Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

L'Aristocratica, Scimmia dundù e Boccuccia di rosa

L'Aristocratica, Scimmia dundù e Boccuccia di rosa
48%
105 copie
all´obiettivo
84
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Marzo 2023
Bozze disponibili

La storia di tre generazioni e tre donne: una nonna, una madre e una figlia. Una nonna con un passato ricco di lutti; una madre con un marito violento e dieci anni pieni di paura; e una figlia, con un disturbo psichiatrico. Eppure questa è la vita, quella che affrontiamo tutti, tutti i giorni.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sentito la storia di mia nonna per 21 anni della mia vita. Non mi sono mai stancata di ascoltarla. Penso sia una storia degna di essere raccontata e quindi l’ho fatto. Però non mi sono fermata solo a mia nonna: ho raccontato anche di mia madre, donna fortissima, che può dare forza anche a voi. Infine, ho scritto anche la mia di storia, perché so che in cuor mio potrebbe essere di aiuto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Introduzione

La nonna piangeva sempre quando eravamo tutti insieme. Non riusciva a farne a meno. Forse a guardarci tutti sorridenti, capiva quanto in realtà la sua vita fosse stata spiacevole, anche se nonostante tutto aveva generato una famiglia. Un figlio e due figlie; e i suoi seni avevano allattato anche i nipoti ed era per questo che le mammelle le arrivavano fin sotto le ginocchia.

Era una donna così elegante, che si definiva “aristocratica”. Orecchini e collane di perle, vestito con strass a dare luce alla sua figura, cappotti con pellicce e borse in pelle erano come usualmente si vestiva per andare le domeniche fuori con la sua famiglia, cioè con noi. Si truccava e si teneva aggiornata sulla vita mondana. Guardava tutti i programmi peggiori in televisione, tipo il Grande Fratello oppure i programmi di Maria De Filippi e una volta in macchina mi aveva chiesto “Ma questo è J-Ax?”. E io “Sì nonna, questo che canta è J-Ax.”

Continua a leggere

Continua a leggere

Non era religiosa, non aveva crocifissi sparsi per casa, non andava in chiesa le domeniche (capiremo in seguito perché aveva deciso di disconoscere il Cristo Salvatore dalla sua vita) e non cucinava tanto come è abitudine per le nonne, soprattutto quelle del sud. Anzi, da vera aristocratica, era sempre attenta alla linea e se ci ingrassavamo era la prima a farcelo notare. Avevo paura del suo giudizio e avevo paura di incontrarla quando non mi sentivo a mio agio con il mio corpo perché sapevo che il commento sarebbe arrivato.

Quando ero più piccola tendevo a schiacciarmi i capelli in testa, come fossero leccati da una mucca pensavo io. Ero arrivata ad avere paura di lei per via dei suoi commenti, tanto mi facevano stare male.

Ma lei mi chiamava “boccuccia di rosa” perché diceva che avevo delle labbra da boccuccia di rosa. E “Bocca di rosa” la ascoltavo nella Fiat 500 bianca del nonno e quindi questo nomignolo mi andava bene. Mia sorella invece era “zanzaricchia”, perché è sempre stata minuta come una zanzara. Nomignolo coniato da suo marito, cioè mio nonno, morto nel 2011.

Quindi Annabella piangeva sempre quando eravamo tutti insieme. Forse perché invece era contenta di ciò che era riuscita a creare. Una famiglia creata dall’amore, che, conoscendola, è la cosa migliore che può esserci, l’amore.

Diceva sempre “Perché quando si muore giovani, rimane tutto come un sogno, una favola piena di amore.” Oppure “Avevamo 14 anni lui e 15 io, conoscevamo solo l’amore” pianto pianto pianto “con i pantaloncini corti” pianto pianto pianto “l’amore, una favola” pianto pianto pianto.

Quando la nonna iniziava a piangere cercava di farlo in silenzio, ma il primo che se ne accorgeva alzava il dito e diceva “La nonna sta piangendo!” e tutti “Nooooo, mamma”, oppure “Noooo, nonna” eccetera eccetera.

Si riferiva a zio Guido, morto in un incidente stradale nel 1963. A volte piangeva per zio Guido, morto nel 1963; a volte piangeva per nonno Rosario, morto nel 2011.

Parlando sinceramente, credo che Annabella non abbia mai vissuto. Certo, si muoveva, dava vita ai figli, ma sono quasi sicura che col pensiero sia rimasta a quella sera in cui zio Guido era rimasto ucciso. Il suo corpo aveva continuato a invecchiare, ad andare avanti, ma la sua mente era rimasta nell’anno 1963.

Zio Guido è stato il suo primo marito e da lui aveva avuto un figlio: Oronzo. Lo aveva chiamato così perché il padre di Guido si chiamava Oronzo. Oronzo è mio zio, il fratello di mia madre Adele e mia zia Laura, avute dal secondo matrimonio con mio nonno Rosario. Zio Guido e nonno Rosario sono stati fratelli.

Ma questa è una storia lunga, che sarebbe meglio posticipare.

Capitolo 1

Annabella era nata il 3 dicembre del 1935. Era una giornata che ne anticipava una brutta, grigia, umida. Era nata a Bari, ma poi aveva vissuto a Lecce e infine a Brindisi. Ma Bari le era rimasta nel cuore.

Era la prima di sette figli e, come tale, aveva fatto loro anche da madre. Lo aveva fatto per necessità, dato che sua madre era morta quando lei di anni ne aveva nove.

Quel giorno, la madre, Rosita, aveva chiesto ad Annabella e agli altri figli di portare giù per le scale la carrozzina stile inglese del piccolo Gino e quando erano risaliti, Rosita era morta stecchita sull’uscio di casa. Infarto, a 28 anni.

Annabella non sapeva niente di morte, anche se di anni ne aveva nove. Di quel giorno si ricorda solo la bara al centro del salotto di casa sui quattro pilastri e i quattro ceri, mentre lei teneva in braccio il piccolo Gino che piangeva.

Quello sarebbe stato il primo lutto di Annabella e forse il meno tragico, grazie a sua zia Francesca Romana (Franca), quella che Annabella definisce Mamma.

Quindi nel frattempo era arrivata zia Franca, di anni 22, che dava un aiuto in casa. Era rimasta zia Franca, fino a quando un giorno il padre di Annabella le aveva chiesto: “Senti Anna, chiedi a zia Franca se potete chiamarla mamma.” E lei, che seguiva sempre ciò che le veniva chiesto, semplice e pura com’era, glielo aveva domandato. Lei aveva detto di sì e il matrimonio si fece pochi mesi dopo. Zia Franca era diventata ufficialmente Mamma di Annabella.

Dopo due anni dal matrimonio, mamma Franca e il padre di Annabella avevano avuto il primo di due figli: Alberto. Annabella impazziva per lui. Lo coccolava, giocava con lui, se ne prendeva cura e a 15 anni aveva addirittura deciso di lasciare la scuola, perché come aveva detto suo padre “Tanto devi stare a casa, quindi d’accordo.”

A scuola andava bene, ma si ricorda la fatica che faceva per stare al passo con la casa, i fratelli, soprattutto Alberto, e la scuola. Si svegliava alle quattro di mattina per finire i compiti ed arrivata ad una certa età, aveva deciso di lasciare. Si ricorda di come quando una volta fu messa in castigo perché aveva sorriso un po’ troppo visibilmente ad un’immagine di un libro di testo e di come era stata rinchiusa dentro la classe fino le quattro del pomeriggio. Ma d’altro canto “Era solo il periodo, niente di che, niente di che.”

Nonostante questo, lei avrebbe voluto fare l’astronoma, perché le piacciono le stelle.

Le piaceva leggere le storie della rivista popolare Grand Hotel, dove si trovavano le storie d’amore, quelle belle sdolcinate.

Le piaceva anche l’archeologia, tant’è che ora insieme ai programmi spazzatura alla TV, si guarda anche i documentari. Era appassionata.

Quando era arrivata ai 5 anni, la guerra era iniziata. Si trovava a Lecce e si ricorda ancora il suono dell’allarme anti-bomba e di come lei e i fratelli seguivano come piccoli anatroccoli Mamma Anatra (Rosita) verso il rifugio in tufo. Si ricorda di come lei non avesse paura delle bombe. Si ricorda i buchi nelle strade, si ricorda i buchi sui palazzi dovuti dalle schegge, ma non si ricorda la paura che forse un altro bambino sarebbe stato legittimato nell’avere. Annabella come sempre vedeva passare la vita intorno a lei, anche solo a 5 anni. Lei però era ferma. Poteva arrivare una bomba sopra di lei e Annabella probabilmente neanche si sarebbe spostata. Avrebbe accettato la sua sorte, con tutta la calma del mondo.

Capitolo 2

Quando la intervistavo per capire meglio di lei, volevo soffermarmi sul dolore che aveva provato durante la sua vita o magari sul rapporto con i fratelli o meglio ancora su come aveva vissuto la guerra, ma lei neanche mi faceva finire le domande che parlava subito di zio Guido. Si vedeva che non vedeva l’ora che arrivasse quel momento, anche se ogni domenica, mentre piangeva insieme a noi, ci raccontava un pezzettino di vita che aveva vissuto con lui. Lo aveva conosciuto a 15 anni perché era amica di Petra R., e Petra R., aveva vari fratelli. Tra questi Guido R., che di anni ne aveva 14. Era strano per Annabella, che di amiche non ne aveva, che l’unica amica che avrebbe avuto in giovane età, sarebbe stata la sorella delle sue due anime gemelle.

Insomma, aveva conosciuto Petra R., e quando andava da lei, Guido le stava sempre accanto. Ma Annabella si faceva furba, come la società le aveva ben insegnato, e diceva sempre “Ci penserò, ci penserò, che la notte porta consiglio!”. E quando il giorno dopo tornava in casa R., diceva invece “Oh, ieri sera mi sono scordata, mi sono addormentata! Ci penserò, ci penserò, che la notte porta consiglio!”. Nonostante ciò Annabella continuava ad andare a casa R.

A ripensarci, Annabella pensava che fosse meglio il corteggiamento odierno, dove ci si chiede di uscire e ci si conosce. Annabella rimaneva incantata da quello che dicevano in TV su come il corteggiamento avvenisse. Oppure rimaneva senza parole quando vedeva certe cose sporche in TV. “A saperle anche io!” pensava.

Il giorno di Sant’Oronzo a Lecce, Guido, Petra R., Annabella e sua sorella andarono tutti quanti alle giostre. Guido aveva convinto Annabella, che aveva paura, a salire sulle montagne russe. Legata com’era, Guido le rubò il primo bacio sulla guancia. A tradimento, come dice lei.

Il primo bacio sulla bocca, come si suol dire quello a stampo, era avvenuto a Carnevale. Mamma Rosita aveva vestito Annabella da maschietto, con i pantaloncini e il cappellino, per andare a casa R. Lì Guido stava suonando la cumparsita, mentre Annabella era seduta su uno sgabello. Annabella se lo ricorda quasi come un sogno, lontano. Neanche sa se è un ricordo o una fantasia della sua testa. Sta di fatto che Guido aveva lasciato un attimo la cumparsita, si era avvicinato a lei e le aveva dato il primo bacio, questa volta non a tradimento. Quello fu il suo sì, il suo “finalmente ci avevo pensato”.

“Guido, quando ci facciamo grandi, se vuoi ci sposiamo.”

“Non ‘se voglio’, io ti devo sposare!”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “L’Aristocratica, Scimmia dundù e Boccuccia di rosa”

Condividi
Tweet
WhatsApp
Sofia De Cillis
Il mio nome è Sofia e ho 21 anni. Studio Neuroscience all'università di Trieste. Insieme allo studio della mente umana, uso la scrittura per carpire al meglio il funzionamento del nostro cervello, in base alle esperienze che noi viviamo tutti i giorni. Nel mio tempo libero leggo, scrivo, disegno e lavoro all'uncinetto. Per conoscermi meglio potete leggere il libro: sono raccontata lì.
Sofia De Cillis on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie