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Immemoria
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Consegna prevista Luglio 2024
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“Immemoria è un termine che non esiste, inventato: un po’ come le nostre esistenze.
Ci siamo… non ci siamo, esistiamo davvero? Spesso è questa la domanda che ci logora.
Immemoria è un titolo astratto, al di fuori dal tempo ma contemporaneamente dentro il tempo, un tempo che costantemente inseguiamo… un tempo che continuamente ci sfugge!”
La ricerca del “tempo perduto”nel vorticoso trascorrere del quotidiano, spinge Achille Morasi a viaggiare in se stesso, a intraprendere un viaggio di ritorno nei luoghi della giovinezza. Un viaggio in cui pensa di trovare immutato ciò che la sua anima ha lasciato a consumarsi, ma che invece si trasformerà, inconsapevolmente, in qualcosa di nuovo e sconosciuto. Achille è un disincantato giullare, un uomo pieno di contraddizioni e di sogni, un uomo nella quale la speranza e la paura brindano all’unisono mischiandosi l’una nell’altra. Il passato chiama tutti e per lunghi anni Achille si è volutamente reso sordo a quel richiamo.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto “Immemoria” per la “sana” follia di provare a liberare una parte di me che percepivo nascosta nelle insenature dell’anima e di cui spesso sentivo il respiro, ma che non avevo mai provato a cercare fino in fondo. Sapevo di avere una storia da raccontare, sapevo che era lì da qualche parte che danzava solitaria… non ero certo però che fosse qualcosa di solido, di reale, qualcosa che potesse tramutarsi poi in un manoscritto. Un confronto, un divertente e doloroso confronto con me stesso.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I

Le luci della festa illuminavano la notte come stelle agonizzanti al suolo e mentre l’oscurità si impadroniva dispotica del cielo,stendendo il suo manto oscuro sino ad incenerire l’orizzonte, vedevo solidificarsi il loro luccicante dolore. Mi sembrava di udire nitidamente i loro rantoli riecheggiare,quasi come se potessi afferrarli con le nude mani,lungo il viale riempito freneticamente da una moltitudine di gente qualunque, erranti. Ai miei occhi sembravano manichini automatizzati obbligati tutti a divertirsi a sorridere allo stesso modo (vedevo chiaramente i loro visi deformarsi nella smorfia di un subdolo inganno),con lo stesso ritmo, con lo stesso consumato copione. Osservavo le lucida dietro i vetri del mio appartamento aspettando con un pizzico di crescente eccitazione che si spegnessero, che si arrendessero alle tenebre,semplicemente non le amavo;sia le luci che le feste!e se proprio devo essere sincero ( anche se la cosa mi pesa un po’),non amavo nemmeno stare a guardarle,ma non riuscivo comunque a staccarmene,a farne a meno,era una dolce tortura alla quale non volevo sottrarmi!Le persone invece erano un capitolo a parte.

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Quando ero in sintonia con l’Universo e l’energia cosmica fluiva attraverso il mio corpo senza intoppi e potevo quindi definirmi un uomo felice… mi erano indifferenti. D’altronde avevo scelto di vivere a Milano proprio perché era una metropoli e come tutte le metropoli che si rispettano, non dava spazio,almeno per le mie ecumeniche vedute,ai rapporti così come l’intendiamo noi, “calorosa” gente del Sud. Formalismo e disincanto erano le parole d’ordine che mi ero dato e con la quale avevo vissuto da quando ero lì…cinque degli ultimi vent’anni trascorsi in giro per l’Italia e l’Europa. Istintivamente allungai la mano verso il taschino interno della giacca,avevo improvvisamente voglia di fumare,ma non trovai il solito pacchetto di Chesterfield ad attendermi. Mi ricordai che proprio quella mattina avevo deciso di smettere d un sorriso sarcastico mi si stampò sul viso,lo vidi chiaramente riflesso nei vetri,illuminato dalle stelle morenti.

