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Kam ma kam Babbastock – Storia di Zicchi, Chico e Pepe

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Consegna prevista Dicembre 2024
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I Bue & Rencricca sono una famiglia allargata e antispecista composta da tredici umani e un numero imprecisato di animali tra cui tre personaggi di spicco: i cani Zicchi, Pepe e Chico. Insediati in un borghetto medioevale, della campagna laziale, suddiviso a seconda delle varie esigenze nel rispetto delle individuali necessità, i componenti di questa famiglia sono accomunati da un precetto etico capace di trasformarli in un’unica potente entità: il senso di giustizia e la conseguente disponibilità all’accoglienza e alla cura di ogni essere vivente.
Una sera tornando da una festa vengono coinvolti in un incidente con un camioncino che trasporta 56 cuccioli di cani beagle.
Si aprirà così un’indagine che porterà alla scoperta di una tratta di cuccioli che dalla Bulgaria, passando per l’Italia, arriverà in Svizzera dove il perfido Mister Green, titolare di una fabbrica di mangimi di copertura, gestisce il più grande stabulario illegale che perfidia e cupidigia umana possano immaginar

Perché ho scritto questo libro?

Molti anni fa con mio fratello ci divertivamo ad immaginare la vita segreta dei nostri cani. Zicchi soprattutto, era per Federico protagonista di imprese mirabolanti ed eroiche.
A distanza di tempo, durante il lockdown, ho percorso chilometri e strade, sola e nella solitudine, non fosse stato che per l’inquietante presenza dei carri bestiame diretti ai macelli.
“Kam ma kam Babbastock” è la mia vendetta, scritto nella totale presunzione di farne un manifesto “politico” per bambini.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Fin dalla notte dei tempi, tra gli angeli, si era diffusa la convinzione che gli umani non sapessero prendersi cura dei loro cuccioli.

Così un giorno dopo l’ennesima brutta notizia dal mondo, gli angeli decisero che era arrivato il momento di fare qualcosa e tutti andarono da Il Grande Creatore.

Certo con la creazione dell’uomo era stato un po’ cialtrone, ma con quella degli angeli…troppissimo pignolo, non gli ne passavano una! L’intero creato era costantemente messo in discussione dalla comunità degli angeli e Il Grande Creatore doveva continuamente rimetter mano al suo operato per correggere gli errori che man mano gli venivano segnalati. In genere era una procedura semplice: le mele non erano abbastanza dolci, i rettili erano troppo grandi, il sole non scaldava abbastanza, i fiori decisamente robusti tanto da confondersi con gli alberi, le giraffe avevano il collo troppo corto, e via dicendo. Insomma, povero Grande Creatore, si era circondato da una masnada di brontoloni sempre pronti a criticare. E in particolar modo il più  bastiancontrario, criticone e sbofonchione, era Angelo Babbastock, capo carismatico del sindacato degli angeli e non si sa perché, malgrado tutto questo, il preferito de Il Grande Creatore.

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Ma quel giorno, dopo esser venuti a conoscenza dell’ennesima disattenzione compiuta nei confronti dei bambini, non solo Babbastock andò a protestare ma tutti gli angeli lo accompagnarono: compatti, decisi e persino provvisti di striscioni che incitavano di togliere i bambini agli umani.

Il Grande Creatore si immerse in quella caciara, intercettò tutti i pensieri, le preoccupazioni e il dolore di ognuno dei suoi angeli, e ancor prima di rendersi conto dell’assurdità di togliere i bambini all’uomo – in effetti aveva già fatto un paio di esperimenti, si ricordava bene il caso dei gemelli Romolo e Remo, di un certo Mowgli, e di quell’altro, come si chiamava? Ah ecco Tarzan! … ma non era ancora sicuro che fosse la soluzione migliore. Però, ancor prima di dissentire dai suoi angeli, mentre captava tutte le loro essenze, si inorgoglì parecchio per quei suoi figli: la sua creazione perfetta. Ma poi, subitissimo dopo, si accorse delle sciocchezze che gli proponevano e si ricordò che Il Grande Creatore era lui e allora rimise tutti apposto e il silenzio obbedì all’istante.

“E allora Angeli – tuonò, concedendo però la regola del vantaggio  – per proteggere i bambini inventerò il Cane!”

“OHHHHH” sospirarono in coro gli angeli provando una sensazione di calore e morbidezza, di gioia e sicurezza.

Ma Babbastock non si accontentò: “IO voglio essere Cane…”

UMGR – sgrufugnò Il Grande Creatore, che se possibile per Lui avere un limite, quello si chiamava Babbastock. Non voleva, però che gli altri se ne accorgessero e così optò per una soluzione che lo soddisfaceva: – E allora sia: il Cane sarete voi! Ma vi avviso, quando sarete cani sarete mortali, perciò giudizio”.

***

(…) Così come a Viola in genere toccavano i congedi, al suo cane Bella erano affidati gli arrivi. Lei era addetta all’accoglienza… Bah!

Perché bah? Perché Bella era una sempre arrabbiata, sempre scontenta, sempre pronta a farti una ‘baccajata’ sul muso e se non prendevi sul serio la sua scala musicale di ringhiate ti toccava anche la sua famosissima ‘pizzicata’ ovvero un morsetto, non si sa bene procurato con quale tecnica canina, tanto doloroso quanto innocuo. Il mito di Bella era Anna Magnani e da  quando l’aveva sentita in un suo vecchio film usare la l’espressione “meglio che me ne vado perché me prudono le mani” che altro non voleva dire che “ho voglia di darti due schiaffi ben assestati sulla faccia ma siccome non si fa me ne vado”, ecco da quando aveva visto quel film, Bella, non faceva altro che intercalare i suoi discorsi con un “me pizzicano le zampe”, “me pizzicano i denti”…

Ecco perché ‘bah!’

Perché quando uno pensa al delicato compito di dare il benvenuto a chi arriva da un lungo e faticoso viaggio, certo non si immagina il muso di Bella ma, bè bè, già già, vedi vedi, guarda guarda, dovete sapere che per l’indiscusso senso dell’umorismo degli angeli, Bella, era proprio quello che ci voleva per riprendersi dal frullatore spazio-temporale che da anime immortali li trasformava in mortalissimi cani.

L’appuntamento era  sul Monte Piglio, in genere all’alba di un solstizio. Quella mattina del 23 settembre Bella e il suo comitato, dovevano andare ad accogliere lo spirito guida di Nelson. Così era stato deciso dall’alto: quel bambino ne aveva passate troppe e aveva bisogno di un cane che lo accompagnasse almeno fino alla fine dell’adolescenza e per questo delicato compito era stato inviato uno  tra i più quotati professionisti: niente popò di meno che Sua Canità Babbastock in pelo e ossa.

***

(…) Quando finalmente imboccarono la strada di campagna che li avrebbe portati a Khorinis e in lontananza già si vedevano le mura di cinta della casa, ecco che accadde qualcosa di veramente incredibile: dal nulla apparve un grosso camion che veniva dritto verso di loro, la strada era stretta e non avrebbe permesso ai due mezzi di passare contemporaneamente: se non fossero riusciti a frenare si sarebbero sicuramente scontrati frontalmente. Alla vista di quel camion apparso dal nulla, mentre tutti cominciarono  ad urlare,  Nelson smise di colpo di piangere, si asciugò gli occhi dalle lacrime e indicando il camion con il dito indice, senza che nessuno lo sentisse perché stavano tutti urlando appunto, disse: “ecco, lì c’è il mio cane”. Tutto si svolse in pochissimi istanti, sia Diderot che l’autista del camion si resero conto che l’unica soluzione era sterzare bruscamente dentro la campagna. E così fecero, anche se forse un po’ troppo tardi perché la manovra non impedì ai due mezzi di toccarsi ugualmente, solo su un angolo del paraurti, ma quell’impatto fece perdere l’equilibrio al camion che usci di strada e si ribaltò su di un lato.

Diderot, frenò immediatamente: “state tutti bene?”

Una volta accertatosi che fosse veramente così, Diderot scese dal pulmino per andare a vedere che ne era del camion e soprattutto del camionista. Scesero tutti, e non ci volle molto per accorgersi nel silenzio della notte che da dentro quel camion arrivavano i mugolii, i latrati e le abbaiate di molti, ma molti cani.

Nelson e Candido andarono subito ad aprire gli sportelloni del camion da dove caracollarono una valanga di cuccioli di beagle: un po’ intontiti, doloranti, qualcuno zoppo, ma nel complesso e nel buio della notte sembravano tutti vivi, sani e belli. E mentre Diderot tirava fuori l’autista che invece si era ferito ad un gamba ed aveva sbattuto la testa, Nelson, Candido e gli altri ragazzi cominciarono e prendere i cuccioli per metterli al sicuro e contarli. Erano 56 beagle e 1 meticcietto arruffato, peloso e bianco e nero, ovvero: 56 beagle e Babbastock.

