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Le seconde nozze

Le seconde nozze
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Consegna prevista Settembre 2024
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La vita di Eleonora è stata stravolta dalla morte del marito Samuele. Costretta a lasciare la città e le amicizie, torna a vivere coi genitori sprofondando nel dolore e nella solitudine.
Sogna di andare via, fuggire lontano, lasciandosi alle spalle una routine che non riesce a sopportare.
Un giorno, per caso e per gioco, compila un form online su un sito internazionale di matrimoni combinati. Da questo semplice gesto avrà inizio un percorso inatteso che la porterà dall’altra parte del mondo alle sue seconde nozze.

Perché ho scritto questo libro?

Dire come sto è parlare di qualcosa che manca. Manco io. Manca quella che ero, manca la parte di me che funzionava e stava bene.
Quando ho intrapreso il percorso diagnostico il vuoto ha iniziato a divorarmi; per non affondare ho iniziato a scrivere.
Ho buttato giù quello che avevo dentro, quello che non riuscivo a dire con la voce.
Ho scritto una storia che parla di me e racconta di tutt’altro. Io sono in tutti i personaggi e nessuno di loro mi assomiglia.
Scrivere questo libro mi ha salvata.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PARTE PRIMA

Corro. Un respiro dopo l’altro, un passo dopo l’altro. Sull’asfalto, sul selciato, sul sentiero che diventa sterrato. Scivolo in mezzo alle case e poi a poco a poco mi allontano e salgo in mezzo alla roccia accanto alla vecchia cava. La pioggia si confonde col sudore, con le lacrime.

Mi scorre addosso, ma non lava via niente.

Ogni volta che il tallone tocca terra sento la ripercussione dell’urto attraverso tutto il corpo, e se posso spingo ancora di più, un po’ più forte, ancora oltre stringendo i denti finché la mascella non fa male per lo sforzo.

Quando arrivo nel punto più alto mi fermo di scatto. Non faccio stretching, non recupero. Non corro per allenarmi: corro per sfogarmi, forse per distruggermi.

Ma oggi non basta. Guardo verso il basso le luci del paese in questa giornata piovosa d’inverno.

Urlo.

Provo a tirare fuori tutta la rabbia atroce che mi porto dietro, ma non basta l’aria dei miei polmoni, non bastano le corde vocali che ho in gola a sfogare quello che provo.

Per urlare mi sbilancio e cado in avanti, in ginocchio. Fa male la caduta, ma non importa. Il male fisico lo posso affrontare, lo posso sopportare.

È l’altro dolore che non so più gestire.

Batto i pugni in terra una, due, troppe volte. Sempre più forte, sempre più veloce. E ancora accoccolata resto lì a maledire la terra stessa per l’ingiustizia che mi è stata fatta, mentre la pioggia debole diventa battente e fredda.

Dovrei rialzarmi, mentre questo stillicidio gelido cerca di lavare via quello che non può, ma la cosa peggiore è che forse, sotto gli strati di rabbia, non mi interessa davvero rimettermi in piedi.

Capitolo 1

La solitudine è un sentimento che vive di vuoti, silenzi e pause. Nei giorni che avevano seguito la morte di Samuele ero stata costantemente impegnata: erano stati giorni pieni di stordimento e di decisioni da prendere, scelte da affrontare, volontà da far rispettare. Il tempo della disperazione c’era stato al momento della diagnosi. E poi ancora, quando la terapia non stava dando gli effetti sperati. Mi ero ripromessa che, finché lui avesse respirato, mai e poi mai avrei parlato di funerali se lui per primo non avesse tirato fuori l’argomento.

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E lui aveva taciuto. Finché c’era stata una speranza, anche remota, l’argomento non era mai stato sfiorato. Poi una sera mentre finivo di sistemare i vestiti in camera, quando credevo che stesse già dormendo, sentii la sua voce quasi sussurrare.

«Ele? Che fai?»

«Sistemo le cose, domattina dobbiamo andare in ospedale presto. Dormi, tra poco arrivo anche io.»

«Forse dovremmo sistemarle davvero le cose.»

Ci fu un attimo di silenzio. Mi sedetti sul bordo del letto e accarezzai nervosamente la coperta.

«Di cosa parli?»

«Di me. Di te. Di cosa vuoi fare dopo.»

Quanto si può stringere forte una coperta?

«Te l’ho detto, finisco di sistemare e vengo a letto anche io.»

«Ti prego… è già difficile così… Sono stanco, non so quando avrò la forza di affrontare di nuovo questa discussione. Aiutami adesso che sono nascosto sotto le coperte e non mi vedi.»

