Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

La mia persona preferita al mondo

La mia persona preferita al mondo
8%
184 copie
all´obiettivo
31
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Settembre 2023
Bozze disponibili

Cosa faresti se un giorno, per caso, incontrassi il ragazzo che hai sempre visto solo nei tuoi sogni?
Come reagiresti se dovessi scoprire che quei sogni erano lo strascico di una vita passata di cui non ricordi niente?
Saresti in grado di riconoscere l’amore della tua vita o ti accontenteresti dell’idea che ti sei fatta?
Isabel legge nel pensiero della gente, sogna la musica e da quando aveva sedici anni, dentro ai suoi sogni, si incontra con un ragazzo misterioso. Quando decide di trasferirsi a New York dal suo migliore amico, però, incontra qualcuno che le stravolge l’equilibrio. Le cose non sono come appaiono e nemmeno le persone di cui si fida di più. Qui si rende conto che a volte le apparenze possono confondere in maniera devastante, ma l’amore -quello vero- ha sempre il potere di far ritrovare la strada.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto queste pagine durante un periodo abbastanza difficile della mia vita, quindi ci sono alcuni frammenti in cui la vera me è emersa all’ennesima potenza e leggerne l’essenza mi fa ancora un certo effetto.
Scrivere mi catapultava in altre dimensioni; mi portava in luoghi che mi sembrava di conoscere, persone che pensavo di aver incontrato. Era un bel modo per evadere dalla realtà, qualche volta.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO 2: HAPPY NOW – KYGO FT. SANDRO CAVAZZA

La sveglia era suonata alle 7:00 quella fatidica mattina.

Non ero sicura da dove volevo cominciare, ma anche solo a pensarci mi veniva una stretta allo stomaco e un nodo in gola che mi dava la forte sensazione di soffocare. Ero pronta? Certo che lo ero! Forse. Credevo.

La borsa era lì, a pochi passi da me, piena di cose, di domande e ricordi.

Ma non puoi vivere solo di quelli. La vita vera è un’altra, e io ero nascosta fra le righe dei libri, rifugiata nei miei sogni ad occhi aperti. Non mi bastava più.

Si era aggiunta la separazione dei miei genitori, che ormai si rivolgevano la parola solo per inveire una contro l’altro.

Essendo figlia unica mi ritrovavo nel centro del fuoco ed ero sul punto di mettere tutti sotto la macchina, perché non li sopportavo più.

La mia destinazione era New York, ma prima ero incappata in un paesino dalle dubbie origini.

Per riposare andava benissimo.

Continua a leggere

Continua a leggere

Quando decisi di farmi ospitare nel convento, le cose cominciarono a ribaltarsi.

“In convento?” vi chiederete voi. Si, in convento. Era stato l’unico posto con prezzi accessibili, prima del mio arrivo nella Grande Mela. E avevo bisogno di staccare, di isolarmi un po’.

Un imponente convento medievale che sorgeva sulla cima di una collina verde, ai piedi della quale, appunto, sorgeva un piccolo paesino, che mi pareva il Paese di Halloween di Nightmare Before Christmas.

Il paesino era anonimo, totalmente sconosciuto, inquietante e metteva i brividi e viveva in mezzo a una quasi perenne nebbia nello stile di The Hounting.

Sul taxi che guidava verso il convento, l’aria condizionata partì a manetta.

Sentii il viso accogliere mal volentieri quel gelo.

«Scusi» dissi all’autista «Sarei troppo scortese se le chiedessi di spegnere l’aria condizionata?» e sorrisi.

Il mio inglese era abbastanza buono, o lo era sufficientemente per farmi capire.

«Si, ora la spengo, le chiedo scusa» mi aveva risposto e forse aveva borbottato qualche insulto, ma non ne avrò mai la conferma.

L’autostrada, nel frattempo, si era trasformata in una tremolante stradina bianca e, in lontananza, riuscivo a vedere un gruppo di casette davvero deliziose e tutte colorate.

Ma il cielo di quel posto non lo era.

«Mi scusi, manca molto ad arrivare al convento?» domandai.

«Siamo quasi arrivati» rispose distrattamente il tassista.

“Coooosa?” pensai, spalancando gli occhi “E il grazioso puntino?”.

Fui invasa dall’angoscia quando realizzai che quella sarebbe stata la mia “casa” per qualche giorno.

