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La formula (im)perfetta: 1+1=3

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Consegna prevista Maggio 2023
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1 ragazzo in lotta con se stesso, 2 donne opposte, 3 destini che s’incontrano e si scontrano.
Un romanzo avvincente che racconta la vicenda dei tre protagonisti Juan, Sasha e Michelle.
Tre, il numero perfetto, il numero che riunisce ciò che il due separa. Tre vite che s’intrecciano in una storia d’amore, d’amicizia, di emozioni intense. Di muto tormento.
Un instabile gioco di maschere.
Un triangolo (im)perfetto, la congiunzione di tre vite che, inevitabilmente, ne usciranno trasformate.
La stessa storia vista con occhi diversi: quelli di Sasha, quelli di Michelle. Momenti emblematici che cambiano significato a seconda dell’angolazione. Sono gli occhi di chi guarda a creare la realtà.
Cosa ci fosse dentro agli occhi di Juan, dove si posasse quello sguardo vuoto, quale fosse la sua realtà, non si è mai saputo, invece. Il suo pensiero resta l’enigma senza soluzione sospeso tra le parole che non ha mai detto.
Tre anime legate da una connessione nata prima di questa vita.

Perché ho scritto questo libro?

Nel 2008 i destini di Silvia e Michela s’incontrano e si scontrano in una triangolazione che le rende nemiche/amiche.
Due donne opposte: Silvia, una brava ragazza, Michela, una donna disinibita. La vicenda ruota intorno a Juan, con il quale entrambe stabiliscono un forte legame, se pur di diversa natura.
Si uniscono nel 2021 per scrivere un libro a quattro mani, ispirandosi a quella storia il cui intento è raccontare emozioni vissute da due prospettive … quella di Sasha, quella di Michelle.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Due donne diverse. Sasha, la fidanzata perfetta. L’ingenuità, la bellezza, la semplicità, l’autenticità. Trasparente come la luce del giorno. Michelle, l’amica fedele, una vita segreta. L’esplosività, la sensualità, l’amorevolezza, la comprensione. Nascosta nel buio della notte. Entrambe uscite da sette anni di relazione con uomini che ne avevano distrutto l’autostima, entrambe alla ricerca dell’identità perduta dopo aver trascorso troppo tempo a sentirsi sbagliate. Ferite nel profondo ma abbastanza coraggiose da ribellarsi a tutto ciò che le aveva tenute nella frustrazione, lontane da se stesse. Juan, ragazzo complesso e affascinante, in eterno conflitto interiore, in costante oscillazione tra il bisogno di rapporti morbosi e simbiotici per paura di stare solo e la necessità di isolarsi dal mondo, evitando il contatto, fino al limite del distacco fisico ed emotivo e dell’evitamento.

Lui, l’artefice, il carnefice ma anche la vittima.

Un legame profondo di anime che si riconoscono, una dinamica tormentata, un gioco di ruoli e di equilibri dove i personaggi si amalgamano e si scindono fino a generare il caos che permetterà loro di trasformarsi…

Juan… bambino peruviano non compreso a causa della sua indole ribelle e di quella sua rabbia muta nel non riuscire ad esprimere il proprio disagio, arrivò in Italia con suo fratello a nove anni, per raggiungere sua madre ed iniziare una nuova vita. Non fu facile…un bambino straniero in una classe dove nessuno capiva la sua lingua e lui non capiva nemmeno la maestra…era solo, spaventato, silenzioso…l’unica cosa che sentiva dentro era la separazione dal resto del mondo.
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Crescendo, ha mantenuto un atteggiamento individualista e a tratti asociale ma ha trovato presto il suo posto nel mondo e il modo per essere finalmente visto: Sul palco, sotto i riflettori. Muoveva i piedi come fossero ali ed esprimeva la sua bellezza e la sua sensuale delicatezza ballando come se intorno a lui, davanti a lui non ci fosse nessuno. Esisteva solo la musica. Quel bambino dagli occhi vivi e vuoti, pieni di mondi e completamente inespressivi, come se qualcuno, da quegli occhi, gli avesse rubato l’anima, aveva, per la prima volta, la possibilità di mostrare il suo talento e di parlare un linguaggio universale, il linguaggio del corpo. Non aveva più paura.

Fu in un locale che conobbe Michelle. Era una donna molto più grande di lui e aveva uno sguardo intenso e rassicurante. Inizialmente la trovava fastidiosa per via della sua esuberanza ma, in seguito, fu proprio quella modalità estroversa e gioiosa a tirarlo fuori dalla sua grotta e a legarlo a lei…per sempre. Non solo quello. Fu la sua dedizione, la pazienza che aveva nel sopportare i suoi lati schivi e ombrosi, la capacità di ascoltare anche ciò che non diceva e la comprensione dei suoi stati d’animo. Sembrava che lo leggesse come un libro aperto, lui, il bambino incompreso si sentiva visto e decodificato per la prima volta. Nacque un’amicizia piena di paradossi e contraddizioni che durò oltre ogni aspettativa.

