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Io e Alice – Autobiografia incompleta di un perfetto sconosciuto

Io e Alice - Autobiografia incompleta di un perfetto sconosciuto
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Consegna prevista Settembre 2024
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Il romanzo è ambientato a New York City, ed è una finta autobiografia di un uomo di cui non si saprà mai il nome.
Si parte da dei racconti d’infanzia, passando per aneddoti dell’adolescenza e infine di un’immancabile storia d’amore (tra le altre). È un omaggio (non richiesto, naturalmente) a Woody Allen. Un tentativo di raccontare anche vicende tragiche con un piglio sarcastico, una sorta di memoir in cui si mescolano vicende e personaggi fantastici e non, cercando di far riflettere e lasciare in bocca al lettore un gusto agrodolce, e nel cuore qualcosa di buono.
La storia di un uomo non è mai solo la sua storia, ma quella di chi ha incrociato nella sua vita. Tanti piccoli racconti che si mescolano, come ingredienti di un cocktail, lasciandone trasparire l’essenza, a volte dolce, a volte amara, pronta da assaporare, come facciamo coi ricordi.

Perché ho scritto questo libro?

Realtà e fantasia hanno preso posto in queste pagine, alternandosi, mischiandosi, alimentandosi una con l’altra. La vita di un personaggio immaginario, talmente immaginario da non avere un nome, raccontata dal suo punto di vista, con riflessioni e pensieri legati a vari momenti della sua vita. Aneddoti e flussi di coscienza, sul filo conduttore del tempo che passa inesorabile. Storie in cui si può ritrovare qualcosa di nostro, vissuto o sognato. Storie che avevano bisogno di essere raccontate.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

«Mi perdoni», le dissi per scusarmi, «Ma sinceramente io ne capisco poco di arte, non sono un grande appassionato, anzi…»

«Capisco», disse lei, cogliendo nelle mie parole e nel tono un chiaro disinteresse che mascherava qualcosa di più profondo, «Ma vede, l’arte è importante, è necessaria, è vitale».

«Non dico che non sia importante, ci mancherebbe», aggiunsi in tono riparatorio per non infilarmi in discussioni che non avevo la minima voglia di intraprendere, «Ma personalmente credo ci siano cose più importanti»

«Vede», disse lei, che invece aveva evidentemente una gran voglia di intraprendere discussioni al riguardo, «L’arte serve a soddisfare i bisogni di due categorie agli antipodi di persone. Da una parte quelli che la amano e la apprezzano, analizzandola a fondo, cercando in essa curiosità, significati e soprattutto la bellezza come via per fuggire ogni tanto dalla brutale quotidianità della vita, rifugiandosi per avere un momento di respiro e di salvezza. Dall’altra ci sono coloro che passano la loro vita solo e unicamente a criticare gli altri, e quindi, soprattutto di fronte ad opere d’arte eccentriche, trovano lo sfogo ideale per liberare tutto il loro rancore, le loro fisime, i loro fallimenti, sentendosi realizzati nel deriderle e denigrarle, convincendosi così d’essere superiori e importanti. Per cui ecco, oserei dire senza timore di smentita che l’arte è fondamentale per gli equilibri del genere umano», concluse finendo il Martini e facendo scivolare elegantemente un’oliva in bocca dallo stecchino.

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Io e Alice avevamo le nostre singolari passioni, ma c’erano cose che solo insieme diventavano speciali. Cose stupide e cose profonde. Andavamo insieme a teatro, lei preferiva i musical, io i drammi filosofici. Lei andava a correre, io giocavo a squash, possibilmente con estranei, un po’ per non dare sempre agli stessi la soddisfazione di battermi, un po’ per conoscere gente nuova. Amavamo ascoltare vecchi vinili, e di nascosto i vicini litigare.  E forse questa tra tutte era la cosa che più ci divertivamo a fare insieme. Per quanto fosse scorretto quando i toni si alzavano io e Alice ci avvicinavamo alla parete che confinava con l’appartamento dei Dickens e insieme cercavamo di captare ogni cosa, guardandoci curiosi e ridendo come degli idioti, anche se ci sentivamo un po’ in colpa, o forse proprio per quello. Era una cosa ingiusta, ma come capita spesso con le cose ingiuste non riuscivamo a smettere di farla, anzi. Un punto di quella parete era stato lasciato sgombro proprio per permetterci di stare comodi e gustarci lo spettacolo. Sapevamo bene che avremmo dovuto evitare, e che un giorno o l’altro magari altri avrebbero ascoltato le nostre litigate allo stesso modo, ma era una cosa tutta “nostra” e non riuscivamo a resistere alla tentazione.