Pensai ad Alex durante il viaggio. I ricordi con lui bussavano alla mia porta, ma io non ero disposta ad aprire.

Era stato l’aria fresca sotto un sole di cinquanta gradi. Poteva essere tutto, ma non capiva niente e pretendevo comprensione, quando per lui ero solo esagerata.

«Per te ogni cosa diventa impossibile; fai tragedie per tutto. Devi fare come me e fregartene. Ti fai male da sola, non esagerare, perché tu esageri per tutto. Io ci sarò sempre, ma ti devi calmare, perché non è così grave come la vedi tu. Parli sempre delle stesse cose subito dopo aver detto che non ne vuoi più parlare. Rilassati!» mi diceva di continuo.

“Sai che ti dico, Alex? Vaffanculo!”.

Però a volte mi mancava. Mi mancava il suo sorriso, mi mancavano i suoi occhi nocciola con le ciglia lunghe e bionde. Mi mancava la sua voce. Mi mancava quel suo modo di dirmi «Con te non ci si annoia mai».

Lo diceva sempre in un modo che non ho mai capito se fosse un complimento o un modo per sottolineare i miei difetti. Lui era un po’ così. Se avevo i capelli belli, il problema era il trucco. Se il trucco andava bene, mi diceva che avevo i capelli brutti. Se andavano bene entrambi, era il mio profumo a fargli fare qualche esclamazione infelice. Non faceva per me. Eppure sentivo, nel vero senso della parola, che mi amava fortemente.

Dopo sei anni e mezzo mi resi conto che tutto quel malessere non mi faceva più compagnia; non me n’ero mai accorta prima. Sarebbe stato meglio per me fare passi lunghi e ben distesi lontano da lui, prima di arrivare a tirargli addosso il frullatore.

«Ci pensi mai a come sarà la nostra vita fra qualche anno?» mi aveva chiesto.

«Tu mi parli della nostra vita futura, ma non fai che trovare da ridire a tutto quello che faccio. Si vede che non faccio per te, perché non sei nemmeno sicuro di quello che vuoi!» gli gridai «Stiamo sbagliando tutto!»

«Non puoi parlarmi di sbagli!» aveva detto lui con un filo di voce.

«Io mi sento soffocare. Non puoi tenermi legata al collo come un asino!»

«E allora che sarà di me e te?»

«Io vado a cercare la mia strada, tu continua per la tua, visto che ti soddisfa abbastanza»

«E quindi noi?»

«Hai appena finito di parlare di un me e di un te, non di un noi, Alex» lo guardai negli occhi «torna a ciò che ti piace fare. Si vede che io non ti do abbastanza stimoli per farti desiderare una vita migliore insieme e io non sono più sicura di quello che sento»

Ero scesa dalla sua macchina con gli occhi inondati di lacrime e una forte fitta al petto. Mi sentivo la bocca impastata e non riuscivo a respirare bene. Nonostante avessi le mie ragioni, mi sentivo una merda, perché quando due si lasciano le colpe sono sempre di entrambi, ma non lo si vuole ammettere: cerchiamo sempre le giustificazioni più fantasiose per farci apparire come poveri esseri innocenti rasenti la santificazione.

La verità è che stare insieme ad una persona desiderando che fosse qualcun altro faceva di me una persona davvero piccola. Non ero disposata a cambiare per Alex, non mi interessava progettare il domani e mi faceva venire il panico il pensiero che lui potesse chiedermi di fare passi da cui pensavo di non poter tornare indietro.

«Ti amo» aveva detto

“Si, è quello che dici sempre” pensai.

«Spero che sarai felice, adesso» risposi poco prima di chiudere la portiera.

E mi allontanai dall’auto per entrare all’aeroporto.

Che complicate che sono le parole, a volte! E dire che pensavo fossero gli sms e i social network ad aver rovinato le persone.

Ma le cose non si rovinano per gli sms. Quando si rovinano è perché non sono state costruite saldamente.

Una casa costruita senza muri portanti e cemento, cade quando sei a metà.

Ecco, la mia vita era perennemente a metà. Non sapevo se il mio bicchiere fosse mezzo pieno o mezzo vuoto. Qualunque bevanda si trovasse al suo interno, non mi andava di berla.

Pensai davvero tanto a lui i primi tempi perché, nonostante non fosse stato la persona giusta per me, anni della sua presenza mi avevano dato certezze che, andando via, avrei totalmente perso.

