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In Absentia

In Absentia
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Consegna prevista Luglio 2023

In Absentia è un lungo percorso di presenza, dove la vita e la morte, rincorrendosi nei vuoti lasciati l’una per l’altra, cercano il modo di co-esistere nel doloroso travaglio vissuto da Richard dopo la morte di Nora. Il romanzo, pur nella brevità delle sue pagine, racconta il dilatato tempo di una coscienza, – quella del professore di arte drammatica, Richard W. – che vuole restare ancorata al nitido e mai sbiadito ricordo del suo amore perduto.

Dopo aver visto una donna identica a sua moglie, due anni dopo la sua morte, Richard deve scoprire cosa si cela dietro quel misterioso incontro e farà di tutto per ritrovarla.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro nasce dall’unione di due tensioni, quella misterico-psicologica e quella filosofico-spirituale, in una dualità che cerco di superare sia a livello stilistico che concettuale attraverso il protagonista. Richard è un uomo che affronta la vita senza speranza per il futuro ma tutto rivolto al passato. Il suo cammino è quello di ogni uomo sulla strada dell’accettazione di una verità più ampia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

2

Al centro della città c’era una bisca chiamata Golden Age, nella quale dal lunedì al venerdì i peggiori giocatori di carte della zona si riunivano per liquidare gli stipendi, solo per sottrarli alle mogli e dar loro delle pene. Il locale si trovava dietro ad un ristorante cinese, come da miglior pellicola gangster, e il proprietario, un certo Philippe, un ebreo mezzo francese e mezzo inglese, credeva davvero di essere un pezzo da novanta. Il sabato e la domenica, invece, mentre i pessimi giocatori venivano menati dalle mogli, i professionisti avevano le loro partite ed i loro tornei. Il poker all’italiana andava fortissimo. Quel sabato, al tavolo più alto c’erano, in mezzo ad un pubblico ridotto ma appassionato, cinque uomini e un mucchio di soldi. Alle ore diciannove e venti, Peter McCoy aveva deciso di suicidarsi puntando tutto su una mano di bluff. Il suo braccio era fermo, la sua mano decisa e il suo sguardo fulminante mentre spostava cinquemila sterline al centro del tavolo. In gioco c’erano due squali, il primo dei quali, un turco, guardò Peter per cinque minuti prima di passare, mentre il secondo, inglese, chiamò subito e mise altre cinquemila sterline sotto gli occhi allucinati degli altri.
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«Non ho un cazzo» disse Peter, poi l’inglese gli aprì un ventaglio di quattro regine e Peter si alzò in piedi, sbiancando.
«Hai bisogno di un bicchiere d’acqua Pete, li hai i soldi?» sbottò uno ridendo e tutti lo seguirono a crepapelle. Poi si fece più sfacciato e gli porse cinque sterline. «Vai a spararti, Luca» lo silenziò questi e uscì attraversando il ristorante. Mentre camminava, i cuochi cinesi lo osservarono sudati come lottatori di sumo in spiaggia e ridacchiarono anche loro. Fuori pioveva, la giornata non poteva essere peggiore per Peter, le macchine sfrecciavano davanti a lui, incuranti della sua persona. Si avviò verso la macchina scansando due gatti in calore che si seguivano in un bugigattolo, estrasse le chiavi, entrò in macchina e mise in moto. Ovviamente la benzina era quasi terminata ma riuscì ad arrivare a casa appena in tempo per prendere il telefono e comporre il numero di Richard. Il telefono squillò tre volte: «Richard, mi dispiace avvertirti dieci minuti prima ma so che mi perdonerai»
«Che hai combinato?» rispose una voce delusa. «L’ho fatto di nuovo» rispose Peter, nella sua voce c’erano molte inflessioni diverse che non si capiva se fosse triste, esilarato o imbarazzato. «Ma cosa c’è di male nella tua vita da portarti a complicarla così tanto?» rispose l’altro. Ci furono alcuni sospiri, poi una risposta: «Forse è proprio questo il problema, non c’è niente di male nella mia vita e cerco emozioni forti per ammalarla. Comunque adesso devo avvertire le ragazze, ci sentiamo Rick». Entrambi gli uomini chiusero la chiamata e dissero la stessa parola, Peter gettandosi sul letto e Richard allentandosi la cravatta.

«Tesoro, perdonami. Ti prometto che ne varrà la pena. E poi ho promesso al mio amico Richard di presentarle la tua amica, non deve pagare lui per le mie colpe. Non deve pagare la tua amica che perderebbe l’occasione di conoscere un uomo fantastico». Con queste parole Peter tentava disperatamente di riallacciare il rapporto con Theresa, la bella avvocatessa figlia di un uomo d’affari, ma della cui ricchezza a Peter non importava sinceramente, essendo interamente attratto dal suo corpo. La ragazza alternava sospiri infastiditi a frasi del tipo: «Peter, non ho tempo di ascoltarti», e lui rispondeva «dovevi uscire con me tesoro, certo che hai il tempo di ascoltarmi». La cosa andò avanti per alcuni minuti finché lui ebbe ciò che voleva, ossia una seconda possibilità. La chiamata era ancora aperta dall’altra parte quando Peter emise un fragoroso Sì! che sanciva l’unica gioia della sua giornata. In tutto questo tempo un cane color legno, con una macchia bianca sulla fronte, aveva grattato la porta per attirare l’attenzione. Peter andò subito ad aprire e il cucciolo entrò saltando sul letto. Non voleva mangiare né tantomeno giocare, aveva solo avvertito dalla distanza, come solo i cani e i veggenti sanno fare, che il suo amico aveva bisogno di compagnia e che anche un semplice scodinzolare avrebbe creato la vibrazione necessaria a smuovere il suo cuore pesante.

