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Come le bouganville sul muro

come le bouganville sui muri
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Consegna prevista Ottobre 2023
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Lavorare in una multinazionale a Londra non è facile, ma Lizzie e Aily se la cavano bene. D’altronde e’ dai tempi dell’Università che si sostengono a vicenda superando ogni avversità. Sognatrice insicura ed intrappolata in una relazione sbagliata una; ambiziosa, decisa e desiderosa di allargare la famiglia l’altra: se squilla il telefono sono pronte a correre all’altro capo della città. Quando il marito, senza spiegazioni, la lascia, per la prima volta e’ l’indistruttibile Aily che deve essere soccorsa da una Lizzie che scopre una forza che non credeva di avere. E cosi’, quella che doveva essere una terapia in dieci punti per salvare l’amica, diventa un viaggio alla scoperta della felicità per entrambe. Tra improbabili intrighi, viaggi, rivelazioni e colpi di scena, la vita apparentemente ordinaria di due trentenni millennials si trasforma in uno straordinario percorso di rinascita. Perché è quando iniziamo ad amarci che accadono le cose più belle.

Perché abbiamo scritto questo libro?

Il nostro intento iniziale non era quello di scrivere un romanzo. 5 anni fa, come spesso capita, non ci sentivamo nel giusto posto lavorativo e, per superare le interminabili giornate, abbiamo iniziato a lavorare con la fantasia. Mediante dei botta e risposta via mail, la storia di Aily e Lizzie ha cominciato a prendere vita e, le due ragazze sono cresciute con noi. Pubblicare la loro storia, che e’ anche la nostra, è un ringraziamento speciale a loro che ci hanno salvate.

ANTEPRIMA NON EDITATA

22 Gennaio 2018

“Spinga, spinga!”
“Forza tesoro, ancora un po’!”
Le urla raggiungono assordanti le porte della sala parto e, dagli sguardi che infermieri e medici si scambiano nei corridoi, le superano per diffondersi nella sala d’attesa vuota. L’orologio appeso storto di fianco a poster sgualciti che ritraggono finte famiglie felici e sorridenti per la nuova nascita, attorniate da slogan sulla magia della vita, segna le tre. Della notte. Il silenzio del reparto, scandito dapprima solamente dal ritmo regolare delle lancette e, di tanto in tanto, dai pianti dei neonati nelle culle della nursery, e’ ora squarciato dalle urla provenienti da dietro la porta blu con il cartello “Blocco parto”.
“Non ce la faccio più!”
“Non si sta sforzando abbastanza deve spingere piu’ forte!” Sentenzia il ginecologo mentre si infila finalmente i guanti per intervenire, senza prima essersi sistemato i lunghi baffi grigi.
“Cosa crede che stia facendo? Non la vede?”
“Non basta, ancora, forza, uno, due…” L’ostetrica, nascosta dietro la pancia enorme, cerca di scandire il tempo senza neppure arrivare al tre.
“Ahhh…basta! Basta vi prego!”
“Devi provarci ancora, più forte, forza!”
“Non ce la faccio!”
“Deve farcela!” Sogghigna un’infermiera neolaureata che avrà tuttalpiù ventisei anni e nessun figlio sul curriculum. “Lo vuoi fare tu, eh?! Lo vuoi fare tu???” urlo.
La giovane in divisa azzurra si ammutolisce e si sposta borbottando verso il lavandino, appoggiando le sue chiappe perfette da ore e ore di allenamento glutei. Il suo posto viene prontamente preso dall’ostetrica sorridente e piena di buoni propositi.
“Spinga Signora. Dai che ce la facciamo!”
“No, non riesco. Basta. A posto così.”
“A POSTO COSI’? Cosa diavolo stai dicendo?! Forza amica, sono qui!”
L’infermierina si porta le mani sul volto e alza gli occhi al cielo.
Verrà anche il tuo turno, maledetta, e quel giorno sarò io li a sfoggiare le mie chiappe perfette, lo giuro sul bambino che sta per uscir….
“AHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!”
“Forza, ancora un po’!”
“Non vede che ce la sta mettendo tutta? Più di così cosa deve fare? E’ da questo pomeriggio che soffre, dovete far qualcosa!”
“Signora, non ci si metta pure lei! Stia da quella parte e non intralci i medici. Le metta le mani sulle spalle e la tenga giù!” Lo sguardo inferocito di stanchezza della caposala mi convince che tenere la bocca chiusa potrebbe essere l’unica alternativa a una prematura, lenta e dolorosa dipartita. La mia mano viene stritolata ancor più forte e questo mi regala il coraggio di ribattere all’infermiera.
“Non si preoccupi di quello che faccio io e pensi a…”
“Piantatela voi due, e ti-ra-te-me-lo fuo-riiiiiiiiii!” Un altro urlo.
“Dottore, ce l’ho quasi fatta, eccolo che arriva!” Il ginecologo dai lunghi baffi grigi si mette di fianco all’ostetrica dai tratti mascolini e la delicatezza di un muratore in pausa pranzo.
“Ancora, uno, due…”
“Non ce la faccio, non ce la faccio più!”
“Andiamo, ci siamo!”
“Forza tesoro, ci sei quasi. Ascolta me. Sono qui”
Due occhi nocciola che conosco come le mie tasche mi fissano e, come quel settembre di dieci anni prima, sentiamo entrambe che possiamo farcela.
Possiamo fare tutto.

