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La cacciatrice di emozioni

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Consegna prevista Aprile 2025

Nina è una ragazza dal carattere introverso con un pessimo rapporto col cibo. Da sempre poco incline alle relazioni sociali a causa di un’infanzia problematica e dolorosa, trascorre le sue giornate chiusa dentro l’impianto sportivo che, grazie all’aiuto della collega e, soprattutto, amica Liz, cerca di mandare avanti.
Tutto scorre liscio fino a quando, un giorno, quello che Nina ha sempre creduto essere il suo mondo viene fortemente messo in discussione da alcuni eventi che la cambieranno per sempre.
L’ingresso nella sua vita di Joshua, un uomo enigmatico e misterioso che la costringerà a mettere in discussione se stessa e il suo passato, e altri dolorosi colpi di scena obbligheranno Nina a fare i conti con i suoi demoni interiori e con un presente che metterà a dura prova il suo già fragile equilibrio psicofisico e gli affetti fino a quel momento creduti sinceri, scaraventandola in un vortice di paura e morte lungo il confine tra il bene e il male.

Perché ho scritto questo libro?

Questa storia ha avuto la capacità di scriversi un pò da sola. L’idea di base me l’ha data una cara amica che per dieci anni ha svolto volontariato come infermiera pediatrica proprio nel continente Africano.
Ascoltando le sue avventure piano piano ha cominciato a crearsi il personaggio e con esso l’intrigo e tutti i colpi di scena che rendono questo romanzo indubbiamente scorrevole e appassionante.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PROLOGO

25 agosto, ore 04:30.

Centro sportivo.

Il grande impianto sportivo del paese sorgeva lungo la strada statale 26, ed era costituito da un campo da calcetto, uno da pallavolo, una piccola palestra con le pareti laterali interamente ricoperte da grossi specchi e due piscine: quella coperta, utilizzata tutto lanno, e quella scoperta, che a differenza della prima, veniva adoperata unicamente nel periodo estivo.

Le persone che durante quella torrida giornata di fine estate si erano recate in piscina nel tentativo di trovare un po di sollievo, se nerano andate via già da qualche ora, lasciando a testimonianza del loro passaggio oggetti disseminati qua e là, alcuni scarti dei pasti consumati e gli attrezzi messi gentilmente a disposizione dal personale dellimpianto abbandonati al suolo in totale disordine.

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Più continuava a fissare la scena di fronte a lui, meno riusciva a spiegarsi come mai la gente criticasse tanto i luoghi sporchi e mal tenuti quando era la prima a lasciare la propria immondizia dove capitava, del tutto sprezzante del lavoro altrui.

Mettere ordine dal caos generale in cui da molti anni, ormai, versava il genere umano, era divenuto il suo unico vero scopo.

La sua missione.

Come gli oggetti, anche gli esseri umani dovevano essere selezionati e catalogati, perché soltanto ripulendo il mondo da quella che lui considerava feccia, avrebbe potuto portare a termine il suo compito e mettere così finalmente a tacere quellorrenda sensazione dinquietudine mista a ingiustizia che da anni gli dava il tormento.

Compito, questo, che aveva sempre assolto con onore e riconoscenza, perché nellesatto istante in cui guardava negli occhi la sua vittima e ne scorgeva lanima leggera e sottile abbandonare lentamente il corpo, riusciva a trovare la pace assoluta, avvertendo unintensa e purificante sensazione di rinascita.

Soffermarsi a osservare la vittima designata nel momento in cui la sua vita perdeva la battaglia più importante e finiva con lessere conquistata dalla morte, rappresentava per lui il massimo dellappagamento.

Era allora che il suo corpo veniva invaso da incontrollabili e liberatori fremiti di piacere in cui il disordine, linquietudine e la rabbia repressa, scomparivano, lasciandolo in balia di unintensa sensazione di pace e benessere.

Come se tutto fosse tornato a essere come avrebbe dovuto essere: perfetto.

Gratificato e soddisfatto, si soffermò un istante a osservare londeggiare lieve e ipnotico della superficie dellacqua, prendendosi un momento per assaporare la calma e il silenzio dopo la frenesia e lagitazione che precedevano lazione, sentendosi temporaneamente libero da quel malessere che da anni gli dominava lesistenza.

