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La leggenda di Helagor: la battaglia di Hellar

La leggenda di Helagor: la battaglia di Hellar
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Consegna prevista Agosto 2023
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Aveva solo quindici anni quando accadde.
Ricordava tutto come se fosse appena successo.
Le urla, lo stridere delle spade, le imprecazioni, quell’orda che sembrava infinita e che si era riversata come un fiume in piena sulla spianata adiacente al castello. Le fiamme, le lacrime, la paura che vide negli occhi dei suoi genitori.
E la morte.
Ovunque si voltasse vedeva fiamme e morte.
La sua tata, che tanto aveva amato, era riversa in un lago di sangue, la testa spaccata a metà da un’accetta, il cervello che usciva dal cranio, gli occhi spalancati per il terrore. Lui si era salvato solo perché rimasto ben nascosto dietro ad un grosso tavolo di ebano ribaltato.
Il tempo stringeva, non si poteva aspettare oltre. Già troppe persone avevano perso la vita in una sola giornata di guerra.

Perché ho scritto questo libro?

Perché ho scritto questo libro? Bella domanda.
Potrebbero esserci molteplici risposte.
La prima: ne avevo bisogno. Durante la scrittura potevo perdermi nel mondo da me creato. Un mondo violento, certo ma che ho desiderato creare con tutto me stesso.
La seconda: ho sempre voluto unire manga e fantasy. Le mie due più grandi passioni (insieme alla musica) ho cercato di farle coesistere. Se amate Dragonball, Final Fantasy, SAO, AOT…beh, qui ne troverete le tracce.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

 

Aveva solo quindici anni quando accadde.

Ricordava tutto come se fosse appena successo.

Le urla, lo stridere delle spade, le imprecazioni, quell’orda che sembrava infinita e che si era riversata come un fiume in piena sulla spianata adiacente al castello. Le fiamme, le lacrime, la paura che vide negli occhi dei suoi genitori.

E poi la morte.

Ovunque si voltasse vedeva fiamme e morte.

La sua tata, che tanto aveva amato, era riversa in un lago di sangue, la testa spaccata a metà da un’accetta, il cervello che usciva dal cranio, gli occhi spalancati per il terrore. Lui si era salvato solo perché rimasto ben nascosto dietro ad un grosso tavolo di ebano ribaltato.

Il tempo stringeva, non si poteva aspettare oltre. Già troppe persone avevano perso la vita in una sola giornata di guerra.

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Re Heolas e la Regina Lilith vestirono le loro armature e si diressero verso le loro Spade. Proprio quelle Spade, le Spade per le quali si era scatenato tutto. Le Spade Leggendarie, che venivano affidate per discendenza diretta ai futuri regnanti dei Quattro Regni degli Uomini e che erano bramate in maniera ossessiva dagli abitanti dei cosiddetti Regni Oscuri.

Rammentava le ultime parole dei suoi genitori.

“Mi dispiace, figliolo”, aveva detto Re Heolas, con le lacrime agli occhi

“Cresci forte, amore mio”, gli aveva raccomandato la Regina Lilith, guardandolo con tenerezza.

Poi avevano impugnato le Spade presenti nella grande Sala del Re e si erano diretti lì, dove infuriava la battaglia.

Non sapeva come fossero arrivati dove li scorse qualche minuto dopo dalla cima del castello, sicuramente si erano fatti strada menando fendenti ed uccidendo nemici.

Però si ricordava alla perfezione quello che vide: li sentì urlare qualcosa ai soldati amici che, udite quelle parole, ripiegarono verso le mura interne del castello. Arrivati a metà della spianata si inginocchiarono ed infilzarono il terreno con le loro spade. Non appena le lame penetrarono nel terreno due spaccature che si estendevano fin dove l’occhio poteva vedere si aprirono facendo tremare tutto il territorio circostante. Vide suo padre guardare per l’ultima volta sua madre e viceversa. Poi, da quelle stesse fenditure, due muri, uno di luce ed uno di fuoco, si alzarono arrivando a toccare il cielo. Vide i due regnanti cominciare a brillare come stelle e, alla fine, quell’urlo gridato all’unisono che non gli uscì mai più dalla testa: “SACRIFICIO ESTREMO!”.

L’esplosione fu così immensa da devastare tutto quello che incontrò, comprese le forze nemiche che sparirono come neve al sole. I pochi, pochissimi, sopravvissuti si ritirarono correndo come cavalli impazziti.

Il castello si salvò solo grazie all’aiuto dei maghi che innalzarono una barriera intorno al maniero.

Del Re e della Regina rimase solo la polvere. Loro e delle loro spade.

Il loro sacrificio fu così eroico che, il giorno dei funerali, persino gli Elfi Neri e i Maghi Oscuri mandarono una loro delegazione ad assistere all’evento. In quel frangente fu firmata una pace che sarebbe dovuta durare dieci anni al termine dei quali, però, non si assicurava la continuazione della stessa.

Qualche giorno dopo Helagor venne eletto Re di Leònas.

Da allora…

“Sempre quella cazzo di storia racconti eh, Helagor? Ma non ti si stanca mai la lingua, eh?”