Andava bene così. Stare insieme a una persona per paura della solitudine è l’errore più madornale che si possa fare. Era tempo di rifiorire, in qualunque modo sarebbe potuto accadere.

Sentii dei brividi correre lungo la mia schiena dopo queste riflessioni.

E poi pensai a mia mamma.

«I cambiamenti non sempre sono cose brutte» mi aveva detto lei.

Ma non era assolutamente d’accordo che partissi in America. Secondo lei potevo combattere i miei demoni anche restando a casa.

Ma come potevo dare retta ai suoi consigli?

Non avevo certo un buon esempio da seguire in famiglia, dato che per le furiose liti, mio padre se n’era andato di casa sbattendo le porte.

Eppure si erano amati tantissimo. Un matrimonio durato tanti anni e finito in un soffio, per ragioni che nemmeno io riuscivo a capire fino in fondo e comunque non le vedevo delle ragioni abbastanza valide.

Ricordo che quando ero bambina il mio desiderio era quello di trovare, un giorno, una persona speciale da amare in quel modo.

Ero cresciuta nell’amore e nel rispetto per il prossimo. Il concetto di “famiglia” nel nostro nucleo, era l’esempio dell’assoluta perfezione.

Ero vissuta nella cooperazione e nel lavoro di squadra.

Poi non so che gli sia successo.

La sola cosa davvero ovvia e dolorosa era che quella perfezione non c’era più. La vedevo nelle vite di tutti gli altri, meno che nella mia.

Guardavo da fuori le famiglie delle mie amiche e provavo una grande invidia, perché tutta quella bellezza l’avevo posseduta anche io ma mi era stata strappata via.

Sospirai davanti ai miei pensieri «Questo luogo è piuttosto lugubre» e incurvai le labbra in un sorriso che cercava conforto.

«Si, ha ragione, signorina» rise l’autista «E i racconti su questo posto sono ancora peggio, ma stia tranquilla»

Deglutii. “Stronzo! Lo sta facendo per spaventarmi!”.

Mi accigliai «Mi spieghi, perché non vorrei che fosse un luogo infestato. Sa, ho paura del buio!» ridacchiai a disagio, con la gola secca.

«Si raccontano storie di sette che evocano spiriti, ma non le so dire molto di più. Ad ogni modo, lei non ha nulla da temere. Come ho già detto, sono solo dicerie popolari»

«Le farò un fischio, allora, quando mi useranno come agnello sacrificale» ridacchiai, ma nel mio tono non c’era nulla di fiducioso.

Guardai gli occhi del tassista dallo specchietto retrovisore ed avevano l’aspetto parecchio divertito.

«Mi sta prendendo in giro, vero?» chiesi, sentendomi una scema.

«Solo un po’» rispose seguitando una risatina «ogni piccolo centro ha le sue credenze e leggende, ma ripeto: sono solo storie»

Ero davvero sconvolta da quanto potessi sembrare beona agli occhi degli estranei. Ma era davvero rassicurante distogliere l’attenzione dal pensiero di come sarebbe stata la mia morte.

Nel Paese di Halloween c’era qualche vecchietta che faceva la medicina del malocchio o le carte della salute, ma nessun sacrificio umano era mai stato consumato e non c’erano processioni di mezzanotte che annunciassero il passaggio degli spiriti che avevano perso la strada di casa. Nulla che potesse farmi paura (anche se lo ammetto: il brivido mi è sempre piaciuto, quindi l’idea di un luogo mezzo infestato mi affascinava).

Tutto il contesto iniziale mi aveva scoraggiata al punto che avrei preferito il cappio al collo piuttosto che una notte in quel puntino, ma poi c’ero pure rimasta male che era soltanto un banale paesino di brava gente.

Anche quella fu un’esperienza che, credo, ricorderò per tutta la vita. A volte ci penso con nostalgia.

Come già accennato, rimasi solo qualche giorno. Poi ad aspettarmi c’era New York, la città in cui avevo sognato di andare da sempre.

Il giorno del mio arrivo, con Gabriel ci abbracciammo talmente forte che mi scese anche la pressione.

«Da quanti anni non ci vediamo?» chiese lui.

«A occhio e croce da quando ancora bevevi il latte dalla tetta» risposi, divertita.

«Ah ah! La solita simpatica!» ridacchiò lui «Mi sei mancata, Mielina mia!»

«E tu sei mancato a me!»

«Sei pronta a conquistare New York City?»