Praticamente un invito inequivocabile per Nelson, quel cucciolo di simil barbone era arrivato fin lì per lui, ne era sicuro. E, come un topo in una forma di parmigiano avanzò con delicatezza attraverso quel tappeto di cani per andare al centro dove lo aspettava il  “suo” cane. Infatti: Nelson tese le mani verso di lui e quello praticamente gli saltò in braccio, sotto lo sguardo attonito e incredulo di tutta la famiglia e soprattutto di Diderot che stando ancora con l’autista si sentì in dovere accennare una smorfia, come dire… di permesso? Insomma, vabbè che praticamente gli si era buttato addosso, vabbè che bisognava appurare da dove arrivassero tutti quei cuccioli e perché viaggiassero di notte in strade secondarie di campagna. Vabbè che nessuno al mondo avrebbe potuto negare a quel cane e a quel bambino di stare insieme dopo aver assistito alla scena – magari un tantino teatrale – del loro incontro! Eh, però non è che ci si possa appropriare di un cane solo perché le circostanza lo consentono… Era questo che passava nei pensieri di Diderot, mentre cercava le parole adatte per chiedere all’autista come poter avere quel cane che suo figlio non solo aveva scelto, ma aveva atteso per quasi tutta la sua piccola vita… ecco aveva quasi trovato il coraggio di pronunciare le prime parole quando l’autista lo  mise di fronte all’incredibile: “quello non è mio, non so da dove arrivi quel cane, forse era qui nel bosco… certo non nel mio camion. Può guardare anche i documenti, io porto 56 cuccioli di beagle, e non c’è nessun bastardo bianco e nero nella bolla d’accompagno…”

***

(…)  Il maresciallo non aveva nessuna intenzione di condividere l’indagine con Il gazzettino della Tuscia e tanto meno con Candido, perché come aveva intimato con un fortissimo accento calabrese e un timbro di voce così potente da mettere sull’attenti chiunque: “… affinché si possa arrivare al pieno successo dell’indagine stessa è necessario che la stampa non faccia parola sull’incidente del camion, almeno per ora, è chiaro direttore? E’ troppo tempo che sto dietro a questo caso… ci siamo spiegati, perciò!”. Questo succedeva al telefono. Non più di venti minuti dopo la scena continuò in caserma. Appena attaccato il telefono Arnoldo Sossi aveva sussurrato tra se e sé: “questo non deve aver capito bene con chi ha a che fare” e subito dopo urlando, come era sua abitudine fare – in generale le redazioni dei giornali sono posti dove si urla molto e ci si prende parecchio in giro tra colleghi – chiamò perentoriamente il suo giovane allievo, il suo nuovo pupillo: “Andiamo Voltaire – lui Candido lo chiamava Voltaire e questo lo faceva divertire come un matto –  Dai che oggi ti faccio vedere come si fa il giornalista!”

Pochi minuti dopo  maestro e discente erano in strada diretti verso la caserma dei Carabinieri. E poi ci fu una luuuuuunga trattativa. Più che altro un braccio di ferro tra Arnoldo Sossi direttore de “Il gazzettino della Tuscia” e il maresciallo Domenico Fiumara, detto don Mimmino. Anche se non si conosca bene l’origine di questo nomignolo visto che don Mimmino era un omone alto almeno un metro e novanta, con un peso che si aggira attorno al quintale e venti, i capelli più neri che si possano incontrare, la pelle sempre abbronzata anche a gennaio e un paio di sopracciglia tanto folte, che si andavano ad unire sopra il naso, da rendere il suo sguardo veramente terrificante.

Insomma, alla fine, lo scontro tra il gigante che vestiva la divisa dello Stato, e il machiavellico rappresentante dell’informazione  aveva portato ad un compromesso: il giornale non avrebbe pubblicato la notizia e in cambio Candido avrebbe seguito le indagine al fianco delle forze dell’ordine e avrebbe, quando possibile, pubblicato in esclusiva tutto il caso.

Arnoldo Sossi era sovraeccitato per il risultato ottenuto e non aspettò di varcare il portone della caserma per mollare una pacca sulla spalla a Candido: “hai capito come si fa? O mi raccomando eh, adesso tocca a te”.

Don Mimmino, invece era furibondo per non essere stato capace di eliminare la stampa da questo caso: d’altronde la sfortuna lo stava perseguitando, dopo oltre sei mesi di indagini come ti andavano a beccare sul fatto i contrabbandieri di cani? Grazie ad uno scontro frontale con un giornalista!

***

Era il momento giusto per un bel rito del girointondoquercia.