Una volta era capitato anche con i Phelan, una coppia di avvocati che abitava al piano di sotto. Io e Alice ci eravamo sdraiati a terra sul parquet appiccicando le orecchie al pavimento, trattenendoci dal ridere per non farci sentire e finendo poi col fare l’amore.

Ogni sabato sera uscivamo con gli Olmsted, una coppia di amici che avevano sette figli.

Per mettere al mondo sette figli in questo mondo o sei pazzo o sei ottimista o non guardi mai la televisione. Ognuno di questi motivi erano buoni per esserci simpatici, per cui li frequentavamo con piacere, naturalmente quando trovavano una baby-sitter disposta ad immolarsi per una sera.

Per qualche mese ne avevano trovata una che sembrava perfetta, Hariett. Quando tornavano a casa trovavano tutto in ordine, i bambini che dormivano e persino la casa pulita.

Pensarono che quella ragazza dovesse avere nel dna dei geni di qualche SS, altrimenti la cosa non si spiegava. Poi scoprirono che qualche minuto dopo essere usciti di casa Hariett dava a tutti e sette i figli, il cui ventaglio di età andava dai due agli undici anni, dello Scotch, dosato perfettamente a seconda del peso e dell’età, nel latte o in qualche succo, per stordirli abbastanza senza mandarli in coma etilico.

Hariett non era un SS, ma evidentemente doveva aver passato la sua infanzia a giocare al piccolo chimico, o più probabilmente dovevano aver utilizzato su di lei lo stesso metodo e non se la sentiva di interrompere quella tradizione di famiglia.

Sta di fatto che gli Olmsted furono costretti a licenziarla. E se Karl non fosse stato astemio probabilmente non si sarebbero mai accorti di nulla. Ma quando le bottiglie di Scotch regalate dai colleghi negli anni erano scese di livello Karl aveva cominciato a insospettirsi. Inizialmente pensò a sua moglie Holly, ma ricordava che quando lei beveva diventava così sciolta e disinibita che se ne sarebbe ricordato. Così a malincuore dovettero prendere quella decisione, e a Karl venne voglia di non essere più astemio.

Alla fine però tornai col pensare a Beth, e di conseguenza ad Alice.

Non l’avevo tradita, eppure mi sentivo male dentro. Lei a casa, con in grembo nostro figlio, e io lì a fare lo scemo con la mia superiore. Tornando a casa le comprai un mazzo di rose rosse, un cliché, ma da che mondo è mondo il senso di colpa fa ricchi gli orafi e i fiorai.

Quando glieli consegnai era come se osservassi la scena “da fuori”.

Mi capitavano spesso situazioni del genere, un po’ come quando Ebenezer Scrooge si guardava scortato dai fantasmi dei Natali di altri tempi.

Ma di fronte a scene assurde, comportamenti deplorevoli, azioni sconsiderate che avvengono sotto ai miei occhi, spesso non reagisco in alcun modo. Immobile osservo ciò che accade, e a volte non faccio neppure quello, semplicemente andandomene.

La stessa cosa mi era accaduta qualche sera dopo. Io e Alice eravamo usciti a cena, curiosi di provare un ristorante messicano appena aperto dalle parti di Hoboken. Era tutto ottimo, anche se mi ero dovuto trattenere dal bere Margarita per solidarietà con lei e l’essere che le stava crescendo dentro.

Uscendo per strada eravamo stati attirati entrambi dall’insegna di un negozio d’oggettistica orientale.

Era il tipico emporio in cui le cose sembravano accatastate senza senso.

C’era roba ovunque messa alla rinfusa. Non che sia un maniaco dell’ordine, ma aiuta a trovare le cose, evitando perdite di tempo, e se c’è una cosa che odio è proprio perdere tempo; eppure in quel posto anche il caos pareva avere un suo ordine.

Appeso a una parete c’era un manifesto pubblicitario degli anni ‘80 che strappò una risata sia a me che ad Alice.

Nella stampa ingiallita dal tempo una bottiglia di vodka di una nota marca polacca faceva da vaso a un mazzo di anemoni e sotto, a chiare lettere, campava la scritta “Ai fiori dai da bere, fallo anche con tua moglie se le vuoi bene”.

In un angolo lì accanto erano ammucchiati dei libri e, a differenza delle librerie dove ormai si trovavano solo cose scritte da personaggi noti, quelli erano quasi tutti di autori che non avevo mai sentito prima, oppure vecchie edizioni di romanzi e raccolte di poesie.

