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Le prime tre pagine

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Consegna prevista Dicembre 2024
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Il romanzo parla di vita di strada, amore e passione per la lettura. La provincia italiana ti fagocita, ti mangia, ti digerisce e sparla di te. E allora come sopravvivere? Semplice: non bisogna concedere nulla agli altri. Emarginarsi, vivere nascosti, scappare e mostrare di se solo poco. Solo Le prime 3 pagine, appunto, come quando si legge un libro e dalle prime 3 pagine si cerca di capire di cosa parla e se ci piace. Ecco, così fa la protagonista di questo romanzo urban-pop ambientato nella bigotta e pettegola Verona.
Una ragazza sceglie di vivere per strada abbandonando ogni cosa, tranne la voglia di leggere e di vivere la sua condizione fino in fondo. Il romanzo scrive di una vita interiore oltre che di un quotidiano fatto di amiche, fame e personaggi originali. Ambientato a Verona nel 2001, ancora con le lire, dopo il G8 di Genova e con le eco lontane dell’11 settembre, è un romanzo nel romanzo, perché la protagonista porta le sue letture nel quotidiano del lettore.

Perché ho scritto questo libro?

Mi ha spinto a scrivere questo romanzo la voglia di raccontare una personalità femminile, scrivendo come una donna, pensando come una donna, correndo, scappando e lottando col coraggio che ha una ragazza. Nonostante io sia un uomo, ho imparato ad osservare le ragazze da quando ero bambino e poi adolescente. Una scelta dolorosa perché avrei preferito baciarle, ma la mia timidezza non me lo ha mai permesso. Solo ora con molti amori alle spalle e una sensibilità matura so quale ricchezza possiedo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ho freddo. Sento le voci di tutti gli altri e mi domando cosa ci faccio qui. Sono già due giorni che aspettiamo. La città è blindata. Questo G8 sta diventando una cosa troppo piena di sotterfugi, ho paura che per manifestare non si possa più semplicemente andare in corteo, sento che questa volta rischiamo di prenderle di santa ragione. Mi scappa la pipì da morire. Non so che ore sono, ma non ho sonno, sento solo voci e musica. Sento tutti gli altri, tutti quelli che sono venuti fin qui e che si sono raccolti sotto questo capannone, in mezzo a macchinari arrugginiti che chissà quali operai facevano funzionare. La mente si perde in continue osservazioni, la birra fa effetto, la fame e la stanchezza fanno tutto il resto. Sara sta fumando davanti al fuoco di un bidone, la luce delle fiamme le illumina il viso, io da qui la vedo parlottare con gli altri, il colore del fuoco dipinge a tratti il viso di tutti quelli che gli stanno attorno. Sembra una festa, sembra di vederli attorno a un falò sulla spiaggia, ma non è una festa e non lo sarà neanche domani, lo sento. In quanti saremo sotto questo capannone? Trecento, cinquecento? Mille? Non lo so, non sono mai stata capace di stimare le persone di un locale pubblico, né quelle di uno stadio o di un qualsiasi altro posto molto frequentato. Con me dorme Sara, le sto scaldando il sacco a pelo, quando torna sarà contenta, dice sempre che sono una “stufa”, forse ha ragione, sono l’unica ragazza coi piedi caldi, le mani calde e la pancina calda, una sorta di

scaldaletto biologico. Alla mia destra invece c’è uno che non viene da Verona e non so chi sia. Sta dormendo da un pezzo. Sembra che essere qui o altrove non gli faccia differenza. Ha il viso piegato verso il petto e la bocca aperta. Mi sono accorta che lo stavo fissando già da qualche minuto. Sembra un tipo carino. Mi sorprende che la mente possa continuare a spingere l’altalena dei pensieri anche quando sono due giorni che non mangio niente di solido e me ne sto sdraiata in un posto chissà dove vicino a Genova e senza poter leggere una riga di nulla. E’ incredibile che nonostante tutto, sia qui a perdermi in pensieri puramente edonistici. Forse perché riaffiorano ricordi di quando i pensieri erano più verso fuori che verso dentro, cioè pensavo più agli altri che a me stessa. Pensavo più a come apparivo agli occhi degli altri, che a quelli della mia anima. Avevo un tetto, avevo da mangiare, ero piccola, piccola, ma molto sensibile.

Si dice che la strada non la si scelga da soli e che ci si arrivi dopo un passato di sconfitte, di delusioni, di dolore e di fallimenti. Non è proprio così. Io non sono diventata punkabestia perché rifiutata da tutti. Io ho scelto la strada prima perché ho scelto la libertà e poi perché la persona che mi ha concepito non mi ha voluta quando era il momento di farlo. Non ho conosciuto i miei genitori, non ho mai saputo cosa volesse dire avere una mamma. In orfanotrofio l’unica cosa che somigliava ad una mamma era la Madre Superiora e quello è stato l’unico modo di associare la parola madre ad una donna. Del resto della vita non ne ho mai saputo nulla fino ai quattordici anni.

Credo che le suore mi abbiano accolta poche ore dopo la nascita e che così abbiano fatto per tutte le bambine che

vivevano con me al Don Carlo. L’infanzia mi sembrava felice. In realtà i miei ricordi si compongono verso i cinque anni, prima non ricordo nulla di preciso. So che la mente fissa con più intensità tutto quello che crea forti emozioni e grandi traumi. Sicuramente mi ricordo di Giorgia per quella domanda impertinente e per il casino interiore che mi provocò. Era quel periodo dell’infanzia in cui i bambini cessano di essere angeli muti e cominciano ad essere curiosi e crudeli. Ero in cortile e stavo giocando con l’erba e le foglie secche dell’acero che cresceva in mezzo all’orfanotrofio. Un albero mastodontico che faceva tanta ombra d’estate e un rumore fortissimo d’inverno quando il vento gli agitava i rami e le ultime foglie rimaste. Sotto quell’albero mi sentivo protetta. La grande chioma verde lasciava filtrare solo qualche raggio di sole e le macchie di luce che si riflettevano sull’erba dell’aiuola non stavano mai ferme. Diminuivano e si ingrossavano col vento, disegnando forme irregolari e facendo brillare i sassolini bianchi che emergevano tra i fili d’erba. Ho cullato tante fantasie su quelle forme di luce. Sapevo che era il sole la fonte di luce, ma non capivo come potesse da così lontano illuminare tutta la terra e poi lasciarsi fermare da qualche piccola e stupida foglia. Perché non ci gira intorno mi sono chiesta più di una volta. Perché non porta la sua brillantezza ovunque? Perché non illumina ogni angolo di questo cortile? Perché non scalda i muri e l’acqua che scenda dal rubinetto alla mattina? Perché non posso stare al sole e devo sempre portare qualcosa sulla testa? Perché le suore si lamentano sempre per il sole? Piccolina sì, ma le domande sono sempre state toste. Il sole, nelle mie fantasie, aveva pazienza per quell’ombra e per quelle foglie fino a dopo l’estate, poi si stancava e le bruciava, facendole cadere dai rami. L’acero

così si spogliava e lasciava passare i raggi di luce durante le brevi giornate di sole che anticipavano il freddo. Ho sempre ammirato il sole. “Lui c’è sempre” ci avevano insegnato durante le lezioni. Anche quando piove o quando c’è nuvolo, addirittura quando è notte. Il sole c’è sempre. Solo che è da un’altra parte, oppure, pensavo io, c’è un albero più alto e più grande dell’acero che impedisce ai raggi di raggiungere il cortile. Il mio mondo.

Allora nella mia ingenuità pensavo che il sole interessasse solo a me e ai gatti che giocavano con le macchie di luce che si riflettevano sui muri o sulle colonne. Le foglie dell’acero si agitavano e con loro le macchie di luce si muovevano attirando la curiosità di un micetto che le rincorreva cercando di fermarle con le zampe davanti. Io osservavo gli agguati di quel gattino rosso e quando potevo mi avvicinavo per prendergli la coda e tirarlo a me. Io e quel micetto amavamo la luce e ci divertivamo a catturarla con le mani fino a quando le foglie dell’acero non decidevano che il gioco doveva riprendere. E così la luce scappava da me e dalle mie manine e si sfilava da sotto le zampe del gatto. Quel giorno però ero incuriosita dai fili d’erba e dalle foglie e da come potessero diventare con un solo gesto “piatto e insalata”, in un’imitazione della mensa serale.

Ero sola sotto l’acero e giocare in cortile era per me il modo più bello per passare le giornate estive. Giorgia era una delle mie amichette in quello strano mondo di sole femmine e quando mi si avvicinò credo di aver pensato che volesse giocare con me, invece no. Io ero seduta e raccoglievo erba, lei arrivava di corsa da un gruppetto di bambine dal quale si era staccata per venire verso di me. Non si era minimamente interessata a quello che facevo e se ne stava li, in piedi,

guardandomi dall’alto verso il basso. Senza parlare. Poi d’un tratto:

“Ma tu lì ce l’hai il pisello?”

Silenzio. La Madre Superiora ci osservava e forse sapeva che prima o dopo quegli argomenti sarebbero emersi, sapeva che qualcuno ne avrebbe parlato, sapeva che le femmine crescono presto e che l’istinto ci sarebbe venuto a cercare. Io credo di aver pensato alla verdura, a quelle palline verdi che mangiavamo alla mensa e che mi piacevano tanto perché ci giocavo un po’ prima di mangiarle.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Fabio Guzzano
Nasco a Milano mentre in Italia è al primo posto in classifica "Cuore Matto" di Little Tony. Non poteva che essere così, visto che è col cuore che ho fatto e patito tutte le scelte della mia vita. Un inizio da ingegnere gestionale fortunatamente interrotto per far spazio alla mio primo amore: la comunicazione pubblicitaria allo IED di Milano. Un amore così grande che mi spinge a fondare una delle prime web agency in Italia, Così surfiamo per 24 anni con i più grandi clienti dell'auto, food e fashion. Per non farci mancare nulla ne fondiamo un'altra specializzata nel fashion ecommerce, ossia vendiamo con la nostra piattaforma in tutto il mondo per brand della moda e del lusso. Poi il cuore bussa ancora una volta e da comunicatore digitale, spicco il volo come formatore, mentre non smetto di scrivere, dipingere e girare video. Insomma più che cuore matto forse dovrei dire cuore espressivo!
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