Quando portava a compimento un rito di purificazione, era pervaso da una sensazione di superiorità che lo faceva sentire invincibile, e da umile servitore qual era, riusciva a diventare un tuttuno con il suo unico Dio: il Maestro.

Un rumore allesterno dellimpianto attirò la sua attenzione, riportandolo immediatamente alla realtà e facendogli rendere conto di non aver ancora ultimato il suo compito.

Non poteva permettersi di commettere errori.

Non ora che mancava poco allalba del grande giorno.

Prese dalla sacca lattrezzo che gli serviva per lultimo atto del rito e, dopo averlo reso incandescente, iniziò a incidere il marchio sul corpo esanime del ragazzo, per sigillarne la purezza acquisita e dare così inizio alla fase finale e più importante del rituale.

La testa, il luogo in cui dimorava la mente con il libero arbitrio, ossia lindiscusso potere concesso a ognuno di noi dallonnipotente, preferiva lasciarla per ultima. In questo modo poteva godersi fino in fondo quel gesto, vero e proprio simbolo di una nuova conquista.

Un passo in più verso lambita meta.

Ripulita la scena del crimine e cancellate tutte le possibili tracce che in qualche modo avrebbero potuto ricondurre a lui, prese la sua roba e, prima dincamminarsi verso luscita, si girò unultima volta a contemplare il suo operato.

Assecondando il lento e continuo movimento dellacqua, il cadavere iniziò a galleggiare lentamente sulla superficie silenziosa, assumendo in breve tempo la caratteristica posa dei corpi senza vita immersi in un liquido: prono, con gli arti inferiori leggermente divaricati e quelli superiori estroflessi, come se la sua anima fino allultimo, avesse voluto tenersi saldamente ancorata a quel liquido, ultima culla di una vita portata via troppo presto. 

La debole vibrazione del telefonino nella tasca posteriore dei pantaloni attirò la sua attenzione.

Soltanto il Maestro possedeva quel numero, consegnatogli dentro una spessa busta bianca insieme alle istruzioni della missione e alle descrizioni degli obiettivi.

Durante le uniche telefonate che riceveva, esclusivamente a lavori ultimati, il Maestro si limitava ad ascoltare lesito dellincarico per poi riattaccare senza dire nemmeno una parola.

Premette il tasto verde sul telefono e cominciò a scandire chiaramente il proprio numero didentificazione:

«Ruben, 21-11-82».

Aspettò qualche secondo e poi aggiunse.

«Giustizia e purificazione in dono al Maestro».

Nei primi tempi rimaneva in attesa sperando di udire dall’altro capo del telefono una parola o un suo accenno ma, ormai, dopo anni, sapeva che lapparecchio non gli avrebbe trasmesso nullaltro che un lento e costante respiro.

Si rimise il telefono in tasca, prese la sacca con gli attrezzi e uscì soddisfatto al chiarore della luna.

1

  

Ore 6,20.

Quella notte non era riuscita a prendere sonno, e ogni volta che si voltava per guardare la piccola radiosveglia sul comodino aveva limpressione che le lancette, dispettose e testarde, non si muovessero di proposito. Come se si stessero prendendo gioco di lei, mostrandole che, a differenza sua, loro dormivano profondamente.

Così, una volta spuntate le prime luci dellalba si arrese al sorgere di una nuova giornata lavorativa. Delicatamente e senza fare rumore per non svegliare la gatta che ancora dormiva profondamente accanto a lei, Nina spostò il leggero piumino estivo, e scese dal letto.

Per le sue scarse doti culinarie e una particolare antipatia verso il cibo in generale, la piccola cucina era la parte della casa che utilizzava di meno e che, di fatto, era rimasta come quando le era stata consegnata.

Con lunica eccezione dei nylon di protezione che si era premurata di togliere subito dalle ante dei mobiletti, dei cassetti, dalla superficie del top e dal lavandino, unicamente per evitare che Camilla ci si mettesse a giocare finendo col graffiarne la superficie. Di tutti gli elettrodomestici che la componevano, il solo che fino a quel momento era stato realmente preso in considerazione era il forno a microonde. Per il semplice fatto che era lunico che Nina fosse davvero in grado di far funzionare, anche se il suo utilizzo verteva unicamente in scaldare una misera gamma di cibi già pronti, delle tisane per quando sentiva il bisogno di rilassarsi e il latte il mattino. Cibi semplici ma perfettamente in grado di zittire il fastidioso senso di fame di cui era vittima come ogni essere vivente.

A discapito del gusto, lunica cosa che realmente importasse a Nina era che fossero cibi pratici e veloci da preparare.

Per lei l’alimentazione rappresentava un dovere cui il più delle volte, un po per pigrizia, un po per disinteresse, volutamente si sottraeva.

Mangiare non era altro che una noiosa perdita di tempo: questa era lidea.

Adiacente alla stanza da letto, di fronte alla cucina, vi era un bagno di piccole dimensioni che il proprietario di casa era riuscito a organizzare in maniera che fosse il più efficiente possibile: nellangolo in fondo a destra cera una stretta doccia triangolare, con i sanitari e il lavandino sul lato opposto, separati soltanto da un mobiletto contenente gli asciugamani e tutto loccorrente che le serviva per l’igiene personale.

La cosa che maggiormente laveva colpita di quella stanza, erano le due file di luci a led che ornavano il perimetro dello specchio sopra il lavandino, che una volta accese, donavano al bagno una calda colorazione bluette.

A completare la piccola mansarda, vi era un salottino con un divano blu scuro, un mobile porta cd/dvd e una libreria di fortuna, ormai completamente sommersa dai libri.

L’arredamento di quella casa era costituito da un mobilio scarso ma essenziale, del tutto sprovvisto di soprammobili, tappeti e tende, che Nina aveva sempre considerato inutili e scomodi prendi polvere. La casa per lei doveva essere comoda e soprattutto molto veloce da pulire. Un po come il cibo.

Come ogni lunedì mattina, prima di fare colazione prese il portatile per dare una rapida occhiata alle notizie di cronaca.

Il week-end appena concluso poteva vantare il triste epilogo di ben tre giovani vite spezzate. Due ragazzi poco più che ventenni di ritorno da una serata allinsegna del divertimento e, purtroppo, del troppo alcool, che mentre erano di ritorno da un locale non molto distante da lì, si erano scontrati in lauto a folle velocità contro il muro di cinta di unabitazione poco distante da casa di uno dei due.

Unanziana signora era stata colta da un malore mentre stava facendo la spesa, portata subito allospedale, si era ripresa quasi completamente e ora verteva in buone condizioni. La causa del malore, a detta dei paramedici che lavevano prontamente soccorsa, era da imputare alle elevate temperature di quellestate fuori dal comune.

Causa, questultima, anche della morte di una piccola anima innocente di appena otto mesi dimenticata in auto sotto il sole cocente dal padre, che resosi conto soltanto nel tardo pomeriggio della dimenticanza, si era precipitato nel parcheggio della ditta in cui lavorava come ingegnere quando ormai per la piccola non vi era più nulla da fare.

Sfortunatamente, concludeva larticolo, il numero delle disgrazie in cui erano coinvolti i bambini, nellultimo decennio era tristemente aumentato, probabilmente a causa della crescente disattenzione degli stessi genitori, determinato da uno stile di vita frenetico e molto stressante cui erano continuamente sottoposti.

La cosa che maggiormente la rattristava ogni volta che leggeva questo genere di notizie, era il rendersi conto che, con il passare degli anni, una morte in più o in meno, sulla bilancia dellopinione pubblica, non faceva alcuna differenza.

La gente si era talmente assuefatta alla perdita e al dolore altrui, che anche le morti più cruenti o difficili da immaginare e da digerire, come per esempio quelle dei bambini, non valevano più di un trafiletto sulle testate locali e un breve servizio ai telegiornali nazionali.

La morte non faceva più notizia: questa era lamara verità.

Questo però non valeva per lei.

Da sempre, o almeno da che avesse memoria, ogni volta che Nina veniva a conoscenza di simili notizie, si sentiva triste e amareggiata, come se la cosa la riguardasse personalmente.

Avvertiva come una strana sensazione. Non ci stava particolarmente male, quello no, semplicemente ci pensava e ripensava come se per una piccolissima parte ne fosse responsabile e non avesse fatto nulla per impedirlo. Con i pensieri persi in quel mare di considerazioni e laroma di caffè che lentamente si diffondeva nella cucina, sentì Camilla strusciarsi delicatamente contro la sua caviglia e con i miagolii tipici del risveglio, darle a modo suo il buongiorno.

«Buongiorno patata! La fame ti ha buttata giù dal letto, vedo!».

Con un balzo delicato e armonioso tipico dei felini, Camilla saltò sul tavolo decisa a sottolineare il fatto che non sarebbe stata disposta ad aspettare un minuto di più per soddisfare il senso di fame che le attanagliava lo stomaco. A differenza sua, lei era una gran mangiona.

Nina rimaneva sempre colpita dalle affermazioni di carattere della sua gatta. Era capace di farle interrompere qualsiasi cosa lei stesse facendo, per far esaudire nellimmediato ogni suo desiderio. Quando ci pensava, non poteva fare altro che invidiarla e ripromettersi di prenderla come esempio, soprattutto in quelle situazioni in cui non riusciva a impuntarsi e farsi rispettare come avrebbe voluto e, soprattutto, dovuto. Anche se le costava ammetterlo, era debole ed eccessivamente accondiscendente.

In un mondo dove il più prepotente o semplicemente il più ricco poteva permettersi di decidere le sorti del più debole, o caratterialmente meno incisivo, Nina, con il suo carattere schivo e remissivo, non particolarmente incline alle discussioni, passava sempre per quella debole e senza iniziativa.

«Se qualcuno ti vedesse in questo momento, penserebbe che non mangi da mesi!» disse rivolta alla gatta, mentre con una mano le versava le crocchette nella ciotola e con laltra, le accarezzava la schiena seguendo il ritmo delle sue fusa.

Il loro incontro era stato sicuramente frutto del destino.

Una fredda sera di dicembre in cui la neve cadeva a grandi fiocchi ormai da qualche ora, andando a buttare limmondizia sotto casa usa, Nina aveva sentito un rumore provenire dai bidoni davanti a lei. Dopo qualche minuto di incertezza e qualche altro perso a cercare la fonte di quello strano rumore, eccola lì. Sotto un piccolo riparo fatto di scatole di cartone buttate alla rinfusa, cera questo esserino che miagolava talmente forte che a Nina non pareva vero che da una cosa così piccola potesse uscire tutta quella voce: a occhio e croce non doveva avere più di quaranta giorni. Aveva una zampetta gonfia, forse per un trauma subito allinterno del bidone e locchietto destro chiuso a causa del pus. Senza pensarci su, era corsa a casa a prendere una coperta con cui avvolgerla e così riscaldarla, e poi laveva portata di corsa dal veterinario.

Dopo una settimana di degenza e unintensa opera di convincimento da parte della veterinaria stessa, Camilla, si era guadagnata, prima un posticino sul letto e, subito dopo, uno più grande nel cuore della padrona di casa.

In breve tempo allinterno della casa si era creato un equilibrio: da una parte, lanima pelosa, decisa e autoritaria ma allo stesso tempo giocherellona, affettuosa e socievole e dallaltra, quella umana, molto più insicura e schiva, per nulla incline al contatto fisico, e sociale al pari di un’eremita su di una vetta.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Tanja Millone
Nata a Torino il 21 novembre 1982, ha trascorso gran parte della sua vita tra Torino e la Valle d’Aosta prima di trasferirsi con la figlia Matilde in un paesino della Spagna vicino Valencia.
Dopo aver conseguito il diploma come tecnico chimico-biologico, ha lavorato per anni come istruttrice di nuoto presso diverse piscine.
Grazie ad una spiccata capacità introspettiva e una grande passione per la letteratura contemporanea hanno preso vita le sue prime raccolte poetiche, “Sentire per saper d’essere” e “I passi dell’amore”.
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