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La lacrima delle tenebre

La lacrima delle tenebre
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Consegna prevista Febbraio 2023
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Lili, ragazza dolce e studiosa, si imbatte nel nuovo arrivato della scuola, Charles, un ragazzo temuto, spaventoso, irrispettoso ma curioso agli occhi di Lili. Da quando è arrivato percepisce il ghiaccio dentro di sé e ogni volta Lili si sente più vicina alla morte. I due ragazzi si incontrano di notte nel bosco e da quel momento tutto cambierà. Un colpo di fulmine, ma Charles scompare. Lili si sente devastata pur non conoscendolo. Decide di riprendere la sua vita in mano fino al giorno del ritrovo di Charles. Una passione e un amore intenso legano i due giovani, tanto da rimanere sempre uniti. Ma Charles e Lili sono nemici eterni. Qualcuno metterà a dura prova il loro amore. Ormai la morte incombe su di loro.

Perché ho scritto questo libro?

Tutto è nato in una mattina di settembre. Ero seduta e nella mia testa iniziarono a comparire immagini, momenti di una storia. Subito ricordo di aver preso il telefono e di aver scritto quello che mi ero immaginata. Perché il mio romanzo è nato così: attraverso una serie di immagini che poi ho collegato. Molto spesso mentre camminavo per strada ridevo da sola perché mi venivano in mente battute, eventi del romanzo: per fortuna esistono le mascherine! Poi, avendo un po’ di confusione in testa, ho

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Il giorno era giunto. Avevo sperato che accadesse qualcosa, qualsiasi cosa pur di non far arrivare questo giorno. 30 agosto: il giorno dei maledetti. Il giorno in cui tutti i dannati vanno in contro al loro destino. Già, il destino, la nostra vita è appesa al destino. La più stupida affermazione mai sentita. Durante il giorno, chi ha commesso un reato fatale dovrà essere giustiziato o assolto da Persa, regina del dolore. Tutti avevano paura del giorno dei maledetti, ma io lo disprezzavo: era inutile. Non esiste la giustizia. Si muore e basta.

Indossai la lunga tunica rossa offerta gentilmente dal palazzo di giustizia. Mia mamma mi aveva raccontato- l’unica cosa che lei mi abbia insegnato- che la tunica rossa simboleggiava il fiore: un elemento di rinascita e speranza. Lì avrei conosciuto la mia punizione.

“Dal distretto numero sei Charles Wood.” – esclamò una donna seduta su una possente sedia di metallo- “accuse: omicidio. Prove: testimone oculare, impronte sul corpo della vittima. Mia regina, a lei il verdetto”. La goffa signora si rivolse verso la regina. Indossava un lungo abito rosso ricoperto da brillantini con lunghi capelli ondulati che le scendevano fino alla vita: la verità non sarebbe sfuggita davanti una donna così meravigliosa e così malvagia. Il respiro iniziò a cessare. L’aria si rifiutava di entrare nei miei polmoni. Sapevo quello che avevo fatto. Tutto era andato secondo i mei piani se non fosse stato per quella vecchia mocciosa che passeggiava in quella stradina nascosta di notte. Il mio nemico era morto ma ora per colpa sua ero intrappolato nel mio destino.

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“Così triste e giovane. Un peccato. Un ragazzo così perfetto sarebbe dovuto entrare nel mio letto anziché inginocchiarsi davanti a me. Avremmo potuto creare scintille nella mia stanza, una seconda volta. Non vuoi, forse, ritornare con me invece di ascoltare la tua condanna? So che mi desideri ancora. Peccato. Ma non tollero l’omicidio. Non tollero dolore. Signor Woods lei è giustiziato. L’ omicidio è l’atto più grave ai miei occhi. La vostra condanna dunque sarà dolorosa quanto un omicidio: sarete mandati sulla Terra, con gli umani. Vivrete per un lungo anno insieme a loro, vi comporterete come loro, senza lasciarsi scappare di essere voi. La vostra nuova casa si troverà a Savannah, in Georgia. Sperando che comprenda la gravità delle sue azioni, buon viaggio Charles, al suo rientro le lascerò un invito per la mia festa privata dove potrai farmi vedere le tue ambiziose doti”. La regina si alzò lasciandomi cadere a terra. Potevo essere mandato a raccogliere il sangue di unicorno, a trovare l’oro, ma non essere mandato sulla Terra. Un luogo così inutile con persone altrettanto inutili. Il loro stile vita così monotono mi faceva salire il vomito, avrei potuto vomitare il pranzo della festa della Morte. Avrei dovuto essere un umano. Io sarei diventato un fannullone. Come loro. Il destino me l’avrebbe pagata questa condanna. Un destino così inutile e orribile.