Fu nello stesso locale che conobbe Sasha, qualche tempo dopo. Una ragazza d’altri tempi, una bellezza naturale, un atteggiamento schivo ma sincero. La donna che lo faceva sentire scelto, unico, l’uomo perfetto che non era mai stato. Un legame oltre i tempi, oltre i mondi… Il disegno di un futuro stabile, di una vita felice che non gli era mai stata concessa prima. L’amore…come nelle favole.

MICHELLE

Cercare di descrivere a parole i sentimenti, il dolore e le emozioni del legame con lui e la sincronicità dell’intreccio della mia vita con quella di Sasha risulta molto complesso, soprattutto dopo quattordici lunghi anni, anni nei quali ho continuato ad averlo nel mio quotidiano come l’amico di sempre, dimenticando, o forse rimuovendo, quel periodo straziante in cui vivevamo in simbiosi in una dinamica disfunzionale che ha generato in me la ricerca ossessiva di qualcosa o qualcuno che gli somigliasse per poter rivivere, ogni volta, lo stesso, familiare dolore. Come un film girato nello stesso modo, con diversi attori, ho ricreato le stesse identiche scene, che mi riaprivano la medesima ferita mai guarita. E in ogni riproduzione era essenziale che lui fosse intenso ma anaffettivo, con blocchi emotivi da sciogliere, bisognoso ma distante, in una destabilizzante altalena di presenza e assenza … assenze che per me erano il preludio alla sparizione, all’abbandono, alla scelta definitiva dell’altra donna che, immancabilmente, faceva parte della storia sin da subito, mentre io ero l’amica segreta, l’amante nascosta, quella che si prendeva la parte più vera di ognuno di loro, ma che, in fondo, non otteneva che misere briciole, fingendo che le bastassero per essere felice.

Il legame profondo, l’empatia, la connessione spirituale e l’affinità elettiva che c’era tra noi, non l’ho mai ritrovata in nessun altro rapporto che ho tentato goffamente di appiccicare sopra quella storia che mi ha segnata per anni, ma è il momento di chiudere il ciclo che mi tiene intrappolata in quelle dinamiche infernali e, finalmente, decidere di scegliermi.

Dopo sette anni trascorsi con un marito denigrante, aggressivo, psicologicamente manipolativo e minatorio, con il quale ero rimasta tanto tempo solo per paura che mi portasse via i bambini, come più volte aveva intimato di fare, l’unica cosa di cui avevo bisogno era leggerezza. Amavo i miei figli più di me stessa ed avevo fatto molti sacrifici per tutelarli, finchè non mi resi conto che non sono i sacrifici a determinare la serenità di un bambino, bensì la felicità. Anni passati a fingere di essere la moglie perfetta che non ero, semplicemente perché non incarnavo quei requisiti necessari per essere socialmente accettabile ed adeguata al ruolo che il mio ex marito, mio padre e il mondo intero in quel momento avevano scelto per me. E io non ero più nessuno, lontana dall’identità che nascondevo per paura di non aderire a quel modello omologato. Avevo dimenticato la mia natura, la mia essenza, la mia esplosività ma anche la connessione profonda con la mia spiritualità. Ero l’ombra di me stessa, frustrata, spaventata, giudicata e frastagliata e la cosa peggiore era che, qualsiasi goffo tentativo facessi per sembrare perfetta, non ottenevo altro che critiche sprezzanti che avvaloravano la mia idea di essere una persona sbagliata. Uscire da quel meccanismo non fu facile, ho dovuto lottare contro un sistema cattolico impostato secondo regole rigide ed intransigenti, contro un uomo che credevo potenzialmente pericoloso per la mia incolumità, contro il conflitto di sentirmi una cattiva madre se avessi mandato via il mio carnefice, ma ce l’ho fatta … come una fenice ho spiegato le ali ed ho spiccato il volo in tutta la mia bellezza.

Fu in quel periodo che conobbi Juan, la mia croce e la mia delizia.

Era Capodanno del 2008 … lo vedevo vagare nella sala, i capelli lunghi legati in un codino stile indio, i tratti inca, gli occhi lunghi e nerissimi, la pelle dorata, quel modo elegante e sottile di muoversi tra la gente. Sono stata affascinata da quel ragazzino sin dal primo momento, ma mai avrei pensato che avrebbe segnato la mia vita e cambiato il mio destino.

Qualche sera dopo ci siamo conosciuti, ballando. Era leggero e maschile nel condurre, lo sguardo assente, fisso nel vuoto.

Quella sera, iniziò la nostra lunga e tormentata amicizia.

Era una presenza morbosa nella mia vita, eravamo in simbiosi, una simbiosi malata e piena di bisogni e vuoti da colmare. Ci leccavamo le ferite per poi colpirci a vicenda, e ricominciare, ogni volta con la stessa intensità. Quei suoi silenzi, quei gesti apparentemente a caso che dicevano tutto, quella sua attenzione ai dettagli, quel modo di sentirci una persona sola. Eravamo compagni di viaggio, anime che si riconoscono, vita dopo vita, in un legame karmico. La sensazione di benessere e completezza, l’empatia, la capacità di comprenderci senza bisogno di parole, erano elementi che rendevano il nostro rapporto un connubio perfetto di corpo e spirito, cuore e mente…ma ci vivevamo come si aprono e si chiudono i cassetti, a scompartimenti. Eravamo uguali, mi specchiavo in lui e vedevo me stessa, con tutte le mie qualità e i miei difetti … lui vedeva se stesso in me, il suo ego … la sua freddezza. Avevamo entrambi una modalità manipolativa fatta di cose non dette, di gesti impliciti, di delicatezza nello stare in punta dei piedi senza mai disturbare, senza mai invadere eppure la nostra presenza era imponente. Lui era chiuso in un meccanismo indecifrabile che per me era chiarissimo…

SASHA

Era un caldo pomeriggio del 2008 quando a soli 24 anni mi trovavo all’inaugurazione del mio negozio. Agli occhi delle persone ero una ragazza bella, giovane e coraggiosa ma io mi vedevo in tutt’altro modo.

Cercavo sempre di riempirmi di cose da fare per non pensare a ciò che non andava nella mia vita.

Si, perché, vista da fuori, la mia vita era perfetta mentre era semplicemente quello che cercavo di far vedere per non dare problemi alle persone care.

Ebbene si, ho passato una vita a cercare di non ferire le persone che amo perché ho sempre pensato che, indossando una maschera e rischiando di ferire solo me stessa, me la sarei potuta cavare… ma mi sbagliavo.

Ero fidanzata da 7 anni, Fabrizio era il classico ragazzo genuino di sani principi, sempre disponibile e provava un amore per me veramente unico, quell’amore che ti spinge a fare qualsiasi pazzia… e ne fece tante.

I primi anni abbiamo vissuto un amore idilliaco, puro, vero, sincero fatto di grande complicità: mi conosceva nel profondo e bastava veramente uno sguardo per capirmi, per capirsi.

Ma dopo tanti anni, soprattutto nelle storie nate dietro ai banchi di scuola, o si cresce insieme o ci si allontana per sempre.

E così è stato.

Penso che il nostro destino sia segnato e che nulla accada per caso ed è successo proprio così quel giorno di un dicembre piovoso dove mi disse: “O ci lasciamo o andiamo a vivere insieme”.

Ero piena di ansie, di paure. Avevo sempre sognato di essere felice con lui, ero piena di aspettative o forse, ripensandoci a distanza di tanti anni, stavo semplicemente ricoprendo me stessa di graffi e lividi, dentro, in un posto che potevo vedere solo io, dove provavo dolore solo io e questo mi faceva stare meglio. Così pensai, spaventata, che la convivenza potesse essere l’ultima spiaggia per provare a far decollare il nostro rapporto.

Le cose non andarono bene da subito e trovai rifugio in una scuola di ballo dove l’unico compromesso per poterla frequentare, data la sua gelosia folle, era quello di fare l’uomo e ballare con le donne. Accettai.

Sono sempre stata una ragazza seria, la classica ragazza con la testa sulle spalle, ma il ballo mi rendeva libera, felice, spensierata, mi dava quel tocco di femminilità che avevo perso da un po’ di tempo e non immaginavo che, da lì a poco, quello che mi rendeva così raggiante si stava trasformando nella storia più assurda, contorta ma anche stravolgente della mia vita.

MICHELLE

Era una serata come tante altre, nel locale salsero più grande di Roma. Noi due, isolati come sempre dagli altri, in quella bolla di disagio e casa nella quale ci sentivamo in diritto di essere noi stessi, senza mai avere la sensazione di non essere adeguati. Eravamo adeguati l’uno all’altra, difettosi, incompresi, diversi. Insieme eravamo aggiustati, come per paradossale magia, incastravamo pezzi uguali di un puzzle e ci completavamo.

“Quella biondina me la sposo” esordì, indicando una ragazza dai capelli biondi, magra, molto carina, vestita in maniera semplice e poco vistosa.

Ero spaventata … l’equilibrio perfetto tra me e Juan diventò precario nell’istante in cui il suo sguardo si posò su di lei, ricambiato. Sapevo che prima o poi sarebbe dovuto accadere, ma non immaginavo così presto, e non immaginavo che io sarei arrivata a quel momento così impreparata, così spiazzata, così indifesa.

SASHA

Era una sera come tutte le altre, mi preparavo per passare una serata spensierata con la mia migliore amica, Daniela, ci conoscevamo da tantissimi anni, sapeva tutto di me ed io di lei, era la mia amica fedele, quell’amica che incontri poche volte nella vita ed io avevo avuto la fortuna di incontrarla.

Come ogni sera che andavo a ballare, sceglievo vestiti larghi di colore nero che non evidenziavano le mie forme come se non volessi essere notata.

Mi pettinai i capelli facendomi dei boccoli, indossai la mia tuta da ginnastica, poco trucco ed ero pronta.

Ogni volta che andavo a ballare non stavo mai serena, mi sentivo sempre in difetto nei confronti di Fabrizio come se non meritassi di essere felice perché in qualche modo sapevo di ferirlo nel cercare di evadere dalla routine quotidiana… ma il ballo era la mia boccata di ossigeno e avevo bisogno di respirare, non potevo continuare a vivere in apnea.

Arrivata al locale, avevo tutte le compagne del corso che mi aspettavano e fremevano di fare un ballo con me, come se sentirsi capite nel ballo le facesse sentire meglio… davo a tutti questa sensazione tranne a me stessa.

I 7 anni di storia con Fabrizio mi avevano fatto perdere l’amore verso me stessa, mi maltrattavo, pensavo di essere brutta e di non essere mai all’altezza; il modo di vestire faceva trapelare il pensiero che avevo di me stessa (in realtà riguardando indietro a 14 anni fa non ero poi così male) eppure quella sera successe una cosa strana.

Ad un certo punto, il dj fece partire una canzone “El perdedor” degli Aventura : è stata la prima delle 1000 canzoni ballate insieme.

Si avvicinò un ragazzo, moro, capelli lunghi legati in una morbida coda… allungò semplicemente la sua mano per prendere la mia.

In quel momento non ho capito niente, Sasha stava rompendo il patto con Fabrizio: stavo ballando con un uomo diverso da lui.

Per la prima volta, dopo aver accettato tutte le più stupide gelosie da parte sua, mi stavo ribellando.

Il ballo è durato pochi minuti, non abbiamo parlato, non ci siamo detti nemmeno i nostri nomi ma la sensazione che ho provato in quel momento è stata indescrivibile. Se chiudo gli occhi riesco ancora a ricordare il suo profumo… quel profumo sul suo collo che inaleresti in continuazione, ad occhi chiusi…resto ferma a quell’istante in cui il mondo ha smesso di girare ed eravamo solo io e lui… quel profumo che ti fa sentire al sicuro, che ti fa sussurrare: sono a casa.

Questo era quello che riusciva a farmi provare ogni volta che le nostre anime venivano in contatto: quella sensazione di essere capita, accettata, compresa, amata.

Terminato il ballo, sono scappata al mio tavolo ed ho avuto paura… paura per quello che avevo provato… perché non era stato un semplice ballo ma un incontro più intimo, un incontro che nella vita è raro da poter avere.

La cosa che mi era rimasta più impressa erano i suoi occhi… così profondi, neri, intensi, strani …i suoi occhi io già li avevo visti …li avevo già vissuti.

Dietro un paio di occhi c’è sempre una storia… e i nostri ne stavano appena per scrivere una nuova. La nostra…

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Silvia Baldi e Michela Araco
Mi chiamo Silvia, ho 38 anni, sono mamma ed imprenditrice nel settore del benessere.
Da oltre 15 anni mi prendo cura della bellezza esteriore, nell’ultimo periodo ho sentito l’impeto di prendermi cura della bellezza interiore e di mettere nero su bianco le mie emozioni scrivendo “La formula (im)perfetta 1+1= 3”, affinchè più persone possibili possano immedesimarsi nel mio racconto ed avere il coraggio di ritrovarsi ed amarsi.

Mi chiamo Michela, ho 45 anni, due figli di 21 e 19 anni.
Lavoro nel settore del fitness e sono operatrice olistica di Reiki dal 1997. Attualmente insegno Pilates, frequento un corso di numerologia e mi sto specializzando in Gestalt counseling. Ho sempre amato scrivere, è il modo in cui le mie emozioni prendono forma. Questo libro è per me un processo guaritivo interiore molto profondo che spero porti consapevolezza a chi si rifletterà nei personaggi...
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