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Il Rifugio

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Gregorio torna dopo anni ad un vecchio sentiero di montagna, diretto ad un rifugio dove era solito andare con suo padre. Ripercorrerlo gli offrirà l’occasione di rivivere i momenti importanti della sua vita: dalle lotte universitarie durante gli anni di piombo fino agli anni più recenti, tra amori ed addii, nuove e vecchie amicizie, rivivrà le tappe ed i momenti più importanti della sua vita, ricordandosi chi era ma, soprattutto, chi è diventato.

Perché ho scritto questo libro?

Dovrei dire che ho scritto perché amo farlo, perché mi piace raccontare storie e suscitare emozioni. Tutto vero. Tutto falso. Ho iniziato questo libro, la sua trama di base, per me, perché volevo mettere nero su bianco emozioni e sensazioni che non potevo più tenere dentro. E poi, come avviene spesso, la storia ha preso me, si è ingrandita, è cresciuta ed ha preso vita, riga dopo riga, paragrafo dopo paragrafo, fino a diventare questo racconto. Che è e non è la mia e la vostra storia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Capitolo I

Il sole del mattino era già alto quando Gregorio scese dalla corriera. Pochi metri più avanti, oltre una vecchia cava mineraria da tempo in disuso, iniziava un lungo viale di terra bianca che, procedendo per alcuni chilometri in mezzo al terriccio brullo, portava direttamente all’interno del bosco ed all’imbocco del sentiero di montagna. Un tempo turisti ed appassionati avevano percorso avanti e indietro quelle strade: alcuni si fermavano sotto qualche albero per fare un picnic; altri preferivano raggiungere un piccolo rifugio situato quasi sulla vetta del monte per ammirare il panorama. Da quando, però, sul versante opposto, erano state inaugurare la funivia e le nuove piste da sci, la gente aveva smesso di andare e quei luoghi erano stati lentamente abbandonati a loro stessi.

Gregorio camminava sotto al sole estivo inebriandosi del profumo dei prati e dei fiori di campagna, con il suo cappello a faglia larga in testa ad offrirgli un minimo di riparo dal caldo e dall’afa, insoliti per quella stagione. Erano trascorsi anni dall’ultima volta che, assieme al padre, era stato da quelle parti. All’inizio, quando era molto piccolo, era sempre entusiasta quando l’uomo lo portava con sé. Poi, come spesso accade, era cresciuto e quello che, un tempo, l’entusiasmava aveva preso ad annoiarlo.

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Era la calda estate del 1975 e lui, finito il servizio di leva, si era appena trasferito a Bologna con la testa piena di sogni e speranze per un futuro tutto da scoprire. La città, che in quegli anni sembrava un calderone pieno di vita, frizzava di idee e buoni propositi. Ovunque, dai corridoi universitari ai bar in centro, si respirava un’atmosfera di innovazione e cambiamento. Gregorio, per essere vicino all’università, aveva accettato di dormire in un’angusta camera da letto troppo piccola per accogliere anche una scrivania, dividendo gli spazi comuni con Tommaso, uno studente pugliese, e Andrea, il proprietario. Tra i tre era nata subito una bella amicizia e Gregorio, che nei primi anni si era tenuto in disparte dal fervore politico di quel periodo, era lentamente finito fagocitato da quel clima di impegno sociale e politico che l’Italia stava vivendo. Non c’era voluto molto che, trascinato dai suoi nuovi amici, aveva smesso di dedicarsi ai suoi doveri di studente preferendo gli incontri nei centri sociali o le serate ad ascoltare gruppi emergenti suonare in questo o quel locale. Ben presto il suo nuovo modo di vivere l’aveva portato a scontrarsi con il padre. Il genitore, che insisteva nel chiedergli un impegno più serio verso lo studio, mancava, secondo lui, di quello spirito di cambiamento e curiosità di cui la Penisola aveva bisogno. Che un clima nuovo fosse nell’aria era davanti agli occhi di tutti: alcuni atenei, come quello di Roma, si erano già mobilitati ed avevano iniziato ad occupare le aule, chiedendo a gran voce riforme e cambiamenti e Gregorio, come tutti i ragazzi, sentiva il desiderio e la necessità di una rottura netta con il passato. “C’è bisogno di nuove leggi, nuove prospettive” era solito ripetergli al telefono quando si sentivano “qui stiamo facendo la storia Papà” “Ma che storia e storia?” replicava l’uomo “Ma che vi credete, che basti andarvene nelle piazze, imbracciare qualche arma e via? Ma che volete saperne, voi, di come si vive?”. Gregorio avrebbe voluto farsi ascoltare, convincerlo che, per quanto giovani, le loro idee e richieste non erano così sciocche come sosteneva. Tutte le volte, però, finiva per trovarsi davanti ad un muro e la frustrazione era tanta che, alla fine, la conversazione degenerava e lui gli chiudeva il ricevitore in faccia.

