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La libertà sa di fragole

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A Reggio Emilia, poco prima di Natale, Cristina vede Ismael, un senzatetto maliano che ottiene qualche spicciolo dando una mano con i carrelli della spesa. Il sorriso gentile di Ismael e il suo sguardo buffo dietro gli occhiali spessi le danno sicurezza e le fanno dimenticare i problemi sentimentali con il suo ex ragazzo, Andrea.

Con un atto di fiducia, Cristina invita Ismael a scaldarsi nel suo appartamento e, davanti a una tazza di tisana alla fragola, scopre che entrambi stanno combattendo battaglie personali con resilienza e caparbietà.

Un incrocio di destini porterà Ismael ad aprirsi sul suo passato e ad avere una nuova vita, e Cristina a fare pace con se stessa e con la sua famiglia.

Capitolo 1.
Croissant, vino bianco
e torrone morbido

Fra tutte le persone che affollavano il negozietto sotto casa, lo sguardo di Cristina, attraverso la finestra, si posò su quel ragazzo all’entrata. Braccia conserte e sguardo basso, le sopracciglia erano affogate nel nevischio di dicembre, visto che quell’anno a Reggio Emilia si moriva di freddo.

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«Santo cielo, Andre!»

«Cosa?»

«Guarda un po’ quel ragazzo, poveraccio, se ne sta là al freddo sperando che qualche stronzo gli dia dei soldi. E questi, invece di fermarsi, gli passano davanti guardandolo male. Dico io, è Natale, che diavolo, dategli qualcosa! Svoltategli questo 2018!»

«Bello schifo il Natale, e il Capodanno, e il 2018.»

«Sì, che si fottano il Natale e il 2018!»

Cristina si fiondò verso il frigo, aprendolo, prese del torrone morbido e una bottiglia di vino bianco.

«Cri, dove vai?»

«Vado da quel ragazzo a rendere questo Natale schifoso un Natale meno schifoso.»

«Da chi? Da quel negro

«Andre, fai una cosa, fottiti anche tu.»

Scese di corsa infilandosi le scarpe sulle scale e tenendo con una mano il vino e il torrone.

Una volta arrivata giù si accorse che per attraversare la strada avrebbe dovuto compiere miracoli e capriole, le macchine sfrecciavano come impazzite e la neve non sembrava voler smettere di posarsi sull’asfalto già compromesso.

«Ehi, tu, ragazzo!» Cristina urlò a squarciagola.

«Io?»

«Sì, cazzo, tu. Vieni qua, ho qualcosa per te.»

«Aspetta, arrivo!»

Il ragazzo si divincolò fra le auto inarrestabili, piantò i palmi delle mani sui cofani, prendendosi una raffica di clacson assordanti.

«Che c’è?»

«Niente, eccoti qua, vino scadente e torrone morbido, buon Natale, amico.»

«Grazie mille, meglio vino scadente e torrone morbido che vino morbido e torrone scaduto.»

Cristina scoppiò in una risata fragorosa. I capelli rossi erano bagnati e rilasciavano nell’aria un profumo di nespole. Soffocava la risata con il dorso della mano destra, quasi come se si vergognasse della genuinità della sua reazione.

«Ragazzo, ora devo andare, non a tutti piace morire di freddo.»

«Certo, ma quale è il tuo nome?»

«Cristina, e il tuo?»

«Ismael.»

«Ok Bael, ora scappo, ciao!»

«Ismael! Non Bael!»

Lei se ne era già andata mentre lui era rimasto sorridente vicino al portone del palazzo, spiazzato dall’errore di quella ragazza.

Nascose il torrone nella tasca posteriore, gelosamente.

La mattina seguente la sveglia suonò prima del dovuto.

Andrea mugugnò qualcosa andando verso il bagno. Rumore di pipì. Sciacquone.

Cristina aprì gli occhi infastidita.

«Ma che ore sono? Dove vai?»

«Dove vuoi che vada? Dove vado ogni cazzo di mattina, grazie al cielo è venerdì, finiamo ’sta settimana.»

Andrea se ne era già andato da un’ora quando lei decise di prepararsi una tazza di caffè, prese i biscotti dalla dispensa e iniziò a mangiarli, una tetraggine improvvisa le si aggrovigliò al cuore.

Fissava le foto al muro, Madrid assieme alle sue compagne di scuola, Londra assieme ad Andrea, il Mozambico con sua mamma, per poco in quel dannato safari non era caduta dal pick-up rischiando di diventare carne fresca per le belve.

Andrea era il suo ragazzo ma il loro rapporto aveva subito uno smacco importante negli ultimi anni, la scarsa determinazione di lui, la convivenza non voluta dai genitori di lei, un amore che era sbocciato in tenera età e si era affievolito scontrandosi con la vita quotidiana.

