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La malia dei poteri buoni

La malia dei poteri buoni
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Consegna prevista Settembre 2023
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Odessa e i suoi si risvegliano in un mondo che non comprendono governato da ingiustizie e soprusi dopo aver varcato la soglia di una delle magiche Vie di Uzer che avrebbe dovuto portarli su Zimidan. Cercheranno un modo per tornare sui loro passi, ma capiranno presto di avere un compito anche Altrove.
Intanto nel Regno si conclude la Guerra Santa di Eidar, ma il Vate ha dei dubbi sul suo Dio che lo porteranno ad un vero e proprio scontro con Deiwo.
Finian ed Ecdad invece sono alla ricerca dell’Elveca Madde e cercano di capire quali siano i piani di Ferzal per poter informare il Consiglio Elfico a Zimidan dei pericoli che ne deriveranno.
Infine, Ferzal sta cercando l’ultimo degli Immobili per compiere la sua lucida follia e lo scontro con Odessa sarà tanto inevitabile quanto letale.
Un insieme di personaggi le cui storie ruotano tutte intorno all’affetto che li lega e al potere che li contrappone, divisi fra chi pensa di poter agire come un dio e chi sa che non esistono poteri buoni.

Perché ho scritto questo libro?

Non è possibile trasformare il mondo, ma emozionandosi chi legge inizia a credere in comportamenti migliori di altri, a tendere alla serenità accrescendo la propria coscienza, orientando così il piccolo gruppo di anime con cui è in contatto. Per questo scrivo, perché chi amo mi ha influenzato, perché provo a guidare le mie figlie verso emozioni appaganti e costruttive. E questo può avvenire, al di là del genere e del contesto della narrazione, semplicemente grazie alla magia della lettura.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Dov’è che si attende un Dio? Si chiedeva Eidar chiuso nella sua stanza, mentre il sole, entrando dalla finestra, lo riscaldava. Fuori l’estate, tornava come ogni anno, ignorando l’umanità ed ogni suo tentennamento. Dall’alto del suo alloggio a Demil Goch il Vate riusciva a vedere i girasoli aldilà delle mura di Baile, Alaba adorava questo periodo dell’anno, la meraviglia le si leggeva in volto, pensò. Voleva affrontare Deiwo, ma prima doveva trovarlo e qualora ci fosse riuscito, avrebbe dovuto rimanere solo con lui così da non coinvolgere altri in un possibile scontro.

«Ho paura», disse poi ad alta voce e una figura, da un angolo della stanza rispose comprensiva:

«Mi sembrerebbe strano il contrario, siamo intimoriti dai nostri simili, figuriamoci da un Dio».

Ashling era con lui, ma Eidar sapeva che in quell’impresa nessuno avrebbe potuto aiutarlo, nemmeno una creatura singolare come la nair.

Potrei cercarlo nella preghiera, pensò il Vate, ma non aveva più la capacità di pregare.

Quindi, dove posso attendere Dio? Continuava incessantemente a chiedersi, potrei aspettarlo in un sogno, ma dormirà un Dio? E se anche dormisse, come sarebbero i suoi sogni? Si logorava senza arrivare ad una conclusione.

Magari potrei trovarlo nei sogni degli uomini, noi esseri umani sogniamo continuamente Dio, o almeno sogniamo ciò che vorremmo facesse, ma stava divagando e se ne rese conto.

Era nei suoi alloggi, Kettir se ne era andato, Mikovino ancora no, ma Eidar lo credeva comunque al sicuro. Non aveva avuto molti incontri con il generale dopo la presa di Baile e Kettir lo aveva comunque avvertito di tenersi pronto ad una repentina partenza insieme a Leda.

Gli attacchi elfici continuavano, ogni giorno giungevano notizie dalla costa e non solo, ogni giorno la lista dei morti cresceva. Montava l’odio e la voglia di giustizia, la giustizia…Come può essere ingiusta la giustizia, com’è facile manipolare le menti e le folle, pensava tristemente, l’ho fatto anch’io, seppur “sovrappensiero”, si giustificava, ma senza assolversi. Ancora non si poteva dire certo dell’inganno di Deiwo, ma aveva letto tanto nella biblioteca e le sue visioni ogni giorno risultavano più comprensibili, il ricordo di ciò che Ecdad gli aveva mostrato si dipanava sempre di più, mostrando il suo disegno d’insieme. Come avrebbe voluto sbagliarsi, come avrebbe voluto che davvero fossero gli elfi ad attaccare il Regno, la sua vita sarebbe stata più semplice. Scagliarsi contro dei nuovi nemici non costa niente, la rabbia per le ingiustizie in certi uomini è un motore potente, ma è una brezza lieve e incerta quando si deve procedere contro l’inganno degli amici.