Con i suoi nuovi amici, invece, era tutt’altra storia: anche quando non uscivano, i tre restavano in casa a parlare sino a notte fonda, a confrontarsi, litigare e fare pace. Parlavano di politica, di ragazze e del futuro, mentre radio Alice trasmetteva in sottofondo. Tommaso, la cui famiglia aveva fatto enormi sacrifici per permettergli di studiare, una volta laureato sognava di tornare a casa ed impegnarsi politicamente per migliorare le condizioni della sua terra, di cui non la smetteva mai di decantarne le bellezze. Andrea, al contrario, guardava quasi solo al presente: era membro attivo del comitato studentesco e viaggiava per tutta Italia unendosi spesso alle tante manifestazioni locali tipiche di quegli anni. Non era raro che tornasse con dei lividi o qualche escoriazione al viso o alle mani. Gregorio provava una seria ammirazione per quel suo coetaneo, così pieno di coraggio e di energia. Anche lui frequentava i circoli e, alle volte, aveva preso parte alle manifestazioni ma non era tanto spavaldo da affrontare a viso aperto le cariche della polizia. Le sue forme di protesta si erano sempre e solo limitate agli incontri nei circoli o a qualche volantino appeso nella notte ma nulla di più. Neppure Tommaso, che a parole era sempre spavaldo e coraggioso, si era mai dimostrato solerte nello scendere in piazza quando c’era aria di burrasca, adducendo a volte una scusa a volte l’altra. Andrea non insisteva, limitandosi a raccontare loro di slogan e scontri ed a guardarli con una compiacenza che lo faceva sentire piccolo e sciocco. “La prossima volta vengo anche io” continuava a ripetere, con l’illusione che, davvero, quella volta avrebbe partecipato. Ma ciò non accadeva mai. Questo fino alla mattina dell’11 marzo 1977.

Erano da poco passate le dieci della mattina quando il telefono aveva preso a squillare all’impazzata. Gregorio, ancora frastornato per i bagordi della sera prima, era barcollato al ricevitore dopo la seconda serie di squilli. “Pronto?” “Greg, sei tu? Devi venire subito all’università. Chiama anche Tommaso” “Andrea? Che succede?” “Una cosa grossa, venite subito. Sono alla facoltà di medicina”. Aveva riagganciato senza dare altre spiegazioni. Gregorio si era precipitato a svegliare Tommaso, sottraendolo al caldo abbraccio della ragazza che, coperta solo dal lenzuolo, gli dormiva accanto. “Ma che cazzo, fammi dormire” aveva provato a pretestare “Non c’è tempo, dai lavati la faccia che dobbiamo uscire”. Tommaso si mise in piedi, iniziando a rivestirsi nella penombra della stanza “Mi spieghi che sta succedendo?” “Non lo so di preciso. Ha chiamato Andrea poco fa, dice di correre all’università, sembrava agitato”. Mandarono giù il caffè rimasto della sera prima e si precipitarono fuori casa.

Quando raggiunsero l’ateneo di medicina erano le 11 passate ed un’enorme folla di studenti era ammassata sotto le sue finestre urlando a gran voce slogan contro il comitato di unione e liberazione. Gregorio aveva cercato di individuare Andrea in mezzo a quella moltitudine di testa ma era stato quasi immediatamente travolto e trascinato da quella calca che, come un fiume, si andava ingrandendo sempre di più, finendo per essere separato anche da Tommaso. Attorno a lui la gente lanciava insulti e urlava a gran voce chiamando “Codardi” e “Vigliacchi, servi del potere” le persone barricate all’interno. Qualcuno, nei gruppi più avanti, stava tentando di sfondare le porte mentre i facinorosi più distanti avevano iniziato a tirare sassi contro le finestre. A quel punto Gregorio aveva cercato di allontanarsi, facendosi largo tra quell’ammasso di corpi sudati. Era stato allora che i primi fumogeni furono lanciati. In un attimo le forze dell’ordine, in assetto antisommossa, furono addosso agli studenti che, sopresi dal loro arrivo, iniziarono a sparpagliarsi. Qualcuno tentò di reagire, finendo per cadere a terra sotto i colpi dei manganelli. Molti iniziarono a fuggire nel tentativo di evitare i feroci colpi che quegli uomini in divisa assestavano senza sosta. Gregorio sentiva gli occhi e la gola in fiamme e, per quanto si sforzasse, non riusciva a capire dove fosse la polizia e dove i suoi amici. Ovunque, attorno a lui, sentiva le urla ed il suono delle percosse ma era tutto confuso e indistinto. Si sentì preso dal panico. Incapace di prendere qualsiasi decisione era rimasto lì, fermo, con le gambe che continuavano a tremargli. Qualcuno l’afferrò per il braccio. Era Andrea che, chissà come, era riuscito a riconoscerlo in mezzo a quel caos. “Andiamo, dai!” gli urlò l’amico mollandogli un paio di schiaffi “Che cazzo fai? Corri!”. Fu come una doccia fredda. Gregorio trasalì, riprendendo in un attimo il controllo e si mise a corrergli appresso. Tagliarono in mezzo ad un paio di edifici e scavalcarono la recinsione in ferro che delimitava l’università, tuffandosi in via Irnerio e raggiungendo subito dopo le mura laterizie di porta San Donato. Si fermarono, nascosti sotto le antiche arcate. “Che cazzo è successo?” chiese Gregorio mentre riprendeva fiato “Che era quel corteo?” “C’è stata un’assemblea dei C.L.” “Comunione e Liberazione?” “Si, quelli. Qualcuno di noi ha tentato di entrare e quelli della sicurezza l’hanno sbattuto fuori. Come l’abbiamo saputo ci siamo mobilitati. Il resto lo sai” “E la polizia?” “Qualche stronzo deve essersela fatta sotto e li ha chiamati. Non mi sorprenderei se fosse stato un insegnante o addirittura il rettore”. Ripresero a camminare, deviando verso via delle Belle Arti “Dov’è Tommaso?” “Non lo so. Siamo stati separati quasi subito” “Va bene. Ascolta: io vedo di fare alcune chiamate per capire che è successo. Tu te ne vai a casa, ti rilassi e aspetti che ti chiamo, intesi? Non aprire a nessuno”. Gregorio annuì e rimase ad osservare Andrea mentre si allontanava, sparendo in mezzo ai gruppi di studenti che, come loro, si erano allontanati dall’università ed ora stavano nuovamente ricompattando le proprie fila. Si fece rasente al muro e, facendosi largo, iniziò a dirigersi verso casa mentre, dietro di lui, il rumore degli autocarri in rientro alla caserma risuonava nell’aria. Quando i vari capigruppo presero ad incitare le persone contro i blindati accelerò il passo, sperando di allontanarsi prima che gli scontri riprendessero. Qualcuno prese a lanciare sassi e pietre e, subito dopo, il rumore di vetri rotti si mischiò all’odore della benzina. Accelerò il passo, raggiungendo l’incrocio con via Mascarella dove alcuni ragazzi, studenti come lui, si erano radunati e osservavano gli assalti ai danni dei militari. Si mescolò tra di loro ed attese. Il convoglio stava quasi per superarli quando un paio di molotov, lanciate dalle sue spalle, centrarono il telone di uno dei blindati, che prese fuoco. Il mezzo si fermò di colpo e tre carabinieri saltarono giù. Due di loro si precipitarono a spegnere le fiamme mentre il terzo estraeva la pistola e, riparatosi sotto un portico, iniziava a fare fuoco. Alle suono degli spari fecero eco le urla di paura e gli spintoni. Gregorio si mise a correre assieme agli altri. Aveva appena raggiunto via delle belle Arti quando un urlo di dolore risuonò nell’aria, seguito da un lugubre silenzio. Si fermò, paralizzato da quelle grida e, quasi senza accorgersene, si voltò indietro, verso il vicolo da cui era appena uscito. Un giovane studente, forse di qualche anno più grande, stava barcollando con le mani strette all’altezza del torace, la camicia imbrattata da una larga chiazza rossa che si andava allargando. Fece alcuni passi, poi stramazzò al suolo. Qualcuno gli corse incontro mentre il rumore dei motori indicava che il convoglio si era rimesso in movimento. Un attimo dopo un piccolo drappello era attorno al corpo del ragazzo che, steso a terra con gli occhi sbarrati, continuava a macchiare col suo sangue l’asfalto. Gregorio rimase ad osservare inorridito la scena prima di voltarsi e fuggire via, correndo come un pazzo senza una meta precisa, con la nausea che iniziava a salirgli in gola.

Era sera tardi quando rientrò in casa. Tommaso ed Andrea erano seduti in cucina ad ascoltare radio Alice e la cronaca in diretta degli eventi di quella giornata, tra la coltre di fumo e i mozziconi di sigaretta che intasavano il portacenere. “Dove cazzo stavi?” gli urlò Tommaso alzandosi in piedi. Aveva lividi sul viso, il labbro inferiore era spaccato e gonfio “Ma lo sai che è successo, questa mattina? Eh? Lo sai?” Andrea lo prese per le spalle invitandolo a sedersi “Dai, Tommaso, calmati” “No che non mi calmo” poi, rivolto nuovamente a Gregorio “Allora, vuoi rispondere? Sai che hanno ammazzato uno?”. La luce del lampadario sul tavolo prese ad oscillare quando Tommaso, dopo averlo intruppato con la testa, tornò a sedersi. “Lo so” sussurrò piano Gregorio “Ero lì”. La stanza si fece improvvisamente piccola e stretta e per un po’ le parole del radiocronista furono l’unico rumore che riempiva quell’improvviso silenzio. Fu Andrea a riportarli alla realtà “Andiamo a dormire” disse dopo aver spento la radio “Domani sarà una lunga giornata”.

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Guglielmo Paroli
Mi chiamo Guglielmo e, stando a quel che dice l'anagrafe, dovrei avre 43 anni, ma io penso di averne fatti due volte venti, dato che in fondo non sono mai cresciuto così tanto da aver smesso di giocare con la vita e di rallegrarmi per le piccole cose. Sono un sognatore, a volte romantico altre disilluso ma che non si arrende mai e spero di trasmettere anche alle persone più importanti della mia vita, i miei figli, la stessa capacità di guardare alle piccole cose con gli occhi sempre innamorati di un bambino.
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