Aprii il cassetto della scrivania,dove ne avevo nascosto uno a me stesso,e presi il pacchetto nuovo di zecca. Avevo deciso di smettere,ma vivevo comunque nel terrore di rimanere senza, di rimanere sprovvisto, impreparato…pensavo che se un giorno qualsiasi o quella notte stessa mi fosse successo qualcosa di diverso,tipo che so,di morire….beh, mi avrebbero dovuto trovare con una sigaretta che mi pendeva dalle labbra. Mi sembrava una scelta cinematografica,tipo l’eroe che spira dando l’ultimo “tiro” ma, in realtà,era per fare un dispetto,l’ultimo,a mio padre. Me lo immaginavo,lui che era stato un affare per il monopolio dei tabacchi che s’incazzava perché fumassi ….lo vedevo seduto con i suoi baffi e lo sguardo alla Clint Eastwood mentre mi fissava iracondo. La scena mi divertiva, così decisi di versarmi pure un whiskey in modo da farlo incazzare completamente,di provocarlo come quando ero giovane e ribelle. Proprio lui, un peccatore incallito che, come un puzzle diabolico,aveva racchiuso tutti gli umani peccati in un solo corpo,il cui unico mantra per giustificarsi ai miei occhi,o probabilmente ai suoi stessi,era;“Fai sempre quello che ti dico ma non fare mai quello che faccio!”.                                                               

Mi sembra quasi di sentire la sua voce solonica,camuffata di autorevolezza,mentre lo pronunciava convintamente, guardandomi con piglio solenne,quasi sacro. Era puro esercizio di autoconvincimento mistico, probabilmente gli era stato trasmesso dal padre(immenso donnaiolo),che lo aveva ricevuto a sua volta dal proprio padre e così via,addentrandosi in un rituale passaggio di consegne fra devoti cultori delle terrene tentazioni. A pensarci adesso…bel paraculo!Che maledetto! che risate mi sono fatto e che match!Ricordo ancora quando venni fermato dai Carabinieri al mio paese natio insieme a due amici. Ci portarono in caserma,eravamo andati a spiare le collegiali,completamente ubriachi, lì, al Collegio Mater Dei ed una suora che sembrava avesse lavorato come Capo della sicurezza ad Alcatraz,Suor Maria Antonia (che Dio la benedica!)li aveva chiamati … ricordo la paternale che il buon Maresciallo ci fece prima di avvisare i nostri genitori e poi ricordo il Madison Square Garden!

In diretta dal Madison Square Garden di Lagonegro,

l’incontro di boxe valevole per la cintura di campione del mondo

dei pesi massimi della follia:

All’angolo destro il campione imbattuto,il contadino selvaggio (il padre),

all’angolo sinistro lo sfidante,il giovane ribelle  (il figlio),

arbitro (tendenzioso) del match il sergente di ferro (la madre).

Al suono del gong (Il campanello)

i due contendenti si portano al centro del ring (l’entrata di casa),

ed ecco che il giovane ribelle prende subito l’iniziativa e scaglia un violento destro,

il contadino selvaggio incassa senza battere ciglio e

con una violenta combinazione destro-sinistro, atterra il giovane sfidante

lasciandolo esamine sul pavimento e, tra le urla festose dell’arbitro,

si riconferma l’imbattuto campione del mondo.

Della serie: Spesso è la follia dei genitori che alimenta quella dei figli!

Che pigne che tirava il mio vecchio! Nonostante poi si fosse ammalato,continuava sempre ad avere quell’aria da uomo di ghiaccio ed a ridere compiaciuto dei destri che la vita regolarmente mi infliggeva, sbattendomi al tappeto. Mia madre invece no,l’ho definita sergente di ferro solo per goliardia …. e poi in quell’occasione era dal lato giusto del ring,come sempre del resto (le mamme hanno i superpoteri e sanno sempre qual è il lato giusto della storia)! Se penso alla parola “dolcezza”,il pensiero corre immediatamente a lei,al suo sorriso,allo sguardo penetrante con la quale mi disarmava a suo piacimento … che bell’invenzione la Mamma!                                                   

Comunque,mentre questi pensieri sembravano proiettarsi sui vetri della finestra come un film di serie b,accadde qualcosa di divertente che mi sottrasse alla visione di quei lontani ricordi,infondendomi un soave senso di leggerezza:un Tuono!Rimbombò all’improvviso nell’aria,tirannico ed esplosivo,ed i manichini ubbidienti ad un unico comando,alzarono la testa verso il cielo!Pochi secondi ed un inaspettato e devastante acquazzone si sprigionò sulla festa. Come formiche impazzite,i manichini incominciarono a correre all’impazzata. Mi concentrai su di una famiglia.        Il manichino uomo prese in braccio il piccolo manichino bambino (ancora non era un manichino …. Tuttavia credo avesse poche speranze di non tramutarsi) ed iniziò a correre verso un riparo mentre il manichino donna alzò una mano sulla propria testa. Iddio la perdoni! pretendeva di proteggere dalla potenza divina e rivelatrice della pioggia i suoi folti capelli,evidentemente freschi di parrucchiera, con una mano!Guardando la capii chiaramente che il genere umano-manichino non aveva speranza …lo compresi nitidamente,lo vidi scritto in profondità,lo vidi inciso sulla pietra ineluttabile del tempo, a ricordo solenne. Era comunque uno spasso stare a guardarla e, in onestà, devo ammettere che aveva anche un didietro niente male! Istintivamente bevvi un sorso del mio whiskey ed aprendo la finestra (mi sentivo un novello Noè) iniziai a ridere come un forsennato mentre il diluvio Universale veniva giù purificatore. In poco tempo il viale si svuotò e le stelle agonizzanti trovarono pace spegnendosi orgogliosamente insieme,come una squadriglia di Kamikaze giapponesi nel Pacifico ed io…..io andai a letto soddisfatto, con la certezza che il mio vecchio sarebbe stato fiero di me!

II

La pioggia continuava a scendere e stranamente mi sentivo nervoso. Scrivo stranamente,poiché la pioggia che batte sul tetto rappresenta per me una sinfonia celestiale.E’ uno dei ricordi che ho della mia infanzia,quando vivevo all’ultimo piano di una casa popolare. Qualche genio dell’Ingegneria aveva costruito quel palazzo ad oltre 800 metri s.l.m con una copertura a terrazza ricoperta di catrame,che puntualmente con il passare degli anni il vento aveva strappato via. Comunque era bello dormire lì,avevo la sensazione di essere proprio nel mezzo del diluvio, di sfidarlo standomene però al calduccio sotto le coperte. Mi sentivo immortale ed invincibile, nemmeno il temporale più apocalittico mi poteva bagnare … ero un Dio e Cesira, la più bella della classe,mi guardava con gli occhi che tracimavano amore! Inoltre, col tempo,facevo assumere alle gocce di pioggia i connotati di note musicali. Mi mettevo ad ascoltarle e associavo il loro cadenzato cadere al ritmo di qualche canzone che mi frullava per la testa,insomma amavo le notti di tempesta,le avevo sempre amate e non capivo cosa mi stesse succedendo in quella indecifrabile tempesta lombarda. Poi all’improvviso un raggio di conoscenza ultraterrena squarciò il mio intelletto e nuovi lidi si aprirono nel mio maestoso cervello! Finalmente capii …era solo e soltanto colpa sua! Colpa di quel maledetto manichino-donna e del suo fondoschiena formoso!

Incominciai a vederlo stagliarsi nella camera. Lo vedevo passeggiare sinuoso,lo vedevo sedersi provocante,lo vedevo danzare leggiadro,addirittura che si fumava una sigaretta intera con un solo “tiro”!poi, improvvisamente,assunse connotati mistici. Lo vidi infatti sorgere dai piedi del letto e,come un immenso sole tentatore,irradiare la camera con i raggi della sua profonda carnalità. Distinguevo chiaramente il vestito rosso in cui era fasciato sorretto da quelle gambe lunghe e flessuose che, come pendii di una montagna sacra,accompagnavano quella luce a valle,dove io ero sdraiato, ancorato, ipnotizzato ad ammirarlo. Improvvisamente il tintinnio della pioggia mi entrò come una frustata nel cervello assumendo il ritmo di una poderosa penetrazione …. mi accorsi, impotente, che stavano facendo l’amore proprio lì, sul mio letto,affianco a me, proprio loro:il selvaggio Dio della pioggia ed il Sedere dalla Luce Divina!

Mi alzai di corsa in preda all’agitazione ed istintivamente corsi alla finestra del salonecon l’incosciente speranza di rivederlo. Guardai il marciapiede sezionandolo centimetro per centimetro ma…niente! Non sapevo cosa fare….. il rumore della pioggia non accennava a diminuireanzi lo sentivo chiaramente crescere a dismisura nella mia testa,quindi dedussi che nella mia stanza,sul mio letto,le forze primordiali dell’Universo stavano continuando a produrre latempesta perfetta. Dovevo assolutamente fare qualcosa,non riuscivo a convincermi che quel fondoschiena non fosse più sul marciapiede ad aspettarmi. Tornai alla porta della camera,poi di nuovo indietro,tre giri intorno al tavolo ed ebbi l’illuminazione:decisi di uscire a controllare!

Infilandomi le scarpe ed un soprabito,afferrai le chiavi e chiudendomi dietro la porta scesi silenziosamente (trattenevo il respiro) di corsa le scale.Avevo raggiunto il portone,allungai le mani per aprirloquando mi ricordai di aver dimenticato le sigarette! Respirai come a voler inglobare la stratosfera e, riempiendo i polmoni d’aria , risalii velocemente le scale,aggredendo gli scalini due per voltaed arrivato stravolto davanti alla porta …. mi ricordai che avevo deciso di smettere! Fui tentato di rientrarema niente,feci nuovamente il pieno d’aria e sempre trattenendo il respiro per non far rumore, scesi a tutta velocità le scale proiettandomi all’esterno. Respirai profondamentementre la luce dei lampioni disegnava proiettili liquidi che crivellavano l’asfaltoin un brutale bagno di sangue trasparente. Iniziai a percorrere il tragitto che alcune ore prima quel Sole Rosso aveva percorso,lo feci con la massima attenzione possibile … ed improvvisamenteincominciai ad immaginarlo davanti a me, anzi penso che lo stessi vedendo davvero! Era bellissimo!

Lo seguivo ipnotico,poi lui mi vide e sorridendomi malizioso iniziò a correre. Povero illuso, pensai! Non avrei mai mollato,mio nonno non me lo avrebbe mai perdonato!Scattai deciso in avanti,non mi sarei mai fatto seminare!Ebbi il sospetto che un altro me,un altro Achille Morasi (è il mio nome,dopo faremo le presentazioni di rito ora sono troppo impegnato …. scusatemi, sono sinceramente mortificato ma potrei perdere il contatto!),stesse guardandomi da dietro le finestre e girandomi, istintivamente alzai il dito medio;“Stupido Idiota!Non sai cosa ti stai perdendo!”.Lo inseguivo sotto la pioggia sentendomi fiero e ridicolo e,senza rendermene conto,mi ritrovai in una strada completamente al buio … fu un brusco risveglio! Era misteriosamente sparito, doveva essere una trappola! Iniziai a guardarmi intorno sospettoso,ero convinto che un brutale omicida fosse annidato nelle tenebrepronto a sventrarmi. Decisi di tornare indietro … camminavogirandomi continuamente a controllare che nessunofosse alle mie spalle,poi la sentii arrivare, la sentii farsi largo con lo strapotere di una immensa valanga …. la paura! Come fosse un oscuro serpente,iniziai a sentirla strisciare lentamente nello stomaco,a farsi largo sulla pelleprovocandomi un gelido formicolio,la pioggia intanto continuava a cadere incessante. Iniziai ad aumentare il ritmo del mio camminare uniformandolo ai battiti del cuore,poi il serpente fuoriuscì sibilando furioso dal mio orecchio e … cominciai a correre!

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Gianni Mastroianni
Mi chiamo Gianni Mastroianni, sono nato il 04/09/1976 a Lagonegro (PZ) dove vivo con mia moglie Cesira e i miei due figli.
Ho conseguito il diploma da geometra, ed ho sempre coltivato la passione della lettura e della poesia, tra i miei autori preferiti ci sono Bukowsky, Fante e Hemingway. Amo la natura e fare attività fisica. Ho lavorato come ispettore di cantiere.
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