo che ieri sera, incuriosito dalla sua leggerezza, l’avevo scossa più volte, come il bambino fa con una scatola di cui desidera intuire il contenuto, cosa speravo? Di sentir tintinnare dentro qualcosa? 

Ma avevo in un primo tempo scartato l’ipotesi di una probabile cavità interna dato che, alla più attenta analisi, la scultura sembra ricavata da un unico pezzo di legno. 

Sono quasi giunto al parcheggio sotterraneo di Foro Buonaparte; stamattina, facendo colazione, ho sfogliato come faccio di solito il quotidiano e ho trovato una notizia che mi ha colpito: in questi giorni c’è, proprio nella mia città, a Palazzo Reale, una mostra di arte precolombiana. 

Ho guardato Tiziana con aria interrogativa, lei mi ha sorriso, aveva letto il giornale prima di me ed era certa che ci sarei voluto andare. 

– Ti dispiace se… 

– Figurati Paolo, immaginavo che ti ci saresti recato, è un giorno infrasettimanale, vai tranquillamente, non troverai particolare affollamento, all’ufficio ci penso io, ci vediamo in tarda mattinata, o almeno, così voglio sperare. 

Da casa mia a Foro Buonaparte, la zona più vicina al Duomo dove ancora si può giungere con un’auto priva di permessi particolari di accesso alle zone a traffico limitato, bastano dieci minuti. 

Un’occasione simile non potevo certo perderla. Ho con me anche una macchina fotografica, roba seria, una reflex, perché il cellulare sarà anche comodo per fotografie estemporanee, ma per fare le cose a dovere serve un apparecchio professionale, così potrò immortalare eventuali statuette simili a quella datami da Marco. 

Parcheggio, ritiro lo scontrino e mi avvio passeggiando verso Largo Cairoli, da dove inizio a percorrere via Dante, Poco dopo le undici sono davanti al Duomo. 

La piazza, al solito, è gremita di persone provenienti da tutto il mondo: chi si diletta a farsi fotografare in mezzo ai piccioni, chi si accalca a qualche bancarella per acquistare dei souvenir, chi placa la sua sete sorseggiando una bottiglietta di acqua minerale, chi mangia patatine e hamburger comodamente seduto sulla scalinata antistante ai portoni maestri della Chiesa più importante di Milano.  

Per entrare a Palazzo Reale c’è una lunga coda, il fatto di essere in un giorno feriale non ha prodotto l’effetto di una visita rapida come Tiziana aveva auspicato. 

Prendo posto dietro all’ultimo della fila ed avanzo lentamente, sfogliando il giornale che mi sono portato, immaginando i tempi dell’attesa. 

La giornata è primaverile, con una leggera brezza che rende piacevole anche dover restare in piedi a lungo. 

Mezzogiorno è passato da pochi minuti quando, finalmente, raggiungo la biglietteria e posso entrare. Compro anche la guida ricca di illustrazioni, così da avere materiale per la mia indagine. 

Vago per le ampie sale della mostra ed una cosa mi colpisce: non qualcosa che vedo, ma qualcosa che non vedo. 

Nessuna, tra tutte le statue presenti nella mostra, è in ginocchio: ce ne sono in piedi, prone o supine, sedute, accovacciate, accosciate, coricate, distese … ma nessuna in ginocchio. 

O meglio, forse un paio di dipinti rappresentano qualche persona inginocchiata, ma sempre su entrambe le gambe. Insomma, quella statuetta sembra essere unica nel suo genere. 

Mi fermo un momento al bar, per prendere un panino, mando un breve messaggio a Tiziana, il briefing della tarda mattinata e lo spuntino che di solito facciamo insieme è saltato. Intanto sfoglio la guida. 

Forse una statua simile c’è e mi è sfuggita durante la visita nelle varie sale, d’altronde ci sono veramente molte cose da vedere che, in così poco tempo, sono pur sempre tantissime quelle che non si notano. 

La guida non riporta tutto quanto esposto, è vero, ma una statua genuflessa è una rarità e dovrebbe essere evidenziata a dovere, invece niente. 

Mi decido a chiedere lumi ad una delle ragazze del banco informazioni:  

– Scusi, vorrei sapere se esistono delle statue genuflesse, voglio dire, appoggiate su un solo ginocchio, per intenderci: nell’atto di pregare. 

La ragazza sorride per la mia puntigliosa specifica e mi guarda con espressione neutra, mentre forse riflette sul fatto che una domanda del genere non le è mai stata fatta. Quante volte avrà pensato di decidersi a prendere nota di tutte le domande strane che le vengono rivolte? Ne avrebbe certo a sufficienza per riempire un libro! Accenna a un sorriso di circostanza e infine mi risponde: 

– A memoria non ricordo di averne viste e non avrei nemmeno idea di come impostare la ricerca sul nostro database. Mi spiace, ma davvero non sonno in grado di aiutarla. 

– Grazie, era solo una curiosità. Proprio perché non ne ho vista nessuna inginocchiata, mi chiedevo se ne potesse esistere qualcuna del genere. Scusi tanto. 

– Ma s’immagini! 

Il sorriso si allarga nuovamente sul suo viso: sa di essersi liberata di uno scocciatore. 

A questo punto, l’unica cosa che hanno prodotto le mie ricerche è che non ho davvero modo di avere informazioni, la mia curiosità è ulteriormente aumentata. Sta diventando una sfida con me stesso. 

 

2024-01-18

ship2shore.it

ecco il link all'articolo https://www.ship2shore.it/it/article/federici-friend-vanno-alla-ricerca-del-quarto-idolo/86091 Federici & friend vanno alla ricerca del ‘Quarto Idolo’ L’estroso imprenditore marittimo spezzino è giunto alla sua nuova fatica letteraria scritta a quattro mani con l’amico Di Maggio, allungando il filone degli autori romanzieri dello shipping e dei trasporti di Angelo Scorza Non sono rare le incursioni – anche suffragate da successi editoriali più che discreti – da parte di operatori ancora attivi nello shipping, nei trasporti, nella logistica e nella portualità che si dilettano con la ‘penna’ a scrivere opere letterarie di tipo fiction. Tra gli autori noti a Ship2Shore in tale veste inedita ed amatoriale (ma non per questo non in grado di realizzare opere assolutamente professionali, appassionanti e credibili) figurano ingegneri e periti navali, capitani di naviglio, docenti universitari, avvocati marittimisti, spedizionieri, agenti marittimi, armatori e persino presidenti di autorità portuali. Citiamo a memoria i nomi – di tutti costoro a suo tempo la nostra Testata ha presentata una recensione dedicata al singolo libro pubblicato in quel momento - di Alessandro Stefani, Guido Barbazza, Enrico Musso, Francesco Siccardi, Giacomo Gavarone, Francesco Di Sarcina e, last but not least, Paolo Federici. E proprio questi, l’istrionico imprenditore multitask di origine spezzina (che una ne fa e cento ne pensa...) capace di sorprendere sempre con la sua vena artistica di musicista, cantante, scrittore, poeta e persino attore, ex ufficiale di bordo sulla Costa Crociere ma da decenni ormai trapiantato in Lombardia, per questioni di opportunità professionali con la sua Fortune International, ha da poche settimane ‘sfornato’ la sua ultima fatica letteraria, già disponibile sullo scaffale editoriale, con campagna di crowdfunding in pre-vendita dal 15 dicembre su bookabook! “Il quarto idolo”, pubblicato il 2 dicembre 2023, è stato scritto da Paolo Federici a quattro mani, insieme al suo amico Rudy Di Maggio. La trama – nulla a che fare con l’ambientazione marittima - è decisamente avvincente Un’antica statuetta Maya è al centro di un intrigo che nasconde le sue radici nel passato. Solo oggi il suo segreto, grazie ai progressi della fisica quantistica, può essere finalmente rivelato. Tutto comincia quando Paolo (il protagonista) nota la statuetta a casa dell’amico Marco e gli propone di sottoporla a ricerche approfondite. Così se la porta a casa senza immaginare che qualcuno stia proprio cercando di impossessarsene. Quando il suo amico rimane vittima di una rapina, capisce che il ladro stava proprio cercando la statuetta. Non avendola trovata a casa di Marco, è chiaro che il ladro continuerà a cercare. La curiosità cresce: cosa nasconde di così importante? Grazie all’aiuto di Rodolfo i due novelli Sherlock Holmes e doctor Watson si mettono all’opera. Mentre cerca di capire cosa nasconda davvero la statuetta, Paolo fa una scoperta incredibile. Inizia allora una caccia all’uomo che vede il coinvolgimento dei Servizi Segreti e del Comando dei Carabinieri; perfino il Presidente della Repubblica viene reso partecipe della questione. Il passato irrompe nel presente e perfino un vecchio dipinto del ‘500 entra in gioco. “L’eterna lotta tra il bene ed il male è, ancora una volta, tutta da combattere” chiosa l’autore, che poi spiega perché ha scritto questo libro. “L’idea di scrivere un romanzo d’avventura insieme ad un amico è nata tanto tempo fa. Complice il covid, abbiamo cominciato il ‘ping pong’: ci scambiavamo i testi via e-mail ritrovando quella sensazione di sorpresa di quando, da ragazzi, aspettavamo le lettere degli amici. La decisione di far fare certe scelte ai protagonisti, anziché altre, investe l’autore di un potere immenso. Ma questo ci permetteva anche di viaggiare nel tempo, tornando a qualche capitolo prima e cambiando la storia”. Paolo Federici è nato in una città di mare (La Spezia) e, dopo aver frequentato l'Accademia Navale, si è imbarcato su una nave passeggeri con il grado di Ufficiale Commissario. Dopo svariate crociere in giro per il mondo (si va dal mar dei Caraibi alla penisola Scandinava, dal mar Mediterraneo alle traversate oceaniche...) ha iniziato ad occuparsi di trasporti internazionali, sempre legati al mare. Rodolfo di Maggio è milanese di nascita e cremasco d’adozione. Ha lavorato per una linea aerea avendo così l’opportunità di entrare in contatto con varie culture, esperienza che l’ha notevolmente arricchito sul piano umano. Esperto di database relazionali ha come hobby la lettura, la scrittura, la creazione di giochi enigmistici e la raccolta di citazioni.

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Paolo Federici e Rodolfo di Maggio
Paolo è nato in una città di mare (La Spezia) e, dopo aver frequentato l'Accademia Navale, si è imbarcato su una nave passeggeri con il grado di Ufficiale Commissario.
Dopo svariate crociere in giro per il mondo (si va dal mar dei Caraibi alla penisola Scandinava, dal mar Mediterraneo alle traversate oceaniche...) ha iniziato ad occuparsi di trasporti internazionali, sempre legati al mare.

Rodolfo è milanese di nascita e cremasco d’adozione.
Ha lavorato per una linea aerea avendo così l’opportunità di entrare in contatto con varie culture, esperienza che l’ha notevolmente arricchito sul piano umano.
Esperto di database relazionali ha come hobby la lettura, la scrittura, la creazione di giochi enigmistici e la raccolta di citazioni.
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