E successe così, mentre rifletteva su tutto e su niente, che si trovò su di un piccolo promontorio, uno spiazzo da cui si poteva ben vedere la valle sottostante, ruvido, con grandi pietre che affioravano dal terreno e ciuffi d’erba tutti attorno. Davanti a Eidar, a distanza di diverse decine di passi, più vicina al bosco, una luce brillava in mezzo ai cespugli di erica e alle pietre, una luce bianca e abbagliante come il riflesso del sole sull’acqua. Niente lo lasciava credere, ma sapeva di avere davanti a sé Deiwo, ne era certo, proprio qui, pensò, dove tutto è iniziato.

Si guardò intorno e gli sembrò significativo che questa volta fosse inverno, seppure fosse conscio di vivere in una qualche proiezione, visto che in realtà fuori il sole scaldava come non mai. L’accecante bagliore si avvicinò al Vate, sempre più, senza minimamente diminuire e quando fu a pochi passi di distanza una voce uscì dal globo:

«Eidar, ci ritroviamo finalmente». A quel punto la luce iniziò ad affievolirsi e una figura cominciò a delinearsi: davanti al Vate c’era un uomo con la barba ed i capelli scuri come la notte, ma Eidar riusciva a vederne soltanto il volto e le mani, ancora il resto del suo corpo era confuso nel chiarore. Erano i lineamenti e l’aspetto che ricordava di aver visto fuori dalle mura di Baile, quando aveva incontrato Deiwo.

«Dove siamo?» il posto era familiare a Eidar, lo aveva riconosciuto, ma non credeva di esserci veramente, era confuso.

Come sono arrivato qui? Si domandava senza trovare la risposta.

Il Dio si guardò intorno, «direi che quella là è la Grande Cinta, e credo che la cima più alta sia il Nydam Mose, vista l’ora e la posizione del sole. Dovremmo essere a nord della catena, nella terra che conosci come Deimos, abbastanza vicini a Mimas, tua terra nativa.»

«Sei stato tu a portarmi qui?» Chiese Eidar, che aveva riconosciuto da tempo quel luogo, la sua luce ed i suoi profumi.

«No, è tutto merito tuo e devo dire che mi hai piacevolmente colpito, non avrei mai creduto possibile che tu fossi capace di un prodigio del genere, mio buon Eidar», Deiwo era affabile, ma qualcosa nel suo atteggiamento agitava il Vate, adesso quel Dio gli appariva pericoloso come non mai.

Eidar continuava a guardarlo attento e fu stupito di notare che i lineamenti e le fatture di quell’essere stavano mutando sotto i suoi occhi: i capelli e la barba adesso erano meno scuri, stavano virando ad un castano più comune e meno intimidatorio, alcuni ciuffi erano bianchi ed altri grigi, come se il tempo potesse corrompere anche lui. Ora gli occhi apparivano verdi anche se Eidar non avrebbe saputo dire di che colore fossero in precedenza; al loro primo incontro a Porta Penna non era riuscito a sostenere il suo sguardo, per timore forse, o magari per la vergogna di chi si crede un traditore, pur senza ragione di esserlo.

Sul momento Sembrò al Vate che fosse divenuto più alto, poi però si chiese se non fosse invece diventato più magro e asciutto. Quando infine il processo fu concluso, apparve chiaro a Eidar chi avesse difronte, «tu sei Ferzal», disse, nemmeno tanto stupito, «sei lo Hreggin, non sei un Dio». Il Vate si ricordava naturalmente dello Hreggin, da comandante dei Falum aveva avuto spesso a che fare con lui, anche se sempre molto formalmente, tanto da non farsi mai un’idea precisa di che uomo fosse, soltanto Nacre, da ottima osservatrice qual era, una sera si concesse un’osservazione sullo Hreggin:

«Sembra che il suo sguardo passi attraverso chiunque», disse, «non per boria, ma perché ciò che crede di dover fare travalica tutto e tutti», poi dopo una pausa di riflessione, concluse, «soltanto per Fronta ha altri occhi».

