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Kore203 - L'Unione

KORE203 - L 'Unione
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Consegna prevista Maggio 2023
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“Non credere a ciò che ti diranno, non fidarti di nessuno”.
Il consiglio è un ricordo prezioso che Nik ha della madre. Aveva ragione, perché diventando una kore, Nik passa da un fittizio mondo arcaico alla Milano di oggi. Quindi continua a dubitare di chi la circonda. Inoltre, gli immensi poteri di cui adesso è dotata, e che dovrebbero permetterle di sconfiggere i succubi del Male, sono ingestibili, persino con la guida delle tutor.
Allora perché sono arrivati proprio a lei? Perché adesso?
Scoraggiata dal cambiamento che non è come lo aveva immaginato, scopre che nessuno vuole o può darle spiegazioni e neppure utilizzarla nelle missioni contro il nemico.
A complicare tutto arriva l’amore, al quale non aveva mai pensato.
L’Unione è il primo libro della trilogia di Kore 203, un Urban Fantasy in cui Nik deve affrontare un mondo alieno per come le viene presentato.
Ma come può distinguere chi la sta ingannando?
E perché ogni passo verso ciò che sembra la verità la avvicina al baratro?

Perché ho scritto questo libro?

L’arte e i miti greci mi hanno sempre affascinato, soprattutto quel nome: kore (fanciulla).
Avendo l’abitudine di fantasticare sull’origine delle opere, ho iniziato a chiedermi: che funzione hanno “veramente” le statue delle korai? E se la perdita delle braccia non dipendesse dal tempo, ma fosse un’asportazione premeditata? Perché? Cosa c’era su quelle braccia? Perché ce lo vogliono nascondere?
Così il mio mondo ha cominciato a prendere forma, come i personaggi ai quali ho voluto dare vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Dal cap. Renàn

Le due ragazze [korai N.d.A.] avevano più l’aspetto di centaure che di guerriere, vestite di pelle nero-violacea dalla testa ai piedi, con un casco sottilissimo e rigido che ricordava quello dei primi aviatori. Ciò che attirava la sua attenzione, però, era il Fiore che spuntava dall’avambraccio: un’orchidea screziata di rosa per la bionda, e un fiore mai visto dai petali appuntiti e rosa e una specie di fico bianco al centro per l’altra.

Com’era successo con sua madre, che gli aveva fornito una prova della sua essenza singolare, si riteneva certo che il Fiore fosse un tatuaggio appena pochi istanti prima che si evocasse la sua magia; una volta attivo, i petali si staccavano e la corolla si apriva, brillando, mentre gli steli fluttuavano sul suo avambraccio. Ecco perché avevano una manica del giubbotto arrotolata e fissata alla spalla.

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La bionda dalla lunga treccia coricò sul marciapiede il primo uomo in nero – ancora stordito dal colpo inferto da Renàn –, tolse dal marsupio un’ampolla scura e ne aprì il coperchio. Sbottonò la camicia dell’uomo e premette la mano destra sopra l’addome. Dalle dita si sprigionò lentamente una nube rossa: il Fiore si era attivato.

Staccò il palmo per permettere alle antere, poste sull’estremità degli stami, di far fuoriuscire il polline rosso che adesso avvolgeva sia la mano della ragazza che il busto dell’uomo. I sepali si erano trasformati in una sorta di filo spinato rosso che lentamente si stava insinuando nella carne e procedeva l’inserimento fin nelle viscere. Strano ma vero, non una goccia di sangue era apparsa. Ogni nodo del filo spinato pulsava e brillava come un vero rubino, fino a che la nube iniziò a incupirsi: nel filo spinato veniva risucchiato un denso liquido nero che saliva fino al pistillo. La sostanza si riversò direttamente nell’ampolla.

Nel trasferimento, sotto lo strano ombrello di cristallo [che li rende invisibili N.d.A.], si diffuse un acre odore di marcio e di zolfo. Assicuratasi che anche l’ultima goccia fosse finita nel recipiente, la kore lo sigillò, poi toccandolo, apparve una serie di cerchi concentrici di luce pulsante arancione che fecero scomparire la chiusura: ora il contenitore pareva inviolabile.