“Non c’è cosa più agghiacciante di questa” continuai a ripetermi. Non potevo crederci che la mia vita sarebbe diventata come quella di un umano. Noi siamo superiori, io lo sono. Siamo una specie più evoluta. Loro sono fermi a capire come funziona l’economia. Esiste solo la rabbia.

Uscì dal portone d’oro del palazzo, gli occhi di tutti erano incollati su di me. Erano dispiaciuti per me. Sapevo che nessuno avrebbe voluto essere me. Ad ogni passo si inchinavano, non per onore ma per benedizioni al destino. Ero stato condannato da questo. Aveva scelto me. Perché proprio io? Perché me e non l’uomo che aveva stuprato la povera ragazzina? Il destino era così ingiusto con me, mi voleva vedere soffrire. Che razza di destino è? La mia vita sarebbe finita. Mi prepararono per il viaggio, salutai casa mia, dove io comandavo e mi diressi alla stazione 202, nel primo distretto. Era il mio preferito perché neanche un’anima viva sarebbe passata da quel luogo tanto freddo. La navicella era pronta, ma io no. Da lontano vidi la Terra, la morte era vicina.

1

Un fastidioso rumore rimbombava nelle mie orecchie. Che fastidio! Spalancai gli occhi e vidi che era la sveglia: indicava le 6.50: ero in perfetto orario, come sempre. Non tardavo mai agli appuntamenti, anzi preferivo arrivare in un luogo prima per essere pronta ad ogni evenienza. Sapevo esattamente cosa avrei dovuto fare in ogni minuto: dalle 6.50 alle 7.00 mi lavo, dalle 7.00 alle 7.10 mi vesto, dalle 7.10 alle 7.15 mi dedico allo spuntino, per poi aspettare 5 minuti di relax per uscire e andare a scuola con calma. Sì, oggi ricominciava la scuola. Il quarto anno di liceo, l’ultimo. Mi guardai allo specchio: non sembravo io quattro anni fa; quante cose possono cambiare in così poco tempo! Ero una ragazzina, ora mi vedevo più matura e responsabile. Dopo essermi lavata e spazzolata i lisci capelli biondo scuro, andai a scegliere i capi che avrei dovuto indossare. Mi misi a pensare.

“Allora primo ultimo giorno, quindi speciale ma non troppo e allo stesso tempo che mi rappresenti” cosa poteva rappresentarmi? Sicuramente non amavo vestirmi sportiva per uscire, preferivo una gonna morbida con una camicia e un maglioncino. Scelsi, così, una gonna di media lunghezza color grigia con delle sfumature di nero, ci abbinai sopra una camicia bianca leggera con degli scarponcini. Fuori non faceva molto caldo ma neanche freddo per essere il 1° settembre. Dopo essermi preparata salutai la mia famiglia, senza ricevere un ricambio e mi diressi verso scuola. Sapevo già che sarebbe stato un anno difficile e impegnativo: il college era il prossimo passo da superare dopo essermi diplomata e da quando Margot si era trasferita a New York mi sentivo più sola di prima. Margot era la mia amica d’infanzia, si era trasferita nel mio quartiere quando io avevo pochi mesi. I nostri genitori erano amici e ogni volta che venivano a cena, io e Margot ci rifugiavamo nella mia cameretta a far finta di volare in un altro universo; sempre insieme. Due mesi fa sua mamma ricevette una proposta di lavoro, ovviamente brillante, certo, lasciando ogni avventura e ogni momento diventare un lontano ricordo. Senza di lei su chi potevo contare? Con chi potevo confidarmi? Lei era il mio punto di riferimento su ogni problema. Ora rimanevo solamente una povera ragazza abbandonata nascosta dai suoi infiniti libri da leggere. Erano il mezzo con cui riuscivo a farmi trasportare verso un altro universo; leggendo mi immedesimavo all’ interno della storia, facendone parte. Anche io ero un personaggio e anche io provavo delle emozioni. La lettura riusciva a prendermi a tal punto da non vivere come prima, ma ad ogni capitolo acquisire una nuova caratteristica di me. Peccato che non tutti riescono a trarre il loro significato e l’importanza. Mia mamma mi dice sempre che passo troppo tempo su delle pagine bagnate di inchiostro. Dovrei uscire. E se stare da sola mi rendesse felice? Proprio adesso che mi sentivo abbandonata.

La mia scuola si trovava a pochi isolati da casa, era un istituto molto ampio, al di fuori era coperto da centinaia di parcheggi destinati agli studenti più grandi, dove si trovava il campo da ring degli studenti ribelli; entrando si trovava l’atrio, un’ampia zona in cui gli studenti lanciavano palline di carta e libri consumati; infine si trovava un lungo corridoio con tutti gli accessi alle aule e laboratori, con al centro una grande e circolare scala. I piani superiori erano indirizzati per i lavori di gruppo o i laboratori più specifici come esperimenti, ovviamente nell’ aule si trovava una porta d’uscita d’emergenza in caso uno studente volesse mandare al rogo la famosa scuola “Sevila”. Un giorno toccò a me provare a fare un esperimento per dimostrare la forza centrifuga: di certo era semplice e non rischioso, ma mi trovavo su una superficie sporca di polvere di un esperimento passato. La notizia finì sui giornali. La mia prima lezione era scrittura: nella mia scuola ogni studente poteva scegliere cinque materie personali oltre a quelle obbligatorie ovvero matematica, storia e cultura inglese. Alla fine di ogni trimestre bisognava sottoporsi ad un test a crocette per verificare le proprie competenze, anche se durante i mesi scolastici gli insegnanti valutavano i lavori di gruppo. La lezione fu abbastanza interessante, fino a quando entrò la segretaria della scuola. Una signora goffa, larga di fianchi e volto grosso ricoperto da trucco. La chiamavano “la ciliegina”, certo che non era piccolina ma il suo odore emanava torta alle ciliege. Per ogni problema o avviso, lei era sempre la prima ad avvisare. “Buongiorno ragazzi e professore, scusate l’interruzione – si lasciò scappare una risatina maliziosa- abbiamo un nuovo studente che starà con voi per tutto l’anno. Il suo nome dovrebbe essere Chorli Wud.” Da dietro si sentì un verso di rabbia, come un ruggito. Entrò in classe un ragazzo bellissimo. Il viso era pallido con le guance segnate di rosso fuoco, gli occhi erano strani: avevano un colore bianco- azzurro, freddo come la neve. Mi faceva paura e allo stesso tempo mi incuriosiva. Il suo abbigliamento era molto elegante, cosa strana per dei ragazzi al liceo.

“In realtà piccola torta mi chiamo Charles Wood” ruggì il ragazzo con uno sguardo agghiacciante. Faceva paura, molta.

“Bene signor Wood, sei il benvenuto in questa classe. Puoi sederti vicino alla nostra Lili, al terzo banco” sussurrò il professore con timore. Lili ero io. Si sarebbe seduto vicino a me, mi avrebbe guardata con i suoi occhi fulminandomi. Avevo paura di quel ragazzo, non so perché ma avevo un brutto presentimento. Con lo sguardo innervosito si avvicinò a me, senza salutarmi, mi guardò dritta negli occhi. Sentì un brivido salirmi sulla schiena, come se qualcuno mi avesse gettato del giaccio dentro la camicia. Trasalii e mi misi una giacca addosso. Perché mi guardava così? Cosa gli avevo fatto? Mi disprezzava. Si vedeva. Charles non doveva più stare con me. Per tutta la lezione stette fermo, non prese appunti: la sua penna e il foglio rimasero fermi sul tavolo. Osservava il mio di foglio, cercando di leggere cosa scrivevo. Di certo non gli avrei mandato i miei appunti. Ad un certo punto prese il tappo della penna e lo lanciò a terra facendomi sussultare dallo spavento.

“Signor Wood! Riprenda subito la sua penna! Lei è appena arrivato e non sta dando una bella impressione di lei!” lo rimproverò il professore.

“Odio stare qui” rispose a denti stretti. Solo io lo avevo sentito. Era arrabbiato con me? Suonò finalmente la campanella, un sollievo. Non avrei visto Charles. Mi alzai dalla sedia per dirigermi fuori dall’ aula. D’un tratto sentii una mano calda e fredda afferrarmi il braccio. Mi congelava il sangue ma allo stesso tempo sentivo che mi stava riscaldando. Sapevo che era lui. La sua presa era forte, non riuscivo a liberarmi. Mi voltai arrabbiata e impaurita verso di lui. Il suo volto era incuriosito, mi squadrava.

“Hai un buon profumo signorina Lili” sussurrò lui nel mio orecchio. Mi lasciò andare e corsi verso la lezione di ginnastica, con il volto già ricoperto di sudore. Che cosa significa hai un buon profumo! Non è questo il modo di approcciarsi con le persone. Mi aveva solo spaventata, ma allo stesso tempo ero curiosa di scoprire quale profumo avessi per attirare la sua attenzione.

Durante l’ora di ginnastica pensai continuamente a quei occhi freddi, al braccio caldo e allo strano profumo che dovevo emanare. Mi squadrava. Lo vedevo. Mi stava osservando. Ad un tratto gli lanciarono una palla contro e senza smettere di guardarmi afferrò la palla con una mano fermandola. Come aveva fatto a vederla! Un brivido mi salì attraverso la schiena. Ogni volta che mi guardava sentivo il freddo, un freddo agghiacciante e caldo: mi penetrava facendomi paura ma mi riscaldavo davanti a quello sguardo. Un’ altra mano mi toccò la schiena, facendomi sobbalzare. Un braccio peloso, da uomo. Alex. Alex era il mio migliore amico dell’asilo, ovviamente un’amicizia che non è durata: in prima media davanti a tutta la classe mi aveva umiliata dicendo che ero solo una ragazza da biblioteca e che nessuno avrebbe voluto stare con me. Ora non mi lasciava mai da sola, ero diventata la sua Beatrice.

“Alex cosa c’è?” sbottai. Continuava ad accarezzarmi il braccio nonostante le mie fulminanti occhiate.

“Ti va di uscire dopo scuola oppure devi andare in biblioteca di nuovo?” Andare in biblioteca era la scusa che utilizzavo per non uscire con lui, o meglio con tutti quelli che me lo chiedevano, ovvero solo lui. Mi venne in mente che due anni fa un ragazzo più grande di me si prese gioco di me chiedendomi di uscire insieme a lui. Era il classico ragazzo palestrato circondato da tantissime ragazze. Alla sua richiesta non feci in tempo di rispondere che già aveva risposto lui. “Ah no, tu devi andare in biblioteca” disse ridendo nel corridoio. Volevo solo scappare e nascondermi da quell’imbarazzo.

“No oggi non devo andare in biblioteca- mentii e vidi i suoi occhi illuminarsi di speranza- ma devo studiare perché domani ho un importante test”. Mi girai e me ne andai. Nel corridoio notai che Charles mi stava osservando con i suoi occhi taglienti e nello stesso tempo osservava Alex! Due occhi su due persone diverse! Era incredibile.

“Non lo sopporto quel ragazzo, vorrei che mi lasciasse stare” pensai tra me. Suonata la campana tornai a casa dove mi aspettava con impazienza mia mamma. Una donna difficile da comprendere ma amata da tutti. Era la direttrice di uno studio giornalistico, scriveva articoli di ogni genere. Sul tavolo trovai dei tramezzini con formaggio e verdure, i miei preferiti.

“Tesoro come è andata a scuola? Primo ultimo giorno eh” rise tra sé mentre si truccava. Vestiva appariscente, con una lunga gonna nera aderente con sopra una camicina bianca trasparente e infine dei tacchi a spillo alti dieci centimetri.

“Molto bene mamma, anche se oggi è arrivato un nuovo compagno a scuola che mi suscita molta paura. Ha degli occhi color ghiaccio.” spiegai.

“Tesoro molto interessante. È carino almeno? Sai non devi avere paura di una persona, mai. La paura è una sensazione falsa: si prende gioco della tua mente causandoti la paura. Ogni volta che la senti, bisogna che la scacci via, è un male che non ti fa vivere la vita al massimo grado.” Spiegò lei. Era sempre pronta a darmi le sue lezioni di vita.

“Grazie mamma, comunque sì è abbastanza carino” un bruciore si impossessò delle mie guance. Mia mamma mi guardò e fece il suo solito sorrisetto.

“No mamma, conosco quel sorriso. Non mi piace! Non guardarmi in quel modo! È completamente diverso da me, è arrogante.” Spiegai ridendo sotto i baffi.

