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Le mie radici parlano per me

Le mie radici parlano per me
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Consegna prevista Gennaio 2023
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Michele ha chiaro fin dall’infanzia che il talento che lo eleverà al di sopra della media è il disegno. La sua infanzia deve fare i conti con lo sradicamento prodotto dai continui cambi di città che la professione di comandante di Marina impone al padre. La sua adolescenza deve misurarsi anche con la malattia della madre, una delle prime in Italia ad ammalarsi di una ancora poco conosciuta sclerosi multipla. Nel suo peregrinare di giovane artista, Michele conosce Nelly, artista foggiana, e inizia a frequentare casa sua, diventando amico di suo figlio, il piccolo Andrea, che cresce educato dalla nonna materna a un fervente cattolicesimo e dalla madre alla laicità e alla difesa dei diritti civili. La famiglia è casa ma anche struttura autoritaria, dirà Nelly a Michele spiegando alcune sue installazioni, ma non serve a niente scappare dalla propria identità. Ci si può solo dialogare. Quando Andrea si ammalerà di sclerosi multipla, la sua amicizia con Michele si farà più stretta.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questa storia perché ne leggiamo tante in cui il dolore e le ingiustizie autorizzano i personaggi a diventare cinici. Io volevo dare voce a chi nonostante il dolore riesce – come diceva Foster Wallace- a restare umano. A chi, invece di chiudersi, riesce a sentirsi figlio dell’universo, a sublimare l’amarezza con l’arte, a sfidare i fantasmi della malattia della madre accompagnando nel suo percorso un giovane amico che vent’anni dopo si ammala come lei di sclerosi multipla.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

Le pagelle di Michele erano un terreno arido, respingente. Bastava affondarci un paio di passi per prevedere un destino di avvallamenti e depressione che avrebbe contrassegnato tutto il resto del suo viaggio scolastico.

Purtuttavia, il viandante che avventuratosi in quelle lande avesse deciso di proseguire senza lasciarsi scoraggiare dalla desolazione che gli si allargava intorno, avrebbe assistito con una certa meraviglia allo spettacolo del voto in tecnica che si ergeva all’improvviso, maestosamente, destabilizzando quella piatta monotonia.

Una montagna imponente, quel dieci, con la vetta drappeggiata di nuvole e i fianchi splendenti del candore lattiginoso di un velo di nebbia attraversato dai raggi del sole.

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Un gigante che guardava tutto il resto dall’alto ma senza pavoneggiarsi, con fatalistica presa d’atto della piega che aveva inteso prendere la natura, alla cui inerzia aveva ben poco senso opporsi.

Disegnare era il talento che aveva da subito elevato Michele al di sopra della media, rendendo ancora più evidente il dislivello con gli altri voti in pagella, che galleggiavano tra il cinque e il sei.

Quella capacità di riprodurre qualunque persona e oggetto in modo fedele e insieme originale spingeva gli insegnanti di turno a puntellarsi sulla comoda quanto trita frase “per essere intelligente è intelligente, solo che dovrebbe applicarsi di più”, quando dovevano mettere in prosa quell’infilata di numeri che propinavano a ogni quadrimestre che il provveditorato mandava in terra.

Forse in quel modo di apprendere di Michele, che aveva una dipendenza così forte dalle immagini, si annidava un principio di dislessia.

Ma nel 1975 non c’era nei confronti dei disturbi specifici di apprendimento la stessa consapevolezza che si sarebbe sviluppata nel millennio successivo. La maestra non convocava seduta stante il genitore, che poteva cogliere il senso di allarme dalla serpentina che animava le sue sopracciglia mentre si sentiva suggerire di portare il figlio dal logopedista, di non esitare nemmeno un minuto e dare retta a chi di queste cose ne capiva e le sapeva riconoscere al volo, che a restare indietro col piano di offerta formativa della prima elementare si rischiava di accumulare un ritardo con cui ci si sarebbe giocato a dadi quel futuro che aveva appena iniziato a srotolarsi davanti.

Se quelle difficoltà in tutte le materie tranne una denunciassero un seguire d’istinto la mappa del proprio destino, tappandosi le orecchie a tutti gli altri richiami, o piuttosto non fossero un indizio sottovalutato di dislessia, Michele se lo sarebbe chiesto molti anni più tardi, quando su quella sua inclinazione avrebbe iniziato a lavorare.

Non per correggerla, però. Piuttosto per amplificarla, attaccandosi a pensieri che funzionassero da diversivi quando qualche parente snocciolava con dovizia di dettaglio aneddoti sulla sua famiglia, o mettendosi di buzzo buono a confondere date, città, circostanze nel tentativo di depistare il dolore.

Confondere fino a perdere quasi irrimediabilmente la capacità di mettere in sequenza eventi, concetti, parole. Immergere nella vasca da bagno il navigatore che lo portava a spasso tra le pieghe del passato per arrugginire transistor e annacquare ricordi. Mutilando quella che in un articolo di Repubblica avrebbe appreso chiamarsi “intelligenza sequenziale”, fondamentale per la comprensione di un testo.

E lui a leggere si sarebbe sempre distratto, col nocciolo della questione che era un po’ come suo padre: un ufficiale che sapeva mescolarsi ai commilitoni e non reclamava in modo evidente una superiorità gerarchica.

Intelligente era intelligente, Michele. E nel suo sguardo arreso gli insegnanti non vedevano svogliatezza o furbizia, ma solo una richiesta di tempo.

Per abituarsi ai nuovi compagni, alla musicalità dei loro cognomi, che risuonava nell’appello diversa da quella a cui fino a pochi mesi prima era abituato.

Tempo per entrare in quegli automatismi che significavano complicità: capire gli altri da un gesto, una smorfia, dalle spalle che si aprivano per far avanzare con spavalderia il petto, o si chiudevano a protezione del capo che in ogni città o classe o gruppo di amici potevano voler dire qualcosa di diverso. Come il linguaggio dei segni dei sordi, che cambiava in ogni nazione.

Sulla mensola della finestra pendeva il solito blocco di fogli da disegno.

Nel suo guizzare nervoso per poi riguadagnare, in capo a pochi tratti di matita, una consapevole, affettata lentezza, la mano sinistra sembrava procedere da sola.

Le dita, il polso, l’avambraccio pulsavano di una saggezza propria.

Non incontrando quelle resistenze che avrebbero giustificato chissà quale atto di ribellione, non avevano bisogno di rivendicare autonomia dal resto del corpo.

La testa di Michele, infatti, andava per conto proprio.

Era come la motrice di un treno che si era staccata dal convoglio formato dagli altri vagoni, sicura di non comprometterne la corsa e felice di lasciarsi dietro le spalle, finalmente alleggerite, qualcuno che non dipendeva del tutto da lei.

La motrice, il treno. Un’immagine che si era dotata di sonoro, col fischio della moka sul gas della cucina.

Sua madre beveva litri di caffè. Se lo preparava quando era da sola, o con chiunque entrasse in casa, a qualunque ora. Caffè e sigarette.

C’era quasi sempre una sigaretta appesa alla bocca di sua madre. Con gli anni, a Michele sarebbe venuto il sospetto che la contrazione dei muscoli facciali per tenerla su fosse un modo per paludare le smorfie dovute al dolore, così come il fumo ravvicinato negli occhi forniva una giustificazione credibile al loro essere lucidi, talvolta.

C’era sempre un’aria densa, satura di tabacco a casa loro.

A volte, per togliersi quel tanfo dal naso, Michele afferrava la maglia all’altezza del colletto, abbassava il capo e annusava la sua pelle che sapeva del cloro della piscina, anche se sotto la doccia dello spogliatoio, dopo aver nuotato, si faceva due giri di bagno schiuma.

Il cloro comunque era un odore che aveva iniziato a piacergli, perché era un po’ come mettere il grembiule alle elementari: lo omologava a tanti altri bambini. Lo rendeva parte di un gruppo.

Fuori dalla finestra, il cielo sopra Venezia era un equilibrista che si muoveva lungo un crinale sottilissimo, senza darsi la pena di irradiare sicurezza a beneficio degli spettatori. L’impressione era che potesse precipitare da un momento all’altro. Si trattava solo di capire da quale parte, il che faceva una discreta differenza.

Da un lato erano pronti i materassi per planare su un’apatia passeggera, pronta a cedere rapidamente il passo a un blu terso e a un nuovo picco di buonumore. Dall’altro lato si apriva lo strapiombo di una cupezza che prometteva di essere senza fondo. L’inverno infinito della più buia rassegnazione.

In quel guazzabuglio a tinte fosche, Michele si sforzò di trovare un’immagine più rassicurante dell’equilibrista a cui potersi appigliare. La soddisfazione di averla visualizzata dopo pochi tentativi aprì nella diga delle sue labbra chiuse la breccia di un flebile sorriso.

Pecore. Ci vedeva delle pecore. Un’accozzaglia di pecore che non belavano e non brucavano e se ne stavano lì immobili, compattate dalla logica del branco.

Tutto sommato, quel grigiore che oscurava la finestra non era così male. Era come chiudere gli occhi e abbandonarsi all’immaginazione. Costringersi a vedere più cose, senza farsi distrarre dall’abitudine, o dalla troppa luce.

Pecore. Michele vedeva un gregge compatto e immobile di nuvole dal manto grigio e stazzonato, che fissava le acque ferme della laguna. Il loro sguardo ebete e inespressivo, a tratti trascolorava nella sfida: perdeva chi si sarebbe mosso prima.

Era un gioco che anche lui faceva con suo fratello Bruno, soprattutto la sera quando i suoi chiedevano a loro due, con un tono di voce lontano dalle frequenze del rimprovero – ma già registrato su quelle felpate a cui erano pregati di accordarsi al più presto – di mettere da parte alternative più fracassone come il calcio, il Boing con cui due palloni sfilavano da un capo all’altro di una corda indirizzati dai movimenti azionati con le due maniglie, o il Subbuteo, per non disturbare i condomini, in special modo la signora Cleris del piano di sotto, un’anziana vedova che andava a letto tutte le sere  alle otto e mezzo, dopo il Tg1 di Paolo Frajese, avendo già cenato alle sei con solo una tazza di latte.

“Solo” era l’avverbio minimalista con cui ti presentava la cena lei, quasi fosse una mistica che intendeva rasentare il digiuno. Un modo di sminuire un pasto a base di mezzo litro di latte intero con una mantovana di pane sbriciolata, che non era proprio la quintessenza della leggerezza.

«Colazione da re, pranzo da principi e cena da poveretti», salmodiava la Cleris quando incontrava Lulù, la madre di Michele, nella semioscurità che si spandeva fra l’ascensore e il portone d’ingresso, per fornire la spiegazione non richiesta della borsa della spesa che aveva appesa al braccio, profumata di forno e di salumeria, che testimoniava un andare alla bottega tutti i giorni come espediente per riempire le giornate, più che una strategia per assicurarsi i prodotti freschi.

Re, principe e poveretto era un volersi riferire da parte della saggezza popolare alla pesantezza dei pasti, aveva spiegato sua madre a Michele: meglio abbondare di calorie quando a stretto giro potevi far seguire a quel mulinare di posate delle attività che te le avrebbero fatte bruciare, le calorie, invece di renderle ingombranti dirimpettaie del sonno.

La Cleris invece ne aveva fatto una questione di costi, derubricando a sovrastruttura da dietologi la faccenda delle calorie: The con cornetto la mattina al bar, minestra e prosciutto o fettina di vitellone a pranzo, cena sbrigativa e da due lire la sera.

Nel margine sinistro del campo visivo di Michele si era impigliato un lembo di San Marco. La mano mancina aveva così agio di riprodurre una porzione della basilica, che sembrava l’arbitro severo e impassibile di quella sfida guascona e flemmatica fra il cielo e il mare.

In giorni come quelli, Michele desiderava solo una cosa: un padre con un lavoro più stanziale. Gli sarebbe andato benissimo anche un impiegato di banca.

Forse, con un lavoro del genere, gli sarebbe capitato un padre con una forma mentale troppo quadrata, e lui il disegno geometrico lo odiava.

Tutti quegli angoli che non potevi addolcire, per rappresentare con precisione quelle forme che la natura aveva reso imperfette, uniche e irripetibili. E poi quel ben strano affare delle rette parallele che si incontravano all’infinito, che solo a immaginartele provavi vertigine e anche compassione per loro, che dovevano affrontare un viaggio che non finiva mai con la speranza di ricongiungersi chissà dove e chissà quando.

Michele odiava il disegno geometrico e detestava soprattutto la squadra.

Sarà stato per via del suo essere mancino. Michele almeno, senza chiedere niente a nessuno, le difficoltà con quell’oggetto che gli puntava addosso gli spigoli e voleva rendergli ostile quel foglio che per lui era sempre stato un territorio ospitale, un rifugio, il domicilio più stabile insieme alla sua famiglia, se le era spiegate così.

Non sapeva mai come metterla, la squadra. Era come una freccia che gli indicava una direzione, che però era sbagliata, pensata per qualcun altro.

Un recinto che ti costringeva a interagire da lontano con qualcuno a cui volevi bene e che avresti voluto abbracciare senza tante cianfrusaglie in mezzo.

Un padre che lavorava in banca. Mentre la mano sinistra riproduceva le nervature lanuginose del cielo, Michele pensava che forse un padre così sarebbe stato troppo lineare, troppo privo di sorprese.

Una riga tracciata con la squadra che si vedeva subito dove sarebbe andata a parare, e correvi il rischio di addormentarti mentre lasciavi correre la matita.

Un padre così gli avrebbe dato una stabilità forse eccessiva, parente prossima del rigor mortis. Fatta apposta per entrare in collisione con le sue precoci aspirazioni d’artista.

Ma intanto, a patto che non fosse interessato alla carriera, non sarebbe stato alla mercé dei continui cambiamenti di sede e di città.

Per quel che ne sapeva – Marco Chimenti, un suo compagno di classe, gli aveva parlato di suo padre che era un pezzo grosso della Banca dell’Agricoltura – in banca  i trasferimenti venivano richiesti solo ai direttori o ai funzionari, dopo tre o cinque anni di permanenza nella stessa filiale, per evitare che i rapporti di amicizia che nascevano con i clienti, anche non volendo, per semplice stratificazione di piccole consuetudini come un saluto, un come stai e a casa tutto bene, finissero per indorare la grigia percezione del rischio di un credito da concedere col fuoco fatuo dei buoni sentimenti.

Michele non si ricordava chi gli avesse inoculato questo concetto della somma di piccole cose che può costruire rapporti profondi.

Gli sembrava che fosse stata sua madre. Qualcosa a proposito di Roma che non era stata fatta in un giorno, seguita da una frase dal significato che gli era rimasto oscuro, pronunciata da una certa Simone Weil riguardo all’amore che è costanza di attenzione.

Già, ma come faceva lui a edificare con pazienza, mattone dopo mattone, a essere costante nel dare attenzione, a farsi un amico del cuore se ogni due per tre cambiavano città, regione, latitudine, mare in cui si bagnavano?

Un bancario, oppure un titolare dello stesso negozio da vent’anni come il signor Ballarin della cartoleria sotto casa. Un padre così.

Al limite anche uno che avesse scartato in partenza tutti i lavori che contemplavano possibili spostamenti, atterrito com’era dall’idea di trasferirsi anche solo di una manciata di calle dal proprio microcosmo così pieno di certezze.

Come i genitori di Rossella Favaretto, un’altra sua compagna di classe, che si erano trasferiti dal quartiere Dorsoduro in quello dirimpettaio di San Polo, e alla domanda di prammatica su come andassero le cose, messa lì senza un’aspettativa di risposta diversa da uno scontato «tutto bene», non davano soddisfazione all’interlocutore, già pronto a passare ad altro argomento, ma subito dopo lasciavano balenare un «giusto qualche difficoltà con la parlata», con quella cantilena veneta che strascicava l’ultima parola trasformando ogni affermazione in una domanda, facendo sembrare ogni frase un rilancio costante del dialogo e la condivisione di un interrogativo, invece del mettere a disposizione una certezza.

Un’inflessione molto diversa dal dialetto pugliese con cui era cresciuto Michele, in cui le parole scappavano via come quando si veniva morsi da una tarantola, tanto che anche la discussione più pacata sembrava punteggiarsi ineluttabilmente di concitazione.

Il padre di Michele era un ufficiale della Marina Militare.

Taranto, Castellammare di Stabia, La Spezia, Venezia. La sua casa era semovente come una nave. Tempo di ambientarsi, di farsi degli amici, di costruirsi una routine, che per Michele era ora di andare.

Sembrava che lo facessero apposta, quelli della Marina. Che in ogni sede avessero una talpa che li informava: «il figlio di Falconieri si è ambientato. È ora che gli trasferiamo il babbo.»

Non era facile far crescere delle amicizie, vivendo così. Per un po’ i rapporti riuscivi anche a mantenerli, ma poi ti stancavi di telefonare, o di mandare cartoline e finiva che tu e il tuo amico da lontano eravate presi da una serie di cose piccole ma concrete, e tu potevi usare quanto volevi la voce, le parole, l’immaginazione, ma senza metterci il corpo, senza stare dentro agli stessi giri era tutto maledettamente difficile.

Michele disegnava anche per sfogarsi, per non pensare. Quando riproduceva il mondo che aveva intorno, era come se riuscisse anche a tirare fuori un qualcosa che aveva dentro e che fino a un attimo prima non sapeva nemmeno di possedere. Come un tesoro nascosto.

Michele disegnava perché quella pareva essere la sua vocazione, la cosa che sapeva fare meglio, ma soprattutto perché non gli avevano lasciato suonare il pianoforte.

Era successo a Genova, quando erano andati a trovare zio Giuseppe, che era nella Guardia di Finanza e si era trasferito da qualche mese con tutta la famiglia in Liguria per lavoro.

Lo zio stava raccontando di come Lorenzo, il cugino di Michele che aveva sedici anni, in casa c’era pochissimo e non considerava minimamente lui e suo fratello come degni di una qualsivoglia forma di interazione, offeso a morte da un vicino che si era lamentato del suono del pianoforte – peraltro emesso nella ragionevolissima fascia oraria compresa fra le quattro e le cinque del pomeriggio -avesse deciso di interrompere le lezioni al conservatorio, facendo voto di non toccare più quello strumento che amava moltissimo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Filippo Vignali
Nato a Rimini nel 1973, ho iniziato a scrivere occupandomi di sport sui giornali locali quando avevo quattordici anni. Ho frequentato i corsi di scrittura creativa di Enrico Brizzi e di Gianluca Morozzi. Brizzi è stato l’editor del mio primo libro, scritto insieme a Renzo Semprini Cesari: “Il fratello sbagliato, trionfi e peripezie di Loris Stecca.
Gianluca Morozzi ha curato l’editing di tre miei romanzi: Le mie radici parlano per me, Il presente di ricordare, pubblicato da Fernandel e Di te conosco il giusto, che partecipa al premio Letteratura per la Giustizia al prossimo Salone del Libro di Torino. Gli altri romanzi che ho pubblicato sono Piccolo il mondo (L’Erudita-Giulio Perrone) e Le omonime (Jona Editore).
Ho pubblicato anche la raccolta di poesie Le conseguenze dell’infanzia (Ladolfi Editore), da cui la rivista letteraria americana Public Speaking ha pubblicato quattro poesie.
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