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In punta di piedi

In punta di piedi
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Consegna prevista Agosto 2023
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Il desiderio di una vita felice, costellata da amore, successo e realizzazione personale, ci spinge spesso a maturare una visione distorta della realtà: a partire da coloro che ci circondano, fino a giungere a noi stessi.
È quello che sperimenta Diego, reduce da un duro confronto con la tragicità della realtà.
La narrazione è un’immersione in tematiche sociali di rilievo, trattate con il giusto peso ma con un approccio che resta fresco e giovanile.
Bari, nei suoi luoghi più peculiari, è la colonna sonora di una storia che farà sognare assieme al protagonista.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché Diego, Bianca e Flaminia esistevano nella mia mente prima ancora che decidessi di raccontare le loro storie: hanno preso vita fra le righe dei miei pensieri, alimentando il desiderio di farli conoscere anche a chiunque avesse il piacere di immergersi nel loro mondo.
Questo libro è importante perché vive fra le strade della mia città, nasconde le mie debolezze ed i miei sogni.
Un frammento della loro creatrice è rimasto intrappolato fra le pagine del loro vivere.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Le ore scorrono veloci nella prodigiosa Accademia Esmeralda e, mentre gli ultimi alunni si riversano ordinatamente al di fuori del portone principale, l’inconfondibile odore delle serate primaverili aleggia vorticosamente nell’aria circostante. A seguito dell’incidente che gli aveva fatto perdere l’udito ed uno dei suoi affetti più cari, Diego aveva imparato ad affinare tutti gli altri sensi, primo fra tutti l’olfatto.

Ama la primavera per quella sua fragranza raffinata, capace di infondergli il senso di rinascita tipico di quella stagione. Come gli alberi in fiore, anche lui vorrebbe lasciarsi alle spalle l’inverno, che attanaglia la sua anima. È troppo tempo che il suo cuore attua un meccanismo di difesa, contro il gelido approccio di chiunque si relazioni con lui.

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I ciliegi in fiore erano lo spettacolo che più amava da bambino: le fitte sfumature di rosa, ad un passo dal cielo azzurro, sono il ricordo più bello dei suoi primi anni di vita. Le urla delle sorelline più piccole, che si rincorrevano lungo i prati rigogliosi, il fruscio del venticello che scompigliava le chiome ordinate. Le risate di mamma Licia seduta sulla panchina, mentre papà Michele le adornava i ricci neri con fiori appena colti. La purezza di un mondo ancora intriso di suoni, improvvisamente dissolti nel nulla, come la vita di suo padre.

Dopo aver chiuso le porte della scuola di danza, Diego ripercorre il tragitto verso casa con fare melanconico. La vita scorre veloce attorno a lui, rumorosa e caotica, anche se tutto gli sembra tacere. Quel profumo continua a riportarlo indietro nel tempo, fra gli alberi in fiore e le braccia di suo padre. Un nodo allo stomaco sale fino alla gola, stringe forte tanto da fargli mancare il fiato. Le lacrime agli occhi e la salivazione aumentata, all’improvviso un forte bruciore gli scoppia nel petto. Il respiro si fa affannoso e la voglia di urlare il suo dolore torna a fare da padrona.

Succube della sua solitudine, Diego decide di accomodarsi per qualche minuto su una panchina da poco libera sul lungomare. Le gambe sembrano cedere al peso della sua sofferenza. Dopo essersi finalmente accomodato con il viso rivolto verso il mare, lascia che il suo sguardo si perda nell’infinità dell’orizzonte. Adesso, il profumo della primavera è fuso con quello del mare.

– “Vorrei tanto che fossi ancora qui con noi, papà. Da quando sei volato via mi sento perso. Il silenzio della realtà in cui mi sono risvegliato, dopo il nostro incidente, mi terrorizza a volte. Gli anni scorrono inesorabili ed il vuoto che hai lasciato si trasforma, sempre più velocemente, in un buco nero capace di fagocitare qualsiasi stralcio di felicità. Ho paura, sai? Perché i giorni si rincorrono frettolosamente ed i ricordi che ho di te si sbiadiscono sempre più rapidamente. Io mi sforzo, te lo giuro. Mi sforzo di chiudere gli occhi e lasciare che il tuo volto mi appaia vivido, eppure non accade più. Come granelli di sabbia nel mare, i dettagli che cullavano il mio cuore iniziano a perdersi nella vastità del nulla.” – Le parole si avvicendano rapide nella sua mente, come un fiume in piena pronto ad esondare. Gli occhi, prima rivolti verso il mare nel tentativo di carpirne la serenità, sono adesso direzionati sul pavimento. Le mani intrecciate nervosamente, gli avambracci appoggiati sulle gambe divaricate. Il cuore in pezzi, come un puzzle da ricomporre senza sapere da dove partire.