“Eccolo, ecco che arriva! Il suo…ehm…vostro bambin…ma…” Lo sguardo incredulo di tutta la sala parto si posa su quel fagottino urlante ricoperto di sangue e placenta.
“ma…ma è…”

“LO SAPPIAMO!” rispondiamo in coro.

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2) Lizzie – Mi presento

Ma come diavolo sono arrivata a questo punto?
Osservo l’uomo con cui convivo da due anni riempire la lavastoviglie mentre faccio zapping alla ricerca di un programma che possa piacere a entrambi.
Il cellulare appoggiato sul bracciolo del divano non dà segno di vita e il nervosismo mi spinge a mordicchiarmi le unghie che quest’estate sono riuscita a far crescere con tanta fatica.
“E questa domenica pensavo di andare a pranzo da mia sorella. Sono settimane che chiede di vederci, e voleva sapere dove hai comprato il vestito che indossavi l’altra sera… Amore, mi stai ascoltando?”
La voce di Andrew si intrufola nei miei pensieri e io quasi sussulto
“Uh, si. Certo tesoro, il vestito dell’altra sera… Ma come ha fatto a vederlo?”
Il mio ragazzo si butta sul divano e allunga un braccio invitandomi ad accoccolarmi “Perché tu sei troppo social, Lizzie! Tutto l’universo sa cosa indossavi l’altra sera…” Dietro la battuta scorgo un vago rimprovero subito subissato dai miei mille pensieri.
Fisso il cellulare che ho tatticamente appoggiato sulla mensola più alta del mobile nel soggiorno. Tutto per evitare di passare la vita a fissare lo schermo cercando il suo ultimo accesso.
Per sicurezza ho attivato il sonoro, così, solo per essere pronta nel caso in cui lui mi scrivesse proprio in quei momenti in cui non posso essere online: vale a dire ogni due secondi.
Come se servisse a qualcosa: so bene che non mi scriverà, per lui io non esisto. Figuriamoci il venerdì sera.
Ripeto: come sono arrivata a questo punto?
Per fortuna Andrew è distratto dalle notizie calcistiche e non nota la mia inquietudine. Benedico mentalmente gli anticipi del campionato che hanno ormai catturato totalmente l’attenzione del mio ragazzo il quale lascia cadere il discorso sul mio essere una ragazza social.
Il punto è che ha ragione.
Da diverso tempo ogni week end è l’occasione per scattare la fotografia più sensuale possibile con cui arricchire il mio profilo. Andrew pensa che sia un bisogno spasmodico di attenzioni ora che mesi di dieta e corsa mi hanno restituito il fisico di una volta.
Sì, come no.
Tutte quelle fotografie sono indirizzate a una sola persona.
Quella che da sei mesi abita ogni mio pensiero. Colui che anima la mia voglia di essere sempre perfettamente vestita e truccata. Il protagonista di ogni canzone che trasmette il mio IPod durante la quotidiana corsa lungo il Tamigi. L’unico al mondo che ha reso accettabile indossare un perizoma per otto lunghe ore lavorative. E sto parlando di quello di una taglia in meno che la mia amica Alicia mi ha regalato a Natale fingendo di credermi quando blateravo di essere una extrasmall. Alicia è una stronza. Deve sicuramente aver capito che mentivo e per dispetto mi ha regalato quello strumento di tortura medievale; ma sono gli slip più sexy che possiedo ed è tutto quello che conta quando vuoi conquistare a tutti i costi l’uomo che ti ha rubato il cuore. Lui, l’uomo che ha spinto una colonia di farfalle a trasferirsi nel mio stomaco ogni dannata volta in cui entra nella stanza in cui mi trovo. L’unico a cui basta uno sguardo per riuscire ad ammutolirmi.
E io soffro praticamente di diarrea verbale.
Insomma: l’unico a cui basterebbe un gesto per spingermi a fare qualsiasi cosa. E, amici, quando dico “qualsiasi cosa” intendo tutto.
Osservo Andrew che fissa rapito lo schermo della televisione e mi chiedo nuovamente cosa diavolo abbia fatto di male nella mia precedente vita per ritrovarmi in questa posizione. Spero almeno di aver assassinato qualcuno e che ne sia valsa la pena.
Alla soglia dei trenta non riesco a interrompere una relazione che so essere ormai diventata un binario morto. Abbandono sul divano la persona che un tempo era il mio tutto, afferro il telefono e mi chiudo in bagno per dare un altro sguardo a Whatsapp nella speranza di trovare un suo messaggio.
Come due secondi prima, ovviamente, la chat è muta.
Il suo ultimo accesso risale a cinque minuti fa. Dannazione. L’ho perso per un soffio.

