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L'alba di domani

L'Alba di domani
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Consegna prevista Dicembre 2022
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Simone e Laura sono due giovani che, per uno strano gioco del destino, intrecciano le loro vite quando decidono, anche se tardi, di iscriversi alla facoltà di Medicina e di frequentarla.
Si amano, studiano insieme, imparano a conoscersi ma… il passato burrascoso di Laura all’improvviso emerge prepotente e sconvolge la loro routine fatta di quotidianità, forse banale, ma importante per i protagonisti.
Un amore-malato precedente, che le ha arrecato molte amarezze e disagi, ritorna violentemente a scombussolarla travolgendola fisicamente e psicologicamente.
Alla fine l’Amore e la serenità trionferanno sulla vita dei due ragazzi a cui il lettore si è vieppiù affezionato per la tenerezza del loro amore e l’altruismo dimostrato in più occasioni.
“L’alba di domani” è, insomma, una storia d’amore pulita, ricca di pathos, di imprevisti e di colpi di scena che tengono costantemente desta l’attenzione e inducono a leggere tutto d’un fiato le poche pagine in cui è contenuta.

Perché ho scritto questo libro?

A un certo punto della vita, avendo esaurito per noia, per forza, per opportunismo ogni tipo di progettazione futura a lunga scadenza, o avendola abbandonata, spesso solo perché si pensa che non basti il tempo, che non sia sufficiente per raggiungere l’obiettivo… allora ci si affida a progetti banali, quasi giornalieri. Ma all’improvviso balza in mente un’idea pazza, com’è capitato a me, ad una certa cadenza, fin da quando ero un adolescente: l’idea (molto pazza)… di scrivere un libro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I fatti davano ragione a papà Antonio e a mamma Lucia. La televisione non faceva altro che ripetere notizie di violenze, di crisi, di mancanza di lavoro, di cattivo costume, di corruzione, insomma di una società malata e loro non potevano capire, né accettare, perché il loro Simone volesse abbandonare quella che per loro era un’oasi, magari rustica, magari alla buona, ma pur sempre una garanzia di tranquillità, di futuro sereno. Oltretutto il loro figlio maggiore Giuseppe li aveva lasciati anni prima, per andare a lavorare in fabbrica e la piccola Elena, per la quale avevano altri progetti, non poteva essere di aiuto alcuno.

Avevano riposto in lui tante speranze; avevano bisogno di un aiuto materiale, ma nello stesso tempo, per lui sognavano un’azienda moderna, con nuovi macchinari, un’azienda che allargasse il giro d’affari. Per questo lo avevano spinto a studiare e avevano trovato terreno fertile in lui, poiché a lui piaceva conoscere, sapere di tutto, studiare con passione.

Da qualche tempo, in paese era arrivato un nuovo farmacista che rilevava il vecchio gestore: era un dottore tutto casa e lavoro, ma quel che importava è che aveva una figlia di ventidue anni, bella e bionda come il sole, che papà Antonio già vedeva accanto a lui con un paio di nipotini, luminosi come lei.

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Sognavano tutto questo i genitori di Simone, ormai cinquantenni e stanchi della loro dura vita di campagna, quando una sera a cena, all’improvviso, rivolgendosi alla mamma ed evitando di incrociare lo sguardo del padre, egli disse: “Ho deciso di andare all’Università e di mantenermi lavorando la sera”. Mentre il padre restò fulminato a tale affermazione perentoria, mamma Lucia, balbettando, rispose: “Non riesco a capire che cosa stai dicendo!”. Simone, serafico, aggiunse: “È semplice: voglio che la mia vita sia diversa, voglio fare il Medico ed è per questo che mi trasferisco in città, mi iscrivo in Medicina e cerco un lavoro con cui mi possa mantenere”.

Cominciò così una nuova vita per Simone: doveva ricominciare, visto che

aveva interrotto gli studi anni prima, ma era talmente sicuro di sé che ce l’avrebbe fatta.

Non furono facili gli inizi, anche se aveva avuto delle indicazioni da un suo vecchio insegnante, su dove trovare un alloggio a un costo accessibile alle sue povere finanze e dove poter mangiare a poco prezzo.

Simone cambiò diversi alloggi che, per un motivo o per un altro, non andavano bene per lui: in uno bazzicavano persone poco raccomandabili (e qui stette due mesi prima di decidersi a trasferirsi); in un altro, che pareva tanto pulito e adatto alle sue esigenze, poche tra l’altro, scoprì che, nonostante il suo nome invitante “Residence dello Studente”, il proprietario faceva i suoi migliori affari, cedendo le camere alle donnine che facevano l’antico mestiere. Alla fine, dopo averne visionati altri, ebbe la fortuna di imbattersi in periferia, in una palazzina della periferia che si sviluppava su due piani, composta da sei camere, quattro al secondo piano e due al primo che, divise da un corridoio, fronteggiavano l’appartamento del gestore, composto da un saloncino, una camera da letto, un bagno e una cucina spaziosa, capace di accogliere anche dieci persone. Sul retro della casa c’era anche un giardinetto.

Egli capitò al secondo piano, in una camera che, tutto sommato, rispondeva a quanto desiderava: un letto per dormire, una poltrona per riposare, una scrivania per studiare e un cucinino per potere cucinare qualcosa di caldo, ma senza pretese. Il bagno, ahimè, era in comune con gli altri abitanti del piano, ma si adattò e fu comunque soddisfatto, dopo aver capito e apprezzato la dolce signora che, benché fosse la proprietaria, trattava i suoi ospiti come fossero figli suoi, poiché la palazzina era occupata per lo più da studenti (ben quattro) oltre che da una signora quarantenne di colore e da un signore attempato che non si capiva bene perché vivesse lì, da solo.

La proprietaria era la signora Cecilia, una 55enne che aveva ereditato palazzina ed attività dal padre e che, essendo senza parenti, se non quelli

molto lontani nella discendenza e nella distanza, ed essendo vedova e sola, con una figlia sposata ed emigrata, considerava quel lascito una manna dal cielo, tanto che si buttò anima e corpo nel nuovo lavoro che a lei non sembrava tale perché le consentiva di avere una specie di nuova famiglia.

La signora Cecilia era tanto buona che Simone imparò a rispettarla e a volerle bene, quasi come a una mamma.

La Facoltà di Medicina non era molto distante da questa ultima e, si sperava, definitiva sistemazione. Simone poteva raggiungerla anche a piedi, ma doveva pur camminare almeno mezz’ora a passo svelto o, molto meglio, usare il bus che lo portava davanti al grande portone d’ingresso. Quando lo varcò per la prima volta era così emozionato che dovette fermarsi qualche momento, visto che gli occhi avevano lacrimato tanto da non farlo vedere più.

Il suo grande sogno, fin da bambino, era stato poter curare le persone, far “guarire” mamma, papà, i fratelli, tutta la comunità. Questo forte desiderio crebbe quando uno dei suoi migliori amici morì a diciassette anni per una malattia incurabile e crudele. Il pensiero di poter essere utile a qualcuno o a tanti, di poterli aiutare a soffrire meno o addirittura di guarirli del tutto, non l’abbandonò mai e così, appena l’occasione si presentò, fece il passo che aveva sognato da sempre.

Sapeva di dovere metterci tutto il suo impegno, di dover fare sacrifici, di dover lasciar stare le divagazioni, persino di dovere rinunciare all’amore, perché sarebbe stato motivo di distrazione. Erano già passati sei mesi da quando era finita una grande passione, durata quattro anni, che si era dimostrata solo un fuoco di paglia, senza nessuna base per potere affrontare una vita insieme. Era duro iniziare questa nuova vita per un giovane di ventiquattro anni, ma doveva farcela: lui doveva diventare un Medico.

Adesso doveva solo pensare a trovare un lavoro che gli consentisse di

guadagnare quel tanto da potersi permettere un soggiorno fuori di casa, pagarsi le tasse universitarie e sopperire a qualche imprevisto che poteva sempre capitare e, perché no? anche a una pur minima vita sociale. È vero che si era portato dietro qualche suo risparmio (poca cosa) e una ben più consistente somma che, dopo le raccomandazioni di turno, gli abbracci e gli occhi arrossati di papà e mamma al momento dei saluti, essi stessi, chiusa in una busta, gli avevano infilato in una tasca del giubbotto, senza che, quasi, se ne accorgesse. Se ne accorse, invece, ben presto, e gli furono utili quei soldi, anzi indispensabili per tirare avanti nel primo periodo.

Ora, forte della sua caparbietà e del suo amor proprio, non avrebbe più accettato nessun aiuto economico: doveva farcela da solo, con le sue sole forze.

Trovò il lavoro quasi subito: nel mese di Dicembre, dopo aver girato in lungo e in largo, come faceva di solito il lunedì, giorno in cui poteva evitare di seguire l’unica lezione, all’ora di pranzo trovò aperto, per caso, quel ristorante, anche se era giorno di chiusura, solo perché stavano ristrutturando un ambiente. Gli venne incontro un distinto signore in giacca e cravatta che gli aprì la porta del locale, lo squadrò per qualche istante, ma in maniera che sembrò subito bonaria.

Il locale era aperto da tanti anni, ma da quando era subentrato lui nella gestione, aveva avuto un incremento notevole di clienti e, di conseguenza, gli affari andavano a gonfie vele. Egli era conosciuto da tutti come il sig. Pietro: non si sapeva molto del suo passato, né quali fossero le sue origini, ma conquistava tutti quelli che avevano modo di apprezzare i suoi modi cortesi, compreso Simone che gli si rivolse, chiedendogli: “Buongiorno, sono qui per chiederle un lavoro serale, che mi permetta di guadagnare quel tanto che mi basti per potere studiare e vivere lontano da casa”.

Fu diretto, tanto sapeva già la risposta solita, quella che si era sentita

ripetere già diverse volte: “Mi dispiace, siamo al completo, ma se mi lasci un recapito, appena c’è un’opportunità, ti chiamo”. La risposta del sig. Pietro (Simone seppe dopo che si chiamava così e che era il titolare in persona) fu immediata e concisa, ma nello stesso tempo non sembrava vera alle sue orecchie: “Va bene, da te pretendo solo serietà, puntualità e lealtà. Se pensi di avere queste doti, puoi venire a lavorare già da domani; ci metteremo d’accordo dopo sul salario e sugli orari”. Felice, come non si ricordava da tempo, Simone ringraziò velocemente, visto che aveva capito che stava andando via:

“Grazie di vero cuore, stia certo che non la deluderò e ci metterò tutto il mio impegno perché lei possa non lamentarsi di me. Mi dica solamente a che ora devo presentarmi, domani sera!” “Vieni domani alle 19,00, ma ricordati che sarai impegnato fino all’una di notte e questo sarà per tutte le sere, tranne che per il Lunedì, giorno di chiusura” gli rispose il sig. Pietro, nell’atto di uscire dalla porta. “Ci sarò, puntuale, e grazie ancora…” gli gridò quasi Simone, visto che il signor Pietro già si era allontanato a passo svelto. Non credeva alla sua fortuna: aveva trovato un lavoro, almeno così credeva, visto che doveva pur provare cosa significasse fare il cameriere in un ristorante di buon livello… È vero che lui, ai tempi della scuola, per due estati, aveva fatto qualche esperienza in una trattoria del suo paese, ma qui era un’altra cosa… doveva dimostrarsi capace agli occhi di quel gentile signore che gli stava offrendo questa occasione e meritarsi quanto andava a guadagnarsi.

C’era poi il fatto che il ristorante si trovava dall’altra parte della piazza in cui si affacciava la Cittadella Universitaria: qualora, quindi, avesse voluto restare nelle aule della facoltà invece che ritornare a casa o andare in Biblioteca in tutta comodità per consultare i libri, non temeva di arrivare tardi sul posto di lavoro. Era stato davvero fortunato: le cose stavano girando come lui aveva sempre desiderato e perciò era carico di energia!

Quel primo inverno passò in fretta. Seguiva quasi tutte le lezioni, studiava sodo, lavorava altrettanto e la sera, molto stanco per aver trascorso una giornata intensa, quando tornava dalla signora Cecilia, con l’ultima corsa che faceva il bus della Linea 4, si chiudeva in camera e, praticamente, crollava dal sonno, non prima di aver ripassato, velocemente, come fosse un consuntivo, quello che gli era capitato giornalmente. Era contento, stanco ma contento; stava ottenendo quello che aveva sempre sognato; stava studiando quello che gli piaceva e non stava pesando sull’economia dei suoi genitori.

Un paio di volte era ritornato a casa, quando il sig. Pietro gli aveva dato un giorno di riposo extra, visto quanto era educato, servizievole e meticoloso nel suo lavoro. Stava un giorno e una notte dai genitori, che rendeva felici di vederlo e lo riempivano di attenzioni, consigli e raccomandazioni. La sua vita, almeno per il momento, era lì, tra i suoi libri, con i suoi insegnanti, i colleghi universitari, la signora Cecilia che gli dava un tetto e il sig. Pietro che gli offriva un lavoro. Non poteva farsi sopraffare dalla tristezza e dalla malinconia.

Le sue giornate erano cadenzate: si svegliava alle 7 del mattino, si lavava, si vestiva e poi… giù a fare colazione nel piccolo salone. Latte, caffè e biscotti o ciambella erano preparati amorevolmente dalla dolce Cecilia. Difficilmente s’incrociava con gli altri ospiti della casa. C’era chi usciva prima e chi dopo, ma c’era una bella atmosfera in quella casa e tutto per merito della cara signora, che aveva una parola affettuosa per tutti e che, come una madre premurosa, ricordava a Simone se avesse preso l’ombrello (quando pioveva) o se si fosse coperto bene (nelle giornate fredde).

Una sera si ritirò con la febbre alta. Aveva preso l’influenza e doveva cautelarsi per qualche giorno. Lei si dette da fare: gli preparò le medicine, gli cucinò qualcosa di caldo e gli rimboccò le coperte. Di tanto in tanto saliva per andare a vedere come stava e magari gli misurava la

temperatura e gli diceva: “Ricordati che io ci sono sempre. Non privarti mai di chiedermi se ti manca qualcosa, fosse anche una semplice parola di conforto o un prezioso consiglio. Io sono sola e dare un mio piccolo contributo, o almeno provarci a farlo con i bravi ragazzi come te, mi riempie il cuore di gioia”. Continuava a dire spesso queste parole, ma anche se erano ripetitive, lo facevano sempre sentire bene e, di conseguenza, quasi di getto, ma non meno coinvolto, rispondeva più o meno: “Signora Cecilia, lei è una donna eccezionale e io sono fortunato ad averla incontrata; con la sua presenza io mi sento più forte e sicuro”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Sergio Gitto
Sono nato nel 1954 in Sicilia, terra piena di contraddizioni per la quale è difficile provare un sentimento neutrale: o la si ama o si scappa da essa. Io l'ho sempre amata, pur criticandola con il solo scopo utopistico di migliorarla nel mio piccolo. Sono stato sempre curioso e questo mi ha portato ad interessarmi di tutto quello che mi circondava. Le mie esperienze lavorative consistevano nella vendita, come Agente, di beni di vari settori merceologici. Senza che fosse necessario, ma solo per mia personale gratificazione, ho studiato le tecniche dei Tappeti Orientali o spaziando dalle tecniche di lavorazione dei Liquori a quella dei Filati per l'Industria: seta, acrilico, cotone. Nonostante abbia conseguito un diploma di perito tecnico, ho sempre amato leggere e, pur senza pretesa alcuna, da pensionato mi sono cimentato nella scrittura della storia che mi frullava in testa da tempo.
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