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La terra di mezzo

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Consegna prevista Febbraio 2025
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La terra di mezzo è un romanzo tripartito privo di nomi e questo anonimato è una caratteristica essenziale, perché narra la storia di una vita fra le tante, una storia di tutti e di nessuno che rispecchia la solitudine di una condizione marginalizzante. Parla di una “terra di mezzo” in cui tutti dobbiamo sostare, quella che sta fra la superficie quotidiana e un sentire che ci fa sprofondare.

Incastrato in una serie di rapporti vuoti, caratterizzati dall’assenza, diviso fra opposti e divorato da colpe, il personaggio si trova ad affrontare una situazione inaspettata. Viene costretto da una sua amica a vendere il proprio tempo, perché ciò che gli riesce meglio è essere uno strumento per il benessere altrui, svuotarsi per far riempire gli altri. Proprio grazie a questi incontri unici, i frammenti della sua esistenza (rispecchiati dalla struttura del romanzo) andranno a comporre un mosaico, un percorso di crescita attraverso cui il protagonista troverà il suo contrappeso. 

Perché ho scritto questo libro?
Perché a volte alcuni strumenti (la scrittura) s’insinuano come un prolungamento degli arti. Perché a volte, dalle enormi sollecitazioni della vita, nascondono percorsi capaci di generare contrappesi inaspettati e potentissimi. Non risolvono, certamente, ma arricchiscono e ti permettono di raggiungere nuovi livelli di conoscenza.

 

ANTEPRIMA NON EDITATA

                                                                                                                                                                            “…manca il lieto fine, non c’è una ragione,

anche il mare aperto oggi sembra una prigione

al telefono qualcuno mi chiede: come stai?

Rispondo: tutto bene anche se non so chi sei”

Catene – The Zen Circus

Terza settimana, Ottobre 2021

Erano le sette e trenta, in quella giornata avrebbe dovuto sbrigare parecchie commissioni. Era già arrivato in azienda, il tempo di organizzare il lavoro ai suoi collaboratori, visualizzare le mail e poi andare via. Il tutto, però, non prima di accendere la macchinetta del caffè e regalarsi la terza dose di oro nero.

Si bruciò la lingua e la reazione scomposta fece cadere delle gocce sulle mattonelle avorio dell’ufficio, le osservò; erano in buona compagnia. Il pavimento era pieno di chiazze multicolore di resina indurita che lui vendeva ai pochi clienti inorriditi come simbolo di sperimentazione e creatività.

Mosso da un impeto di buon senso, legato certamente all’orario, si chinò per pulirle.

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Sentiva il bisogno di buone azioni.

Mentre stava raccogliendo le sue cose, un dipendente lo avvisò che stava salendo un cliente. La notizia lo infastidì e non perché questo lo avrebbe fatto uscire più tardi, costringendolo ad affrontare il traffico più intenso, ma per il ricordo che tale personaggio gli suscitò.

Qualche mese prima, in piena estate, era stato aggredito telefonicamente dal simpatico energumeno perché erano qualche giorno in ritardo rispetto alla consegna prevista. Aveva provato ingenuamente a spiegargli che il periodo non era dei più semplici: le difficoltà per il reperimento dei materiali causa covid, il tentativo di organizzare le giornate lavorative al meglio per ottimizzare i costi e contrastare gli aumenti diventati insostenibili e soprattutto l’impossibilità di organizzare straordinari per il caldo soffocante non permettevano di fare di più.

Per inciso, aveva sempre pensato che i cambiamenti climatici degli ultimi anni, almeno in certe regioni e in alcuni periodi dell’anno, avrebbero dovuto consentire per legge l’interruzione temporanea per necessaria sopravvivenza.

Fatto sta che il risultato di quella telefonata fu l’arrivo del cliente in azienda. Entrò con una macchina talmente grande che se ci avessero montato sopra un tubo di ferro sarebbe sembrato un carrarmato.

Scese un uomo tarchiato, sulla settantina, con addosso una camicia di lino bianca e un pantalone lungo di colore grigio, segno evidente che la maggior parte del tempo lo passava sul blindato con l’aria condizionata a palla. La faccia paffuta, incastonata tra gli ultimi capelli ricci sui lati, gli ricordò il suo professore di musica delle scuole medie, al quale avevano riservato una tale quantità di scherzi che all’ultimo ricevimento dell’anno sua madre era tornata a casa piangendo per la disperazione.

Ligi alle regole, entrambi misero le rispettive museruole anticontagio e, come nei migliori western, si affrontarono nel piazzale antistante i capannoni.