La settimana seguente, comunque, la tanto bramata cena si tenne, bramata per Peter si intenda, mentre gli altri non erano così entusiasti: Richard per natura, Theresa per ripicca ed Eleanor per imbarazzo. Peter passò alle otto come aveva promesso, ma con una settimana di ritardo, poi andarono insieme a prendere le due ragazze. Quando Richard aprì la porta, Peter vide davanti a sé un uomo in abito spezzato, con pantaloni cachi e camicia bianca, una cravatta di seta blu notte e una giacca dello stesso colore. Peter fece un tiro alla sua sigaretta, poi sorrise espirando e la spense su un muretto, poi unì pollice e indice formando uno zero e slanciò il primo dito facendo planare il mozzicone in casa di Richard. Ricevette indietro un: «Sei un idiota». Poi i due uscirono dal cancelletto di legno che Richard aveva costruito due mesi prima, saltarono in macchina e ronzarono intorno alla città fino alla casa di Theresa, che era una villa come non se ne erano mai viste prima.
«Cambio di programma, ci fermiamo qui» disse Peter, «ehi bellissima, non ci mostri la casa?» e andò con passi da ballerino a porgerle la mano mentre lei scendeva da una scalinata senza fine. Dietro, una ragazza carina ma un po’ goffa, la seguiva con reverenza. Non era meno bella di lei ma credeva di esserlo molto di meno, era sicuramente meno appariscenze e più naturale, una di quelle bellezze che si possono ignorare o amare infinitamente. Alle spalle di questo spettacolino tra due dame e il loro giullare, c’era un enorme… villa? No, era più un castello, o meglio si situava a metà tra un campidoglio e una magione in campagna. Dentro sembrava ci fosse una festa. Dalle finestre di granito si poteva scorgere il padre dell’avvocatessa, un uomo paffuto, in bretelle e panciotto, con un baffo settecentesco. L’uomo stava parlando con alcuni ospiti e reggeva nella mano carnosa un tipico bicchiere da whisky, mentre con l’altra intratteneva la sua compagnia. Quando Peter salì le scale per accompagnare giù Theresa, egli volse lo sguardò alla finestra e perse per un momento il filo del discorso. Poi si ricompose. Quando furono giù, Richard si presentò con un sorriso e strinse i suoi occhi neri come faceva di solito quando esprimeva gioia. Da un po’ di tempo non si vedeva quella smorfia genuina, le narici dilatate sulle labbra semiaperte. Poi si spazzolò i capelli con la mano sinistra, cosa che faceva molto spesso, si grattò per abitudine dietro la nuca e con la mano destra si presentò alle due, la prima in abito rosso e scarpe aperte, la seconda, colei che era deputata ad accompagnarlo, in un vestito nero e sandali eleganti con piedi molto curati. Era bionda, mentre l’amica aveva lunghi capelli castani. Le due coppie entrarono nella berlina rossa di Pete e dopo venti minuti arrivarono a destinazione.
Il ristorante si trovava sul corso principale, una strada intitolata ad una regina sanguinaria. In passato era stato un cinema, uno dei primi, e per numero di posti il più grande. Aveva infatti più di mille seggiole, un record assoluto non solo per quella regione ma per tutto il paese. Poi, un sindaco ortodosso, ideologicamente manicheo, aveva deciso, dopo una serie di pellicole che trattavano tematiche a lui sfavorevoli, di firmare un contratto illegale con una grossa catena di ristornati e di spedire il più velocemente possibile quella storica sala, quell’antico teatro di pietra, sotto strati di cemento armato. Non solo, il posto necessario al ristorante era minore di quello occupato dal cinema e quindi almeno un terzo di quell’enorme sala era stata smantellata per svago, le sedie erano state smontate e disperse nella discarica della zona industriale, e dove prima si poteva godere il tremendo spettacolo di un vampiro che spaventava a morte un prete divenuto sindaco, ora vi erano labbra che sputavano, mascelle che si agitavano convulsamente tra spiedini di pollo e nouvelle cuisine. Uomini sovrappeso ruminavano in continuazione, era un locale d’alta classe ma coloro che vi andavano a mangiare erano le solite persone di sempre; il mondo si modernizza, si ingentilisce, si ricopre di nobili drappi di seta ma sotto di esso ci sono uomini usuali con bisogni usuali, ataviche speranze e fuggevoli aspettative. Tutto il resto è solo costruzione fittizia.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Tiziano Rosano
Amo la letteratura in numerose espressioni e sono egualmente attratto da filosofia, narrativa e saggistica. Insegno di giorno, scrivo la sera e divido il tempo restante tra sport, musica e cinema. Mi piacciono le cose semplici e i pensieri complicati, gli animali, gli scacchi, la pizza e la mitologia.
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