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In ogni mio battito

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La vita di Angel non è mai stata facile. Fin dalla nascita ha dovuto fare i conti con l’abbandono di una madre che non l’ha mai desiderata, cercando di riempire quel vuoto con l’amore di suo padre Edoardo.

Le giornate scorrono nella monotonia, ma all’improvviso la sua vita cambia drasticamente: dopo un gravissimo incidente in moto, insieme a suo padre, si ritrova da sola e senza certezze. Si trasferirà a Brighton, nella casa che era stata di sua nonna, per ricominciare a vivere e trovare quella tranquillità perduta. Qui incontrerà Thomas, che riuscirà a darle la forza e il coraggio per rispondere a una domanda che la tormenta ogni giorno: “Che fine ha fatto mio padre?”.

PROLOGO

«Non vado via, resto!» disse mio padre mentre percorrevamo la strada di campagna.

Quella frase, quelle piccole parole pronunciate con un filo di voce, risuonavano nelle mie orecchie. Di continuo.

Senza neppure fermarsi, facevano così male, che sembrava che il mio cuore stesse per frantumarsi. È assurdo come qualcosa possa entrare dentro. Nell’anima. Possa attraversare il corpo, fino a raggiungere l’ultima parte di te.

Mio padre pronunciò quella frase guardandomi nei grandi occhi che mi ritrovavo, fragili e doloranti. Mi aveva appena rassicurata…

Mi aveva appena promesso che non sarebbe mai andato via. Via da me.

Via dalla mia vita.

Via da quel che restava dell’esistenza di una piccola ragazza dal nome Angel. Eppure… era sparito.

Ho sempre amato mio padre più di me stessa e non avrei mai voluto che qualcuno o che qualcosa lo portasse via da me.

Ma a volte la vita ti mette davanti a scelte dove, alla fine, non hai nessuna possibilità di scegliere.

Dove ti ritrovi costretta ad accettare ciò che ti viene servito sopra un piatto d’argento. Come a dire “Prego, mangia pure. Hai solamente questo”.

Non puoi ritirarti dalla partita, vai avanti ugualmente. Con sofferenza magari, con angoscia, malinconia e disprezzo per qualsiasi cosa ti si presenti davanti successivamente.

Bene.

Più o meno nella mia vita accadde questo, ma non ebbi il tempo di rendermene conto. Dovetti accettare qualcosa che non avrei mai voluto accettare. Qualcosa che la vita, la mia bellissima vita, non doveva di certo presentarmi.

Arriva, però, il punto in cui ti rendi conto che non puoi dargliela vinta, devi guardare il nemico dritto negli occhi e continuare la partita.

Lottare, svegliarti, per riprenderti ciò che è tuo, e io imparai molto presto questa amara lezione di vita.

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CAPITOLO UNO 

Angel

Mancava poco al mio compleanno e finalmente sarei potuta partire con mio padre.

Avevo prenotato e progettato il viaggio con il suo aiuto. Niente festa, niente amici, niente regali superflui, niente circostanze imbarazzanti e niente di tutto ciò che accompagna una festa di compleanno.

Insomma, non feci come tutte le mie compagne di scuola che per i loro compleanni organizzavano feste da urlo. Non si preoccupavano di spendere tutte le entrate della famiglia in locali super alla moda con viste mozzafiato e luci che rendevano le stanze vere e proprie discoteche notturne. Per non parlare dei vestiti. Ho visto sfoggiare ad alcune conoscenze vestiti da migliaia di euro che sicuramente avrebbero sfamato una comunità intera. Ad arricchire le feste, ovviamente, non potevano mancare open bar (con tutti i tipi di alcol), cibo in quantità industriali che variava dal sushi allo street-food. Aggiungiamo anche i DJ più famosi della città e per finire una mega torta, che sarebbe avanzata anche per il compleanno successivo.

Uno spreco e ostentazione del lusso senza eguali.

Scelsi molto volentieri di andare in viaggio con lui, un uomo dalle mille sfaccettature e dalle mille risorse. Così era mio padre Edoardo, il proprietario della più importante azienda di tessuti del tempo. Aveva costruito tutto con le sue mani, con il suo sudore.

All’età di dieci anni, spesso salivo sulle gambe e lui mi guardava diritta negli occhi dicendomi “Oh, mia Angel!” e seguiva un abbraccio caldo e amorevole.

Ogni volta stavamo l’uno nelle braccia dell’altra per vari minuti. E io potevo sentire una lacrima bagnare la maglia che indossavo.