La bionda passò l’indice sui fori lasciati dagli steli nella pelle dell’uomo. Scomparvero, così come il ghigno che si trasformò nella serena espressione di chi dorme beato.

Renàn aveva assistito incredulo. «Che cosa sta facendo?»

La ragazza castana, dai dolcissimi occhi ambrati, parlava in un tono più disponibile e caldo. «Estrae le cellule del Male. Senza quelle a corromperli, non ti avrebbero mai aggredito. Senza quelle, vivranno meglio».

Dal cap. La Statua

Erano le prime luci dell’alba e Renàn era sopraffatto dalla stanchezza. Aveva portato caffè, tè, cappuccini, tisane a tutti per tutta la notte. Nessuno, però, gli aveva ancora spiegato nulla. Non sapeva cosa pensare di ciò che gli era passato sotto gli occhi, non sapeva nemmeno se dovesse pensare di portare veramente sfiga, come lo aveva accusato Vasco. Si era rifugiato nel Sacrario pensando di pregare il suo Dio e invece li aveva trovati tutti. In un’enorme stanza circolare, la parete conteneva innumerevoli nicchie, ogni nicchia una divinità, antica o moderna, antropomorfa oppure no. O almeno, s’immaginava fossero tutte divinità, visto che molte non le conosceva. Alla faccia della libertà di culto.

E così, dalla confusione era caduto nello stordimento, finché apparve Maria a raccoglierlo come un gattino randagio bisognoso di un padrone.

«Mo te la faccio io una tazzulella e cafè».

Era dolce Maria, e morbida. Le sue rotondità gli facevano venire voglia di appoggiarsi per un pisolino, sembravano modellate apposta. Tuttavia non riteneva il caso di mostrarsi tanto sfacciato al loro primo caffè.

Come arrivarono nella sala mensa, scendendo i gradini Renàn fissò con nausea il bancone semicircolare con il basamento di legno e il ripiano ricoperto in finte lastre di granito: racchiudeva il bar. Maria sollevò la bascula per entrare e, prendendo una moka, fece segno a Renàn di sedersi sullo sgabello. «Immagino il groviglio che devi avere in testa, il tuo è stato il peggior primo giorno di sempre».

«L’avevo capito, mi hanno già bollato come porta-sfiga».

«Chi è stato? Vasco? Chillo è uno guaglione pazzo. Vedrai che quando gli scende l’adrenalina, corre a chiederti scusa».

«Io non ho bisogno di scuse, ma di risposte. Tu puoi darmele?»

Maria aveva appoggiato la moka sul fornello e lo aveva acceso, quindi si era dedicata a sistemare tazze e bicchieri nella lavastoviglie.

Renàn si sentì mortificato. «Scusa, avrei dovuto farlo io».

Maria gli restituì un sorriso. «Non c’è problema. Comunque, sì».

«Sì cosa?»

«Le risposte». Maria gli diede un buffetto sulla guancia. «Vabbè, tra tutti e due, tenimmo ‘na stanchezza da paura. Posso spiegarti ciò che so, perché, nel momento in cui entri nella Catena, sei tenuto a saperlo. Come per le leggi: non è ammissibile l’ignoranza».

«Bene, parlami della Statua».

«Eh, ti piacerebbe».

«Ma hai appena detto…»

«L’ho detto, l’ho detto, ma mica ti posso parlare della Statua così». Maria aveva mosso la mano in aria, come per svitare una lampadina. «Bisogna partire dall’inizio».

La moka stava fischiando, così la ragazza preparò le tazzine, versò il caffè e lo portò in uno dei tavoli di fronte al bancone. Renàn la raggiunse e si accomodò sul divanetto. Appoggiò la fronte al vetro della finestra oltre la quale poteva ammirare un giardino curato e variopinto. Con le prime luci, alcuni fiori si stavano aprendo.