Vorrei avere il coraggio di inviare il messaggio a cui penso da stamattina, la strofa di una canzone dei Pearl Jam che, ovviamente, mi ha riportato alla mente il breve tempo passato insieme a lui giovedì sera all’aperitivo aziendale. Ma non posso rischiare.
Ah sì, non ve l’ho detto?

Mi chiamo Elizabeth, ho trent’anni e sono innamorata persa del mio sposatissimo capo. Merda.

3) Aileen – Mi presento

Se ne è andato. Alla fine non ha retto il peso e se ne è andato.
Lo aveva minacciato da tempo e stanotte lo ha fatto. Di lui ora non mi rimane altro che la sua parte del materasso fredda, le lenzuola ancora ordinate.
Non è venuto nemmeno a letto ieri sera dopo l’ennesima litigata.
Guardo nella penombra i vestiti che ha lasciato sulla sedia, li verrà a riprendere in seguito. Dovrei farglieli trovare puliti, in ordine, d’altronde è quello che una buona moglie farebbe.
Il cellulare continua ad illuminarsi e vedo il numero rosso delle notifiche di Whatsapp aumentare di minuto in minuto. Non ho proprio voglia di rispondere.
Il mio ultimo accesso probabilmente risale a ieri sera, prima di quel “Basta, non ne posso più Aileen, alzo le mani. Fai quello che vuoi”.
E ancora lacrime.
Sono corsa in camera, sbattendo la porta e aspettando che lui la riaprisse per venire a sedersi di fianco a me, accarezzarmi i capelli e confortarmi come da mesi e mesi a questa parte. Ma questa volta era stato chiaro: o la situazione cambiava, o lui se ne sarebbe filato lasciandomi alla mia depressione.
Un altro messaggio, un altro numero sull’applicazione.
Deve essere mia madre, ha lo straordinario dono di cercarmi nei momenti più assurdi: sotto la doccia, mentre pago il casello dell’autostrada o mentre sto insacchettando la spesa in cassa al supermercato. Forse questo è il suo record personale.
Prendo il telefono, lo sblocco. L’anteprima mostra un messaggio di Lizzie: “Come stai amica? Come è iniziato il tuo week end? Io al solito, penso a lui…”
Non volermene, Lizzie, ora non è proprio il momento.
Lancio il cellulare sul letto, rimbalza sul cuscino ancora umido dalle lacrime versate per buona parte della notte. Quasi cade per terra.
Ora non ho voglia di parlare con nessuno, vorrebbe dire dare troppe spiegazioni, raccontare tutto quello che per troppo tempo non ho avuto il coraggio di dire.
Mi lascio andare di peso sulla schiena, chiudo gli occhi che ancora mi fanno male. Sono gonfi e senza nemmeno guardarmi allo specchio so che sono rossi da far paura. Passano i minuti come se fossero secoli. Chissà da quanto sono sdraiata nella stessa posizione, il braccio sulla faccia, la mia unica difesa contro il mondo.
“Devi avvisare tua madre, ti darà per dispersa. Devi aprire le finestre, far cambiare aria”. Nemmeno la m ia testa mi lascia in pace. Vorrei chiudermi qua dentro. Io, sola con quello che ne rimane del suo profumo. Svanirà, lo so, ma per il momento ne ho bisogno. Ho bisogno di quella sicurezza che mi dava, e che ora si è portato via insieme a due borse in plastica biodegradabile piene del necessario per alcuni giorni. Chissà dove sarà.
Non so nemmeno se me ne dovrei preoccupare. Forse il nostro matrimonio era finito da tempo e ciò che ne rimaneva non era altro che alcune foto appese al muro e uno status su Facebook.
No, non sono pronta.
Mi alzo a fatica. Ho deciso di non guardare il cellulare per il resto della giornata. E se fosse lui? Se uno di quei messaggi fosse il suo e io non gli rispondessi? Tornerebbe a casa?
Andiamo Aileen, sai benissimo che non lo farà. Era stato chiaro. Era la mia ultima possibilità. Lui ci ha provato, ci ha provato tantissimo a starmi vicino, era sempre lì durante i miei crolli.
Ora è finita.
Arrivo trascinando i piedi in cucina. Ho sempre odiato la gente che trascina i piedi. D’altronde ho sempre odiato anche chi si piange addosso, le vittime di professione, eppure… Apro il frigo, ma nel momento in cui la luce mi