«Sono pronta a tutto!»

«Spero tu non lo stia dicendo solo per fare la stravagante» ribatté Gabriel tirando su le sopracciglia.

«Sono pronta a diventare una bad girl!» gli feci l’occhiolino.

«Ok, questa è una strepitosa cazzata perfino da dare a bere a me»

Incominciammo a ridere e ci stringemmo l’uno nelle braccia dell’altra ancora per un po’.

«Sono sicuro che non ti pentirai»

«E io sono sicura che hai ragione»

«Ti farò esplorare mondi non ancora scoperti» strizzò un occhio.

«Se non avessi la certezza matematica che ti piacciono i ragazzi penserei che ci stai provando con me» risi.

«Se anche mi piacessero le ragazze lo sai che non sei il mio tipo» ricambiò la risata.

«È davvero bello rivederti» scossi la testa, fingendomi indignata «Al mio ego e alla mia autostima mancava la tua sincerità»

«Lo so» strizzò ancora l’occhio e rise ancora.

Lui era sempre stato parte della mia famiglia, parte essenziale della mia vita.

Era arrivato il tempo di mettere nei cassetti i sensi di colpa, le paranoie e i passi sbagliati.

Potevo ricominciare da me, potevo partire dal “GIORNO UNO”.

CAPITOLO 3: LIFE AFTER YOU – CHRIS DAUGHTRY

Passarono dei mesi e mi stavo ambientando, sia a lavoro che nella vita.

Avevo tempo abbastanza da dedicare a me stessa e ogni tanto, nei fine settimana, andavo con Gabriel in qualche centro benessere.

In Italia non mi ero mai concessa dei simili lussi. Per la mia famiglia non era concepibile prendersi dei giorni di vacanza: bisognava fare, lavorare, creare, stancarsi e realizzare qualcosa anche durante il sonno, possibilmente.

Era l’ora di pranzo, quel giorno e il mio turno era quasi finito.

C’erano poche persone ai tavoli, e al bancone era seduto un bel ragazzo con il suo bicchiere di birra vuoto: testa bassa, capelli sugli occhi e sguardo fisso sul telefono.

Anche se la posa era incurvata sul bancone, non ci voleva molta fantasia per capirne la stazza.

«Posso portarti qualcos’altro?» gli domandai, passando lo straccio sul ripiano, un po’ più in là.

Alzò la testa, mi guardò dritta negli occhi e sorrise.

«Si, un’altra birra, grazie» rise «questa è finita da un po’»

«Si, ho visto» ricambiai il sorriso «Arrivo subito»

«Non ti ho mai vista da queste parti»

Il suo tono di voce era vellutato e profondo come una carezza.

«Ci sono da poco»

«E non sei di qui» strizzò l’occhio «Lo sento dall’accento»

«Si, me lo dicono tutti» risi.

Ma non avanzai nessun’altra informazione. Negli anni avevo imparato la discrezione.

Mi apprestavo a ritirare i bicchieri lavati, cantando il ritornello di Indipendent Love Song di Scarlet, quando i miei occhi si posarono sulle fotografie appese sulla parete sinistra, al di là del bancone.

C’erano vari primi piani delle band che, probabilmente, avevano suonato nel locale; ma le più frequenti erano primi piani di un ragazzo con capelli neri lunghi alle spalle, leggermente davanti agli occhi.

Chiodo in pelle nero, maglietta aderente che lasciava intravedere gli addominali non troppo scolpiti e una costosissima Majesty 6 EF firmata John Petrucci in madreperla bianca, edizione limitata fra le mani.

Non ne avevo mai vista una dal vivo, ma pensai che fosse una figata galattica.

Strinsi gli occhi in due fessure e mi avvicinai per vedere meglio.

C’era qualcosa di familiare in quel ragazzo; qualcosa che non sapevo spiegarmi.

Conoscevo quegli occhi… ma non ricordavo dove li avessi già visti.

Andai nel ripostiglio, mi levai il grembiule e misi il giubbotto, dimenticando i miei interrogativi sul chitarrista della foto.

Eravamo nei primi giorni di gennaio e faceva freschino.

L’aria era bella frizzante, ma sentivo piacevole la sensazione di libertà sul viso.

L’appartamento di Gabriel era a pochi isolati e in quindici minuti sarei arrivata a destinazione.

Quando entrai in casa c’era qualcosa di diverso.

Era troppo silenzioso e buio, ma si sentivano rumori provenire dalla mia camera.

«Gaaa! Sei tu?» chiesi, ma nessuno rispose.

Provai ad avanzare qualche passo in maniera silenziosa, capire chi si fosse intrufolato nella mia stanza e scoprire cosa vi trovasse di così interessante al suo interno. Onestamente, la cosa più di valore presente in quella stanza era il caricabatterie del cellulare che avevo comprato in una bancarella a dieci euro.

Quando allungai la testa per guardare, sbucò Gabriel dal niente.

«Aaaaaaaah» fu l’unico suono che arredò l’appartamento.

Gridammo l’una contro l’altro come pazzi.

«Mi hai fatto prendere un infarto!» disse lui, toccandosi il petto.

«Io ti ho fatto prendere un infarto?» risposi con il fiatone «Che cavolo ci fai nella mia camera? Pensavo fossi un ladro!»

«Un ladro?» aggrottò le sopracciglia «Davvero pensi che un ladro verrebbe in camera tua a rubare qualcosa? Ma dico, tutto a posto?»

«Perché, scusa?» incrociai le braccia al petto.

«Non so se ti sei resa conto che la tua stanza sembra un rifugio per zitelle» disse Gabriel «Da come entri si capisce quanto sei suora! Ti prego!»

«Io la trovo carinissima!» gli risposi, mettendo il broncio.

«Si, per la gattara dei Simpsons!» sbuffò esasperato «Un uomo, cazzo! Trovati un uomo e portati un uomo! Perfino Ayaz non ce la fa più a vivere a stretto contatto con te!»

«Ayaz sta benissimo!»

(Ayaz era il gatto siamese di Gabriel)

«Muore di noia!» insistette Gabriel sventolando qualcosa fra le mani «E anche la tua passera muore di noia!»

«Di cosa muore la mia passera non penso siano fatti tuoi!» guardai meglio «È una mia mutanda quella che hai in mano?»

«È un paracadute, non è una mutanda! Ma che cazzo hai nel cassetto? Anche i pannoloni di Nonna Belarda?»

«Ma come ti permetti di mettere le mani nella mia biancheria?»

Alzò le mani in alto, come per difendersi «E saresti anche un po’ più malleabile se ti trovassi un maschio su cui sfogarti! Ho in mente uno perfetto per te!»

«La vuoi smettere? Sto benissimo con io, me e me stessa!» alzai la voce, mi avvicinai verso di lui e gli strappai i miei slip dalle mani per riporli dentro al cassetto «Non ho bisogno di supporti, e non voglio più tornare sul discorso, mi stai infastidendo!»

«Fai come ti pare!» disse Gabriel, sbuffando rumorosamente «Vado a fare il caffè: se ne vuoi un po’ vieni a prendertelo»

«Gentilissimo»

«Si, come vuoi»

A me andava tutto benissimo così. Mi bastavo da sola.

Ero ripartita da zero, il mio ultimo pensiero era buttarmi fra le braccia di un uomo.

La vista in lontananza sul Central Park, dal mio terrazzo, era incredibile.

Il caffè americano lo odiavo, come il loro cibo, ma d’altro canto me l’ero andata a cercare. Cosa mi aspettavo?

In ogni caso ovviavo il problema del cibo preparando alla bene meglio le pietanze e anche se mi mancava il mio espresso all’italiana, mi ero abituata a quella brodaglia che tutti sorseggiavano a litri e mi adattavo, bevendola con una cannuccia e qualche cucchiaino di zucchero.

Al locale le cose si alleggerivano, perché Nicholas era una vera sagoma.

«Potrei aver bisogno di una modella nuda per il mio set» mi disse quel sabato mattina.

Oltre che barman, Nicholas era un fotografo per passione molto talentuoso.

«Potresti aver bisogno di una scusa più decente, Nick» ridacchiai «E non hai davvero bisogno di questi giochetti per vedere una ragazza nuda»

«Ma tu sei parecchio difficile da convincere» si toccò il mento, divertito.

Scossi la testa. Era davvero irrecuperabile e, seppur pesante, a volte era davvero divertente.

«Io nuda? Ha! No, non sono il tipo»

«Non sei il tipo per cosa?»

«Non sono né il tipo che si mette nuda così e non ho nemmeno il fisico per mostrare troppa pelle» risi

«Secondo me andresti benissimo!» tirò su le sopracciglia ripetutamente.

