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La guerra del sottotenente

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Consegna prevista Marzo 2023

Un sottotenente radiotelegrafista della Wehrmacht racconta in prima persona la storia della sua singolare, straziante guerra e le imprevedibili conseguenze che questa ha provocato sulla sua esistenza anche nel periodo post-bellico. Attraverso digressioni temporali che seguono il flusso irregolare dei ricordi così come si succedono nella memoria, il racconto ricostruisce le vicende che hanno segnato la vita del protagonista, inizialmente inserite nello scenario faustiano del periodo bellico, successivamente nel doloroso e difficile periodo della ricostruzione tedesca ed infine nel progressivo ritorno alla vita del paese sconfitto. Anche se per la Germania l’opera di rimozione delle macerie fisiche si concluderà con un successo, per alcuni uomini, costretti ad oltrepassare il confine oltre il quale non è più lecito parlare di innocenza, alcune macerie saranno destinate a rimanere per sempre .

Perché ho scritto questo libro?

La passione per la letteratura, prima o poi, sfocia nella tentazione di scrivere qualcosa in prima persona. Ma ho resistito a lungo a questa tentazione nell’attesa che una storia venisse lentamente a prendere forma nella mia mente e che i tasselli di cui si compone si incastrassero fino a dare vita ad un insieme coerente. Più che un libro sulla guerra è un libro che parla della necessità di confrontarsi e di opporsi a ciò che il Caso sembra “apparecchiare” per le nostre vite.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Amburgo, 12 aprile 1950

Il mondo ha voglia di dimenticare. La Germania ancora di più. Così, dopo un rapido procedimento, il paterno giudice Bertram Schulz ha emesso la sua sentenza dichiarandomi innocente. Ho stretto la mano al mio avvocato congratulandomi con lui, benché il suo ruolo fosse stato alquanto marginale, e mi sono avviato verso l’uscita del tribunale. Alla luce dei fatti occorsi qualcuno potrebbe, con buone ragioni, giudicare scandalosa la mia assoluzione. Ma il vero scandalo è che essa sia stata decretata da un giudice che a suo tempo era stato un ufficiale della Wehrmacht e che dopo la guerra fu misteriosamente incorporato nelle sfere della magistratura della neonata Germania occidentale postbellica. In realtà l’aria che tira è questa.

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Non si tratta solo di me, insignificante sottotenente radiotelegrafista in forza della Wehrmacht durante la guerra, oscuro soldatino che, obbedendo ad ordini superiori,  si è ritrovato ad  assolvere incarichi limitati per un tempo limitato presso il campo di concentramento di Sachsenhausen nel 1944. L’elenco di ferventi nazisti mandati assolti dai nostri tribunali in questi anni è piuttosto lungo e annovera personaggi ben più importanti di me. La nuova Germania  deve fare i conti con un futuro da ricostruire, non ha molto tempo da perdere con le vecchie storie del passato.

Fatto sta che ero un uomo libero. E che alla soglia del tribunale c’era mia figlia Hilde ad aspettarmi. Nell’abbracciarmi disse soltanto: “Non avevo bisogno di questa sentenza per sapere che eri innocente”. Ci allontanammo sottobraccio e da quel momento il mio processo sparì per sempre dai nostri argomenti di conversazione. Lei non mi ha  chiesto più nulla nemmeno negli anni a venire. Suppongo che abbia volontariamente scelto di non sapere. Ed ovviamente io l’ho assecondata. Cara, piccola Hilde. Unica superstite della mia famiglia. Salva perché quella notte del 28 luglio 1943 era in campagna a casa di una prozia. Mentre mia moglie Christine e mio figlio Andreas bruciarono vivi insieme nel corso di quell’apocalittico bombardamento notturno su Amburgo, fantasiosamente e macabramente ribattezzato col nome di “Gomorra” da Arthur Harris, capo dei Bomber Command anglosassoni.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Michele Pellegrino
Sono un medico ospedaliero e non dispongo di un curriculum letterario che possa costituire valore aggiunto al libro che propongo. L’amore per la letteratura e per la musica hanno rappresentato parte fondamentale della mia vita e credo abbiano contribuito in modo determinante a portare alla luce quel poco di buono che forse c’è in me, perché tutto ciò che arricchisce la nostra cultura e la nostra dimensione spirituale inevitabilmente finisce per incidere in modo significativo anche nella quotidianità del nostro lavoro e del nostro rapporto con gli altri.
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