Nella taverna la puzza di birra era superata solo da quella di piscio. Era la migliore taverna del Regno ma pur sempre una taverna.

Garaoth, il gentil signore che aveva pronunciato le parole di cui sopra, era talmente ubriaco da essersi rovesciato mezza pinta di birra sulla pancia prominente e faceva addirittura fatica a stare seduto.

Come avrete sicuramente intuito il Re, che aveva soli venticinque anni, non lesinava in divertimenti e, tra questi, vi erano birra e donne.

E proprio ad una donna, una giovane locandiera, stava raccontando le epiche gesta dei suoi nobili genitori nella speranza di muoverla a compassione…e pure a qualche altra cosa.

“Garaoth, amico mio…come al solito non riesci a tenere a freno la lingua”, rispose Helagor con tono canzonatorio, anche lui alticcio.

Si alzò, dopo essersi scusato con la ragazza della maleducazione del suo compare, e si sedette vicino a lui.

Il tavolo ed il pavimento di legno della locanda erano appiccicosi a causa della birra che vi era stata versata da ubriachi molesti provenienti da ogni angolo dei Quattro Regni nel corso degli anni.

“Mi hai fatto perdere una scopata sicura. Te la farò pagare”

“Scusate Vostra Maestà, la prossima volta terrò il becco chiuso”, rispose Garaoth fingendo un inchino che per poco non lo fece cadere faccia a terra.

“Sarà meglio…”, rispose Helagor.

Si guardarono in cagnesco per qualche secondo…poi, scoppiarono a ridere tutti e due.

“Ho bevuto talmente tanto”, disse Helagor, “che non so se sarei riuscito davvero a farci qualcosa”. Non era vero, ci sarebbe riuscito eccome ma per quella sera non sentiva l’atmosfera giusta per quel genere di cose.

“Non dirlo a me…credo che andrò a vomitare…” rispose Garaoth che andò effettivamente a vomitare…ma sulle gambe della sua sedia.

“Oste, un’altra birra! Il mio amico è disidratato!”, gridò il Re.

“No, un’altra birra? Neanche per il cazzo amico.”, disse Garaoth asciungandosi la bocca. “Mi sento un pochino meglio adesso. É ora che torni a casa”.

“E come ci vorresti tornare? Sei ubriaco, hai appena vomitato gli dei sanno solo quanta birra e fuori nevica”, gli fece presente Helagor.

“Hai ragione”. Garaoth rimase pensieroso per qualche istante, poi disse: “Dormirò qui”.

“Ottima scelta! E dimmi, dove di grazia? Nelle latrine o nelle stalle con i cavalli? Qui non ci sono stanze libere e lo sai bene”.

“Va bene, va bene…Oste, dell’acqua!”

A questa richiesta tutti i presenti si voltarono verso di lui e la musica si fermò. Mai, in dieci anni, Garaoth aveva richiesto qualcosa di diverso da una bevanda alcolica.

“Cosa cazzo avete da guardare tutti quanti? Voi non bevete acqua?”, urlò il nostro amico alle facce sbalordite dei presenti.

Nessuno parlò fino a quando l’oste, quasi con mano tremante temendo che si trattasse di uno scherzo, non gli portò l’acqua. Solo dopo che l’ebbe bevuta fino all’ultima goccia tutti, nessuno escluso, iniziarono ad applaudire come se avesse fatto un numero di alta scuola circense.

“Va bene, andiamocene o domani dovrai venirmi a trovare nelle segrete del castello”, sussurrò a Helagor il quale gli fece un cenno di assenso con la testa e lo accompagnò fuori reggendolo per un braccio.

II

Ci mise un po’ ad accompagnare, o meglio, a trascinare il suo amico a casa e a ritornare alle sue stanze.

Ma, una volta arrivato, non ebbe bisogno di abbassare la maniglia della porta d’entrata perché la stessa era già aperta ed una luce filtrava dall’interno.

Una volta entrato vide suo fratello in piedi, con indosso una splendida vestaglia blu cobalto, davanti alla grande finestra che dava sulla città e dalla quale si aveva una vista spettacolare di quasi tutto il Regno.

“Bentornato”, disse il principe con un celato fastidio, continuando a guardare all’esterno.

Helagor si chiuse la porta alle spalle e poi rispose: “Fratello! Ancora sveglio?”

“Già, stavo aspettando il Re”

“Scusami, ho avuto un paio di cose da fare fuori e gli impegni mi hanno tolto più tempo del previsto”

“Gli impegni…e come si chiamano gli impegni di questa sera?”, chiese il principe non riuscendo quasi più a contenere la rabbia.

Helagor non rispose, si limitò a sedersi sulla splendida poltrona vicino al camino acceso e a guardare suo fratello che ancora non gli aveva rivolto lo sguardo.

“Krator, ascoltami…”

“No! Non starò ancora qui a sentire le tue insulse scuse!” disse Krator, voltandosi e dirigendosi verso il fratello. “Sei il Re!” urlò battendo il pugno su un tavolino di legno lì vicino e piegandosi verso Helagor. “Vai in giro ad ubriacarti con gente a dir poco sospetta, esci di nascosto quando ti basterebbe semplicemente chiedere ma no, tu non lo fai! Perchè altrimenti saresti seguito dalle guardie e non potresti fare i tuoi porci comodi!”

Dopo questo breve sfogo Krator si rialzò e si diresse di nuovo verso la finestra.

“I nostri genitori sarebbero enormemente delusi da te…” aggiunse, quasi parlando tra sè e sè.

“Almeno ti ricordi quali saranno i tuoi impegni di domani?”, disse poi ad alta voce.

Helagor rispose di sì con un cenno della testa.

“Bene. Lavati prima di andare a dormire, puzzi in maniera indescrivibile. Mancano poche ore all’alba, ti consiglio di fare in fretta e di dormire il più a lungo possibile. Dovrai essere lucido davanti all’Alto Sacerdote”.

Si avviò verso l’uscita ma prima di andarsene aggiunse: “Conosco le tue idee in fatto di religione ma ti prego, per una volta, ascoltami: all’incontro tieni a freno la lingua.” Dopodichè uscì sbattendo la porta.

Krator era il fratello minore di Helagor, minore di due anni. Dei due era lui quello con più sale in zucca, Helagor lo sapeva bene. Purtroppo le leggi vigenti non premiavano il sale in zucca ma la linea di successione e Helagor era diventato Re, mentre Krator era rimasto Principe del Regno…padre putativo di Helagor.

Quando erano piccoli non litigavano mai, giocavano e basta. Ma Krator dimostrava, già allora, un’intelligenza fuori dal comune. A soli sei anni aveva costruito un’ingegnosa trappola per uccelli. E li catturava solo per poterli disegnare e poi porre nuovamente in libertà.

Diceva che un giorno l’uomo avrebbe volato proprio come loro e che voleva essere lui a rendere possibile quel sogno. Crescendo abbandonò l’idea ma la sua intelligenza diventava sempre più fine. Durante una piccola scaramuccia con la vicina Città di Letarghés, dovuta all'approvvigionamento dell’acqua, fu lui a fare da paciere ideando e poi facendo costruire una serie di canali sotterranei che permettevano di dividersi l’acqua in maniera equa tra i due luoghi.

Helagor era perfettamente consapevole che sarebbe stato più giusto dare a lui la corona. Ma non poteva tornare nel grembo materno e rinascere fratello minore. Doveva tenersi il fardello del trono e quello delle sfuriate di Krator.

“Sfuriate meritate…”, disse alzandosi dal letto a baldacchino e sbadigliando.

Aveva un leggero cerchio alla testa e gli occhi rossi. Aveva dormito poco e male.

Quando la guardia entrò nella sua camera da letto per svegliarlo, Helagor, aveva già indosso l’armatura leggera, bianca, con lo stemma del Titano al centro del petto, con la quale si mostrava in pubblico nelle occasioni ufficiali e che indossava anche quando il pubblico non era il popolo o qualche Principe invitato a banchettare ma persone ben più importanti come Principi e Principesse Regnanti e…Alti Sacerdoti.

Guardava il simbolo del Titano e sorrideva.

La leggenda narrava che la sua famiglia avesse avuto origine dai Titani, creature leggendarie che avevano, con il loro sangue, dato potere e magia alle spade che erano state dei suoi genitori e che erano state tramandate di padre in figlio per secoli.

Non credeva a questa leggenda ma una cosa era certa: quelle spade erano sicuramente speciali. Peccato che fossero andate distrutte dieci anni fa. E in che modo poi…

Uscì dalle sue stanze e raggiunse il fratello nel cortile del castello il quale lo stava aspettando già da tempo.

“Dormito bene, fratello?”, chiese Krator con fare più cordiale rispetto a qualche ora prima.

“Dormito”, rispose Helagor.

“Bene”, disse Krator, “è molto più di quanto mi aspettassi. Andiamo.”

Si diressero verso le loro carrozze agghindate di tutto punto per l’occorrenza: rivestite d’oro, con cavalli bianchi e neri e cocchieri in divisa scintillante.

Helagor odiava tutto questo apparire, per lui era solo uno spreco di materiali e di denaro. Denaro che poteva essere speso in taverna.

Il viaggio non fu lungo e, dopo circa dieci chilometri, arrivarono davanti alla gigantesca costruzione in marmo bianco chiamata Altare della Fede.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Alessandro Savinetti
Sono nato a Milano, ho 32 anni ed i miei studi sono assolutamente ed inevitabilmente musicali. Ho conseguito il Biennio di Specializzazione presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano col massimo dei voti ed ora suono col mio quartetto nella suddetta città.
Ho girato il mondo grazie al mio lavoro ma il paese che più mi è rimasto nel cuore è il Giappone, un luogo magico e pieno di fascino.
Ho avuto la fortuna di suonare nei maggiori teatri italiani come il Teatro alla Scala, il Teatro San Carlo di Napoli, il Massimo di Palermo...insomma, ne ho fatta di gavetta.
La passione per la lettura è nata tardi, dopo la fine del liceo ma, come si suol dire, "meglio tardi che mai". Da allora ho macinato libri a non finire, soprattutto quelli di Dostoevskij.
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