“Tesoro come fai a dire che è arrogante e diverso da te se non vi siete mai parlati. Ora però devo scappare – in effetti guardai l’orologio e vidi che erano le tre passate- ci vediamo più tardi. Ricorda di dire a tuo padre che gli ho lasciato la cena in frigo. Io stasera non torno a casa, ho un meeting per un articolo stupefacente.”. Mi girai con la testa in cambio di un saluto ma ormai la macchina rossa era già partita e io rimasi con il boccone in bocca. Finito di mangiare mi rifugiai in camera a fare i compiti. Come programma dovevo svolgere una ricerca a proposito dei miti delle costellazioni. Internet non aiutava molto, osservai. L’unica soluzione era quella di andare in biblioteca. Presi le chiavi della macchina e una grossa sacca per metterci dentro più libri possibili. Accesi la macchina e iniziai la mia corsa verso la biblioteca. Ad un certo punto il cuore si gelò. Divenne ghiaccio, tutto faceva freddo eppure l’aria condizionata non era accesa ed era solamente settembre! Era come se tutto fosse diventato scuro, come se ad un tratto l’inverno si fosse impossessato di me. Mi guardai attorno: le persone giravano con i pantaloncini e le magliette a maniche corte, non avevano freddo! Allora come mai io avevo il bisogno di indossare una giacca, una sciarpa e dei guanti? Non riuscivo a capire, solo io sentivo freddo? Controllai di nuovo se l’aria condizionata fosse spenta; era così. Il petto incominciava a gonfiarsi, il cuore stava accelerando sempre di più, sembrava che stesse gareggiando una corsa di Fast and Furios. Non capivo, stavo avendo un attico di panico? Non avevo mai sofferto di attacchi di panico. Forse l’unica soluzione era di scendere dalla macchina e cambiare l’aria. Scesi e l’aria era ritornata come prima: era afosa ma anche pungente per l’odore dei pini. Faceva di nuovo caldo. Stavo diventando pazza? Entrai nella biblioteca. Per me era un luogo sicuro, un po’ come la chiesa nei momenti di guerra. Tutto era silenzioso, si trovava sempre calma, nessuno discuteva, era un po’ le Maldive della città. In biblioteca potevi creare un legame tra la persona e il libro. Nessun’ altro poteva disturbarti. Nessuno. Solo il libro. Iniziai a sfiorare con i polpastrelli le copertine dei libri, sperando di sentire l’adrenalina di un nuovo libro. Ma oggi ero lì in cerca di libri sulle costellazioni. In un’unica parola le potrei definire affascinanti. Tanti puntini messi insieme per formare una forma strana che poi grazie all’immaginazione si crea una leggenda, tramandata di generazione in generazione fino a noi. Una ricerca interessante. I libri erano molteplici: guida alle costellazioni, miti sulle costellazioni, ricerche sulle costellazioni, tutto ciò che devi sapere sulle costellazioni. Questi libri erano perfetti! Li presi tutti e mi sedetti sulle soffici poltrone gialle della biblioteca per leggere alcune pagine. Subito mi interessò la storia dell’orsa maggiore: la ninfa Callisto diede alla luce Arcade grazie all’unione con Zeus. Per proteggerla dalla vendetta di Era, moglie di Zeus, questo le donò eterna gloria innalzandola in cielo come Orsa Maggiore. Mi sentivo tranquilla, senza preoccupazioni, questo era il mio posto felice. D’un tratto sentii di nuovo il freddo agghiacciante, mi gelava il corpo. I denti iniziarono a battere sempre più veloce, così come il mio cuore.

2022-06-09

Aggiornamento

Un'anteprima del romanzo La lacrima delle tenebre!
2022-05-08

Aggiornamento

Ogni venerdì sul mio canale Instagram ci saranno dei quiz sul romanzo!
2022-05-03

Aggiornamento

Grazie a tutti coloro che hanno preordinato il libro! Buona lettura.

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Ilaria Zennaro
Mi chiamo Ilaria Zennaro, ho sedici anni e vivo in provincia di Torino. Frequento il Liceo Classico. Sono una ragazza riservata, timida e amo gli animali. La mia passione per la lettura è nata a partire dalla seconda media. Amo immedesimarmi nei personaggi e vivere nuove avventure, allontanandomi dalla vita monotona. Quando scrivo mi piace trasmettere emozioni ai miei lettori. Nel settembre 2020, creai la mia storia, il mio mondo in cui si possa viaggiare. Sono una sognatrice e una lettrice e lo sarò per sempre.
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