Il rito consisteva, per l’appunto, nel fare un girotondo intorno al tronco di una quercia con fermate cadenzate da ritmici schizzetti di “marcatura” tra un ragionamento e l’altro. A Korhinis l’albero della pipì era una quercia giovane ma già abbastanza robusta da offrire un giro-tronco per tre cani.

“La situazione è seria – aveva cominciato Chico – Sibilla è una tosta non credo ci lascerà andar via tanto facilmente e poi ha ragione Zicchi, non posso far preoccupare Nelson, quel bambino ha bisogno di me e io sono qui per questo… ma non possiamo neanche lasciare i nostri fratelli nei guai…”

“E allora?” incalzava Pepe già deluso dall’andazzo della discussione

“E allora dovremmo usare la telecinesi!”

Pepe e Zicchi inclinarono contemporaneamente i loro musi, drizzarono le orecchie, aprirono leggermente la bocca – giusto quel poco che serve a far spencolare un pezzetto di lingua rosa e sempre insieme offrirono a Chico la loro perplessità.

“E’ un trucchetto che usiamo noi super-cani – continuò Chico – praticamente possiamo fare quello che ci pare e andare dove vogliamo senza che nessuno se ne accorga… “

Avevano ricominciato a girare intorno all’albero alternando quattro passi ad un’alzata di zampa, quasi una coreografia. Ma non appena Pepe aveva udito quelle parole, ipnotizzato dall’emozione, non aveva più riappoggiato la zampa a terra lasciando il rubinetto aperto, se si capisce il senso, e formando un fiumiciattolo che andò a lambire le zampe degli altri. Chico, come sparato da una molla, saltò via dalla pozza e continuò a saltellare come un cavallo che si esercita al dressage, mentre Zicchi redarguiva senza mezzi termini quella sottospecie di fratello che ne combinava sempre una più di Carlo in Francia

“Ma che schifo Pepe, questa è la sacra quercia del rito non un vespasiano per cavalli, se ti devi svuotare la vescica te ne vai laggiù in campagna!”

“Scusate, mi sono emozionato ma come funziona questa Tv dei cinesi?”

Un trucchetto facile facile, basta dormire. Avete presente quei cani che quando dormono muovono le zampe e ringhiano e fanno strani rumori e si muovono a scatti che i padroni dicono “poverino sta avendo un incubo svegliamolo?” Ecco quando vedete un cane correre nel sonno, sappiate che non sta sognando, sta correndo. E se ringhiano non stanno avendo un incubo stanno ringhiando…

Pepe aveva lo sguardo rivolto al cielo con un’espressione trasognante:

“Ma, ma, ma, ma tu dici che noi praticamente possiamo dormire e contemporaneamente stiamo dove ci pare a fare quello che ci pare?”

Pepe balbettava dalla felicità, questa “televisione dei cinesi” era la cosa più bella e preziosa della vita e del mondo intero e lui non poteva smettere di sommergere Chico di domande e richieste di conferme. Quel piccoletto gli piaceva parecchio, anzi gli era piaciuto da subito, da quando lo aveva visto atterrare sulla terra in un cono di luce arancio e fuxia e adesso capiva anche il perché. Era un genio e  la sua vita con Chico come socio non sarebbe più stata la stessa e sarebbe stata meravigliosa.

“Perciò la notte potrò andare a caccia di cacca di cinghiale e posso anche andare a rubare le galline a Marione e posso poi andare al Campo Nomadi a farmi una bella grigliata anziché le pappette di tofu e miglio che ci rifila Sibilla e posso pure…” Pepe sognava ad occhi aperti, continuava ad elencare tutto ciò che avrebbe fatto con la “televisione cinese”,  elencava ogni tipo di ipotesi allontanandosi dalla quercia per buttarsi a peso morto sull’erba, pancia all’aria si grattava la schiena pedalando con le quattro zampe per aria.

Era felice.

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Francesca Della Bona
Sono nata a Roma, appena un soffio dopo il boom economico, giusto quella frazione di un istante per non essere ingabbiata nella categoria degli anziani “anawebizzati”. Mi piace escogitare neologismi, inventare storie e…mi piacciono i cani. Tutti gli animali ma i cani mi fanno impazzire di gioia. Per rispetto della logica, quindi, sono vegetariana. Ho intrapreso, con diligenza e ostinazione, la migliore formazione scolastica possibile per conquistarmi a pieni titoli la condizione di disoccupato: liceo Classico e laurea in Lettere. Dopo una breve incursione nel giornalismo, durata in realtà più di dieci anni, la vita mi ha prepotentemente ricondotta ai miei doveri di genere: l’accudimento.
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