Maria bevve il primo sorso e incominciò.

«Tanto tempo fa…»

Renàn non resistette. «In una galassia lontana, lontana…»

La ragazza gli puntò un dito contro.

«Non ci provare più».

Renàn alzò le mani in segno di resa.

Sorrisero entrambi e Maria proseguì. «Un tempo esistevano la Prima Kore, suo marito ‒ la Suprema Entità ‒ e il Male. Tutte e tre essenze soprannaturali, o divinità. Religione e magia sono sempre andate a braccetto. Tutti e tre immortali. Però queste entità si manifestavano come persone fisiche, in carne e ossa intendo.

«Quindi pure il Male, che per noi oggi è un concetto astratto, era un uomo, o almeno, aveva l’aspetto di un uomo. Ed era proprio malvagio. Non solo era spietato con gli altri uomini ‒ e parliamo di quelli primitivi ‒ e tentava di sterminarli, ma era sempre stato crudele perfino con gli animali che uccideva in modi atroci, e avendo poteri magici, alterava pure l’ambiente: ghiacciava, inaridiva… cose così».

Renàn annuiva, fin qui risultava tutto chiaro.

«Per fermarlo, la Prima Kore, insieme al marito, lo eliminò con un incantesimo. Ma tu sai che quando c’è di mezzo la magia, diventa tutto un guaio. Quindi che succede? Il Male mica muore e scompare, ti pare? In fondo è immortale, quindi si scompone in tante piccole cellule che finiscono nell’aria, nell’acqua, nel terreno».

«E poi nell’uomo».

«Vedo che sei attento, dieci più». Maria inspirò per riprendere il filo del discorso.

«Mo, queste cellule fetuse avevano la capacità di rendere l’uomo cattivo. Cioè, più cattivo, perché di base, l’uomo non è che sia uno stinco di santo».

«Quindi più cellule conteneva, più l’uomo diventava malvagio».

«Ma la sai già la storia?»

«No, ma spieghi bene, vai avanti, arriva al punto».

«Il problema qual è? Che col tempo, gli esseri viventi, riproducendosi, trasmettevano le proprie cellule ai figli. A furia di accoppiamenti, le cellule sono riuscite a ritrovarsi in un unico individuo e il Male è ritornato tutto intero e, rabbioso come una iena, si è vendicato alla grande. Stavolta ha vinto lui contro la Prima Kore ed è riuscito a eliminarla».

Renàn aveva intuito il seguito. «Ma tu sai che quando c’è di mezzo la magia, diventa tutto un guaio».

Maria batté il palmo sul tavolo. «Ebbravo! Il marito della Prima kore, la Suprema Entità, che è l’unico che non può essere eliminato in alcun modo, con un’arte arcana riesce a intrappolare lo spirito della Prima Kore in una statuetta di sasso, sai quelle che facevano gli uomini antichi per onorare la Madre Terra? Poi porta la statuetta in un luogo sacro, vicino a uno stagno, un luogo tranquillo dove le ragazze andavano a partorire. E lì, un bel giorno, la Prima Kore si incarna in una neonata. La giovinetta cresce, ignara di chi sia, finché un giorno incontra l’uomo dei suoi sogni che si presenta con un Fiore: lei lo accetta e lo prende con la mano sinistra e zac! Il Fiore si unisce al suo braccio restituendole i poteri e la memoria! Così riconosce suo marito, ricorda la sua missione e torna a sconfiggere il Male».

«Che ritorna in tante piccole cellule».

Renàn era così affascinato che non aveva ancora toccato la tazzina di caffè.

«Oh, già. Però l’incantesimo, che le aveva scagliato il Male la prima volta che l’aveva eliminata, manteneva la sua caratteristica. La Prima Kore aveva perso l’immortalità del corpo; quindi, quando questo invecchiava e si spegneva, la sua anima doveva ricollocarsi in un contenitore ‒ di solito una Statua votiva ‒ e poi doveva ripresentarsi l’opportunità di reincarnarsi, crescere e riconquistare poteri e memoria. Insomma, una fase ciclica di morte, reincarnazione e lotta».