Il cliente, che gli ricordò sarcasticamente chi pagasse, sentì l’esigenza di esprimere a quattr’occhi tutto il suo disappunto, non perché non comprendesse le difficoltà del momento, anzi al contrario, proprio per questo non capiva come in un momento così difficile non fosse del tutto logico fare delle ore in più.

Lui lo squadrò per bene; al contrario del suo interlocutore, era vestito con un pantalone macchiato stile cargo e una maglietta smanicata che lo facevano apparire come uno stagionale addetto alla raccolta dei pomodori.

Il ricordo di sua madre in lacrime gridava vendetta e lo invitò a seguirlo con un gesto eccessivamente servile all’interno del reparto, per mostrargli a che punto fosse il suo lavoro.

Dopo qualche istante, quella che era una splendida camicia di lino cominciò a prendere vita autoidratandosi e facendolo somigliare a una versione ridicola di milf maglietta bagnata.

La sua goduria cominciò a prendere corpo quando lo vide allargare la mascherina nel tentativo di prendere aria. Gli ricordò tanto l’immagine di un pesce appena pescato che esala gli ultimi respiri muovendo le branchie con le poche energie rimaste.

Erano appena le undici del mattino, c’erano trentotto gradi e uno scirocco che non permetteva rifugio.

Sentì che la vendetta si stava consumando e il colpo di grazia glielo diede quando con una scusa chiamò l’addetto al reparto che si presentò con una maschera in plastica con filtri che, dopo circa un’ora e in condizioni normali, lasciava dei solchi così profondi sul viso da sembrare dei tatuaggi Maori. Il cliente, aggrappandosi all’ultimo neurone sopravvissuto all’asfissia, si ricordò che era in ritardo, scappando via da quella che certamente gli sembrò l’esagerata punizione del karma.

Una volta in macchina imboccò l’autostrada; i dieci minuti che lo separavano dalla città furono più lunghi del previsto. Una colonna interminabile di auto lo attendeva come si attende il festeggiato a una festa; si procedeva a passo d’uomo. Tutto sommato non gli dispiacque più di tanto, era ancora in orario.

Dopo circa mezz’ora, e dopo che la gamba sinistra gli ricordò che avrebbe potuto inserire nei cinque anni di finanziamento il cambio automatico, riuscì a superare la strettoia provocata dai lavori in corso. Entrato in città i nuovi rallentamenti provocati dal perenne dissesto urbano sfidarono la soglia della sua pazienza. Il vantaggio accumulato alla partenza (quasi in orario) era stato del tutto dilapidato e la sua guida divenne nervosa e accompagnata dal miglior repertorio di parolacce.

Era da circa un’ora in macchina e l’agognato parcheggio gli permise finalmente lo stretching necessario per la mobilità di cui aveva bisogno.

Riuscì a fare tutto quello che aveva programmato e anche se aveva perso almeno due litri di liquidi, con una temperatura che gli ricordava che le infradito in quella terra erano un obbligo e non un capriccio, l’idea di tornare in macchina e godere dell’invenzione più bella del mondo lo aiutò a mantenersi sereno.

Chiuso dentro la sua cassaforte ambulante, un senso di pace lo pervase. Decise di percorrere la strada per tornare al lavoro con tutta la lentezza che poteva, cercando di godere di un paesaggio che non c’era.

Imboccata l’autostrada, la radio fece il suo. Il pollice scorreva incessantemente sulla rotella del volante alla ricerca della stazione giusta, che tanto sapeva non sarebbe mai arrivata. Si arrese al notiziario di una non pervenuta emittente. L’ordine delle notizie era sempre lo stesso da un po’ di tempo a quella parte: dall’immancabile bollettino covid alla politica, dall’economia alla cronaca; i suoi emisferi russavano all’unisono.

Qualcosa però sulla cronaca catturò la sua attenzione: un uomo anziano, di un piccolo paese del nord, uccide il proprio figlio disabile e poi si toglie la vita; non avevano parenti.

Il giornalista liquidò la notizia informando che non erano chiari i motivi del folle gesto e che le indagini erano ancora in corso.

Si era completamente svegliato.

Uscì dallo svincolo autostradale e senza pensarci due volte, invece di proseguire per la strada che lo avrebbe riportato al lavoro, imboccò quella che lo conduceva al mare.

Posteggiò e si ritrovò a camminare sopra i frangiflutti del porticciolo.

Il paesaggio in lontananza era piatto e insignificante se non per le due ciminiere che, come le bandierine su una cartina geografica, gli ricordavano che era lì vicino che avrebbe dovuto essere.

Saltando da un masso all’altro, sperando di non scivolare, riuscì a calarsi all’interno di un piccolo spazio. Appoggiò la schiena e orientò lo sguardo verso il nulla.