I discorsi non sempre però trovano il momento giusto per prendere forma, Eidar non dette peso a quelle parole e d’altronde come avrebbe potuto.

Ferzal lo osservò grave, prima di parlare, «dici che non sono un Dio, e come ti spieghi i tuoi poteri?»

«Me lo sono chiesto anch’io e finora non avrei saputo dare una spiegazione, ma negli ultimi tempi ho letto molto», rispose sorridendo amaro Eidar, «è stata la fede a darmi la capacità di fare ciò che ho fatto, ma non nel modo che intendi tu, nessun Dio mi ha donato niente».

Ferzal guardava con interesse quell’uomo che aveva davanti, «e adesso che non hai più fede, vieni a cercarmi?» Disse provocatorio, mettendo alla prova l’intelletto di Eidar.

«Ho ancora fede, ma non in te», rispose glaciale il Vate, poi qualcosa quadrò nella sua testa, frammenti di notizie sentite negli anni, sensazioni e non ultime le parole di sua moglie e disse:

«La fede che avevo in te è evaporata come pioggia caduta d’estate, forse come la fiducia che aveva in te Fronta. Dimmi un po’, quando l’hai ucciso magari hai anche pianto?» Era un azzardo, ma in qualche modo era certo di aver trovato la corda giusta da pizzicare. Eidar ricordava bene l’integrità del mago e sapeva che Fronta avrebbe avversato in ogni modo la volontà di Ferzal, se fosse stato vivo per farlo. 

Lo Hreggin, pur abituato ormai a dominare qualsiasi emozione, tanto da non alterare il suo cuore, né il colorito, né tantomeno la sua tensione muscolare, sentì una fitta all’addome che lo avrebbe fatto inginocchiare se lo avesse consentito. Fu messo in difficoltà dal ricordo di quella sera, quando, come un uccellino al primo volo, decise di saltare giù dal nido: uccidendo Fronta sapeva di aver intrapreso una strada a senso unico, una strada senza ritorno. Proprio quella sensazione di aver rinunciato a tutto in nome di un’idea superiore, gli diede la forza di reagire; si trovava in una situazione potenzialmente mortale, non poteva distrarsi e tentò di andare avanti.

«Fronta era un ostacolo», riuscì a dire, «seppure fosse un amico».

Quindi cercò di allontanare dalla sua mente ogni ricordo, ogni nostalgia, «vedi qual è il problema di voi credenti? Tu mi hai portato qui, anche se non fisicamente, dando sfoggio di cotanto potere, ma non hai idea di come sia successo e non sapresti replicarlo», Ferzal scosse la testa, «in cosa avresti fede? In un’emozione forse? O nel poter cambiare il mondo senza sporcarsi le mani?»

Lo Hreggin era stato bravo, il Vate non notò la sua tristezza, non capì dove avrebbe dovuto insistere, «ciò in cui credo è soltanto mio», disse con un filo di voce.  Non c’era pericolo di non capirsi in quel luogo e le parole sembravano ignorare il vento, il canto degli uccelli e la distanza.

«Che peccato, avresti potuto continuare a vivere nell’ignoranza, migliorando il mondo per un falso Dio e poi ti saresti trovato a venerarne uno vero senza nemmeno accorgertene, e la tua vita sarebbe stata più semplice e più appagante», Ferzal doveva scacciare il dubbio o sarebbe stato sconfitto, non era né ironico né arrogante e non mostrava incertezza nelle sue parole.

Il Vate invece si stava agitando, piano, poco alla volta stava perdendo il controllo, «Credi che non ci abbia pensato? È rassicurante perdersi in qualcosa tanto da non dover più pensare, tanto da non doversi più chiedere se ciò che stai facendo sia giusto o sbagliato, ci ho riflettuto sai, la beata ignoranza ti fa vivere senza pensieri e sensi di colpa, ma se un giorno inciampi nella verità cadi in un baratro senza fine da cui non uscirai più fino alla morte», Eidar sospirò pensando alla morte, «mi hai usato».

«Ti ho pagato, non puoi ignorarlo», rispose lo Hreggin, «e sono stato anche generoso, questo dovrai ammetterlo.»

«Sì, mi sono venduto e adesso penso sia stato soltanto per la mia vanità e non per la giustizia, purtroppo», il tono di Eidar ricordava il rumore delle foglie che cadono d’autunno, sempre più sommesso.

«Sei ancora in tempo a venire con me, faremo di Onos un posto migliore», Ferzal sapeva che non sarebbe stato facile fare a meno di Eidar, ma troverò un modo, si disse.

«Forse, ma a che prezzo? Quante vite? Quanti affetti strappati? Distruggerai l’umanità, perché non ne hai mai avuta. Sarai un Dio con i tuoi dogmi e le tue leggi, che però non saranno per tutti. Schiaccerai chiunque non sottostia alle tue regole, o lo faranno i tuoi adepti. Gli esseri viventi, non possono permettersi una guerra contro Dio, invece possono ribellarsi contro le ingiustizie e le iniquità, anche senza un Dio come alleato, con la sola forza delle loro convinzioni», Eidar non sperava di poter fare cambiare idea a Ferzal naturalmente, ciò che diceva era più per sé stesso che per il suo interlocutore.

Lo Hreggin aveva già speculato su tutto ciò che Eidar gli stava dicendo, prima ancora di decidere di farlo e, nonostante tutto, aveva deciso comunque di intraprendere quella strada, in tutto quel tempo soltanto una ferita ancora non si era rimarginata, la stessa che poco prima Eidar aveva riaperto.

«Quindi tu vorresti un mondo senza regole? I deboli nel tuo mondo saranno sempre sopraffatti dai più forti, nessuno potrà avere una vita serena con tutto ciò che è necessario per vivere, con i propri affetti e le proprie passioni, senza guerra, fame o pestilenza. Senza odio. Così ci sarà sempre chi troverà il modo di approfittare della situazione per avere più degli altri», Ferzal ormai non poteva che credere ciecamente in ciò che fino a lì lo aveva portato, tutto era sempre stato in secondo piano, amicizie, affetti, la sua stessa felicità era stata sacrificata, per come la vedeva lui, per quel fine superiore. Adesso per affrontare lo scontro doveva semplicemente cauterizzare quella ferita per sempre.

«Hai ragione, un mondo senza regole non può esistere, ma vorrei che tutti conoscessero una legge soltanto: la libertà di ogni persona finisce dove comincia quella di un’altra. Avere un Dio che tutto governa non è essere liberi. Forse non sarà mai possibile, ma nonostante tutto, non è comunque giusto lottare perché lo sia?»

«Che belli voi idealisti! Siete così rari, quando vi incontro mi commuovete, veramente. Peccato vi manchi totalmente il contatto con la realtà, mi dispiace davvero, mi piacerebbe riuscire a farti capire, ma viaggiamo su due rette parallele che non si incontreranno mai», Ferzal era veramente dispiaciuto mentre pronunciava quelle parole, «quindi questo è un addio mio bianco giglio».

Quello fu l’inizio dello scontro, come in un duello, fu il via libera alle ostilità. Il vento carezzava l’erba ed il pallido sole invernale illuminava la valle. Nessun suono turbava i due contendenti, nessuno stormire d’uccelli o fruscio di rettile, il confronto iniziava e la natura si stava fermando, in quel preciso momento il mondo si fece silenzio.

Certo, non sarebbe stato un duello fisico e così non cominciò istantaneamente con un colpo di spada, Eidar dopo aver studiato Ferzal, che apparentemente attendeva tranquillo, parlò:

«Che sia l’oscurità dentro di te a sopraffarti!»

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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David Cianchi
Sono nato il 7 gennaio del 1976 e sono stato cresciuto da genitori giovani e nonni belli con attenzione e affetto, più importante per me di qualsiasi scuola.
Mi sono diplomato nel piccolo liceo scientifico del comune di Scandicci che all’epoca non aveva un nome, dove ho conosciuto il mio amore e professori da barricate.
C’era la leva militare, ma ho preferito l’obiezione di coscienza e ringrazio il destino di avermi fatto incontrare così una delle persone a me più care.
Amo De Andrè, Guccini, Fossati e molti altri cantautori, ma anche i Pearl Jam ed i Nirvana, i Rem e gli MCR, colonna sonora della mia giovinezza.
Adesso vivo in campagna, un posto speciale a casa lo occupano i libri di Saramago e ho due figlie tanto splendenti da rendermi cieco.
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