«Ma perché la Suprema Entità non ha fatto nulla per annientare il Male?»

«Questo lo devi chiedere a lui. Io so che nei momenti peggiori della storia, quando il Male sta per riuscire a ricostituire il suo corpo e riportare le peggiori calamità, la Prima kore ritorna, si reincarna ed evita che le cellule del Male si ricompongano in un unico individuo».

«E come ci riesce?»

«Va a caccia di cellule. Letteralmente. Non è poi così difficile capire quali siano i maggiori portatori: di norma, gli uomini più abietti. E quando li trova, grazie al potere del Fiore, estirpa le cellule e le distrugge. In fondo, è questa la vera missione che è stata trasmessa alle successive korai: estrarre per poi distruggere le cellule del Male».

«Ho visto Sara estrarle. Impressionante. Ma non credevo che l’estrazione si applicasse per impedire al Male di ottenere un corpo nel quale incarnarsi».

«Se non ci fosse stata l’emergenza di stanotte, Amir ti avrebbe fatto vedere qualche filmato interessante».

«Già, stanotte. Quella Statua nella Grotta. È quella che contiene lo spirito della Prima kore?»

«Lo spirito, l’anima, l’essenza, qualsiasi cosa rappresenti la Prima Kore, è là dentro. Quella è la prima Statua scolpita nel marmo e da quasi tremila anni è l’unico contenitore nel quale ritorna. È stata collocata nella Grotta perché è il luogo dove le korai vanno a partorire». Maria sospirò e s’incupì, abbassando sia il capo che la voce. «Cioè, andavano, per assicurarsi che, al momento giusto, ci fosse una neonata degna della reincarnazione. Questa neonata, che poi si fa fanciulla, viene chiamata Designata fino a quando non si unisce al Fiore della Vita che le restituisce la memoria e l’identità della Prima Kore. È tanto che ormai l’aspettiamo, i tempi sono maturi, c’è troppo Male nell’aria e lei lo sente. È questione di poco, pochissimo tempo e una Designata sarà di nuovo tra noi».

«Ma non può tornare senza Statua».

«No, non può».

«E la Suprema Entità che fa? Dov’è?»

«Magari apparirà con la Designata, nessuno lo sa».

Dal cap. La Sibilla

Eric aveva sistemato il piatto e le posate di fronte a lei. Mentre si muoveva, le spiegava come nel terzo millennio si potesse preparare un pasto in poco tempo, non dovendo mischiare gli ingredienti che aveva introdotto già pronti nel mobile basso illuminato e in padella. In effetti, ascoltandolo rapita parlare di cibo, in poco tempo le pietanze divennero cotte e fumanti. Così, dalle parti opposte del bancone, si divisero prima la pizza e poi le patatine fritte.

Dal primo morso, Nikandre sentiva il palato urlare di gioia e avrebbe emesso gridolini di piacere, avrebbe trangugiato a morsi voraci e avrebbe provato a mischiare i due cibi se non avesse avuto di fronte Eric, il signore delle buone maniere. Sebbene mangiasse con le mani, rimaneva composto, i gesti lenti, un morso ben masticato dopo l’altro, la bocca e le dita ancora pulite, come il grembiule che era rimasto immacolato. Lei, invece, fece di sicuro una figuraccia a piangere per il solletico che le avevano provocato le bollicine della bevanda dolce; Eric si era messo a ridere. Per un attimo a Nikandre si fermò il battito: lo stesso sorriso che aveva visto nel sogno… E saliva davvero dalle labbra agli occhi, formando intorno a essi delle rughette irresistibili.

Eric aveva smesso di ridere e la osservava.

Nikandre afferrò il barattolo, lo aprì e ci infilò dentro il cucchiaio. “Da quanto, da quanto lo sto guardando? Se ne sarà accorto? È per questo che mi fissa anche lui?” Ingoiò un grosso boccone.

«Attenta, è…»

“Freddoo!”

Nikandre si portò le mani alle tempie.

«Freddo». Eric sorrise di nuovo. «Scusami, dovevo avvertirti. Per assaporare il gelato devi mangiarne poco alla volta. È al gusto di cioccolato».

Nikandre seguì il consiglio e non poté più trattenersi. All’Ade le buone maniere. Considerava quel cibo come una musica sulla quale doveva ballare; chiuse gli occhi e scrollò le spalle al ritmo del cioccolato.

«Perché onorare Artemide, quando si può venerare il cioccolato?»

«Ero certo che ti sarebbe piaciuto».

«Tu devi essere certo di un sacco di cose».

«Perché ne conosco molte, è il mio mestiere. Ricordi? Sono un comandante e un mentore».

«Già, che peccato!» Nikandre aveva raggiunto il fondo del barattolo. Lo fissò con il cucchiaio ancora in bocca. “Scomparirei in un lampo come le korai, se potessi”, pensò. «Scusa, l’ho quasi finito».

«Meglio così, io non ne vado matto». Si alzò e sparecchiò mentre Nikandre dava fondo a quel nettare per gli dei. Se lo avesse raccontato a Chiara, non ci avrebbe creduto. Un uomo stava mostrando comportamenti servili nei confronti di una fanciulla. Pura follia. Ricordò che soltanto quando aveva avuto la febbre alta qualcuno l’aveva servita, ed erano state le novizie più giovani di lei.

Nikandre incrociò le braccia sul ripiano sgombro e ci sprofondò il viso. La tensione muscolare si era dissolta e le palpebre si chiudevano da sole. Stanchezza e cibo rimanevano un connubio perfetto per il sonno.

«Io dormo qui», avvertì.

Eric si stava mostrando più gentile del previsto. «Non puoi, devi riposare in un letto vero».

«Ho riposato in posti peggiori».

E comprensivo. «Non ne dubito».

Sempre più servile. «Se non riesci a camminare, posso portarti in braccio».

Se fosse durato, si sarebbe rivelato il compromesso migliore di tutta la sua vita. «Ih, ih. Fallo, dai, così Domitilla ti prende a schiaffi».

Era proprio ubriaca di stanchezza e Morfeo la trascinò con sé.

«Magari stanotte non ne ha voglia». Eric le tastò la spalla con l’indice. Le scostò le treccine dal viso. «Nikandre?»

Un mugugno sommesso gli confermò che era crollata. Eric le prese la nuca e l’appoggiò alla spalla e Nikandre gli strinse la camicia sul petto, come se la sua presa non bastasse a sostenerla. Crollata, ma non del tutto incosciente. La prese in braccio senza obiezioni del Fiore.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Bellissimo il disegno, storia avvincente e molto belli i rimandi all’arte greca. Complimenti.

  2. Giulio Cosenza

    Da quello che leggo nell’anteprima sembra un libro molto interessante, tra l’altro il disegno é bellissimo. Complimenti

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Anna Rita Bevacqua
Anna Rita Bevacqua ha 52 anni, vive a Retorbido, è sposata e ha due figli.
Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera, ha illustrato alcuni volumi per la Todaro Editore; dopodiché ha scelto di dedicarsi alla famiglia e alla professione di insegnante. Attualmente lavora presso la Scuola in Ospedale di Voghera.
Nonostante il ruolo di docente, preferisce i panni di studente, quindi segue corsi per approfondire i propri interessi (arte, musica, informatica, lingue straniere) ma che possono anche essere utili in classe.
Col tempo, gli spazi per dedicarsi alla pittura sono diminuiti e ha iniziato a scrivere (con la figlia, per divertimento).
Quando ha deciso di dedicarsi seriamente a questa nuova passione, ha frequentato una scuola di scrittura e poi ha partecipato con Kore 203, L’Unione al torneo di “Io scrittore” 2021, accedendo alla fase finale.
Ora confida nella pubblicazione.
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