Il mare era leggermente mosso e gli occhiali gli si riempirono di salsedine; decise di toglierli. La leggera miopia lo isolò dal contesto spingendo gli altri sensi a farsi avanti.

Un uomo anziano uccideva il figlio disabile e poi si toglieva la vita

Si indagava sui motivi

I motivi

Si chiese su che cosa potessero indagare. Forse sul dolore incommensurabile di un essere umano?

Si sentì risucchiato da quella notizia che lo aveva investito con una violenza inaspettata, nella sua mente si proiettavano infinite immagini. Era come essere legato davanti a uno schermo con gli occhi spalancati, costretto a guardare dentro quella tragedia senza nome. Immaginava quell’uomo senza volto, la disperazione che portava dentro, la lucida follia che aveva trasformato nel coraggio necessario per togliere la vita a colui che aveva accudito da sempre e che aveva amato e odiato oltre ogni ragione.

Ipotizzò la rapidità con cui si era tolto la sua, legandosi a quell’essere come la terra al suo albero. Si chiese se in quel momento, anche solo per un istante, fosse riuscito a incrociare lo sguardo di suo figlio trovando in fondo ai suoi occhi un perdono per tutto quello che stava facendo.

Dove era dio o chi per lui in quel teatro degli orrori?

Dove era quella società civile e contemporanea che si spacciava solidale?

Dove erano tutte quelle persone compassionevoli che con le loro piccole donazioni compravano il biglietto per il regno dei cieli salvando figli e figlie da ogni parte del mondo, rendendo indifferenza verso chi abitava accanto alla porta di casa?

Schiumava rabbia, provava odio. Aveva il cuore dello stessa consistenza delle pietre su cui era seduto.

Alzò la testa verso il cielo.

Non c’era nemmeno una nuvola a cui appigliarsi, una qualsiasi forma che lo distraesse.

Allora si girò verso la parete di quel guscio granitico che lo avvolgeva e si ritrovò con la faccia schiacciata davanti alla costellazione di piccole pietre imprigionate nel cemento. Le sfiorò immaginandole come infinite mani tese verso di lui; una sporgeva più delle altre. La strinse tra pollice e indice cercando di strapparla via, di liberarla. Chiuse gli occhi tentando di salvare quell’essere che si era aggrappato alla sua coscienza, ma le dita scivolarono via, lasciandogli solo la consistenza dell’aria.

Lo vedeva quel padre, relegato in una dimensione dove non c’era più spazio per le parole ma solo la forma indefinita di un vissuto che lo aveva annientato.

Ma ciò che lo dilaniava era la certezza di cosa si celava dietro un atto così estremo.

Era sempre stato convinto di una cosa: che se certe decisioni le prendevi in un istante, quelle stesse decisioni le avevi maturate per un periodo lunghissimo; ed era proprio la lunghezza di quel tempo e cosa c’era dentro che non lo facevano respirare.

La presenza accanto a quell’uomo di un pensiero che lo accompagnava ovunque, quando si alzava la mattina, quando faceva colazione, quando pisciava, quando andava a fare la spesa, quando provava forzatamente a distrarsi ascoltando le storie altrui. Condizionava i suoi pensieri, le sue parole, i suoi gesti, i suoi sguardi. Era come pelle sulla pelle.

E nel caso di quel martire non poteva permettersi nemmeno di perdere troppo tempo perché l’idea di lasciare quel figlio disabile nelle mani di una società che sapeva avergli girato le spalle era un tormento troppo grande.

In situazioni come queste, il tempo non s’inganna.

C’era il fallimento dell’intero genere umano in quella storia e sperava con tutte le sue forze di non doversi mai trovare davanti a una scelta di quel tipo.

Sentì il dolore dell’intera umanità conficcato nel petto e il piccolo spazio dentro il quale si era rifugiato diventò improvvisamente claustrofobico. Ne uscì via di scatto.

Decise di tornare ma non rimise gli occhiali; lo squallore del contesto non meritava alcuna nitidezza.

Percorreva la strada che da lì a poco lo avrebbe condotto verso il consueto grigiore che componeva le sue giornate. Percepiva tutto il peso del suo sentire schiantarsi sull’inutilità del suo fare.

Di chi era quel guscio dentro il quale stava?

Immaginava se stesso seduto dentro la macchina, pensava alle mille carte sui tavoli del suo ufficio, a cosa avrebbero dovuto mangiare quella sera, alla telefonata dell’amico di turno che lo invitava per una birra, ai trenta euro che aveva nel portafoglio, al dipendente che gli chiedeva se poteva andare via un’ora prima, ai calzini nuovi che avrebbe dovuto comprare, alla revisione scaduta dello scooter, ai regali di natale, al caldo soffocante che sembrava non finire mai, al mal di schiena mattutino, alle tasse che non poteva pagare, al futuro dei suoi figli; fino a quando il suo sguardo si posò su uno gnomo di ghisa. Si sedette nuovamente, stancamente, su quella bitta, incurante della ruggine che avrebbe macchiato i pantaloni. Era tiepida, ruvida e aveva perso il colore originario.

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Continuava a spezzettare il tempo, lo frammentava, cercava di distorcerlo, di deformarlo nel tentativo di fare posto e gettarci dentro quella forma indefinita di se stesso.

Era in ritardo. Lo cercavano insistentemente dal lavoro.

Sentiva crescere la pressione. La realtà si manifestava attraverso i doveri.

Sfidando a muso duro la tensione crescente, si tolse le scarpe e ripose i calzini dentro quei sarcofaghi maleodoranti. Mise i piedi per terra estendendo il più possibile la pianta e cercando il massimo contatto con il suolo. Era caldo, ma sopportabile. Li osservava. Avevano una bella forma.

Provò a immaginare se stesso da lontano, in quella posa, a piedi nudi, seduto su quella bitta con le spalle curve e i gomiti appoggiati sulle ginocchia; ma non vide niente.

Allora senza perdere altro tempo raccolse le scarpe e decise di procedere verso la macchina, sentendo le estremità ribellarsi alle piccole pietre taglienti che fuoriuscivano dalla colata grezza di cemento.

Poi fu la volta dell’asfalto, era come camminare sui tizzoni ardenti, sentì la pelle lacerarsi, accelerò il passo cercando di sfuggire a quella pena crescente. Il dolore arrivò improvviso, incontrollabile, prese il sopravvento. Raggiunse il primo muretto utile sul quale lanciò sopra quel mucchio d’ossa che lo teneva insieme, sentendo una fitta fortissima all’anca destra. Tirò su entrambi i piedi unendo le piante come l’abbraccio disperato di due reduci di guerra. Strinse gli occhi e serrò la mascella in una posa sofferente cercando di inalare più aria possibile. Bestemmiò e contemporaneamente iniziò a piangere.

Come delle bende, poggiò le mani sulle stimmate della parte ferita chiedendo perdono e sperando in una risurrezione che lo liberasse da tutti i peccati che portava dentro.

Aveva la bocca leggermente aperta e le labbra immobili unite da un velo di saliva.

Avrebbe voluto sentire il contatto di una mano di angelo sulla spalla per trovare un accordo con il regno dei cieli o, forse, anche solo un abbraccio e la possibilità di poggiare la testa sul petto di qualsiasi essere umano che si materializzasse in quel momento.

  Ma non c’era nessuno e capì che quell’abbraccio non poteva che essere lui stesso.

Fu in quel momento che sentì le sue percezioni cambiare.

I fili che lo tenevano ancorato alla realtà precedente erano stati recisi, galleggiava all’interno di uno spazio indefinito.

Nuovi sconosciuti equilibri si facevano strada.

Quella presenza strisciante che sentiva dentro da tempo adesso lo fissava: era immobile, inquietante, certa che la sua sola presenza bastasse allo scopo.

Vide chiaramente la gabbia dentro la quale era e, se da una parte provava rassegnazione, dall’altra percepiva protezione. Era un sentire stranamente nuovo, di qualcosa che c’era sempre stato e adesso finalmente si era rivelato. Reale e irreale non avevano più confine, avevano generato una loro dimensione.

Con l’espressione inebetita, adesso osservava da un punto di vista sconosciuto ma che aveva sempre atteso.   

   

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Luciano Bianchini
Affascinato dai dettagli, sostenitore convinto del disordine interiore, si rifugia nel silenzio della scrittura affrontando l’esperienza più difficile di tutte: dare forma al suo sentire.
Ci sarà riuscito? Lui è convinto di sì.
Attraversando emozioni contrastanti, dopo quattro anni di scrittura, ha conosciuto la potenza rivelatrice del libero pensiero, regalandosi un viaggio meraviglioso, l’unico che poteva permettersi.
Per il resto è un classe 71, nato e cresciuto a Palermo.
Appassionato di viaggi in moto, musica, sport, cucina, fotografia, è laureato in architettura.
Da oltre vent’anni è titolare di una piccola impresa artigiana, a due passi dal mare (terapeuta naturale a costo zero), all’interno della quale ha sperimentato percorsi diversi e a tratti appassionanti.
Ma tutto questo è un dettaglio.
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