La cosa naturalmente mi piaceva.

“Facile vendere un libro quando si è già famosi, provate a diventare famosi scrivendo un libro invece”, pensai sfogliandone alcuni.

Alice invece si era invaghita di alcune scatole di giochi antichi.

Quando era serena si accarezzava la pancia, seguendo dolcemente con la mano quella curva sempre più prominente che si portava dietro ogni giorno con più fatica, cercando inutilmente posizioni che fossero comode per più di due minuti. Ma era felice, e come me non vedeva l’ora di conoscere quella creatura che aveva iniziato a farsi sentire, muovendosi qua e là e spingendo ogni tanto qualche parte del suo corpicino contro vari organi interni.

«Da bambina amavo fare i puzzle», disse sfiorando la scatola di uno che rappresentava i personaggi di Biancaneve, «Non tanto per i puzzle in sé, ma perché per farli si stava tutti insieme»

La nota di malinconia nella sua voce era evidente, e la immaginai piccola giocare con Jay e sua sorella Erin in un tempo ancora innocente e felice, e vidi nel suo sguardo che con la mente era finita là, in una bolla spazio temporale di serenità pronta a esplodere.

Per distrarla notai qualcosa che faceva al caso nostro.

In fondo a una delle salette stracolme di libri, quadri e soprammobili improbabili, c’era una scaletta che scendeva verso una stanza buia, indicata da un cartello inequivocabile, su cui era scritto “la cartomante Diana”.

«Divorziare non è mai piacevole», disse Reggie guardando le nuvole allontanarsi all’orizzonte, «Ma non sono così sicuro che la pazienza sia una virtù, la vedo più come una forma attenuata di disperazione»

Non sapendo bene cosa rispondere, se mai a un’affermazione del genere si possa rispondere, deviai su un altro argomento su cui Beth mi aveva chiesto di insistere con Reggie: la sua filantropia.

«Il termine umanità mi ha sempre lasciato un po’ perplesso», rispose Reggie dopo aver masticato con cura una tartina al salmone. «In teoria dovrebbe portare a pensare a qualcosa di importante, positivo, costruttivo. Invece non so perché ma mi fa pensare solo a una massa di gente deprimente che non sa bene cosa fare e dove andare. Gente ipnotizzata dai soldi, dal sesso e dal successo, che continua a fare errori senza mai imparare, ripetendo stronzate che in realtà sembra non voler nemmeno fare, ma che puntualmente commette, come se qualcuno gli ordinasse di farlo. Molti sembrano delle sigarette che camminano, con lo sguardo perso nel nulla che ogni tanto si accende, ma con la sensazione che la vita gli venga aspirata via a ogni tiro da qualcuno di invisibile»

«Certo che è un quadro deprimente», mi venne da rispondere spontaneamente creando inevitabilmente quell’immagine così ben costruita nella mia mente.

«Anche la Monnalisa lo è, eppure milioni di persone vogliono ammirarla», disse lui laconico, come se avesse quella risposta pronta da sfornare da chissà quanto tempo.

Un tempismo perfetto che a me era sempre mancato. Nei momenti più impensabili mi venivano in mente preci perfette per discussioni ormai passate, tesi finissime che a tempo debito chissà dov’erano, destinate a perdersi nell’oblio dell’infinita galassia delle cose non dette.

Ma ero lì per lavoro, e non potevo perdermi nei meandri della mia mente.

Si dice che bisogna conoscere bene le regole per infrangerle come si deve, invece questo suo ex, un tale di nome Ryan che veniva dal Connecticut, era uno sbandato che aveva sempre vissuto di espedienti, tanto che quando i poliziotti lo andarono a prendere a casa una mattina, lui non sapeva neppure per cosa lo stessero arrestando. In realtà Ryan non sapeva neppure che ora fosse, e neppure che anno.

Tra le altre cose la sera prima dell’arresto si era fatto di Peeg, un tipo di cocaina purissima che girava solo tra i colletti bianchi di Wall Street. Il nome, “Peeg”, era l’acronimo di Pablo Emilio Escobar Gaviria.

L’aveva inventato uno dei primi pusher che l’aveva introdotta a New York, importandola dalla Florida tramite dei giovani studenti convinti che una vita senza rischi fosse una lunga, lenta, noiosa morte.

Anche per questo Ryan l’apprezzava: abbracciava pienamente la sua filosofia di vita, bruciava un po’ in gola, ma poi stava così bene da dimenticarsi di ogni pensiero triste. Tutto sembrava possibile, pur senza perdere il senso della realtà. Per questo la preferiva agli acidi o all’eroina, che aveva provato una sola volta, anche per via della sua repulsione a tutto ciò che è affilato e appuntito.