illumina i capelli spettinati, mi rendo conto di non avere fame. Tutto mi ricorda lui, quelle birre comprate insieme per una cena tra amici, quelli che devono venirci a trovare ma poi non passano mai, quei barattoli di sottaceti mezzi vuoti che chiedevo a Dave di aprirmi nonostante riuscissi perfettamente da sola, e una ricotta con lo 0.1% di grassi. Lui e la sua maledetta fissazione di dimagrire.

Forse dovrei buttarla. Guardo il coperchio: da consumarsi preferibilmente tra due giorni.
Realizzo che negli ultimi tre anni mi sono sentita così: una ricotta con la data di scadenza stampata dietro all’orecchio: “Se non fai figli ora, poi diventerà più difficile, dopo i trentacinque le possibilità si riducono drasticamente”.
Grazie tante, ora me lo appunto.
Decido di dare una seconda possibilità al formaggio fresco e lo ripongo sul vassoio. Almeno sapessi fare altrettanto con me stessa: darmi una chance.
Sto per chiudere il frigo, ma la luce che poco prima mi aveva fatto male agli occhi, la illumina.
La vedo, la stronza. La cartellina gialla che negli anni si è riempita fino ad esplodere mi guarda subdola. Pesa tantissimo. Quante volte l’abbiamo tenuta in mano nelle sale d’aspetto di tutti gli ospedali della contea e non solo. Ora, di tutti quei referti, di tutta quella carta, non so proprio cosa farmene.
Il cellulare vibra nuovamente, un’altra notifica. Questa volta Facebook con l’invito ad un evento a cui non ho ancora confermato la presenza.
Perché non ci ho pensato prima! Facebook! Magari trovo notizie di Dave, magari si è registrato a casa di un amico, o in qualche locale per farmi sapere dov’è e farmi stare tranquilla. Accedo e digito il suo nome nella ricerca rapida. Non lo trovo.
Come è possibile? Riprovo. Si, ho digitato correttamente il suo nome. So come si scrive il nome di mio marito. Che si sia cancellato? No, non è da lui, ci tiene ai suoi mille e passa contatti. Un attimo.
Mi ha bloccata.
Oddio mi ha bloccata. Io, sua moglie!
Controllo lo stato, quello che abbiamo aggiornato la prima notte di nozze, quando un mal di piedi causato dalle Gucci che ho trovato in occasione ad un numero inferiore ci ha impedito di avere l’epilogo romantico che sognavo fin da bambina.
Non lo trovo.
Resto ferma al buio con il telefono in mano a guardare la pagina del mio profilo. La foto con gli occhi sorridenti, scattata a Zanzibar diverse estati prima, ritrae un’estranea.
Facebook mi chiede di scrivere qualcosa di me. Digito e cancello l’unico aggiornamento che mi viene in mente: sono Aileen, trent’anni, e una vita finita.