La decisione di tornare a casa, il prima possibile, sembra essere l’unica via di fuga dal turbinio della negatività. Incamminandosi in direzione di Corso Cavour, per raggiungere la sua casa al civico 160, Diego incorre in un frammento di vita di una bambina e della sua mamma.

La donna, con un sorriso amorevole, stringe la mano della piccola osservandola compiaciuta: due codini ribelli ai lati del capo, adornati da vistosi fiocchi rossi, nell’unica mano libera un palloncino a forma di cuore ed una risata contagiosa che, pur non potendone percepire il suono, strappa un sorriso anche al giovane dal cuore affranto. L’ingenuità di quell’età è un ricordo ormai lontano, sbiadito come appare il volto di papà Michele nella sua mente. Diego continua il suo cammino, spostando pensieroso lo sguardo nel vuoto dinanzi a lui. Improvvisamente avverte un tocco ripetuto sul fianco sinistro. Il suo passo cadenzato arresta repentinamente l’avanzata verso casa: il giovane china lo sguardo e, al suo fianco, scorge nuovamente quella bambina dall’aspetto spensierato. Lo guarda sicura di sé, con la testa totalmente rivolta verso l’alto ed un braccio diretto al cielo a sfiorare il viso del giovane receptionist. Nella mano, stretto con forza, il palloncino ad elio.

– “Sei sempre così triste?” – Il labile è leggermente confuso, ma Diego è divenuto ormai abile nel percepirlo, stando continuamente a contatto con i numerosi bambini dell’Accademia Esmeralda.

– “E chi ti dice che io sia triste?”- le risponde divertito Diego.

– “La scusi tanto, purtroppo i bambini non hanno freni inibitori. Questo potrebbe essere un problema, soprattutto a contatto con gli estranei, che spesso non gradiscono la loro spontaneità.”- La mamma della piccola interviene velocemente, pronta a scusarsi per l’osservazione con lo sconosciuto. – “Dai Giulia, andiamo via. Abbiamo disturbato fin troppo il signore”-, continua rivolgendosi a sua figlia.

– “Non si preoccupi, amo la loro ingenuità. Lavorando a contatto con tanti bambini ho la fortuna di esserne abituato.” –

Il sorriso educato della donna è interrotto da un’ulteriore osservazione della bambina: – “io sarò spontanea, ma tu sei triste. Tieni, prendi il mio palloncino: un cuore sano come questo può aiutarti a curare il tuo. Con me funziona sempre quando sono triste.”- Lasciando il palloncino nella mano incredula di Diego, la piccola Giulia continua la sua corsa lungo le strade baresi, seguita immediatamente dalla giovane mamma gentile.

Diego riprende il suo cammino, concentrato sull’attorcigliare il nastro del palloncino fra le dita. È divertito, ma nello stesso tempo stupito per quanto appena accaduto. Riflette sulla scena appena vissuta e pensa che la sensibilità dei bambini, la loro capacità di percepire gli stati d’animo degli adulti e la loro genuinità dovrebbero essere doti permanenti, capaci di caratterizzare gli adulti nei quali si trasformeranno.
– “Se solo ne fossimo dotati anche noi” -, continua a ripetersi, – “vivremmo in un mondo migliore. Siamo tutti concentrati su noi stessi, così focalizzati sul nostro benessere da ignorare chi ci sta attorno. Abbiamo la presunzione di dover insegnare tutto ai bambini che cresciamo, a volte, dovremmo fermarci e comprendere quanto sia importante imparare da loro. Viviamo ogni giorno con frenesia. Ci affatichiamo nel tentativo di correre più veloci del tempo, senza fermarci ad assaporarne il suo passaggio. Loro, al contrario, possiedono la chiave della felicità: sanno vivere il presente, senza pretendere nulla dal futuro.”-
Il cigolio del portone si fa sentire, ripercuotendosi con una vibrazione che giunge alla mano di Diego. Un blackout improvviso oscura il mondo contorto dei suoi pensieri. Se la tranquillità avesse un profumo, sicuramente sarebbe quello.
Tornare finalmente a casa è una sensazione che gli accarezza il cuore sin da quando era un bambino ma, in giornate come questa appena trascorsa, non può che rappresentare il massimo livello di serenità.
Sistemato con cura il palloncino all’ingresso, quasi a voler rendere onore al gesto gentile della piccola Giulia, Diego corre nel suo studio, raggiungendo il soppalco dalla scala a sinistra della porta di accesso. Sul cavalletto, ancora ben in vista il lavoro mai ultimato del mese precedente.
– “Questa volta non posso permettermelo.” – la voce, nella mente del giovane ragazzo, si fa sempre più incalzante – “Concentrati. Fallo per tuo padre. Cosa penserebbe se sapesse che suo figlio non sia più capace di trasformare uno schizzo in una nuova opera?”-
Accantonato il vecchio lavoro, Diego posiziona la nuova tela sul cavalletto in legno di pino. Le mani si muovono sicure, avvicinando al ragazzo tutto il necessario per partire da zero. Seduto rigidamente sullo sgabello, Diego fissa il bianco dinanzi a lui, quasi a volerci focalizzare in anticipo il suo prossimo lavoro. Chiude gli occhi e prova ad immaginare qualcosa che possa essere degno di nota: un particolare, un ricordo, una fragranza convertibile in colore. La mano destra stringe nervosamente il carboncino per lo schizzo: trema, esattamente come il suo cuore, refrattario all’idea di poter incorrere in una nuova sconfitta. Gli occhi chiusi divengono adesso serrati, pronti a rincorrere i pensieri che si susseguono tormentati. Un senso di sconforto sembra assalirlo d’improvviso.
– “Non ci posso credere.”- L’urlo di Diego risuona fragoroso fra le mura solitarie, pur non potendo essere da lui stesso udito. – “Perché non ci riesco più? Perché è diventato tutto così difficile?” – Il bianco della tela è esattamente come Diego in quel momento: ricco di infinite sfaccettature di colori meravigliosi, eppure tutte invisibili. – “Ho passato interi anni della mia vita a realizzare tele che mi avrebbe invidiato chiunque, impiegando soltanto pochi minuti a progettarne gli elementi. Adesso cosa mi succede?”- Diego, sfiduciato dal blocco artistico che lo attanaglia da mesi, si riversa sul pavimento. Un senso di insoddisfazione gli blocca la gola, mozzandogli il fiato.
– “Anche l’ultima eredità di mio padre sembra si stia lentamente dissolvendo, come i ricordi con lo scorrere del tempo.” – Gli occhi fissi sul pavimento, a scrutarne le venature color moka, mentre le braccia stringono le ginocchia portate al petto.
– “Mi sento come se stessi precipitando verso il fondo di un abisso, con la consapevolezza di esserci sempre più vicino.” –
Un messaggio illumina improvvisamente lo schermo del cellulare, distogliendo Diego dal quel momento di confusione interiore.
– “Stai bene? Ho sentito delle urla provenienti dal tuo appartamento. Che ne diresti di cenare insieme?” –
Laura, la sua migliore amica, è sempre pronta a correre in suo aiuto: da quando si è trasferita nella casa di fianco alla sua, coglie qualsiasi momento libero per fargli compagnia, soprattutto quando avverte che l’umore di Diego vacilla sull’orlo di un precipizio.
-“Okay.”- la risposta succinta del giovane receptionist è un manifesto campanello di allarme sul suo stato d’animo, per chi lo conosce bene come Laura.
Riordinati distrattamente gli arnesi da pittore, il ragazzo si dirige in prossimità della porta d’ingresso: conoscendo perfettamente la sua amica, sa bene che di lì a poco il campanello suonerà ed il suo avvisatore luminoso sarà pronto a comunicarglielo tempestivamente.
– “Ehi, tutto bene? Che espressione amareggiata.”- La folta chioma riccia è così scompigliata da coprirle gran parte del volto. Lo sguardo, attento, pronto a scrutare il malessere del suo amico.
– “Quanta roba hai portato da mangiare? Sembra tu abbia appena svaligiato un supermercato.”- Diego, schiudendo lentamente la porta, accoglie la sua amica fra le mura che, fredde e silenziose, sembrano riflettere la sua solitudine.
– “«Mangia che ti passa», mia nonna me lo diceva sempre.”- Allietare le giornate di chiunque la incontri sembra essere la sua grande specialità, eppure Laura lo fa con una naturalezza tale da generare invidia.
Appoggiate fugacemente le buste sul pavimento e chiusa la porta alle sue spalle, Laura accoglie l’amico in un lungo abbraccio fraterno. Il suo fisico, slanciato e snello, sembra celarsi fra le possenti braccia del giovane Diego: per una persona soffocata dai silenzi come lui, caratterizzarne uno con peculiarità intense come l’accoglienza e la comprensione è un grande regalo.
Gli occhi del ragazzo, azzurri come lo splendido mare barese, si riempiono di lacrime di riconoscenza. A volte un cuore in frantumi lo si ricompone con poco: vicinanza, amore e comprensione sono l’incastro perfetto per il puzzle di Diego.
– “Adesso mi dici che ti succede? Sono mesi che il tuo umore è più instabile di un’altalena. Ma che ti prende? Qualcosa non va con Marco?”- Laura, preoccupata per il visibile malessere del suo amico, lo spinge a sedersi sul divano, nel salotto adiacente all’ingresso. Il labiale è chiaro, il suo amico non fatica a comprenderlo.
– “Mi ha lasciato. Anche lui con la solita scusa.” – Diego, asciugati gli occhi colmi di emozione, racconta finalmente a qualcuno quello che il suo cuore soffocava da qualche giorno: il tormento dell’ennesimo abbandono indesiderato.
– “Ma come? Sembrava così innamorato…”- il visibile dispiacere della ragazza, nell’apprendere la notizia, viene interrotto dal desiderio di liberazione del suo amico che, come un fiume in piena, inizia il suo racconto.
– “Erano un paio di settimane che lo vedevo sempre più sfuggente: aveva smesso di restare da me nei week-end, dicendo di voler trascorrere più tempo libero con sua madre, amareggiata dalla morte dei suoi genitori a poca distanza l’una dall’altro.” –
– “Glielo hai mai fatto pesare?” – le domande di Laura cercano di fare chiarezza nella situazione apparentemente intricata.
– “No, mai. Sapevo quanto fossero importanti i nonni nella loro famiglia. So anche molto bene cosa significhi perdere una persona amata, non avrei mai potuto farglielo pesare. L’ho sempre appoggiato nelle sue scelte, anche quando non voleva parlare della sua omosessualità ai genitori: siamo stati insieme un anno e mezzo, eppure i suoi lo hanno saputo soltanto tre mesi prima che fra noi finisse.”- Le mani di Diego sfregano nervosamente l’una contro l’altra, lasciando trasparire l’agitazione dalla quale è pervaso.
– “Sei stato il primo di cui ha parlato in famiglia da quello che mi pare di capire. Questo dimostra quanto tu sia stato importante per lui: se non ti avesse amato davvero, come pensi avrebbe potuto fare un gesto di quella portata? Sei sicuro che sia realmente finita fra voi? Potrebbe anche essere un momento di down della coppia, no?”- Il labiale di Laura, desiderosa di rincuorare il suo amico, si fa sempre più cadenzato, per permettere al giovane di comprendere ogni sillaba pronunciata.
– “Non dimenticherò mai la freddezza nel suo sguardo: negli ultimi momenti che abbiamo trascorso insieme sembrava fossi un estraneo per lui. Ma te ne rendi conto, Laura? Come può essere possibile cancellare dall’oggi al domani l’amore che provi per una persona? Un anno e mezzo, un altro anno e mezzo sprecato a convincermi di aver trovato finalmente la serenità. E poi? La solita storia.”- L’iniziale tono turbato lascia, adesso, spazio ad un’inquietudine che domina la voce di Diego.
– “Come ha giustificato la sua scelta? Ti avrà pur dato una motivazione…” – Lo sguardo di Laura, scrutando le espressioni del giovane per carpirne il reale stato d’animo, si fa attento.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Scrivi benissimo e le tue metafore sono così tangibili…
    Il finale sorprendente mi fa perdere fino al punto di voler rileggere il racconto e capire esattamente il punto in cui mi sono persa e il punto in cui avrei dovuto almeno intuire la “linea sottile fra dormire e sognare” (Ligabue), fra fantasia e realtà…un po’ come il protagonista: resto sbigottita!

    J’aime j’aime j’aime 😀

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Roberta Dammacco
Roberta Dammacco nasce a Bari, il 13 settembre 1998.
Studia materie umanistiche, appassionandosi all'approfondimento della psicologia e della pedagogia.
La propensione alla scrittura la accompagna sin dall'infanzia, lasciandole dar vita a personaggi che divengono parte integrante della sua quotidianità.
È una scrittrice emergente, proiettata alla trasformazione della sua passione in un lavoro.
Roberta Dammacco on Instagram
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