Quando quel momento di dolcezza terminava, Edoardo iniziava sempre a raccontarmi la storia della sua attività. Iniziava col raccontare del nonno e delle sue origini inglesi, a cui non aveva mai rinunciato. Continuava col dirmi quanto lui amasse i suoi genitori e di quanto fosse stato difficile il viaggio verso la Sicilia. E anche per questo motivo Tom – questo era il suo nome – appena aveva un attimo libero prendeva uno zaino e partiva con la nonna per Brighton, per passare qualche settimana nella loro vecchia casa. Insomma, era una forza della natura e negli occhi di mio padre si percepiva quanto bene gli avesse voluto, soprattutto perché lo aveva aiutato e aveva sempre creduto in lui. Vedeva un futuro nel figlio e mi raccontava quanto lo avesse sostenuto nonostante la malattia. Aveva continuato a seguirlo finché, una volta avviata l’azienda, era andato via. La malattia aveva avuto la meglio, ma il nonno Tom senza dubbio aveva vinto. Aveva vinto il suo grande e responsabile figlio.

Come meta scelsi Vienna, una città rimasta sempre nel mistero per me. L’incantevole bellezza della città mi affascinava e mi rilassavo al pensiero della candida neve che scendeva sui monumenti più belli.

Aspettavo da tempo il giorno del viaggio e, più che mai, ero convinta che saremmo riusciti a partire. Non immaginavamo potesse esserci nessun impedimento, né lavorativo né di alcun tipo. Assolutamente.

Questo viaggio rappresentava una valvola di svago, di amore e complicità. Mio padre voleva che stessi veramente bene.

Voleva allontanarmi per una volta dai pensieri negativi che, inevitabilmente, colpiscono una ragazza della mia età e voleva dimostrarmi che prima di tutto venivo io per lui. Non il lavoro. Non gli amici. Non le donne, ma sua figlia.

Oltretutto, mi aveva cresciuta da solo e senza la presenza di una donna accanto; sicuramente aveva paura di restare nuovamente bruciato, scottato da ciò che forse, diciotto anni fa – quando nacqui –, lo devastò.

In quanto a me, be’, non ebbi mai l’onore di conoscere mia madre. Non ebbi mai la “fortuna” di guardare negli occhi la donna che ingenuamente chiamavo “super mamma”.

Una donna che sicuramente non poteva essere definita tale.

Era andata via da me, mi aveva abbandonata dopo il parto. 

Non mi voleva. 

Non voleva crescermi.

Non voleva cullarmi per farmi dormire.

Non voleva darmi da mangiare quando avevo fame.

Non voleva asciugarmi le lacrime o aiutarmi ad allacciare le scarpe. 

Non voleva sgridarmi o prestarmi i primi trucchi.

Non voleva insegnarmi a essere cortese e raffinata come una brava ragazza. 

Non voleva vedere sua figlia prendere il diploma e diventare grande.

Non voleva vedere la sua bambina sposarsi e diventare mamma. Non voleva esserci, non voleva vivermi.

L’argomento “mamma” fu sempre un tasto dolente per la piccola me. Qualcosa di veramente doloroso e che all’età di cinque o sei anni non sai spiegarti e tantomeno giustificare.

I bambini della mia classe di infanzia mi prendevano in giro, ma sono sempre stata un tipo davvero forte nonostante fossi alta quanto un nanetto da giardino. Così, ogni volta che provavano a chiedermi perché non avessi la mamma all’uscita della scuola ad aspettarmi, rispondeva che avevo una super mamma.

Raccontavo che mia madre era sempre in viaggio. Lontano da me e da suo marito.

Spiegavo, fantasticando, che era in giro per lavoro. Portava i capi d’abbigliamento – che l’azienda di papà produceva – in giro per i Paesi più poveri. Per i bambini che, a differenza loro, non potevano permetterseli.

Loro mi guardavano con aria ammirevole e così riuscivo a passare il resto della giornata come la figlia della super mamma.

Nonostante la mia folle ingenuità, ero perfettamente consapevole del fatto che l’unica cosa di buono che mia madre avesse fatto nei miei confronti, era quella di avermi messa al mondo.

Niente di più, niente di meno.

Lei era una donna che non esisteva, motivo per cui la mia non era di quelle madri che ti portano a fare shopping, a mangiare un gelato o dal parrucchiere. E non era nemmeno una di quelle che dopo la riunione scolastica diceva “Ho la figlia più brava al mondo!” e continuava così per tutta la giornata.

Lei non mi avrebbe mai ascoltata e tantomeno mi avrebbe amata come una madre fa.

Era andata via e con lei quella briciola di speranza che ogni figlia abbandonata custodisce nel profondo del cuore.

Nei miei sogni mi chiedevo sempre se mia madre avesse avuto una reazione positiva alla scoperta di essere incinta. Ma per quanto fantasticassi, non avrei mai potuto sapere se quel giorno fosse stata talmente felice per il mio arrivo al punto di cantare, ballare e ridere da sola per casa.

Non avrei mai potuto sapere se l’euforia e l’attesa nel dirlo a Edoardo la divoravano, rendendola nello stesso tempo radiosa. Rendendo quel giorno il più bello della sua vita.

Di sicuro come madre aveva vinto. Come donna aveva vinto.

Era riuscita ad avere dentro il suo grembo un piccolo ammasso di cellule di DNA, pronte a svilupparsi se solo Dio avesse voluto.

Nel mio piccolo mi ero sempre immaginata una donna, la mia mamma, che preparava una cena particolare per la bella notizia da dare a papà. Magari con anche una di quelle candele profumate, accesa al centro del tavolo.

Immaginavo sempre che avesse cotto il brasato, lasciandolo in caldo. E poi che avesse apparecchiato la tavola. Chissà, magari con una tovaglia di colore marrone da mettere sul tavolo. Elegante, importante come la situazione.

Nei miei sogni erano presenti anche delle posate in argento puro e bicchieri del servizio della nonna.

L’atmosfera sicuramente era di quelle perfette, come lei.

La immaginava bellissima, ma con una luce in più negli occhi, data dalla gravidanza.

Una donna dai lineamenti perfetti, le labbra fine al punto giusto, gli occhi castani e profondi. La volevo immaginare anche bella dentro. Una di quelle persone che ama aiutare gli altri e soprattutto rendersi disponibile.

Successivamente, sognavo che mentre si dava un’ultima occhiata allo specchio, papà bussasse alla porta. Immaginavo che espirando facesse un sorriso e poi dritta alla porta dove, una volta aperta, restavano fermi a guardarsi. Lei guardava lui. Lui guardava lei.

Volevo concedermi anche il lusso di immaginare che mia madre dicesse a papà che dentro la sua pancia c’era un puntino. Una piccola macchiolina che sarebbe diventata la loro bambina. La loro gioia e il loro orgoglio.

Concludevo la mia bellissima illusione della famiglia perfetta con Edoardo che, guardandola nuovamente, si avvicinava dandole un bacio. Un bacio bello, uno di quelli veri e pieni di amore. Un bacio che mia mamma sicuramente avrebbe ricordato per sempre.

Questo era l’esatto copione che ogni sera mi riproponevo, studiavo e utilizzavo per farmi male inconsciamente.

Copione che dai dodici fino all’inizio dei diciassette anni mettevo in scena nella mia testa aggiungendo di volta in volta qualche dettaglio, qualche lacrima.

Ma, alla fine, speravo di dare un senso a ciò che mi era accaduto e cercavo di colmare un vuoto che non sarebbe mai stato riempito. Un vuoto che, nonostante tutto, sarebbe rimasto tale.

2022-04-19

Aggiornamento

Ebbene si! Abbiamo raggiunto le 200 copie e io non posso che esserne estremamente felice e grata. Grazie a tutti, per davvero. Fin da bambina sognavo questo momento e ora, eccoci qui. Ovviamente il viaggio è appena iniziato e io non vedo l'ora di portarlo avanti insieme a tutti voi. Io sono pronta e voi?
2022-02-10

Aggiornamento

Abbiamo superato il 30% e non posso che dire grazie. La strada ancora è lunga, in salita, ma i feedback che mi arrivano in merito al romanzo, mi rallegrano. Quindi forza, possiamo farcela, Angel e Thomàs hanno bisogno di voi. A presto!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Storia particolare e coinvolgente, a tratti commovente. Da leggere assolutamente😍

  2. Margot Luna

    Angel e Thomas travolti da un grande amore, amore puro, eterno amore, un amore che muove il filo della vita, quell’amore che ti fa’ trovare la forza anche nei momenti bui… la storia di Angel e Thomas appassiona, non è assolutamente noiosa e da leggere assolutamente!

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Maria Siino
Nasce nel 1997 in Sicilia. Si laurea in Comunicazione nel 2020 e frequenta la magistrale in Marketing e comunicazione di impresa presso La Sapienza. Appassionata del mondo vitivinicolo, si occupa di comunicazione nel medesimo settore. “In ogni mio battito” è il suo primo romanzo.
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