Lizzie – Sabato 18 Gen. 2017, h10:25

“Come stai amica? Come è iniziato il tuo week end? Io al solito, penso a lui… 🙁 Ho bisogno di uno dei nostri aperitivi violenti per annegare la voglia di gattonare sotto la sua scrivania…………..”

Lizzie – Sabato 18 Gen. 2017, h10:45

“Che poi non ci posso credere!!! io sto qui a farmi le seghe mentali e lui posta su fb una bella foto con la moglie. No ma io dico… Lo fa apposta? Bah. Non che mi interessi… -.-””

Lizzie – Sabato 18 Gen. 2017, h10:48

“Basta. Lo odio. Sono io quella che dovrebbe essere desiderata. IO!!!!
Uff.
Ma a chi voglio raccontarla? E’ inutile…sono cotta.

Amica, sempre più bisogno di quell’aperitivo…”

Lizzie – Sabato 18 Gen. 2017, h11:20

“Amica???
Manco le spunte blu? Non starai ancora dormendo?”

Lizzie – Sabato 18 Gen. 2017, h11:55

“Tesor…? Ho provato a chiamarti ma suona a vuoto… Tutto bene?”

Lizzie – Sabato 18 Gen. 2017, h12:15

”…ho provato a chiamare anche Dave ma il telefono è spento. Richiamami appena vedi i messaggi.”

Lizzie – Sabato 18 Gen. 2017, h12:17

“Sorella, richiamami ASAP! <3”

Aileen – Sabato 18 Gen. 2017, h13:55

“Dave se n’è andato
Sono a pezzi, Lizzie…Scusa ma non riesco a parlare ora. Prometto che ti richiamo appena mi metto in sesto.”

Lizzie- Sabato 18 Gen. 2017, h13:56

“Apri la porta, sorella. Sono qui fuori.”

2023-01-12

Aggiornamento

Buongiorno a tutti!!! La campagna di preordini e' partita benissimo! In poco piu' di 48 ore siamo arrivati al giro di boa: 53%! Un risultato straordinario che ci ha piacevolmente colpito! GRAZIE A TUTTI! Stanno gia' arrivando i primi feedback sul manoscritto non editato: qualcuno ha gia' finito di leggerlo! Mi raccomando, fateci avere le vostre impressioni, per noi sono molto importanti! Il commento piu' carino e' stato: "Mi sono affezionato ai personaggi, mi mancheranno quelle due!" Beh, che dire, se non che siamo entusiaste e veramente grate?! Continuate a spargere la voce con i vostri amici e aiutateci ad arrivare al target!!

Commenti

  1. landimatteo1980

    (proprietario verificato)

    Ho letto l’anteprima non editata e merita davvero.
    Scorre piacevolmente, le due protagoniste ti catturano trasportandoti in un fiume di emozioni ampio ma mai soffocante. Momenti di malinconia su cui riflettere e divertenti intrecci tra i vari personaggi, celebrano il loro splendido legame di amicizia.
    Complimenti ancora

  2. Alessia Borgarelli Elisa Pancali

    Grazie Monica ed Alberto! siamo davvero contente! Aiutateci con il passaparola, vogliamo vedere Aily e Lizzie in libreria! A presto!

  3. Monica Maggio

    (proprietario verificato)

    Il vostro libro mi ha incuriosita moltissimo, non vedo l’ora di leggerlo!

  4. Alberto Calandriello

    (proprietario verificato)

    complimenti e in bocca al lupo!

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Alessia Borgarelli Elisa Pancali
Hai mai avuto la sensazione di aver trovato la vera anima complementare? Ebbene, noi si.
Siamo Alessia ed Elisa, due amiche che dai banchi dell’Universita’ non si sono piu’ lasciate. Pavese di nascita, trapiantata a Bergamo una, e piacentina DOC che da tempo vive in centro a Milano l’altra, abbiamo condiviso gli esami prima e la carriera poi; momenti bellissimi e di buio profondo, gioie infinite e dolori che solo la vera amicizia puo’ aiutare a sopportare.
Amiamo i viaggi, il buon vino, i libri e avere progetti da realizzare!
Per questo abbiamo deciso di scrivere il nostro primo romanzo a quattro mani: per condividere con voi un pezzo di vita trascorso insieme farvi ridere, divertire, riflettere e perche’ no, anche emozionare.
Alessia Borgarelli Elisa Pancali on FacebookAlessia Borgarelli Elisa Pancali on InstagramAlessia Borgarelli Elisa Pancali on Wordpress
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