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Il sole di domani – La douleur exquise

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Consegna prevista Ottobre 2024
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La vita di Raul, un ricco ragazzo appartenente all’alta società ferrarese, viene completamente sconvolta dall’incontro fortuito di un giovane clochard. Dopo quel fatidico incontro, tutto ciò a cui aveva creduto fino ad allora viene meno. Chi è quel giovane? Cosa gli avrà rivelato per far crollare tutte le sue certezze? Raul Ferrari, artista emergente, riuscirà ad andare avanti con la sua vita dopo una tale rivelazione? Oppure quell’incontro del destino lo costringerà ad aprire il vaso di Pandora, che per lungo tempo è rimasto chiuso e fare i conti con la dura realtà? Questo lo porterà a scoprire tutte le contraddizioni di quello che da tutti è definito “il migliore dei mondi possibili”. Perdendo tutto si affaccerà sull’abisso dell’animo umano interfacciandosi con altri suoi coetanei nella sua stessa situazione, rendendosi sempre più consapevole che l’apparenza inganna e nulla è come sembra. Distinguere il bene dal male e gli amici dai nemici è una questione di prospettiva e compassione.

Perché ho scritto questo libro?

L’idea di questo romanzo nasce da esperienze sociali e personali. Oggi è comune giudicare le persone solo esternamente senza conoscere nulla di loro. L’interiorità, molte volte può dirci tanto di chi abbiamo davanti. In essa si nasconde una storia che non riesce ad uscire. In questo libro ho cercato attraverso i giovani protagonisti di portare alla luce questo aspetto e mettere in risalto le loro storie. Dove il dolore condiviso a portato a profondi legami e una grande amicizia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I. 

È una cupa giornata piovosa, il cielo è grigio, le nuvole bianche sono frastagliate e la temperatura è umida ma non troppo fredda. Sento il suono delle tenui e lievi gocce di pioggia infrangersi sulle piccole pozze d’acqua che si sono create nelle buche della strada. Il grigio del cielo riflette una triste quanto loquace malinconia. È una sensazione che riscalda, che ti fa sentire al sicuro, protetto come tra le braccia d’una madre. In questo momento mi trovo ad una mostra d’arte in Via Bersaglieri del Po’ dove sono esposti alcuni dei miei quadri impressionistici per cercare degli acquirenti e cercare di farmi strada nel mondo dell’arte contemporanea.

Le luci a led bianche illuminano la sala e si riflettono con le tonalità cupe e scure dell’esterno dando un bel contrasto di luci e ombre. Per il momento ci sono state molte persone che si sono avvicinate a osservare le mie opere, ma ancora nessuno che mi abbia fatto qualche proposta d’acquisto o di esposizione in altre gallerie della città.

Ad un certo punto vedo entrare alcuni miei amici che probabilmente mi erano venuti a trovare. Dubito fortemente che siano venuti sin qui per le opere esposte, i loro interessi sono ben altri. Così, non appena incrocio il loro sguardo faccio un cenno con la mano per salutarli.

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«At vandù quel?»

Mi chiede Massimo sarcasticamente come per farmi intendere che sapeva che non avevo venduto niente. Io gli rispondo con tono scherzoso: 

«Cio’ bello…va mo là… fògat!»

A quel punto interviene Giacomo per dare manforte a Massimo dicendo quasi come se si fossero messi d’accordo per farmi questo teatrino scherzoso:

«Come dice quel detto… aspetta fammi pensare io non parlo molto bene il dialetto… i tò quadar cutàr cum al du ad copp.»

Tutto impettito gli rispondo a tono:

«A tie’ propria un aldamàr!»

Chiude il discorso Davide, l’ultimo e più cinico del gruppo che mi dice:

«Senti chi ac camòra chi fa chi putin!»

Dopo questa nostra discussione amichevole mi salutano e si dirigono verso il buffet offerto dalla galleria mentre nello stesso istante mi si avvicina un signore sulla cinquantina, ben vestito con una barba curata per chiedermi informazioni su una mia specifica opera.

Dentro di me, sentivo che questa sarebbe stata la volta buona. Si tratta di una tra le mie prime opere giovanili che ho voluto chiamare “raison d’etre” in cui rappresento un campo di girasoli con al centro, il soggetto principale: una donna nuda intenta a partorire il figlio. Ciò che colpisce maggiormente la vista è lo stacco netto tra la calma del colore giallo rassicurante dei girasoli in estate e il rosso sangue acceso che sgorga tra le gambe della donna e che ricopre il feto appena nato.