Stava piangendo. Quanto può essere silenzioso un urlo?

Volevo dirgli di non arrendersi. Volevo incoraggiarlo a resistere, a lottare, a essere positivo. Ma i risultati della terapia li stavo vedendo. Il corpo che lo abbandonava a poco a poco era tanto sotto i miei occhi quanto sotto i suoi. Sapevo che nel momento in cui lui avrebbe gettato la spugna lo avrei seguito, perché io ero già rassegnata da tempo. E forse per questa debolezza non mi perdonerò mai.

«Samu, ti ascolto. Dimmi quello che vuoi e cercherò di fare il possibile.»

Gli ho detto davvero così. Cercherò di fare il possibile come se stessimo parlando del regalo di Natale o dell’uscita per il fine settimana. Ma anche io ero stanca e sconvolta. Psicologicamente esausta. Vivere una malattia ti drena al punto da farti perdere il contatto con quello che è normale e il tuo nuovo “normale” è fatto di probabilità di guarigione sotto il 30% e aspettativa di vita numerabile in mesi. Ogni volta che Samuele si addormentava il mio primo istinto era controllare se stesse ancora respirando, e mentre aspettavo di capire tra i movimenti del petto lievissimi e lenti che faceva, mi chiedevo chi avrei dovuto chiamare per primo, e ciò che avrei dovuto dire, in caso il suo cuore si fosse fermato. Quello era il mio “normale”.

Ci sono dei frammenti di memoria che mi perseguiteranno per sempre. Niente di eclatante, nessuna litigata furiosa o enormi rimpianti, né delusioni degne di essere raccontate in un film romantico. No, quello che perseguita la mia anima sono particolari come questo. Frasi dette in maniera superficiale in momenti cruciali. Un tempismo deprecabile per le piccole cose. Ma sono le piccole cose, che fanno la vita grande.

«Non ci è rimasto più molto da parte. Tutto quello che potevamo prendere in anticipo della mia liquidazione lo abbiamo preso. Tu hai dovuto lasciare il lavoro per starmi dietro. La casa qui è in affitto. Non vorrei che restassi qui da sola quando non ci sarò più, solo perché in questa casa ci sono dei ricordi, per poi trovarti completamente senza soldi a gestire un’altra situazione difficile. Non voglio che spendi per me più di quello che hai speso. Soprattutto, detesto l’idea di lasciarti sola.»

Le sue parole mi si erano infilate in gola e mi strangolavano dall’interno. Respiravo, ma una morsa crudele mi impediva di parlare. Avevo pensato anche io ai soldi. Quando gli venne diagnosticata la leucemia la scelta fu quella di restare in città dove c’erano ospedali migliori e la speranza di poter non perdere il lavoro.

Quando la malattia non è andata in remissione ho deciso di lasciare il mio lavoro che era quello privo di garanzie per poterlo seguire.

Le nostre famiglie vivono in due paesini di provincia spersi tra le colline toscane. Tornare lì, vuol dire tornare nel nulla. Ma stare a Milano è impossibile.

Non credo di avergli risposto.

L’unica cosa a cui riuscivo a pensare era non voglio restare sola ma non potevo dirglielo, ero impegnata a far sparire il pianto che incurante dei miei sforzi si manifestava tramite calde lacrime grondanti dai bordi degli occhi fissi a implorare il soffitto.

Più di una volta mi sono chiesta perché non fossimo morti insieme. Perché se in questo intricato destino cosmico siamo riusciti a trovarci, poi ci siamo subito persi e a me è toccato restare indietro sbrigare le faccende in questo mondo, mentre lui è andato avanti nell’altro. Ha avuto troppa fretta lui? Sono stata troppo lenta io?

Quella notte non abbiamo parlato di molto altro in realtà. Abbiamo pianto. Abbiamo preso atto che la vita di Samuele era finita. Che sarebbe morto di lì a poco. E così è stato. Ma quella notte ci ha dato tempo di disperarci e decidere cosa fare. Così quando il momento è arrivato, sono stata molto impegnata. Sono tornata a vivere coi miei nel paesino che non si merita nemmeno di essere nominato tra le dolci colline toscane. Di Samuele sono rimaste solo ossa dentro la terra umida e pesante nel cimitero locale. L’appartamento coi nostri ricordi è andato. La nostra vita insieme è andata. Le nostre amicizie da sposati, i luoghi che frequentavamo, ogni cosa che mi ricorda di lui, tutto andato. La mia vita di persona adulta è andata.

«Ele? Che fai?»

È come un suono sullo sfondo, che lotta per emergere. Mia madre mi sta chiamando, mi ha preso per un braccio e mi guarda perplessa. Sono ferma in mezzo alla strada.

«Scusa. Pensavo.»

«Ti sei piantata in mezzo alla strada! Mi sono preoccupata… avevi lo sguardo perso.»

«Perso? Boh, forse sì, mi ero persa nei ricordi. Mamma?»

«Sì, tesoro?»

«Non lo so se ci voglio venire a questa festa dalla zia.»

«Ma come… tua cugina ha organizzato tutto per te! Ha chiamato tutti i tuoi compagni di scuola, gli amici del tennis… come fai a non andare? È per farti ritrovare un po’ di vecchie amicizie, per farti riprendere il giro. Per non farti stare sola. Dai, vedrai che ti diverti. Chissà quanta solitudine in questi mesi, senza mai uscire, senza mai vedere nessuno. Dai, che ti fa bene.»

«Ma non ero sola… C’era Samu.»

La situazione si fa tesa. Il corpo di mia madre si irrigidisce. Non posso nemmeno più nominarlo?

Devo cancellarlo anche dal mio vocabolario? Farlo sparire come se non fosse mai esistito? Se faccio finta che non c’è mai stato, che non siamo mai stati innamorati, sposati che non abbiamo mai vissuto insieme, che non si è mai ammalato e non è mai morto, anche questo dolore che provo andrà via?

«Coraggio, fai questo sforzo e vedrai che poi andrà meglio.»

Mi faccio quasi trascinare.

Ogni tanto mi capita. Le forze mi abbandonano e divento una specie di bambola. Qualcuno mi prende a braccetto o mi mette una mano sulla spalla e mi faccio portare come mossa dal vento, ascolto quello che mi dicono, quasi non parlo. La gente ha un sacco di cose da dirti in certe circostanze, pare incredibile.

Metà delle persone che sono a questa festa fanno parte del motivo per cui con Samu abbiamo deciso di andarcene lontano. C’è musica. C’è cibo. C’è allegria composta. C’è vociare educato. C’è molto rispetto, l’organizzazione di mia cugina è ineccepibile.

Ogni sorriso che mi viene rivolto è un ferro appuntito che mi inchioda alla croce. È gentilezza il martello che usano. Sono così accorti nei miei confronti, come se avessero paura di vedermi morire prima che abbiano finito la loro opera. Non mi lasciano da sola un attimo. Non c’è tregua, non c’è pausa.

E così ricordo. La solitudine è un sentimento che vive di vuoti, silenzi e pause. Ho passato intere giornate seduta in sale d’attesa di ospedali, a passeggiare avanti e indietro, aspettando che la somministrazione della terapia di Samuele finisse. Ho aspettato con lui negli studi medici, ho passato notti insonni al suo capezzale, cercando un cenno del petto che mi facesse capire che era ancora vivo. Non ho mai pensato, nemmeno per un momento, di essere una persona sola.

Mi è bastato un giorno qui per capire, nei sentimenti vuoti di chi mi sta intorno, negli sguardi silenziosi che si scambiano tra di loro escludendomi — o nelle pause che si prendono tra un discorso dovuto e una formalità, mentre aspettano di vedere come reagisce questa creatura strana che si trova in esposizione quest’oggi per il loro diletto, tra la musica e il chiacchiericcio di una sala affollata — solo adesso cosa sia veramente la solitudine.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Irene Quintavalle
Irene Quintavalle è nata in Versilia nel 1981. E lì ha vissuto per i suoi primi quarant’anni.
Era una bambina strana, se le chiedevi “cosa vuoi fare da grande?”
Ti rispondeva decisa “O la chimica o la gelataia!”
E per quanto assurdo, in qualche modo ha fatto entrambe: laureata in biotecnologie a Pisa ha lavorato per anni come pasticciera.
La vita però aveva altri piani. Dopo anni di cattiva salute e dubbi di ipocondria, sono arrivate le diagnosi di malattie reali, croniche e rare: sindrome di Behçet, neuropatia delle piccole fibre, psoriasi, adenomiosi e tanto altro ancora…
Non è facile convivere con fatica e dolore cronici, non è semplice far capire la situazione agli altri.
Ma per fortuna lungo la strada ha incontrato anche meravigliosi compagni di sventure con cui confrontarsi e confortarsi.
E si è ripromessa di dare una voce, per quanto flebile, a chi soffre di malattie invisibili.
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