Per un po’, mentre il bartender biondo continuava a propinarci cocktail come se non ci fosse un domani e Beth si confessava ad ogni drink un po’ di più, mi domandai come avesse fatto una come lei a stare con uno come Ryan, e alla fine dei suoi racconti, quando era sceso quel silenzio in cui si resta a galleggiare nell’alcol attendendo ad alzarsi dalla sedia per non stramazzare al suolo, mi diede la risposta più difficile da accettare, ma anche la più ovvia.

«Era un maledetto stronzo», disse Beth quasi con le lacrime agli occhi, «però lo amavo».

Ero combattuto dall’assurdità della vita. Negli stessi istanti in cui non sapevo che fare, lasciando che il tempo passasse osservando il volo stupido e irrequieto di una mosca nella sala d’attesa, nella stanza a fianco Alice combatteva per dare alla luce una nuova vita e non perdere la sua, in balia di un esito che avrebbe salvato o condannato il resto dei suoi e dei miei giorni.

La paura di perderle entrambe era angosciante. La stessa sensazione di un insetto che ci cammina sulla schiena, che più provi a scacciarla più si fa pressante. E più il tempo passava più pensai a ciò che non avrei mai voluto pensare, dicendo a chissà chi che se per salvare Alice avrebbero dovuto rinunciare alla bambina l’avrei accettato.

Ma le promesse da disperati non valgono nulla, e alla fine tutto andò per il meglio.

Ricordo ancora la sensazione che provai entrando in quella stanza, vedendo quel fagottino caldo raccolto sul seno gonfio di Alice. Mi avvicinai lentamente, quasi intimorito da tanta meraviglia.

“C’è una parola per spiegare quando si ha paura della felicità?”, perché se esiste avrei voluto conoscerla per spiegare a me stesso quel momento.

Non sapevo cosa dire, non sapevo cosa fare. Ma per una volta nella vita mi sentii veramente al posto giusto.

In quella stanza un mattino di marzo mi resi che tutto quel caotico vagare per anni che mi pareva senza senso, in realtà era per essere lì, con loro due, in quell’istante.

Avevo passato la vita a confondere amore e innamoramento, guardando quegli occhi mi ero tolto ogni dubbio.

Le emozioni fissano i ricordi, li stampano dentro di noi come fossero una Polaroid, e più è forte l’emozione provata in quel momento più è nitida l’immagine di quell’istante che ritorna alla mente.

Stringendo il proprio figlio sembra di abbracciare la vita e il mondo intero, oltrepassando i confini del tempo e dello spazio. E mentre lo facevo inevitabilmente pensai a mia madre e a quando allo stesso modo doveva avermi stretto la prima volta al suo petto. Non la vedevo da anni, e da ancor più non la abbracciavo.

“Che genitore sarei stato io?”, era quella domanda a tornare alla mente, e ancora non avevo risposte.

2023-12-08

Aggiornamento

“Io e Alice” è un po’ una commedia, un po’ una biografia inventata, un po’ una tragedia, un po’ un memoir. Se il protagonista riprende Woody Allen e alcuni dei personaggi dei suoi film, Alice ricorda invece Holly Golightly di Colazione da Tiffany. Poi ci sono personaggi più o meno secondari, nati da ispirazioni più o meno reali, perché la fantasia non è mai fantasia al 100%, così come la realtà in verità è qualcosa di soggettivo. Lascio a chi leggerà questa storia il gioco di decidere cosa possa essere vero e cosa no. Buona lettura!

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Massimo Antonio Prisco
Nato a Seregno (MB) il 7 luglio 1981. Padre di Giada Vittoria e Ludovica Sveva, marito di Eleonora.
Diplomato tecnico commerciale in ambito turistico, ma lavoro da più di vent’anni nel mondo della grande distribuzione.
Amo leggere, nuotare e viaggiare. Scrivo di tutto, da poesie a racconti, passando per fiabe e romanzi.
Ho pubblicato due libri per bambini, “La leggenda dello Sciùr Pastrugnetti” (Montedit, 2010) e “Piccole storie sotto l’albero e la lettera di Babbo Natale” (Bertoni Editore, 2020), e un romanzo, “Destini d’istanti” (Porto Seguro, 2022).
Penso che il mondo sia un posto stupendo da scoprire e conoscere, e quando non possiamo farlo fisicamente possiamo sempre trovarne un po’ dentro le pagine di un libro.
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