«Ma smettila! Non sono nemmeno il tuo tipo!»

Il sorriso non gli mancava mai e, se non fosse che lo trovavo estremamente invadente e pesante, avrei potuto anche pensare che fosse carino.

«Eppure non capisco» proseguì guardando in alto «Ero praticamente sicuro che sarei riuscito a convincerti a farti un aperitivo con me»

«Tu sei sicuro di troppe cose» incrociai le braccia e alzai un sopracciglio, divertita.

«Mi avevi promesso almeno un bacio»

«L’unica cosa che potrei prometterti somiglia più a una minaccia, che a una promessa» risi

«Vedrai che prima o poi ti innamorerai di me!» esclamò fiero.

«Spero davvero, per il tuo bene, che tu riesca poi a reggere la delusione»

E scoppiammo a ridere come due vecchi amici. Lui non interessava a me e io non interessavo a lui nemmeno nella più remota delle vite. Questo è uno di quei frangenti in cui si può sfatare il mito che fra uomo e donna non può esserci amicizia.

Mi faceva sempre sentire a mio agio e stavo imparando davvero tanto standogli a fianco.

Se non mi avesse aiutata lui, non sarei mai riuscita a fare una buona impressione al Capo, quando sarebbe tornato. Che poi, vabbè, buona impressione. Ma facciamo un passo alla volta.

L’idea di conoscere il mio titolare mi metteva un po’ di ansia perché tutti parlavano di lui, definendolo: esigente, arrogante, puntiglioso e molto stronzo; non potevo certo dargli l’impressione di essere una cretina incapace. Volevo fargli buona impressione, volevo dimostrargli che ero all’altezza dei compiti e che avevo tanta voglia di imparare.

Avevo dei ritmi abbastanza frenetici, ma mi piaceva.

Conducevo una vita normale: senza vizi, senza grilli per la testa, senza una gran vita sociale e senza una vita sentimentale.

A me non pesava, ma ci pensava Gabriel, o Gabe come ormai si faceva chiamare, a sottolinearmelo di continuo.

Alla fine dell’orario di lavoro, salutai Nicholas e mi affrettai a tornare a casa: avevo promesso a Gabriel che sarei uscita con lui e il suo ragazzo, Chuck.

Eravamo diventati grandi amici. Aveva un gran gusto in fatto di abiti da donna, e anche di uomini.

Gabriel è sempre stato un tipo davvero figo.

Da bambina ero cotta marcia di lui, ma capii presto che, nel gioco delle Barbie, non gli piaceva la parte del Ken; o meglio, non la parte che avrei voluto fargli interpretare io.

Fu un trauma, perché a otto anni io già mi vedevo sposata con lui.

Eh no, non era possibile! Il fortunato sarebbe stato qualcun altro che non aveva le tette. Ma mi aveva promesso che se a quarant’anni fossimo stati entrambi single, mi avrebbe comunque sposata, così non saremmo rimasti da soli.

Sai che genialata!

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Libro avvincente, lo letto tutto d’un fiato. La sua scrittura è semplice e scorrevole, ricco di colpi di scena. Capitolo dopo capitolo si entra nel vivo della storia.
    Il libro funziona perché è ciò che si vive molto in questo periodo di tempo che stiamo vivendo. La voglia e la forza nonostante la delusione di trovare l’amore vero!

Aggiungere un Commento

Condividi
Tweet
WhatsApp
Erika Piras
Sono nata ad Alghero, nel 1988. Faccio la truccatrice, ma scrivo da sempre, fin da quando ero bambina. Ho sempre tenuto dei diari per non dimenticare gli eventi più importanti, anche se con il passare del tempo ne ho perso l’abitudine.
Quando ero ragazzina scrivevo canzoni con mia sorella, Serena, la mia fan n.1 in tutto ciò che faccio.
Cominciai a scrivere più seriamente durante i miei anni delle superiori.
Il mio professore di italiano, che adoravo, aveva detto a mio padre che secondo lui copiavo i miei temi, perché non era possibile che una ragazzina di diciassette anni potesse scrivere in quel modo.
Quando poi mi mise alla prova, mi diede un “10” al mio tema sull’amore e sull’amicizia e da lì mi disse che non avrei dovuto abbandonare questa strada, perché secondo lui era quella giusta. Era la mia.
Erika Piras on FacebookErika Piras on InstagramErika Piras on Wordpress
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie