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La donna bianca di Lisbona

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Consegna prevista Ottobre 2024

La vita ci si proietta davanti così come noi possiamo vederla attraverso le lenti dei nostri occhi. Niente di più semplice.
Ma quando nella nostra mente cominciano ad accavallarsi le diapositive, mischiando realtà e immaginazione, niente si mostrerà più per ciò che è realmente. Lo sa bene Nadia, costretta a convivere con il suo peggiore incubo. E presto lo scoprirà anche Diego, che di incubi ne vivrà ben due, dopo aver fatto la conoscenza di un egocentrico scrittore e della sua tanto ricercata “donna bianca”.
Cercare di evitare un pensiero è esso stesso il pensiero.

Perché ho scritto questo libro?

Ci sono svariati motivi per cui uno potrebbe mettersi a scrivere. C’è chi lo fa per passione. Chi ne è realmente dotato. Chi, in qualche modo, cerca in esso un mezzo per raggiungere il successo.
Personalmente, ho sempre lasciato che le dita picchiassero sulla tastiera del PC senza particolari forzature, e continuerò a farlo in questo modo, sperando di poter lasciare un messaggio degno di essere letto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Rientrai in hotel, gocciolando sul pavimento come una tubatura bucata e raggiunsi Sonia alla reception.

“Come puoi permettere a degli sconosciuti di entrare qui dentro?” Le gridai.

“Ti sei guardato allo specchio?” Replicò, scontrosa come sempre. “In quelle condizioni e, soprattutto, dopo quello che ho visto lì fuori, potrei chiamare la polizia all’istante.”

“Tu!” La indicai armeggiandole un dito in faccia. “Permetti a quel pazzo di entrare in camera mia e ti senti anche in diritto di minacciarmi?”

“Già! È proprio così!” Affermò convinta.

“Beh, allora chiamali pure! Non vedo l’ora di raccontare loro quello che succede in questo posto!” Sentenziai, rovesciandole in terra la pila di bigliettini da visita. “Ora puoi cominciare a lavorare anche tu!” Conclusi, invitandola a raccoglierli.

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Poi salii in camera e mi spogliai velocemente, feci un fagotto dei panni sporchi e li lanciai sulla sedia.

Per prima cosa perlustrai la stanza in lungo e in largo, ma non trovai nulla di riconducibile alla presenza di Alex, questa volta. D’istinto andai dritto in bagno ed alitai contro lo specchio, quasi fossi certo di poter trovare un nuovo messaggio da parte sua. Ma la frase impressa nel vetro era rimasta la stessa:

Il finto scrittore e la donna bianca.

Il mio miglior racconto!

Imprecai. Poi mi grattai la testa. Feci avanti e indietro nel bagno un paio di volte. Imprecai di nuovo. Mi grattai la barba. Quando le avversità scombussolavano la mia quiete assumevo spesso degli atteggiamenti da stupido. Allora mi fermai a pensare sul da farsi, restando immobile e in mutande per qualche minuto. Qualunque idea mi attraversasse la mente, in quel momento, era inutile e rabbiosa. In più mi sentivo più sudicio di un sacco pieno d’immondizia. Lasciai scivolare le mutande bagnate sul pavimento, riempii la vasca e mi ci immersi. Stavolta avrei fatto un bagno rapido.

Il paradosso di quando si è troppo nervosi è quello di non sentirsi dell’umore adatto a rilassarsi, nonostante dovrebbe essere l’unica cosa da fare.

Forse avrei dovuto telefonare a Nadia e chiederle se stesse bene, ma qualcosa mi spinse a non farlo.

Sentivo soltanto la voglia di rientrare in Italia, per staccarmi da quel posto e da quelle persone il prima possibile.

Sonia, Alex e la donna bianca. Ne avevo fin sopra i capelli di tutta quella storia!

L’avventura richiede una buona gestione delle energie psico-fisiche, specie quando ci si imbatte in individui molto più simili ad ostacoli che a compagni/e di viaggio.

Arrivai addirittura a rimpiangere il rumore del trita-carte e la monotonia del mio ufficio. Spesso bisogna allontanarsi dalle cose per capirne l’importanza e, rassegnato come non ero mai stato prima, giunsi alla conclusione che se non avessi maturato la voglia di cambiare vita, non mi sarebbe mai successo nulla di analogo.

Il mio compito si sarebbe limitato a dover sopportare le classiche, pallose, otto ore di lavoro, utili a garantirmi i soldi necessari alla sopravvivenza. Finito! Sta tutto lì il trucco per vivere bene. Ero un pazzo a pensare di poter lasciare la mia entrata mensile fissa, ben retribuita, che mi avrebbe permesso di continuare ad attraversare la vita con passo felpato e indifferente.

Già, perché seppur non fossi ricco, era già un gran sollievo non essere povero. Mi trovavo nel limbo di mezzo. Quello degli arrendevoli. Dove si sta abbastanza bene da poter tirare avanti senza particolari angosce, e abbastanza male da permettermi di lamentarmi senza che fosse necessario muovere un dito. E a fine giornata, dopo il lavoro, non avrei dovuto fare altro che rientrare a casa, distendermi sul divano e accendere la TV. Avrei guardato il mondo andare a rotoli attraverso quello schermo, sorseggiando la mia bella birra fresca e pensando soltanto al mio stomaco e al suo richiamo di essere sfamato. È possibile che si possa vivere soltanto di questo? Pare di si.

D’un tratto sentii bussare alla porta della camera. I miei momenti di pace erano più rari di un quadrifoglio cresciuto nel deserto!

Mi avvolsi nell’asciugamani e andai a controllare. Guardai oltre la lente dello spioncino; c’era la caricatura di Nadia ad attendere nel corridoio. Alle sue spalle il quadro con le mele sboccava inutilità artistica dalla parete. Aprii.

“Tu che ci fai qui?” Domandai sorpreso. “Ti avevo detto che ci saremmo sentiti al telefono.”

“Ho il cappotto inzuppato d’acqua. Posso entrare?”

“Ormai ci sei!” Borbottai rassegnato. “Se hai bisogno del phone è nel mio trolley. Io intanto mi rivesto.”

Si levò il cappotto e lo stese ad asciugare sulla sedia di legno. Il suo pullover arancione le aderiva sul corpo, mettendone in risaltando i confini sinuosi, come fossero colline al tramonto.

Da quando l’avevo conosciuta quella era stata la sua massima espressione di nudità, ma era chiaro che non avesse avuto bisogno di mostrare altro! I corpi col tempo si rammolliscono, una buona mente no!

Indossai dei jeans asciutti, una felpa nera, e l’aspettai seduto sul letto. Aveva tantissimi capelli da asciugare, per cui ci avrebbe messo un bel pò!

A quel punto decisi di approfittare di quel tempo morto per appuntare qualcosa tra le pagine della moleskine, ma quando la cercai nel cassetto del comodino, mi accorsi che era sparita.

“Quel bastardo!” Gridai, ripercorrendo a mezza bocca tutta la lista di imprecazioni che avevo imparato negli anni.

“Che succede?” Accorse Nadia con in capelli ancora umidi.

“Quello stronzo ha preso la moleskine dal cassetto!” Glielo mostrai. Sul fondo di legno aveva lasciato soltanto una pagina ripiegata in quattro. La tirai fuori e la visionai, tremolando per il nervoso.

Ho preso in prestito la tua agenda, amico!

Ma voglio assicurarti che la riavrai, se sarai

disposto ad incontrarmi sull’Alfama, questa sera.

Mi dispiace, ma era l’unico modo per convincerti a venire!

Alex.

Lasciai cadere il foglio sul pavimento e infilai rapidamente gli scarponcini, affondando i piedi in una conca d’acqua. Erano ancora bagnati.

“Sono quasi le venti!” Dissi a Nadia, invitandola a sbrigarsi. “Devi mostrarmi dov’è l’Alfama. Ho da far pentire ad Alex di avermi conosciuto!”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Ernesto Massaro

    Io l’ho letto e credo sia un buon libro!
    Ah no, ma il mio parere non conta, avendolo scritto io 🤦🏻‍♂️

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Ernesto Massaro
È originario di Castel Morrone, un piccolo paese della provincia di Caserta. All'età di vent'anni, per motivi di lavoro, migra dapprima a Bari, poi a Milano, dove resterà per oltre dodici anni, infine a Roma. Diplomatosi a stento, maturerà la sua passione per i libri grazie a quel burbero di Bukowski e quell'altro burbero di Céline, fino ad amare ogni tipo di lettura non soporifera.
Abbastanza schivo per natura, cerca di comunicare pronunciando solo poche parole, strettamente necessarie. Non sopporta le persone che parlano tanto di prima mattina, specie subito dopo la sveglia, poiché le sue funzioni cerebrali tendono a risvegliarsi con qualche ora di ritardo rispetto al resto del corpo. Il resto lo potrete scoprire leggendo il libro.
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