A Londra si erano scolati un paio di birre in un pub di Covent Garden nel pieno centro della città, lei aveva ventidue anni e lui venticinque, lei con i jeans strappati e lui con gli anfibi sporchi mentre in sottofondo rimbombava London Calling dei The Clash.

Erano partiti dall’Italia per un week-end veloce, di quelli lampo, due giovani con lo zaino in spalla, un libro per il viaggio e qualche risata fra un discorso e l’altro.

Era stato Andrea qualche settimana prima a chiederle di uscire, l’aveva vista con delle amiche in un bar del centro e dopo aver spento la sigaretta si era avvicinato, abbottonandosi la giacca di jeans.

Lei che con l’indice della mano destra roteava le ciocche dei capelli rossi in senso orario, gli aveva sorriso palesemente imbarazzata. Erano usciti per tre volte di fila dopo quel primo incontro e nonostante si conoscessero da poco avevano deciso di partire per quel fine settimana oltre Manica.

Londra era grigia, affollata, miriadi di teste che camminavano all’unisono. Erano allibiti dalle luci e dai grandi negozi, vie intere dedicate allo shopping. Andrea la teneva stretta, avvolta a sé con il braccio, il vento soffiava forte e le gambe avevano ceduto prima del previsto, ma avevano fatto in tempo a vedere gli schermi di Piccadilly Circus dentro ai quali migliaia di brand e pubblicità si intrecciavano come serpenti duellanti.

Cristina parlava un po’ di inglese, qualche vago ricordo scolastico di quando fra i banchi di scuola ridacchiava con le compagne, copiava lanciando bigliettini e veniva chiamata alla lavagna per tradurre le frasi assegnate nei compiti a casa.

Assieme erano entrati in uno Starbucks completamente murato di esseri umani, ragazzi universitari col portatile, coppie intente a sorseggiare bevande con montagne di panna sopra, bambini scalmanati con madri indaffarate a pagare alla cassa.

Si erano guardati in faccia ed erano scoppiati a ridere.

Cristina, dopo essersi legata i capelli in una sinuosa coda di cavallo, aveva preso Andrea con forza, se lo era piazzato di fronte e aveva iniziato a spingerlo contro la folla come fosse uno scudo di carne e ossa per poter raggiungere la cassa e ordinare.

Lui chiedeva scusa alla gente che colpiva e lei, appoggiando la testa sulle sue scapole, cercava di trattenere la risata.

Qualcuno aveva provato a guardarli con aria sospetta, minacciosa, qualcuno aveva probabilmente anche insultato i due per il loro comportamento e Andrea, puntualmente, aveva risposto alzando il dito medio verso quella gente, spavaldo, con l’arroganza di chi sale sul ring convinto di essere il migliore.

«Can we have two… come si dice “panini”, Andrea, ho un vuoto di memoria!»

«Penso si dica “burger”, non eri tu quella che si ricordava un po’ di inglese?»

«Two Burgers, please

La cassiera era sorpresa dalla richiesta e continuava a fissarli basita, erano ovviamente turisti con poca dimestichezza della lingua locale, ma due burgers sicuramente non c’erano.

Cristina aveva capito di aver sbagliato l’ordine e aveva deciso di indicare con l’indice i due panini che volevano.

«Oh, sandwich! Sure!»

«Sandwich! Era ovvio, sono una stupida.»

«Confermo, Cri.»

«Taci, che tu hai detto “burger”. Scema io che ti ascolto.»

Quando lo aveva presentato ai suoi, Andrea era rimasto in silenzio tutto il tempo, c’era un velo pesantissimo di imbarazzo su quella tavolata e Gabriele, papà di Cristina, era rimasto in silenzio sorseggiando un bicchiere di vinaccio fatto in casa. Lei aveva sperato che gli facesse qualche domanda come si fa nei film americani, dove il padre della ragazza intimorisce il giovincello sbarbato che si presenta a casa.

Nulla di tutto questo. Nulla.

Gabriele non era interessato, semplicemente Andrea era il ragazzo di sua figlia e quella era una cena, di quelle che una volta finite, sarebbero rimaste in un angolo della memoria, una normale consuetudine, un dovere da cui non poteva esimersi.

Era una persona riservata il padre di Cristina, umile e senza troppi fronzoli per la testa, lavorava di giorno come impiegato in una multinazionale e di sera marciva di fronte al Tg o a qualche show televisivo di basso livello.

La madre, Angela, era una casalinga, si preoccupava di mettere in tavola il pranzo e la cena, nulla di più, una famiglia di poche parole o, quantomeno, con le parole bloccate nel petto, perché è meglio nascondere, perché certi equilibri non vanno toccati, perché se mai capitasse di dire qualcosa di troppo o fuori luogo, si rischierebbe di spaventare, di trasformare, di fare arrabbiare.

A farne le spese era sempre Cristina, anche quella sera.

Andrea si sentiva intrappolato e a dirla tutta odiava quel tipo di serate in famiglia, lo impaurivano, sì, qualcosa impauriva anche lui, così sicuro di se stesso, così sfrontato e, bevuto il caffè, aveva accarezzato Cristina fugacemente per poi dileguarsi.

«Allora, vi piace Andrea?»

Angela aveva sospirato.

«Mamma, non hai nemmeno parlato con lui!»

«Ora sparecchia e leva il vino a tuo padre, se no un giorno ce lo ritroviamo in coma etilico.»

Odiava tutta quell’ipocrisia famigliare, fatta di cose non dette e di finte relazioni, fatta di silenzi e buonismo forzato.

Lei era più aperta, più sincera, amava gli spazi verdi, l’autunno, gli ippocastani e le castagne; ogni tanto, sconsolata, chiedeva a se stessa se fosse veramente figlia di quei due.

Andrea aveva un lavoro nella periferia reggiana, era un operaio in una ditta di gomma e plastica, usciva da lì con le mani sporche e nei primi anni che stava insieme a Cristina, passava spesso a prenderla sotto casa, andavano al bar a prendere qualcosa da bere, lui ancora con i vestiti di una giornata intera di lavoro, lei con lo smalto nero e i capelli rosso fuoco lasciati sciolti.

Amavano chiacchierare, spesso si prendevano in giro, del resto Andrea aveva orecchie a sventola mentre lei era graziosamente minuta.

«Sai che hai proprio delle orecchie strane, sì cazzo, potresti spiccare il volo.»

«Non ci credo!»

«A cosa, Andre?»

«Anche i nani da giardino parlano!»

Andrea era un ragazzotto possente, misterioso a tratti e difficile da decifrare, aveva trovato in Cristina una ragazza che lo faceva uscire dalla sua realtà circoscritta e limitata, non era convinto di amarla, in fondo nemmeno sapeva cosa fosse l’amore, in famiglia avevano tutti un carattere rude e le parole di affetto erano distribuite con il contagocce, non c’era spazio per dimostrare il bene che si volevano, c’era posto solo per crescere un figlio forte e indipendente, che avesse la testa sulle spalle e che potesse affrontare la vita, anche a costo di calpestare gli altri.

Lei lo distraeva da tutto questo, dal peso di essere un figlio perfetto, di essere il primo della classe, aveva imparato dal padre a essere spavaldo, estroverso, poco importava che non conoscesse l’amore, la compassione e l’empatia.

A volte Cristina si chiedeva come facesse a stare con lei, forse era mero bisogno fisico o forse non era poi fatto di pietra, del resto in tutto questo tempo le aveva dimostrato di esserci, con i mille difetti e tutta la superficialità che poteva contraddistinguerlo, lui c’era.

Spesso capitava che Andrea volesse cambiare lavoro, che volesse ricominciare a studiare, che volesse raggiungere un traguardo, che volesse per una volta, per quanto presente, investire nel loro rapporto in maniera decisa. Mollava sempre, colpa di una pressione esagerata tramandatagli dal padre, della paura di fallire, di non essere all’altezza.

2021-10-25

Aggiornamento

Abbiamo raggiunto tutti insieme il Goal delle 200 copie! Ringrazio tutti i sostenitori di questa campagna, senza di voi nulla sarebbe stato possibile. Vi terremo aggiornati circa il proseguimento del crowdfunding e della pubblicazione!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Questo libro è semplicemente meraviglioso.
    Semplice, diretto, scorre in fretta e, senza tanti giri di parole, tratta un tema molto attuale che spesso fa storcere il naso perché mediaticamente demonizzato. La guerra, la sofferenza e il dolore altrui, quando non ci toccano in prima persona, ci appaiono così lontani. A volte, bisognerebbe fermarsi un attimo ed ascoltare chi abbiamo di fronte, proprio come fa Cristina, la protagonista del libro, che, grazie alla sua empatia, riesce ad entrare nel mondo difficile di Ismael e attraverso l’ascolto riesce a ritrovare se stessa, rimettendo a posto alcuni pezzi del puzzle che compongono la sua vita.
    Lo consiglio vivamente.

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Sarvish Waheed
nasce nel 1989 a Correggio, in provincia di Reggio Emilia. Figlio di genitori pakistani, cresce a contatto con culture e religioni diverse. Vive e lavora per parecchi anni fra Berlino, Londra, Dublino e Amsterdam, approfondendo così i temi che gli stanno più a cuore, come le seconde generazioni, l’integrazione e l’immigrazione. "La libertà sa di fragole" è il suo romanzo d’esordio.
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