Molti hanno definito questa mia opera come macabra, grottesca o frutto di un qualche trauma passato nell’infanzia, ma in realtà il messaggio come ho detto al signore è la rappresentazione vivida della vita.

«Piacere mi chiamo Roberto, sono venuto da Milano per assistere a questa mostra e il suo quadro mi ha colpito più di tutti, complimenti!»

Il signore in questione mi propone di comprarlo per 20.000 euro anche se gli dico che sono un’artista emergente. Lui insiste dicendo che stava cercando qualcosa di nuovo e ricercato perché gli autori famosi li conosce già tutti. Entusiasta dalla sua proposta e dei complimenti accetto volentieri e stacco il quadro dal muro per consegnarglielo. Ma proprio in quel momento in cui stavamo concludendo l’affare si fa scappare qualche parola di troppo.

«Ragazzo, per me questa opera è qualcosa di fortemente erotico, ci starà benissimo nel mio studio di ginecologia. Sperando di non scandalizzare i miei clienti.»

Quelle sue parole che dovevano forse essere di lusinga nei miei confronti iniziarono a far sorgere molti dubbi nella mia mente. La mia arte sarebbe stata ridotta ad un mero oggetto di arredamento in uno studio ginecologico e interpretato come qualcosa di erotico legato alle parti intime della donna avulso dal significato che gli avevo detto che possedeva.  Ero indeciso se incassare quei soldi che mi avrebbero fatto sicuramente comodo e fatto crescere come artista o rifiutarli e mantenere la mia coerenza e dignità per la mia opera d’arte. 

Così non appena sento lo strappo dell’assegno su cui è scritto 20.000 euro chiedendomi a chi lo doveva intestare dopo qualche secondo di silenzio imbarazzante, decisi di prendere una decisione; riprendermi il mio quadro con forza dalle sue mani dicendogli che quest’opera è molto di più che un semplice oggetto di arredamento erotico declinando quindi la sua offerta. Roberto, oltre ad urlarmi in faccia e a comportarsi come un bambino viziato, mi mette in forte imbarazzo davanti a tutti nella sala, vedendolo fare in mille pezzi l’assegno tirandomelo addosso per poi girarsi, darmi le spalle e andarsene infuriato.

Sapevo già che mi sarei pentito di quella scelta.

Dopo lo spiacevole inconveniente i miei amici che avevano assistito all’intera scena tornano da me per sapere cosa fosse successo e perché quell’uomo se ne fosse andato via in quel modo così arrabbiato.

A quel punto spiego ai miei amici l’intera vicenda, dicendo loro che quel signore mi avrebbe pagato ventimila euro per il mio quadro, ma se avessi accettato quei soldi il prezzo da pagare sarebbe stato quello di perdere la dignità e la stima che ho di me stesso.

Davide a quel punto interviene, e dopo aver sentito cosa avessi detto, prendendo la parola mi dice:

«A tie’ propria un barbagiàn!».

Aggiungendo: «Per quale motivo avresti perso la dignità e il rispetto se l’avessi venduto a quel milanese pìn ad bàioch?»

Gli rispondo che l’avrebbe comprato solo per metterlo in bella mostra nel suo studio ginecologico.

Una volta sentito la parola “ginecologico”, pensando al lavoro di quel signore, scoppiarono immediatamente in una grande risata generale. Giacomo, l’elemento del gruppo che in questi momenti sapeva sempre come tirarmi su di morale mi dice:

«Raul a tà fat bèn a bràncal par al cupìn e cazzal fora».

Aggiungendo: «Adesso prendi i quadri, caricarli in macchina e andiamo tutti in Piazza Ariostea che è l’ora dell’aperitivo e non pensare più a quell’uomo».

Giacomo mi incoraggia dicendo:

«Raul, vieni con noi e lascia perdere questi borghesi tanto lo vedi anche tu che l’opera più venduta è quella di quell’artista laggiù che morsica una mela e la mette dentro una teca chiamando la sua opera: “Avanzamento iper capitalistico nell’era della Tecnica”. Se vieni con noi c’è la possibilità di incontrare qualche bella universitaria parigina che è venuta a Ferrara per studiare e potresti conquistarla facendo sfoggio del tuo ottimo francese parlandogli di Camus, Sartre e della Rivoluzione francese».

«Molto divertente» gli dico, «scommetto che hai detto i primi due filosofi francesi che ti sono venuti in mente».

Comunque, alla fine ho deciso di andare con loro. Una volta arrivati nel bar in piazza Ariostea, luogo di ritrovo di buona parte della movida ferrarese, davanti ai nostri drink iniziai da spettatore esterno a osservare il mio gruppo di amici e fare alcune riflessioni. A guardarci bene in questo momento uguale a molti altri penso che la mia vita sia piuttosto noiosa e monotona. Dopo tutto sono un giovane ragazzo dei quartieri alti nato a Ferrara, questa piccola città del nord Italia con i suoi 130.000 abitanti in provincia dell’Emilia-Romagna. In passato fu un’importante capitale del Ducato di Ferrara durante il periodo della famiglia Estensi, diventando in questo modo un importante centro politico, artistico e culturale. Durante il Rinascimento avvenne la transizione moderna con lo sviluppo urbanistico trasformando la città in un modello urbano che all’epoca le valse il titolo di «prima capitale moderna d’Europa».

Ad oggi, ciò che la contraddistingue da molte altre città italiane è la sua tranquillità che, alle volte, vivendoci può diventare disarmante in quanto non succede mai niente di stimolante. Sembra una città addormentata, caratterizzata da una fitta nebbia. La vita di ogni cittadino scorre a guardarla da fuori come una sitcom americana degli anni 50, quelle che tanto piacciono alle casalinghe per intenderci, in cui il massimo che può spezzare la noia e la routine quotidiana è leggere di una bicicletta rubata alla stazione o qualche ubriaco appena uscito dalla discoteca in tarda serata che canta a squarcia gola provocando l’ira dei vicini.

Per il resto è una lunga perenne routine quotidiana, in cui i giorni finiscono per essere uno uguale all’altro.

Per questo motivo gli abitanti di Ferrara molto abitudinari e ad ogni novità che succede in città la accolgono con grande giubilo oppure la boicottano in massa. Non c’è una via di mezzo. Ma la gente, come del resto anche io, sembra non riuscire a vedere questa monotonia quotidiana. In modo particolare i miei amici e coetanei. Per loro non è una cosa negativa, anzi tutt’altro, a loro piace e molti finiscono addirittura per mettere la noia come valore intrinseco della città. Sarà perché non amano magari il caos di grandi città come Milano, Roma o Torino oppure semplicemente si accontentano di quel poco che c’è qui. Guardando la Spal salire in classifica, lavorare sodo, mangiare cibi locali, fare aperitivo e andare in discoteca il sabato sera. Questa sembra essere la ricetta della felicità. Però non è sempre così semplice, dipende sempre dai punti di vista, per chi non è di Ferrara soprattutto gli stranieri, come ad esempio gli inglesi e tedeschi che sono il tipo di turisti che vanno per la maggiore in estate, non apprezzano questa caratteristica quanto gli abitanti locali, e finiscono per definirla una città morta. Per quanto mi riguarda, posso dirvi che vivo a Mizzana, situata a Nord Ovest della città nei quartieri alti di Ferrara, figlio dell’élite borghese che iscrive i propri figli nelle scuole private, frequentano i club esclusivi della città, gioca a golf la domenica e alla sera si ritrova nei costosissimi jazz club.

Totalmente diversa dalle zone rurali, fuori dalla città non ancora totalmente urbanizzate della campagna dove è presente una mentalità più chiusa e conservatrice.

Questa divisione ha separato gli abitanti della città da quelli della campagna, dove i primi sono partecipi alle attività socioeconomiche e sviluppi urbanistici della città; invece, chi abita in campagna tende a sviluppare un innato distacco e auto-isolamento dalla società. Ciò per preservare quelli che loro chiamano “valori contadini” anteposti a quelli moderni e progressisti della città. Per quel che mi riguarda, data la mia educazione avevo sempre seguito le regole che mi venivano impartite dai miei genitori, dai professori e dalle istituzioni. Non mi ero mai opposto o ribellato in alcun modo. Anzi chi lo faceva ribellandosi allo status quo, per me era un pericoloso sovversivo.

Mi piaceva avere un mio schema da seguire scrupolosamente con le regole che mi venivano impartite, e vedevo in maniera reverenziale tutte quelle figure sociali che mi stavano insegnando a vivere una vita retta e onesta da buon cittadino.

Il mio futuro, come dice sempre mio padre, era già stato segnato sin da quando ero un bambino: avrei studiato fino alla laurea in giurisprudenza per portare avanti quella che è una tradizione di famiglia di generazione in generazione.

Ferrari è un cognome importante perché è sinonimo di una lunga discendenza di avvocati di nota fama a Ferrara e in tutto il resto d’Italia. Quindi anch’io avrei dovuto continuare questa discendenza e farmi il carico di una tale responsabilità per non disonorare il cognome che portavo.

Successivamente mi sarei sposato e avrei messo su una famiglia con quattro figli e sarei stato un buon cristiano. Questo era il destino che mio padre aveva disegnato per me. Dopo tutto, per i miei genitori le cose importanti sono: studiare, lavorare, avere una casa e un’automobile di proprietà, andare a votare, farsi una famiglia, rispettare lo Stato e santificare le feste. Da bambino promisi a mio padre che queste sarebbero state la mia ricetta della felicità e i grandi obiettivi da raggiungere nel tempo uno dopo l’altro. Crescendo, però, nacquero le prime incomprensioni e rivalità tra padre e figlio. Io volevo fare l’artista e non l’avvocato, mentre mio padre ostacolava in tutti i modi questa mia scelta litigando con mia madre che mi appoggiava.

«Fare l’artista è solo un hobby e una perdita di tempo», mi diceva, «lo potrai fare nel tempo libero una volta che sarai diventato un bravo avvocato». Inutile dire che alla fine, riuscendo a intraprendere la carriera di artista e riuscendo a studiare all’estero, si creò una frattura nei nostri rapporti che non si sarebbe ricucita mai più. Rinunciando alla possibilità di vedere il suo primogenito come futuro avvocato, mio padre ripose tutta la sua fiducia in mia sorella Tania.

Lei, a differenza mia, amava e desiderava con tutto il suo cuore diventare avvocato, e proprio per questo motivo, riuscì a laurearsi in giurisprudenza in tempi record diventando una delle prime avvocatesse della nostra famiglia.

Questo portò a un notevole avvicinamento tra mia sorella e mio padre che erano sempre stati molto distanti l’uno dall’altro. La cosa mi avrebbe fatto anche molto piacere se il loro avvicinamento non fosse stata la causa dell’allontanamento fra mio padre da me.

Questo portò mio padre ad escludermi dalla sua vita, e da quel fatidico giorno mi vedeva in maniera diversa da prima. Ad un certo punto diventai quasi un fantasma per lui. Ci vedevamo sempre di meno, parlavamo sempre di meno, non facevamo più tutte quelle cose che facevo con lui prima di decidere di diventare artista. Non siamo più andati a pescare oppure al bar a bere birra, chiacchierare e vederci insieme la partita. Potevo notare bene nei suoi occhi la grande delusione che gli avevo arrecato con la mia scelta. In cuor mio sentivo questa manchevolezza e rimorso nei suoi confronti, ma sapevo che questa era stata la scelta migliore. Dopotutto, per gli anni della mia giovinezza la cultura francese è stata per me una compagna, un’amica fedele di cui non ho mai dubitato e che neanche sono mai stato tentato di abbandonarla per orientarmi verso la carriera di avvocato. Così un pomeriggio di giugno, dopo aver aspettato e tergiversato a lungo, anche un po’ più del dovuto e di quanto fosse accettabile, ho discusso davanti ai miei genitori dicendogli che avrei fatto l’artista e sarei diventato un pittore neoimpressionista.

Da quel momento capii che la mia vita aveva dunque uno scopo e che probabilmente, quella scelta mi avrebbe dato anche un senso migliore e più elevato. Non avevo paura ad ammettere a me stesso né agli altri che sono un idealista tutto ciò che faccio è per uno scopo più alto, per un’idea per uno stile di vita che non fosse un’ipnotizzazione dal desiderio di denaro o dal consumo sfrenato.

Non sarei stato dipendente da nessuno e soprattutto avrei sempre ragionato con la mia testa. Avrei fatto ciò che volevo e come volevo, non permettendo a nessuno di intralciare il cammino, né ai miei genitori, né alla società o agli amici, nessuno.  In me nacque quella ribellione che a lungo tempo avevo represso e criticato. L’idea di ritagliarmi una posizione sociale nell’alta società svanì del tutto. Avrei seguito le orme di quei grandi poeti, filosofi, pittori e rivoluzionari francesi che così tanto e in profondità avevano influito sulla mia vita.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Riccardo Tennenini
Classe 1989, nato e cresciuto a Ferrara, scrittore e studente di scienze umane. Ho sempre coltivato altre passioni oltre la scrittura come la musica (da giovane cantavo in una band metal), l'arte e l'attivismo. Finalmente esordisco con un romanzo ambientato nella mia città, dopo la recente pubblicazione  dei tre racconti contenuti nel romanzo "Come balene spiaggiate sul ciglio della strada" (Ed. Albatros - Il filo 2023).
Sono convinto che un buon romanzo sia come un sentimento, ciò che non abbandoniamo perché è diventato parte di noi offre un'opportunità di introspezione ed escapismo. Con questo mio lavoro spero di esserci riuscito.
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